Capitolo 5: L'ingresso del Giappone nel sistema internazionale, la nascita dello stato nazionale e la transizione al capitalismo
La crisi della società feudale
Nell’ultima parte del periodo Edo, la crisi che aveva investito il sistema economico feudale e il malessere delle zone rurali si traduceva in insurrezioni contadine rivolte contro le autorità feudali, che raggiunsero il loro picco nel corso dell’era Tenpō (1830 – 1844). Nel frattempo proliferavano anche movimenti religiosi di natura messianica e nuove sette popolari, i quali si guadagnarono un forte seguito tra le masse cui promettevano la salvezza. Le esplosioni di violenza urbane coinvolsero diversi strati della società, compresi i samurai. Nonostante ciò, questo disagio non accomunò mai tutti i settori della società fino a produrre una vera e propria unitarietà necessaria a trasformare la protesta in qualcosa di realmente utile a sovvertire il sistema di governo.
Negli ambienti intellettuali e politici fioccò ogni genere di idea, dal ritorno a una società agricola al consolidamento di un’identità nazionale fondata sulla tradizione. Non mancò chi, conoscendo i progressi dell’Occidente, auspicò a un miglioramento tecnologico e scientifico anche per poter venire incontro al timore che gli occidentali scatenavano.
Nel 1792 la Russia tentò di stabilire rapporti commerciali con il Giappone, ma le autorità di Edo rifiutarono. La proposta spinse però il bakufu a provvedere alla colonizzazione di Ezo (odierna Hokkaido, dove erano giunti i rappresentanti russi) per stabilirvi un proprio commissario.
Intanto, numerosi scrittori e intellettuali cercavano di mettere in guardia contro la minaccia occidentale, suggerendo di prendere esempio dal suo progresso, forti anche delle notizie che giungevano dalla Cina, costretta ad accettare varie umiliazioni a seguito della sconfitta nella Guerra dell’oppio.
Anche la religione collaborò con i kokugakusha nell’elevare lo spirito giapponese rispetto a quello di altri popoli, toccando anche le corde della spiritualità. È il caso di Aizawa Seishisai, della scuola Mito, la quale concorse ad alimentare lo sviluppo dell’ideologia nazionalista e del movimento antifeudale. Nella sua opera, Shinron (Nuove tesi, 1825), la cui circolazione fu clandestina, egli formulò la teoria del “sistema nazionale” (kokutai), esaltando la figura dell’imperatore e condannando le dottrine straniere, prima fra tutte il Buddhismo; il confronto con l’Occidente era concepito come uno sprone per un rinnovamento morale che avrebbe confermato l’identità nazionale giapponese. Questo messaggio politico sarebbe stato accolto dal movimento xenofobo noto come jōi (“espulsione dei barbari” occidentali) affermatosi dopo la riapertura del Paese nel 1854 assieme al movimento lealista rappresentato dallo slogan sonnō (venerazione dell’Imperatore).
L’intero processo era ovviamente votato a difendere l’identità nazionale e il patrimonio tradizionale, contro la minaccia occidentale, rivalutando gli antichi miti shintoisti ed elevando lo shintō a culto ufficiale dello Stato perché di origini autoctone (a differenza del Buddhismo). Inoltre, tutto ciò dava rassicurazione in termini culturali al senso di inquietudine e alla crisi d’identità che coinvolse il popolo giapponese.
Gli ultimi anni del regime Tokugawa (conosciuti anche come bakumatsu, “fine del bakufu”) abbracciano quindi un Paese sì immerso nella crisi, ma anche dinamico e alla ricerca di soluzioni. Il senso di crisi scatenato dall’influenza dell’Occidente si intrecciava con l’insoddisfazione scaturita dall’incapacità dimostrata dal bakufu di attuare un’efficace politica di risanamento economico, confermata dall’ennesimo tentativo fallimentare di riforma. Ciò aggravò la frattura tra governanti e governati e portò alcuni han a cercare di fronteggiare la situazione a livello locale, dando vita a primi esperimenti riformistici volti a sanare le finanze dei propri domini. Significativi in questo senso i casi di Chōshu e Satsuma. La prima attuò un programma teso a migliorare l’assetto agricolo e a ridurre drasticamente le spese; gli sforzi destinati alle attività commerciali fruttarono allo han una certa ricchezza da reinvestire per migliorare l’organizzazione militare acquistando anche equipaggiamenti occidentali. Satsuma invece puntò all’attività mercantile, detenendo già il monopolio sulla produzione dello zucchero. L’assenza di una robusta autorità politica nazionale rese il successo di queste iniziative locali fenomeni isolati.
