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Lo spazio sacro

All'origine delle scelte che ogni cultura compie per definire il proprio spazio sacro, vi è l'organizzazione generale dell'ecosistema. Le strutture vengono quindi collocate in modo coerente con l'insieme e in base ai diversi significati che trascendono dalla loro funzione concreta: spazio sacro e spazio profano appartengono alla stessa logica culturale. Ogni cultura determina l'importanza delle condizioni esterne che la circondano e produce uno spazio che è la condizione della sua esistenza come società.

L'organizzazione dello spazio è attiva, ovvero frutto di un lento processo di trasformazione ed appropriamento del territorio, ma anche passiva, che riassume le condizioni oggettive ed immateriali dell'ecosistema. Lo spazio sacro è quello che riassume al suo interno organizzazione tecnica, sociale e mentale.

La risaia

Nella mitologia giapponese le isole dell'arcipelago costituiscono il solo mondo creato, che è inizialmente descritto come disordinato, caotico e pericoloso. È qui che scende il dio Susanoo no mikoto, cacciato dal regno degli dei per la sua irruenza, e che, dopo aver superato difficili prove, si trasforma in eroe e prende possesso della terra rendendola vivibile.

Il mito traduce l'azione della cultura giapponese, che ha conquistato lo spazio attraverso il riso cosiddetto "bagnato", ovvero che cresce nell'acqua: la risaia è il segno della giapponesità e qualifica lo spazio giapponese, ponendo l'uomo in posizione di dominio. Questo tipo di ecosistema è stabile e duraturo nel tempo, continua cioè a produrre anno dopo anno un raccolto virtualmente identico. La risaia non è solo simbolo di immutabilità ed equilibrio, ma anche di ordine. L'insediamento umano, il villaggio, è fisso, così come l'ecosistema del riso, ed è posto proprio al centro dei campi.

La montagna

La montagna è un ecosistema complesso, con punte di altitudine non eccessiva, valli strette, foreste fitte e sottobosco intricato. Per i giapponesi questo complesso di sottosistemi ecologici è chiamato yama. Il suo opposto è sato, ovvero il luogo abitato dagli uomini, composto da villaggi e campi coltivati.

All'epoca di Heian i due concetti che costituivano le due distinte polarità tra selvatico e costruito erano ara (incontrollato, selvaggio) e nigi (pacifico, adatto ai bisogni dell'uomo). Nigi esprime la coscienza di vivere in armonia con gli uomini e la natura, ara esprime abbandono e perdita delle relazioni sociali.

Se al mondo coltivato è associato l'uomo, il mondo selvatico (quindi la montagna) diventa il regno degli spiriti dei morti, dei mostri e degli dei, abitanti di una dimensione “altra”. L'esperienza del divino rende positivo lo spazio di yama. L'acqua che proviene dalla montagna ed irrigherà le risaie diventa il simbolo dell'origine dell'esistenza. La montagna è quindi il punto di congiunzione tra cielo e terra.

La tradizione ascetica dello Shugendō ha fatto della montagna il fulcro della propria visione religiosa ed i suoi seguaci sono conosciuti come yamabushi. Lo Shugendō si formò nel XII secolo dalla sintesi degli antichi culti sciamanici con le dottrine ed il simbolismo del buddhismo esoterico e del taoismo. Verso la fine del periodo Heian nelle montagne sacre si organizzarono spontaneamente, intorno alla figura di un maestro, gruppi religiosi con regole comuni: non ha quindi un fondatore, semplicemente i suoi adepti si richiamano alla figura di En no gyōja, un asceta dai poteri miracolosi. Per anni le dottrine e i riti degli yamabushi rimasero segreti finché nel periodo Tokugawa gli asceti furono chiamati a svolgere funzioni di esorcisti e guaritori. Nella loro esperienza religiosa, il luogo ideale di ascesi è shide no yama, il monte che conduce all'altro mondo e che, pur definendo uno stato di pena ed incubi, diventa il simbolo della salvezza perché il raggiungimento della cima rappresenta il conseguimento dell'illuminazione.

Il tempio

L'okonai è il rito che si svolge la notte del primo dell'anno. I capifamiglia del villaggio salgono fino alle pendici della montagna e, sul limitare della foresta, tracciano un perimetro sacro. Il tōya, il capo religioso e sociale del villaggio, vi entra tenendo in mano due statue che rappresentano la dea della montagna e il dio della risaia. Le congiunge simboleggiando la loro unione sessuale, versa sui loro sessi del sake, il simbolo del seme, e li dichiara sposi. Tutti allora presentano delle offerte, l'officiante legge un norito, una formula di preghiera, e alla fine sia il sake che le offerte sono spartite e consumate. Questo rito non solo segna il passaggio da un anno all'altro ma è il simbolo della mediazione tra lo spazio coltivato e la foresta.

