Lebbrosi, ebrei, musulmani
Nel 1321 si verificò una moria di lebbra. L'autore fornisce diversi documenti riguardanti le cronache di quel tempo; secondo quanto riportato, gli artefici di questo male (nella prima versione) erano i lebbrosi, accusati di spargere polveri e veleni nelle fontane, nelle acque e nel cibo, al fine di avvelenare i sani e prenderne il posto nella scala gerarchica. Altre fonti parlano addirittura di un progetto di spartizione del potere precedente al 1321, congetturato dagli stessi lebbrosi. Per punire questo complotto, del quale al momento si vede soltanto una parte, Filippo V, in un editto emesso a Poitiers il 21 giugno 1321, fece uccidere i lebbrosi reo confessi e autorizzò la reclusione per i restanti, dividendoli in maschi e femmine per impedirgli di riprodursi o di continuare a spargere il loro male nella società.
In realtà, esiste una seconda versione dei fatti: sembrerebbe, da alcune confessioni estorte (sotto tortura), che i lebbrosi fossero stati istigati dagli ebrei, i quali li avevano corrotti con ingenti somme di denaro al fine di attuare il loro piano anti-cristiano. Di queste accuse non vi sono però prove concrete; tanto era l'odio verso gli ebrei, da parte sia del popolo che delle istituzioni, che è plausibile pensare che fossero stati messi in mezzo più per trovare un capro espiatorio che per delle reali colpe. Un esempio di ciò è rintracciabile nella Crociata dei Pastorelli: orde di giovani giunsero nelle terre d'Aquitania, costringendo gli ebrei ad essere battezzati e a rinunciare così alla loro fede, creando diversi disordini nella città. Dallo scontro che si venne a creare (nato dalla reazione negativa degli ebrei a questi tentativi di conversione), l'odio popolare verso quest'ultimi aumentò, poiché vennero additati come nemici della cristianità e responsabili di avvelenamento di pozzi, cibo e profanazione di ostia consacrata.
Il collegamento tra lebbrosi ed ebrei
Ma perché questo collegamento tra lebbrosi ed ebrei? Secondo lo storico ebreo Flavio Giuseppe, nel suo scritto “Contro Apione”, nel gruppo di ebrei che lasciò l'Egitto vi erano anche dei lebbrosi: questa sembrerebbe una leggera giustificazione di questo legame, apparentemente arbitrario. Ebrei e lebbrosi venivano additati come reietti della società e costretti, in seguito alla prescrizione da parte del concilio lateranense del 1215, a portare dei marchi di riconoscimento (rotelle, vesti particolari), che li distinguessero dagli altri individui. Nel Trecento, poi, dall'isolamento si passò alla segregazione: nacquero i ghetti, dapprima creati dagli ebrei per difendersi, vent'anni dopo destinati alle reclusioni (anche dei lebbrosi).
A partire dal 1321, numerosissime sono le testimonianze di ritorsioni violente, roghi e omicidi nei confronti di queste due razze. In questo periodo, i colpevoli dei mali sono i lebbrosi, sotto ispirazione degli ebrei; ma l'ottica è destinata ad ampliarsi. Evento topico fu la confessione di Guillaume Agassa, responsabile del lebbrosario di Lestang; si tratta di uno dei pochi processi a noi pervenuti integralmente. Racconta che, nel 1320, due lebbrosi si erano recati, d'accordo con lui, a Tolosa per farsi dare dei veleni; tornati a Lestang, gli avevano dichiarato di aver versato i veleni nei pozzi, nelle fontane e nei corsi d'acqua, per diffondere la lebbra e la morte. Altrove, altri lebbrosi avevano fatto lo stesso.
Una settimana dopo, il processo ricomincia e la confessione si fa più particolareggiata: racconta di essere stato invitato a Tolosa l'anno precedente, insieme ad altri responsabili di lebbrosari; essi avrebbero dovuto indurre i lebbrosi a somministrare veleni e polveri malefiche, così da far morire tutti i cristiani o almeno farli ammalare come loro. Successivamente si sarebbero spartiti i poteri tolti ai sani. Entra qui in campo la figura del re di Granada, artefice di questo complotto; a tutti i lebbrosi fu donato un sacchetto di cuoio con del veleno.
Nella terza e ultima deposizione, la sua dichiarazione cambiò ancora: vennero inseriti nuovi elementi, facendo il nome dei sovrani saraceni, del sultano di Babilonia e del re di Granada, tutti e tre d'accordo nell'ordire questa minaccia nei confronti della cristianità, al fine di impadronirsi dei suoi domini una volta che i suoi rappresentanti fossero stati uccisi o contagiati. Agassa descrive poi il veleno, composto da polveri, escrementi, urine, sangue animale ecc. Il 20 maggio fu condannato all'immurazione perpetua; è chiaro che in questo processo la tortura e le minacce hanno avuto un peso decisivo.
Il complotto di Agassa
Sulla scia del complotto di Agassa troviamo il sottile legame che collega i lebbrosi agli ebrei: gli ebrei, istigati dal re di Granada, sarebbero stati troppo in vista per poter ordire un complotto in maniera precisa; si affidarono quindi ai lebbrosi, meno visibili e più facili da comprare. La catena appare quindi così composta:
- Sultano di Babilonia
- Re di Granada
- Ebrei
- Saraceni
- Lebbrosi
Nel 1321 Filippo d'Angiò consegnò al Papa Giovanni XXII una lettera, scritta da un certo Bananias; qui vi era riportato l'anno ebraico 6294 (perciò i critici lo ritengono palesemente un falso, poiché corrispondeva all'anno 5081). Era presente una macchinazione, guidata dal re di Gerusalemme e vice-re di Granada, nella quale promettevano la restituzione della terra santa agli ebrei in cambio della città di Parigi, dopo ovviamente l'avvelenamento di tutti i suoi abitanti. Questo fatto fu giudicato aspramente dal Papa che, nel 1322, espulse tutta la comunità ebraica da Parigi.
Successiva a questa lettera ce ne furono altre (sempre ritenute dei falsi), che raccontano della partecipazione degli ebrei al presunto complotto; in una, l'interlocutore era il re di Tunisi, in un'altra il re di Granada. Dopo tutte queste informazioni, frustano vedere la scomparsa progressiva del loro nome da tutti i resoconti processuali riguardanti la congiura ordita nel 1300. Sembrerebbe però che la loro “assoluzione mediatica” fu garantita dal pagamento in denaro di circa 150 mila livres. L'unica cosa certa, però, è il numero enorme di ebrei e lebbrosi uccisi o dati alle fiamme, per trovare un colpevole in una bolla d'acqua.