Storia e teoria del restauro architettonico
Terminologia di base
Il restauro mira a sanare un danno (estetico, strutturale, materico) che incide sulla materia, forma ed immagine. È sempre una triste necessità, perciò è assimilabile a un intervento chirurgico. Esso ha il riuso come mezzo: per garantire il mantenimento in uso dell’edificio si cerca la funzione più compatibile con l’oggetto, cioè quella che l’edificio può accogliere senza grandi stravolgimenti della materia.
Il restauro ha però dei principi alla base quali:
- Il minimo intervento
- La reversibilità (può essere tolto in qualsiasi momento)
- La distinguibilità (parti aggiunte riconoscibili)
- La compatibilità chimico-fisica
- L’autenticità espressiva (riconoscere le parti rispondenti all’epoca in cui si realizza l’intervento)
A differenza del restauro, il recupero di un’opera ha il riuso come fine, perciò spesso viene effettuato senza tener conto del valore e della qualità dell’oggetto: la funzione viene inserita a forza all’interno dell’edificio provocando danni alla materia antica.
Gli interventi di restauro possono però essere evitati se si fanno delle frequenti manutenzioni. Infatti, queste sono serie di piccoli interventi sull’opera che rallentano il naturale disfacimento prodotto dall’azione del tempo e servono a scongiurare l’intervento di restauro; sono perciò paragonabili alla medicina preventiva.
La conservazione di un’opera però si può anche ottenere attraverso la salvaguardia, cioè con interventi che non toccano la materialità dell’oggetto ma sono come delle leggi che devono tutelare un bene senza però toccarlo (es. un provvedimento che limita il traffico nel centro storico è un’azione di tutela).
Il concetto di lacuna nasce quando si parla delle reintegrazioni; infatti, essa si definisce come la mancanza o perdita di parte della materia, che crea un’interruzione del tessuto figurativo. Può essere presente sia nell’arte pittorica, che nella scultura, che nell’architettura e per ognuna di esse si definiscono le modalità di intervento. Cesare Brandi definisce la lacuna come qualcosa che all’interno di un’opera salta subito all’occhio, in quanto parte estranea all’oggetto, e che quindi passa in primo piano; in questo modo l’opera d’arte finisce in secondo piano come retroscena della lacuna. Per evitare questo effetto, bisogna quindi reintegrare le lacune per ricondurre l’opera a un’unità figurativa.
Nel passato si era utilizzata la reintegrazione delle lacune in via mimetica, superata poi con la tecnica della distinguibilità, dove però, utilizzando un materiale diverso, comunque balzava in primo piano la parte mancante che era stata reintegrata. Vengono perciò stabilite delle tecniche per ogni arte:
- Nella scultura si consiglia di ricomporre la parte mancante fisicamente mantenendo il segno dell’attaccatura tra la parte antica e la parte nuova modellata con forme più semplificate.
- Nella pittura è stata ideata da Brandi la tecnica del rigatino, che consiste nel dipingere ad acquerello la parte mancante usando delle righe parallele di colore molto ravvicinate tra loro; da lontano si percepisce così l’unità dell’immagine, ma avvicinandosi si può distinguere la parte nuova da quella antica.
- Nell’architettura De Angelis e D’Ossat definiscono due principali tipologie di reintegrazioni rispetto al paramento murario: in ritiro o risalto e allo stesso filo. La prima tipologia è già di per sé distinguibile dal resto perché si nota la parte in aggetto o rientrata, quindi non sono necessari ulteriori accorgimenti. Invece nella tipologia a filo, bisogna quindi trovare dei criteri di distinguibilità, come una lavorazione della superficie, l’utilizzo di un materiale differente, la realizzazione di un’incisione sul bordo ecc.; queste potevano essere utilizzate sia su superfici intonacate sia su murature di paramenti a vista.
Restauro come architettura sulle preesistenze (prima del 1700)
Prima del restauro modernamente inteso, gli interventi sulle preesistenze erano guidati dalla volontà di adeguare l’opera alle necessità della contemporaneità. Il restauro veniva fatto secondo la maniera del tempo, cioè con lo stile di quell’epoca. La pratica di aggiornare la fabbrica del passato al presente si fondava sulla concezione dell’opera intesa come “opera aperta” capace di accogliere nuovi sviluppi conservativi.
Restauro modernamente inteso (1700)
Nasceva verso la fine del ‘700 e si interveniva sull’edificio non per adeguarlo ma per conservarlo e trasmetterlo al futuro. L’opera veniva vista come chiusa e compiuta, che quindi non doveva essere aggiornata. Questo restauro aveva come primo obiettivo conoscere attentamente l’oggetto per riconoscerne il suo valore storico e artistico e salvaguardarlo.
A volte l’oggetto, per via delle trasformazioni subite nel tempo, non rivelava quelli che erano i suoi valori; perciò era compito dell’intervento di restauro rimettere in evidenza i valori che l’oggetto possedeva. Il restauro poteva riguardare però non solo l’opera ma anche la sua relazione con il contesto (es. se si ampliava una piazza, la percezione dell’edificio presente cambiava). Non mancavano inoltre degli atteggiamenti conservativi, poiché si attribuiva all’opera il valore di reliquia, come se fosse una parte di storia.
Restauro stilistico (1800-1850)
Nuova disciplina, prevalentemente francese, inaugurata da Viollet Le Duc che si basava sul concetto della ricomposizione stilistica. L’architetto era studioso e appassionato dell’architettura gotica, dove la forma era dettata dalla struttura; studiava quindi l’architettura del passato per riprodurla nei materiali, nelle tecniche costruttive e nella forma, fedele allo stile gotico del passato. L’obiettivo di questo restauro era l’unità di stile, cioè portare gli edifici a una compiutezza che però spesso non era mai esistita; infatti, essendo lunghi i tempi di costruzione di un e...
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