Anche l'imboccatura della risaia, ovvero il limite che segna la trasformazione dell'acqua da elemento naturale a elemento controllato dall'uomo, è uno spazio sacro di incontro con dio. Qui i contadini in primavera piantano un gohei, simbolo della presenza di dio, e presentano offerte. È il rito del minaguchi matsuri.

Il jinja, il santuario del villaggio, è costruito sul pendio della montagna al limitare della foresta, su una linea di confine ideale. Non è il luogo in cui la divinità si immagina risieda stabilmente, bensì è il punto focale dove, a date prefissate, comunità e divinità si incontrano. Il santuario è un luogo sacro, separato e ben definito. Il muro del tempio rafforza la funzione simbolica dello shimenawa, una corda di paglia intrecciata che indica un qualsiasi elemento dello spazio naturale che diventa punto focale di attrazione per contenere il dio e rivelarlo agli uomini.

Nello spazio sacro del tempio, l'uomo segue un percorso obbligato. Il tempio ha un'unica entrata segnata da un portale di legno, il torii, e il valicarla coincide con il rito del misogi, un atto di purificazione con l'acqua. Questo percorso, inoltre, è sempre un movimento dal basso verso l'alto ed è costruito a gradinate. Alcuni membri del villaggio considerati impuri non possono entrare nella costruzione, a differenza dei capifamiglia, i quali devono comunque sostare nella grande sala. Solo il kannushi, il sacerdote, può salire fino all'altare. Il sacerdote invoca la discesa di tutti gli dei ma solo l'ujigami, il dio tutelare del villaggio, entra nel ricettacolo sacro attraverso una discesa incontrollata e priva di percorsi che lo ostacolino o guidino. Gli stessi spazi si riscontrano nei templi costruiti sulla riva del mare, che ha la stessa connotazione culturale di yama.

Il concetto di oku

Sul binomio ara-nigi si inserisce la relazione fra i concetti di omote e ura, che rimandano all'idea di oku. Omote indica il viso di una persona ma rimanda al contenuto di una maschera: è l'aspetto pubblico, che può essere manifestato, la parte orientata al sole di un edificio, la superficie di un oggetto. Ura è la parte nascosta delle cose e degli uomini, la parte in ombra, il loro cuore.

Il concetto di oku, riferito allo spazio sacro, si manifesta nell'insistenza del motivo del racchiudere, nascondere, nell'idea di centro segreto, punto ultimo e inaccessibile. Il potere sacro si manifesta nell'oku. Nella cerimonia del daijōsai, con cui l'imperatore ascende al trono, il fulcro è il momento della notte in cui il sovrano, solo, si chiude nella stanza più interna del santuario per spartire le offerte con la progenitrice divina, Amateratsu. La stessa sciamana si definisce il “contenitore” della divinità. La qualità di contenere e racchiudere una forza divina è detta utsubo, un termine che vuol dire sia “vuoto” che “pieno”, in quanto in questo vuoto qualcosa di divino risiede.

Lo spazio viene concepito come una realtà ricca di potenzialità espressive, un punto limite in cui ogni forma si annulla introducendo uno stacco, una pausa: ciò è riassunto nel concetto di ma. Ma è uno spazio libero fra più cose, un intervallo neutro fra più avvenimenti, un vuoto che separa ma al tempo stesso unisce. Il nulla non è quindi dispersione di significati ma un modo per concentrarli.

Lo spazio sacro esprime sempre un movimento verso l'oku. Vi sono infatti due poli costituiti dal satomiya, il tempio del villaggio accessibile a tutti ed utilizzato per i riti comunitari, e dall'okumiya, un tempo più piccolo, segreto e nascosto nei recessi della montagna.

Uno spazio marginale

Satoyama è la porzione di declivio montano e di foresta proprio al di sopra dei campi di riso, uno spazio che appartiene al villaggio ed è intermedio fra la categoria del coltivato e quella del selvatico. Okuyama è la zona più in alto che comprende la cima e appartiene allo stato; in essa, l'opera dell'uomo è improduttiva ed è sentita come lontana e inavvicinabile.

