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L'economia internazionale del 20° secolo

L'importanza del commercio di lunga distanza è cresciuta rapidamente nel corso del 19° secolo. Il periodo di massima crescita lo si ebbe tra 1840-73, quando il commercio totale aumentò ad un tasso annuo di oltre il 6%. Crebbe rapidamente, con l'emigrazione e gli investimenti esteri, anche il movimento internazionale di persone e di capitali. All'inizio del secolo erano due gli ostacoli maggiori al commercio internazionale; da un lato l'alto costo dei trasporti, soprattutto terrestri, che si cancellò con la ferrovia e i miglioramenti alla navigazione; dall'altro lato i dazi sulle importazioni e le esportazioni, che ritornò tuttavia alla fine del secolo con il ritorno al protezionismo.

La rivoluzione industriale inglese

Fino dagli esordi il successo della rivoluzione industriale inglese fu determinato dalla compresenza di un forte flusso di esportazioni (prodotti tessili, siderurgici, meccanici) e di una politica protezionistica per quello che concerneva i prodotti industriali, ma anche quelli agricoli. Dazi sull'importazione di cereali esistevano fin dal 18° secolo, ma fu con lo sviluppo della rivoluzione industriale e l'approvazione della Corn Laws del 1815 (divenute simbolo del sistema protezionistico inglese, erano leggi sul grano che imponevano dazi sulle importazioni), a seguito di un significativo calo del prezzo del grano, che il sistema cominciò a trovare sempre più aperte opposizioni.

La teoria del vantaggio comparato

Uno dei principali oppositori all'imposizione di tariffe doganali fu David Ricardo (1772-1823), che nel 1817 espresse una delle più importanti teorie sul commercio internazionale, che prenderà il nome di teoria del vantaggio comparato o relativo. Alla base vi era l'idea che i paesi commercino per sfruttare i rispettivi vantaggi comparati e che da ciò derivi un generale incremento della ricchezza e del benessere. I paesi differiscono secondo Ricardo per il livello di produttività del lavoro che in essi si registra: ciascun paese dovrebbe quindi specializzarsi nelle produzioni in cui è maggiormente efficiente; ciò implica però che queste non saranno necessariamente le produzioni in cui è più efficiente di tutti gli altri paesi; è sufficiente essere relativamente più efficienti nella sua produzione che nella produzione di altre merci. Quindi anche un'efficienza relativa permette di trarre dei vantaggi.

La forza lavoro impiegata per produrre una merce non può essere usata per produrre altre merci; la produzione perduta è il costo opportunità della specializzazione. In assenza di scambio commerciali con l'estero un paese deve produrre al proprio interno tutti i beni necessari, mentre in presenza di scambi, conviene che un paese si specializzi sui beni nella cui produzione è relativamente più efficiente, perché così facendo realizzerà il massimo prodotto possibile. Scambiando con l'estero, otterrà così un incremento del livello di benessere complessivo dei cittadini.

Quando due paesi cominciano a commerciare si verifica un aggiustamento dei prezzi, che porterebbe dei vantaggi ad entrambi. Argomentazioni a favore del libero scambio furono avanzate anche da Adam Smith nel 'La ricchezza delle nazioni' del 1776, come conseguenza della sua analisi dei vantaggi derivanti dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro tra le nazioni oltre che tra gli individui.

L'evoluzione delle politiche commerciali britanniche

Il governo britannico aveva iniziato a modificare il proprio atteggiamento protezionistico nel 700 ma lo scoppio della rivoluzione francese e le guerre napoleoniche ne differirono gli sforzi. Nel 1820 venne presentata la prima petizione che invocava il libero commercio internazionale alla Camera dei Comuni, nel 1822 furono ridotti i dazi su alcune materie prime e sui semilavorati; nel 1828 fu approvata la scala mobile dei dazi sul grano (i dazi andavano in linea con i prezzi del grano).

La vera svolta si ebbe dopo le elezioni del 1832, basate su una nuova legge elettorale tendente a ridurre il numero di seggi attribuiti alle contee di campagna in favore delle città. Nello stesso periodo inoltre conquistarono posizioni di preminenza nel partito tory al governo molti uomini giovani il cui obiettivo era modernizzare e semplificare le procedure arcaiche di governo.