Ciò non toglie che il Giappone avesse diverse potenzialità che gli avrebbero permesso di edificare uno Stato moderno, ma era prima necessario trasformarlo in una nazione forte e coesa, creando una nuova forma di potere capace di garantire la sicurezza territoriale, amministrare le risorse umane e materiali e diffondere una solida conoscenza nazionale tra le masse. Tutto ciò era possibile anche grazie al fatto che, tranne per poche eccezioni, i confini geografici del Paese erano rimasti intatti, per cui racchiudevano ancora vari elementi che potevano essere usati come simboli di unità, insieme all’idea di sacralità legata alla figura dell’imperatore e la collettiva fede nello Shintoismo.
Un altro problema che coinvolgeva il Giappone del tardo Tokugawa era la ricerca di una nuova posizione in un contesto internazionale che andava rapidamente mutando. La contestazione del primato culturale cinese aveva già stimolato il processo di emancipazione dell’identità giapponese e l’aspirazione a guadagnarsi un ruolo meno marginale. Queste riflessioni portarono alla brama di espandere il proprio impero, sostenuta non solo da intellettuali ma anche da samurai.
La "riapertura" del Giappone, l'ingresso nel sistema internazionale e il crollo del feudalesimo
Nel 1804 la Russia rinnovò il tentativo di stabilire rapporti commerciali con il Giappone, ottenendo l’ennesimo rifiuto. Con l’invasione delle truppe napoleoniche, la pressione russa si allentò, ma le navi britanniche si affacciarono all’orizzonte con ripetuti approdi che indussero il governo di Edo, nel 1825, a riaffermare con toni più perentori la politica del sakoku.
L’attenzione inglese si spostò quindi sulla Cina, che per decenni aveva rifiutato le proposte commerciali di Londra. La East India Company aveva dato vita a un sistema di vendita illegale di oppio in Cina, nonostante i continui divieti imposti da quest’ultima. Questo commercio illegale sovvertì l’equilibrio della bilancia dei pagamenti, dato che l’acquisto dell’oppio non era più compensato dalla vendita di prodotti cinesi ma da pagamenti in argento. Oltre alla perdita di valore della valuta, l’oppio procurò effetti deleteri sul piano sociale in Cina, inducendo il governo di Pechino ad ordinare, nel 1839, di bruciare migliaia di tonnellate di oppio sequestrato, scatenando la reazione britannica. Ebbe così inizio la Prima guerra dell’oppio (1839-1842), al termine della quale la Cina fu costretta a sottoscrivere il primo di una serie di trattati che l’avrebbe posta sotto il controllo del potere occidentale.
Le notizie che provenivano dalla Cina spinsero il bakufu ad essere meno rigido e a permettere almeno l’approvvigionamento delle navi straniere nei porti giapponesi. In quello stesso periodo dall’Olanda giunse una missiva che esortava il Giappone a mutare la propria politica estera, ma il governo di Edo gli dedicò scarso interesse. Nel 1852 l’Olanda annunciò l’arrivo di una missione statunitense decisa a rompere l’isolamento del Giappone. Infatti, il presidente Fillmore affidò al commodoro Perry l’incarico di presentare al Giappone la richiesta di stabilire relazioni pacifiche garantendo inoltre soccorso alle navi statunitensi.
Nel 1853 quattro navi statunitensi entrarono nel porto di Edo promettendo di ritornare l’anno successivo per ottenere la risposta alla loro richiesta. Questa importante decisione da prendere accelerò il processo di sgretolamento del regime shogunale. Il capo del Consiglio degli Anziani, Abe Masahiro, sottopose il contenuto delle richieste degli Stati Uniti al parere di tutti i daimyō, ammettendo l’incapacità del bakufu di fronteggiare la crisi. Abe decise di seguire una linea di compromesso, ovvero di evitare la guerra acconsentendo alle varie richieste, ad eccezione di quelle relative al commercio. Nel marzo 1854 fu quindi firmato un accordo con Perry, a Kanagawa, il quale prevedeva l’apertura di nuovi porti commerciali, l’invio di un console statunitense a Shimoda e il rifornimento delle navi e l’assistenza ai naufraghi americani.
Il Trattato di Kanagawa segnò l’inizio dello sfaldamento della politica del sakoku, proiettando il Giappone verso la riapertura (kaikoku) al mondo esterno. Il confronto con una potenza estera portò più che mai alla luce le debolezze del sistema di governo e dell’organizzazione feudale. Inoltre l’accordo firmato con Perry avrebbe aperto la strada alla lunga serie di “trattati ineguali” che il bakufu avrebbe sovrascritto a partire dal 1858 con Olanda, Russia e Gran Bretagna. Questi accordi scatenarono polemiche sia tra gli attivisti del fronte jōi che tra i fautori del kaikoku.