Tra i cinque tipi di foresta giapponesi riscontrabili nel satoyama, quella “a foglia lucida” ha portato allo sviluppo della tecnica di coltivazione “taglia e brucia” a rotazione, yakihata, praticato su terreni poveri e tropicali. Basato sull'utilizzazione impermanente del suolo, presuppone una scarsa densità di popolazione. Dopo un ciclo di rotazione dei campi, vi è un definitivo abbandono della vallata. Questo tipo di coltivazione produce un rapporto ambiguo fra natura e società: il territorio è selvatico ma al tempo stesso coltivato, l'uomo è in posizione ambivalente di dipendenza e controllo.

Satoyama è anche il regno degli esseri in metamorfosi e dei mostri, figure dalla fisionomia indefinita. Vivono qui anche i morti inquieti, che non riescono a raggiungere l'oku della montagna (la sua cima) dove altrimenti sarebbero diventati antenati.

Gli uomini che vivono e lavorano nel satoyama sono nomadi o seminomadi, hanno una lingua diversa e la loro differenza è guardata con sospetto. Sono definiti yamadashi, che significa anche servo, uomo rozzo, ignorante. Yamaotoko, colui che vive in montagna, è anche un selvaggio.

Architettura dell'impermanenza

L'architettura tradizionale giapponese, specialmente quella sacra, rivela il senso di precarietà degli esseri: il materiale prescelto è umile e fragile, come il legno, la paglia, la carta. Quando un edificio sacro mostra i segni del decadimento dei materiali, esso viene distrutto e ricostruito esattamente come prima, in un ciclo continuo. Ciò accade ogni vent'anni, ad esempio, con il santuario di Ise. Il suolo su cui si ergeva l'antico tempio viene lasciato “riposare”, perché si rinnovi naturalmente. La stessa prassi veniva seguita per il palazzo reale, fino al periodo Nara.

Spesso anche alla fine delle cerimonie gli oggetti rituali sono dati alle fiamme e distrutti. L'ideale ultimo è la purezza, che è una condizione fisica di integrità e pulizia e che ricalca la condizione spirituale di makoto, ovvero concentrazione della mente ed essenzialità interiore.

Il limite

Salire la montagna, dal punto di vista religioso, è un'ascesi. Nel recinto di molti templi, dove la collina si fa più ripida, è presente un tracciato di sassi bianchi che simbolicamente riproduce il sanzakawa, il fiume che divide il mondo dei vivi dall'altro mondo. Inoltre spesso questa linea simbolica è attraversata da un ponte ad arco di legno rosso, il ponte che porta al paradiso.

Lo yamabushi si incammina quindi in solitudine verso la montagna, vestito di bianco, il colore della purezza. La sua scelta di vita è sinonimo di rifiuto della natura in tutte le sue forme e dei rapporti sociali. Il culmine della sua esperienza religiosa di ascesi coincide con l'annullamento di sé e la rivelazione del vuoto. Il suo viaggio è una conversione, una morte cui segue una rinascita, un ritorno all'origine.

L'okuyama è equivalente al confine ultimo del mare e superarlo equivale a scalare la montagna. Ci sono stati asceti che hanno scelto volontariamente di raggiungere l'alto mare e lasciarsi annegare nelle profondità degli abissi, dove credevano si trovasse l'entrata del paradiso del buddha di Amida. Il loro suicidio è guidato dalla coscienza di una crisi irreversibile del mondo e la morte simboleggia la speranza che c'è fuori da questo mondo, dove Amida accoglie i fedeli.

I miti giapponesi parlano di un luogo paradisiaco, il tokoyo, al di là dell'orizzonte marino, dove vanno gli spiriti dei morti e regnano gli dei. Durante il rito del tōrōnagashi, per ogni anima si accende una lanterna e la si abbandona alla corrente del mare. Negli abissi si reputa esserci anche il ryugu, il palazzo sottomarino del dio, che spesso nelle fiabe figura come meta del viaggio di un eroe.

Coltivato e incolto

All'interno dello spazio coltivato, si distinguono due zone: ta e no. Ta è la risaia, il fondamento sicuro, l'ordine spaziale; no sono gli spazi aperti, desolati, con le connotazioni di ambienti selvatici pur trovandosi nello spazio ordinato dell'uomo. Ya indica il limite della civiltà.

Anche nel regno dell'uomo esistono zone scure del sacro in cui si aggirano gli spiriti dei morti vendicativi. Esistono anche zone completamente d'ombra, come le abitazioni degli hinin, i non-uomini, simbolo dell'impurità assoluta, che nel periodo Tokugawa non erano nemmeno segnati nelle mappe.