La campagna per l'abolizione del protezionismo

Nel 1839 a Manchester, sotto la guida di Richard Cobden, fu fondata l'Anti Corn Law League che avviò una vera e propria campagna pubblica per l'abolizione del protezionismo doganale. Nel 1842 giunsero i primi risultati: il primo ministro conservatore, Robert Peel, varò una riforma che incluse:

  • L'abolizione della scala mobile dei dazi sul grano (1846)
  • La cancellazione dei divieti all'importazione di alcune merci (1849)
  • L'abbassamento generalizzato delle tariffe doganali (1850-1860)

Il progetto di legge per l'abrogazione dei dazi sul grano fu approvato nel 1846, pungolato anche dalla catastrofe della carestia di patate del 1845 in Irlanda. Nel 1849 vengono poi abolite le leggi mercantilistiche come i Navigation Acts. L'aumento degli scambi fu tale che le entrate doganali, nonostante le tariffe vennero ridotte, furono maggiori nel 1860 rispetto al 1842.

Il trattato Cobden-Chevalier

A livello internazionale il passo più importante verso il libero scambio fu il trattato anglo-francese Cobden-Chevalier del 1860. Napoleone III, salito al potere dopo il colpo di stato del 1851, desiderava seguire una politica di amicizia nei confronti della Gran Bretagna (sua alleata durante la guerra di Crimea), per guadagnare rispetto diplomatico e status politico. Inoltre in Francia, sebbene tradizionalmente protezionista, una forte corrente di pensiero, tra cui spiccava Chevalier, sosteneva il liberalismo economico; fu proprio grazie all'amicizia fra Chevalier e Cobden, famoso per l'opposizione alle leggi sul grano, che si riuscì a firmare il trattato.

La Gran Bretagna cancellò i dazi sull'importazione di merci francesi, ad eccezione di vino e brandy (per motivi fiscali); la Francia rinunciò al blocco delle importazioni di prodotti tessili britannici e abbassò i dazi su tutti i prodotti inglesi al di sotto del 30%. In questo modo vengono ridotte le barriere protezionistiche fra Gran Bretagna e Francia; ma c'era anche una clausola importante, quella della nazione più favorita: il trattato prevedeva che nel caso una delle due potenze avesse negoziato un trattato con un terzo paese, la controparte avrebbe automaticamente beneficiato degli ulteriori vantaggi eventualmente accordati a quest'ultimo; grazie a questa clausola e ai trattati seguenti, soprattutto stipulati dalla Francia, la politica libero-scambista si diffuse in Europa. Inoltre ogni qualvolta entrava in vigore un trattato aveva luogo una riduzione generale delle tariffe. L'Europa, negli anni 60-70 arrivò più vicina al completo libero scambio di quanto lo sia mai stata fino a dopo la seconda guerra mondiale.

L'impatto del commercio internazionale

Il commercio internazionale crebbe per diversi anni consecutivi, anche se fu un po' ridimensionato con la guerra civile americana, che provocò una ‘carestia del cotone’ in Europa. Una conseguenza dei trattati, soprattutto in Francia, fu la riorganizzazione dell'industria che favoriva l'efficienza tecnica e aumentava la produttività.

All'inizio del 900 Eli Heckscher e Bertil Ohlin rivedono il modello disegnato da Ricardo: il vantaggio comparato dipenderebbe secondo loro dall'abbondanza relativa dei fattori di produzione, non dai livelli di produttività. Ciascun paese gode di un vantaggio in quei settori che utilizzano il fattore di produzione relativamente più abbondante: se un paese dispone di un elevato quantitativo di capitali, ma possiede una relativamente scarsa manodopera sarà avvantaggiato nell'esportazione di beni ad alta intensità di capitale, come nel caso degli Stati Uniti nel corso dell'800.

Il teorema di Stolper-Samuelson

Studiando gli effetti del commercio internazionale sulla distribuzione del reddito, Paul Samuelson e Wolfgang Stolper nel 1941 derivarono un importante teorema dal modello Heckscher-Ohlin: i prezzi relativi dei fattori sono determinati dai prezzi relativi dei beni prodotti: se ad esempio il rapporto capitale-lavoro di un paese è superiore al rapporto rinvenibile nella dotazione mondiale di risorse (cioè nel paese il lavoro è abbondante) l'apertura al commercio internazionale porterà ad un aumento del prezzo relativo del bene labour-intensive e del fattore lavoro; l'apertura al commercio favorirà dunque il lavoro, mentre danneggerà il capitale che vedrà diminuire la sua remunerazione.