Nel 1855 Abe lasciò la guida del Consiglio degli Anziani a Hotta Masayoshi, il quale incontrò diverse volte il console statunitense stabilitosi ormai a Shimoda, fino a lasciarsi convincere a cercare l’appoggio degli altri funzionari del bakufu e dei vari daimyō per ampliare i contatti commerciali con l’estero.
Nel frattempo, la presenza degli occidentali nei porti aperti era motivo di risentimento per molti giovani samurai degli han lontani dalla diretta influenza di Edo, e anche negli ambienti della Corte di Kyoto si levarono voci contrarie all’iniziativa di Hotta.
La situazione si complicò in seguito ad una disputa in merito alla successione alla guida del bakufu quando lo shogun, privo di eredi diretti, si ammalò. Tra le file dei Tokugawa si proposero due schieramenti contrapposti: da un lato II Naoseuke, appoggiato dai Consiglieri anziani e dai vassalli feudali, sosteneva la successione di Tokugawa Iemochi; dall’altro vi erano alcuni daimyō esterni alla famiglia che appoggiavano Tokugawa Yoshinobu. Ebbe la meglio la prima fazione grazie ad un colpo di mano di Ii Naosuke il quale, diventato Gran consigliere, dispose la conclusione delle narrative con Harris senza attendere l’approvazione imperiale, accordando più concessioni di quanto i suoi rivali e la Corte fossero disposti a tollerare.
Nel luglio 1858 si firmò quindi il Trattato di amicizia e commercio con gli Stati Uniti, che sanciva l’apertura di quattro nuovi porti nei quali potevano risiedere anche cittadini americani. L’accordo conteneva anche alcune clausole che non garantivano alcuna reciprocità di diritti tra le due parti: la limitazione dei dazi doganali sulle merci d’importazione, che ostacolavano qualsiasi politica protezionistica; la concessione del diritto di extra-territorialità agli americani residenti, che di fatto non erano vincolati all’autorità giuridica giapponese. Altri trattati analoghi vennero firmati in seguito con Olanda, Russia, Gran Bretagna e Francia.
L’apertura dei nuovi porti ebbe un impatto negativo sul sistema economico giapponese, provocando fenomeni inflazionistici e danneggiando non solo le grandi case mercantili ma anche le imprese artigianali tradizionali. I samurai e gli operai furono invece colpiti dall’aumento del prezzo del riso.
Attraverso i “trattati ineguali” il Giappone era di fatto diventato interdipendente ad un sistema economico tra Stati esclusivamente occidentali, per cui le uniche due alternative rimaste erano diventare un soggetto attivo nel sistema economico mondiale oppure mantenere un ruolo subalterno e periferico.
Nel 1860 Ii Naosuke fu assassinato da un gruppo di samurai di Mito e da quel momento numerosi altri gesti di terrorismo politico si scatenarono nel Paese, coinvolgendo i cosiddetti shishi (uomini audaci), ovvero gli attivisti degli strati medio-bassi della classe samuraica. Le loro azioni boicottavano non solo le personalità del bakufu, ma anche individui, navi ed edifici stranieri, causando reazioni violente anche da parte degli occidentali, come nel 1863, quando, a seguito dell’uccisione di un suddito britannico, le navi inglesi bombardarono Kagoshima. Uniti dallo slogan sonnō jōi (onore all’imperatore, fuori i barbari), i vecchi sostenitori di Tokugawa Yoshinobu suggerivano la riapertura del Giappone ma con responsabilità e unità politica, stabilendo una salda unione tra la Corte e il bakufu (kōbu gattai).
Per un breve periodo il bakufu tentò di adottare una politica di compromesso con Kyoto, ma riuscì solo a spostare l’attivismo antishogunale a Choshu, dove nel 1865 gli attivisti respinsero la spedizione punitiva inviata dai Tokugawa. Questo successo militare era stato favorito anche dagli accordi conclusi tra lo han e la Gran Bretagna, oltre che da un patto segreto concluso anche con Satsuma. La coalizione di questi due potenti feudi costituì il nucleo della coalizione militare che avrebbe poi sconfitto i sostenitori del bakufu e, dopo il crollo del regime feudale, assunto il ruolo di guida politica del Paese.