Il gusto per l'asimmetria

La cultura giapponese evita di organizzare simmetricamente gli spazi. La spazialità non è di comprensione immediata e facile, lo spazio è percepito tale quale si trova nei diversi momenti in cui se ne fa esperienza, creato secondo la logica non di chi lo visiterà superficialmente bensì di chi lo vive e conosce dall'interno. Nei villaggi e nelle città tradizionali non esiste una piazza, un luogo di convergenza della vita sociale. Il matsuri è celebrato nel perimetro del tempio e il percorso del corteo non è dritto.

La costituzione della capitale è un atto che ordina lo spazio e il tempo perché stabilisce un unico centro del potere. Heian nacque dal sogno confuciano della città perfetta, seguendo il modello urbanistico della capitale cinese, pianificata quindi con un disegno simmetrico. Il sovrano è un edificatore ma al tempo stesso un distruttore del suo nemico. La pianta della città era rettangolare, così da creare un'automatica divisione gerarchica, una progressione verso il fondo, dove l'autorità si pone naturalmente. Il palazzo del sovrano era imponente, di pietra, in stile cinese, con grandi spazi aperti. A sinistra e a destra della via principale si apriva una griglia geometrica di quartieri. La città era difesa da mura di cinta, che al tempo stesso segnavano le distanze dal mondo contadino.

Questo modello urbanistico di perfezione razionale entrò in crisi già con l'ascesa dei Fujiwara e l'istituzione della carica di imperatore in ritiro. Nelle vicinanze del palazzo imperiale furono costruite le grandi ville dei reggenti imperiali e degli imperatori insei, andando al di fuori dello schema geometrico della città, disperdendo la centralità assoluta dell'imperatore. Il palazzo imperiale, distrutto e ricostruito più volte, smise di essere la residenza dell'imperatore, che si spostò nella villa di uno dei suoi reggenti.

Anche l'architettura buddhista inizialmente cercò di mantenere un ordine perfettamente simmetrico e, davanti ai primi tentativi di diversificazione, il buddhismo Zen cercò di reintrodurre rigore; l'architettura tornò ostinatamente al dinamismo e all'asimmetria. Col tempo l'altezza delle costruzioni si abbassa, palazzi e templi si articolano in più edifici. Cade l'attenzione per i grandi spazi pubblici e si rivolge invece all'interno, si ricerca l'effetto del distanziamento, perché intravedere e desiderare la propria meta ne rafforza la suggestione e il suo raggiungimento presuppone una trasformazione interiore.

Giardini e paradisi

All'interno del tempio, il giardino ha un ruolo fondamentale e la costruzione è disposta in modo da sposarsi armonicamente con esso. Il giardino è un termine mediano fra natura e cultura. È nigi perché luogo di pace, ma anche ara perché riproduce la natura come se fosse incontaminata.

In un giardino la sensazione è quella di essere avvolti dalla natura e perdere progressivamente l'orientamento. Il passo è guidato da un percorso segnato da sassi di torrente e si avverte forte l'idea taoista di non agire contro la natura, immedesimandosi invece in essa. L'influenza shintoista è invece presente nell'invito a percepire gli elementi della natura come forme che possono rivelare l'assoluto. Il paesaggio è un insieme di scorci diversi, finché non vi è una pausa di vuoto. Le zone neutre permettono all'occhio di riposarsi.

Il giardino è una riproduzione del paradiso ed esprime la tentazione di pensare che sia possibile non morire. Il visitatore entra da una porta stretta e trova il cammino sbarrato da un rio, simbolo del fiume degli inferi. Attraversa quindi un ponte di pietre che ricorda l'arco che porta all'aldilà. Può anche esserci un lago a simboleggiare il mare. Un pino isolato ricorda l'albero cosmico, un gruppo di rocce raffigura la montagna sacra ed è il punto focale da cui sgorga una piccola cascata di acqua della purificazione.

Il giardino è una condizione di perfetta aggregazione in cui i monaci meditano o compiono la cerimonia del tè con il loro maestro. La sua serenità però rimanda alla provvisorietà della vita. Le piante producono fiori in ogni stagione e gli alberi sono sempreverdi, così da sottolineare il senso di fissità. Gli stessi concetti sono presenti nei giardini di pietra dei templi zen, in cui non esistono sfarzo né vir...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/17 Filosofie, religioni e storia dell'india e dell'asia centrale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Strangeilary di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle filosofie e delle religioni del Giappone 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Raveri Massimo.
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