Le conseguenze politiche del commercio

Dal teorema Stolper-Samuelson discendono importanti conseguenze sul piano politico: l'apertura al commercio internazionale favorisce alcuni settori, mentre ne svantaggia altri: nel caso inglese l'esportazione di prodotti a più alta intensità di capitale, come i prodotti industriali, faceva crescere la remunerazione di coloro che li producevano, mentre l'importazione di prodotti agricoli faceva declinare la remunerazione del fattore terra. È ovvio che in questo contesto riproducono tensioni tra i vari fattori produttivi e spinte molto forti in direzione o dell'apertura o della chiusura del mercato nazionale.

La politica commerciale può determinare anche conflitti tra nazioni: i paesi che proteggono la propria agricoltura ostacolando l'importazione di prodotti agricoli danneggiano gli interessi dei paesi dotati di un vantaggio comparato nella produzione agricola. Per questo motivo il protezionismo viene definito ‘gioco a somma zero’; al guadagno di un paese spesso corrisponde la perdita di altri paesi.

Impatto tecnologico e protezionismo

Il commercio internazionale ha un impatto alla crescita economica anche attraverso il cambiamento tecnologico: dato che la conoscenza ha la natura di bene non rivale, mediante la diffusione delle conoscenze tecnologiche il commercio internazionale stimola la crescita. Dall'altro lato però ambienti altamente concorrenziali possono essere associati a una spesa più bassa in R&S perché i vantaggi competitivi dello sviluppo potrebbero venir velocemente erosi dall'imitazione.

L'argomentazione più importante a favore del protezionismo in questo ambito è la teoria dell'industria nascente: la protezione all'industria potrebbe essere giustificabile se apprendimento mediante l'esperienza e economie di scala dinamiche favorissero il progresso tecnico. Con il tempo quindi ci si rese inoltre conto che una certa protezione doganale permetteva di sfruttare le economie di scala: un settore protetto poteva in questo modo acquistare competitività e diventare, in un secondo tempo, concorrenziale sui mercati internazionali.

In particolare il discorso sembrava avere una sua validità nel caso di quelle che vennero chiamate le industrie nascenti: la protezione doganale infatti garantiva anche un periodo di apprendimento alle imprese e quindi il loro progresso tecnico. Spesso però è difficile comprendere quali industrie siano dotate di un effettivo potenziale di crescita e la protezione statale potrebbe avere effetti negativi sulla competitività. I vantaggi derivanti dall'eliminazione della protezione statale in un ambiente di economie di scala sono detti vantati dinamici del commercio internazionale.

L'evoluzione del modello Heckscher-Ohlin

Il modello Heckscher-Ohlin risulta soprattutto valido per il 19° secolo, quando i flussi commerciali erano di natura inter-settoriale: i paesi commerciavano beni prodotti da settori diversi; nel 20° secolo il commercio è divenuto sempre più intra-settoriale, in quanto i paesi esportano beni simili a quelli che importano. Questo accade perché le economie di scala a livello dell'impresa generano concorrenza imperfetta; quanto più ampio è il mercato, tanto più numerose e grandi saranno le imprese che vi operano: l'apertura al commercio internazionale consente di avere beni meno costosi e più differenziati.

Di fatto attualmente gran parte del commercio mondiale riguarda i manufatti: l'elasticità della domanda rispetto al reddito è maggiore per i prodotti industriali che per quelli agricoli. Il modello H-O non ha perso rilevanza, anche perché il commercio tra paesi industrializzati e non è ancora largamente inter-settoriale.

Cicli economici e prezzi

Un'altra conseguenza dell'integrazione dell'economia internazionale provocata da un commercio più libero fu la sincronizzazione della dinamica dei prezzi, che cominciarono ad essere sempre più legati allo stato del commercio: le oscillazioni della domanda diventavano di natura ciclica. Ci sono diversi tipi di cicli: cicli delle scorte di breve durata, 2 anni, oscillazioni di largo respiro concluse da crisi finanziarie seguite da recessioni, 10 anni, e tendenze secolari di lunga durata, 20-40 anni.

In quasi tutti gli stati europei i prezzi raggiunsero il culmine all'inizio del secolo, con la fine delle guerre napoleoniche, per cause reali e monetarie come le esigenze della finanza di guerra, dopo dal 1880 fino a inizio 900 si va verso una progressiva riduzione dei prezzi a livello generalizzato, determinata da innovazioni tecniche, pagamento delle riparazioni di guerra. Nel 1873, un panico finanziario colpì Vienna e NY, provocando una caduta dei prezzi e quella che venne chiamata ‘La Grande Depressione’.