Nel 1866 la scomparsa di Iemochi consentì a Yoshinobu di ottenere la carica shogunale e, pochi mesi dopo, salì al trono il giovane Mutsuhito, intenzionato ad attuare riforme innovative per modernizzare il Giappone, quindi poco propenso ad accettare i provvedimenti emanati dallo shogun. Inoltre la posizione di favore accordata alla Francia dall’imperatore indusse la Gran Bretagna a rafforzare i propri legami con i feudi occidentali. Di fronte al rischio di uno scontro militare tra il regime di Edo e la coalizione di Satsuma e Choshu, il feudo di Tosa agì ancora una volta come mediatore presentando alla shogun un memoriale e la richiesta di dimettersi dalla carica restituendo al sovrano i poteri civili, che sarebbero poi stati esercitati da un consiglio di daimyō e nobili, in cambio della garanzia del mantenimento delle loro terre. La proposta fu accettata da Yoshinobu che, nel 1867, rinunciò alla carica di shogun: l’atto non fu comunque sufficiente per impedire alla coalizione dei vari han di occupare il palazzo imperiale.
Il 3 gennaio 1868 fu proclamata la Restaurazione del potere imperiale ed emanato un decreto che sanciva l’abolizione dello shogunato, privando inoltre il capo Tokugawa di tutti i possessi della sua famiglia.
Le truppe vincitrici si insediarono in una nuova capitale e cominciarono l’opera di trasformazione delle istituzioni politiche, economiche e sociali del Giappone in nome dell’Imperatore. A Edo, ora ribattezzata Tokyo (capitale imperiale), furono trasferite le attività governative, e nella ex dimora Tokugawa presero dimora il sovrano e la sua corte.
La riforma delle istituzioni politiche, sociali ed economiche del primo Meiji
Meiji (“governo illuminato”) è il nome che fu dato all’epoca quando, nel 1868, fu decretato che il nengō avrebbe coinciso con il periodo del regno del sovrano, in questo caso Mutsuhito. Egli avviò quindi l’edificazione dello Stato moderno fondato sulla centralizzazione del potere politico e sulla trasformazione capitalistica delle istituzioni economico-sociali: il periodo prende quindi il nome di Meiji ishin, Restaurazione Meiji.
I mercanti urbani in ascesa e i contadini ricchi contribuirono indirettamente alla Restaurazione, diventando protagonisti dello sviluppo dell’economia proto-capitalista che minò dall’interno l’assetto feudale, ma il ruolo principale nel rovesciamento del regime Tokugawa fu svolto da membri dell’élite locale, che sarebbero diventati la nuova classe dirigente Meiji. Gli obiettivi comuni erano l’eliminazione del potere shogunale, il ristabilimento dell’autorità imperiale e il rafforzamento politico e militare del Paese: furono questi principi a fungere da collante per la nuova classe dirigente “nazionale”.
Nella nuova concezione di Stato nazionale, sia i governanti che i governati erano chiamati a sostenere lo sforzo per rendere “ricco il Paese e forte l’esercito” (fukoku kyōhei). Nel 1871 fu confiscato il potere locale dei daimyō, ma il provvedimento era già stato preceduto da un atto di spontanea rinuncia compiuto dai capi dei quattro han che avevano guidato il movimento restauratore. In questo modo, gli ex capi dei feudi divennero governatori nominati centralmente. Nello stesso anno si procedette alla definitiva abolizione dei feudi e all’istituzione di un sistema provinciale (haihan chiken): il territorio fu organizzato in province (ken) a capo delle quali furono posti i governatori nominati in precedenza, e in distretti urbani (fu) in modo da sottoporre l’amministrazione locale al controllo del governo principale. I vecchi daimyō non si ribellarono, in quanto furono loro garantiti uno stipendio fisso e un titolo nobiliare, oltre al trasferimento al governo centrale dell’onere dei debiti che gravava su molti feudi. La creazione di uffici amministrativi locali fornì opportunità di impiego ai samurai e ai capi villaggio, mentre l’istituzione di assemblee permise a tutti di partecipare alla vita politica del Paese. Nel 1873 fu istituito il ministero degli Interni, che si occupava di vari campi, la cui guida fu assunta da Okubo Toshimichi, capo attivo del movimento antishogunale.
Nel marzo del 1868 fu emanato il Giuramento sui cinque articoli (Gokajō no seimon), nel quale l’imperatore si impegnava a promulgare una Costituzione, realizzare l’unità di tutte le classi sociali per promuovere il benessere del Paese, adottare delle norme giuridiche internazionali e promuovere la conoscenza all’estero. Il contenuto del Giuramento fu poi incorporato nell’ampia riforma.
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