Il protezionismo nel tardo 19° secolo

La caduta dei prezzi, specialmente quelli agricoli, produsse in molti paesi un'inedita alleanza tra i ceti industriali e quelli agrari che riaprì la strada al protezionismo (gli industriali attribuirono la crisi all'accresciuta concorrenza internazionale, mentre gli agricoltori europei si trovavano a fronteggiare per la prima volta una dura concorrenza sui propri mercati). In Germania, gli Junker della Prussia si erano dedicati da tempo all'esportazione di grano in Europa occidentale, un'eccezione alla regola per la quale fino al 1870 non conveniva trasportare grano su lunghe distanze; non appena cominciarono a subire le conseguenze della caduta dei prezzi del grano provocata dalle importazioni americane e russe chiesero però protezione.

Nel 1879 la Germania denunciò gli accordi presi in passato dallo Zollverein con la Francia e le altre nazioni europee e approvò una legge tariffaria restrittiva; la Francia fece altrettanto, prima nel 1881 e poi più decisamente con la cosiddetta tariffa Meline nel 1892 (che conteneva anche diversi elementi condivisi dai sostenitori del libero scambio); anche l'Italia sposò il protezionismo avviando tra il 1887 e 1898 una guerra tariffaria con la Francia. Per ragioni in gran parte politiche l'Italia, nel tornare al protezionismo aveva deciso di discriminare in particolare le importazioni francesi, arrecando un grave danno alla propria economia. Lo stesso discorso può essere fatto per l'Austria-Ungheria, che era rimasta tuttavia sempre legata al protezionismo, la Russia (che non aveva mai aderito ai trattati sul modello Cobden-Chevalier), e gli Stati Uniti, che rimasero uno dei paesi maggiormente protezionisti praticamente fino alla seconda guerra mondiale.

L'eccezione britannica e le innovazioni del periodo

In questo generale ritorno al protezionismo, la nazione più vicina al libero scambio fu la Gran Bretagna, dove i movimenti politici che spingevano al commercio chiuso non riuscirono ad avere successo fino alla prima guerra mondiale (1887, Merchandise Marks Act non ebbe successo). Anche Paesi Bassi, Belgio e Danimarca mantennero una posizione liberoscambista.

Nonostante il diffondersi del protezionismo le innovazioni tecnologiche, finanziarie e giuridiche portarono a un notevole incremento dell'output industriale mondiale e a un conseguente incremento degli scambi commerciali internazionali: tra il 1875 e 1913 la Germania e gli Stati Uniti, le due potenze capitalistiche emergenti, incrementarono rispettivamente di 4 e 5 volte le proprie esportazioni. Negli stessi anni Francia e Inghilterra videro crescere il loro export rispettivamente del 1,8 % e del 2,2 %.

Significativa fu la trasformazione della composizione del commercio, tutta a favore dei prodotti della 2° rivoluzione industriale. Vari elementi sono da tenere in considerazione: l'Inghilterra continuava a commerciare con le colonie e la tecnologia fece sì che i costi del commercio crollassero.

Il commercio internazionale dei fattori produttivi

L'attenzione non va posta solo sul trasferimento di merci: una voce importante del commercio internazionale fu rappresentata dal trasferimento dei fattori produttivi, essenzialmente lavoro e capitale. L'emigrazione avvenne anche entro i confini europei ma la sua dimensione più significativa fu quella transoceanica. Tra il 1820 e 1930 il numero lordo dei migranti si aggirò intorno a 62 milioni, la maggior parte dei quali si trasferì dall'Europa verso l'Asia e l'America, principalmente verso Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile; il 10% verso Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, tutte e tre regioni allora appartenenti all'impero britannico.

Le isole britanniche fornirono il maggior numero di emigranti, principalmente diretti ai dominions britannici. Nel complesso questo fenomeno migratorio ebbe effetti benefici: alleggerì le pressioni demografiche dei paesi europei, allentando la tendenza al ribasso dei salari reali, e fornì ai paesi ricchi di risorse nuova manodopera; inoltre favorì l'integrazione dell'economia internazionale.

Il commercio internazionale dei capitali

Il commercio internazionale dei capitali comprendeva l'esportazione di capitali a breve per finanziare il commercio e l'esportazione di capitali a lungo termine per finanziare gli investimenti produttivi (investimento diretto estero). In generale le risorse disponibili per essere investite all'estero derivarono dal sensazionale aumento della ricchezza provocato dall'applicazione delle nuove tecnologie. Esistono due principali categorie di fondi che possono essere impiegati negli investimenti internazionali: quelli derivanti da una bilancia commerciale favorevole e quelli frutto di esportazioni ‘invisibili’ come servizi di spedizione, dividendi di precedenti investimenti esteri ecc.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sarahls di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano o del prof Lavista Fabio Dario.
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