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Storia dell’Europa orientale

Politiche demografiche e familiari nell’Europa orientale socialista della II metà del Novecento, con

attenzione alla questione del controllo delle nascite e dell’aborto.

Esempi politiche demografiche: politiche del figlio unico in Cina, volte a limitare la capacità riproduttiva /

promozione delle riproduzione, tramite incentivi pronatalisti. Discriminazione fiscale nei confronti dei

single, delle persone senza figli. Regolamentazione del settore della contraccezione.

Metodi di orientamento dei comportamenti della collettività.

Politiche demografiche: categoria ampia, che include in sé le politiche riproduttive.

È esistita una mentalità socialista legata all’interruzione di gravidanza?

> teorie e pratiche eugenetiche in Unione Sovietica e nell’Europa centro-orientale e sudorientale tra le due

guerre mondiali;

> politiche pronataliste nell’Est europeo novecentesco;

> criminalizzazione/legalizzazione dell’aborto in Urss e negli altri paesi socialisti est-europei;

> comparazione tra i paesi socialisti est-europei.

In Italia, la legalizzazione dell’aborto risale agli anni ’70.

In Polonia, recente trend politico antiabortista. Anche nella Russia putiniana vi è un trend analogo. La moglie

di Med’vedev, Svetlana, ha abbracciato un movimento pro-life, organizzando eventi e manifestazioni

pubbliche. Questi movimenti si presentano come neo-tradizionalisti, rivolti al ruolo uomo-donna nella

famiglia e nella società e al modo opportuno in cui i corpi vanno gestiti (biopolitica).

Movimento globale pro-family. Es.: XIII Congresso Mondiale delle Famiglie del 2019 a Verona.

Politiche riproduttive nell’Europa del XX secolo

Children by Choice th

Intro by Theresia Theuke: Changing values, reproduction and family planning in the 20 century

Com’è cambiato il discorso attorno alla famiglia e alla riproduzione nel ventesimo secolo e se tale

cambiamento può aver innescato mutamento di un sistema di valori, ergo un mutamento consistente e a

lungo termine.

Negotiation processes for reproduction and family planning.

XX secolo: anni ’20 preservativo, anni ’60 pillola, anni ’70 fecondazione in vitro, legalizzazione aborto

⮚ Separazione di sessualità e riproduzione

⮚ Possibilità di maggiore ed esatto “family planning” > children can not only be begotten and

planned but also “made” [p.7]

⮚ Impatto sullo sviluppo demografico

⮚ Mutamento di valori e norme

⮚ Problemi etici:

- diritto alla vita dell’embrione/feto

VS

- il diritto di scelta individuale della donna

In questo contesto, è dibattuta la questione della legalizzazione dell’aborto. La lotta per questo diritto venne

portata avanti con veemenza e innescò cambiamenti molto significativi nelle norme sociali a breve termine e

nei valori a lungo termine.

Religion – Law – Medicine - Chiesa – Stato – Scienza - Women’s movements → Attori principali.

XX secolo, soprattutto sotto i regimi totalitari: forte tendenza dello Stato ad intervenire nella sfera della vita

privata, attraverso politiche demografiche e riproduttive.

È necessario ed utile esaminare l’influenza dei medici e degli attori del campo della scienza sulle politiche

riproduttive, il contesto statale e legislativo con riferimento al family planning, nonché i discorsi pubblici,

emersi in articoli, sondaggi e dibattiti politici.

Due fazioni contrapposte: Chiesa cattolica – Women’s movements

Le comparazioni tra Stati cattolici ha messo in luce l’esistenza di grandi differenze anche tra Stati che

1

condividono una morale o strutture comuni. [p.16]

La letteratura scientifica è solitamente parziale e analizza cambiamenti a breve termine in una prospettiva

temporale e geografica limitata.

La letteratura esistente considera cambiamenti di mentalità e giudizio riguardo all’uso dei mezzi medici che

contribuiscono al family planning, senza fare esplicito riferimento ad un cambiamento nel sistema di valori.

Obiettivo d’indagine dell’antologia:

⮚ sviluppi storici nel “family planning and reproduction” con focus su pratiche sociali, cornice

istituzionale e i discorsi, messe in relazione l’una con l’altra e legate alle generali trasformazioni

sociali, politiche, culturali ed economiche

⮚ analisi di ampio respiro sul piano geografico e temporale. Time span: dai congressi sull’eugenetica

degli anni ’20 e ’30 alla legalizzazione dell’aborto (anni ’50 negli Stati orientali, anni ’70 in

Occidente); considerazioni sui discorsi sull’educazione sessuale, la contraccezione, family planning

e aborto negli anni ’80-’90.

Emergono due dimensioni:

- pratica/comportamento (es.: com’era il nucleo familiare, si considerano concretamente le

pratiche riproduttive)

- immaginario/discorsi o percezioni (es.: come sono concepiti i ruoli di genere) > valori

Insieme a queste due dimensioni, è da considerare l’influenza delle istituzioni.

La pratica è favorita o meno dai valori attribuiti a determinati comportamenti (es.: l’astinenza sessuale

è sacra).

URSS interbellica

Wendy Goldman, Women, Abortion and the State, 1917-36

Novembre 1920: il Commissariato di Salute e Giustizia legalizza l’aborto gratuito in ospedale, in

seguito ad una lettera di un lavoratore di fabbrica in cui denunciava che il 15/20% delle donne che vi

lavoravano eseguivano la pratica illegalmente e con mezzi domestici.

L’Urss diventa il primo paese al mondo a legalizzare l’aborto.

Venne riconosciuto che la repressione non era un deterrente.

[Accento del testo sulla percezione dell’aborto → ] Non si arrivò mai a riconoscere l’aborto come un diritto,

bensì come un male minore rispetto a quello illegale, nonché come una necessità dovuta alla povertà, che

non avrebbe avuto più ragione d’esistere nel momento in cui il benessere sociale fosse aumentato. Il decreto

di legalizzazione era comunque fortemente influenzato dalla dominante concezione patriarcale della

maternità, non si tenevano in conto le limitazioni che un figlio avrebbe posto alla libertà individuale della

donna, anche in presenza di condizioni prospere. Anche Aleksandra Kollontai, nonostante l’orientamento

femminista, affermò che la gravidanza non fosse una questione privata, bensì un obbligo sociale.

Confliggono i due mondi di maternità come scelta e maternità come funzione sociale.

Giugno 1936: l’aborto viene reso illegale e criminalizzato, poiché si pensa che gli standard di vita siano

migliorati e non sussista più tale necessità. Chi avesse svolto l’operazione, sarebbe stato condannato ad un

es.: studio dell’introduzione della pillola in Spagna e Polonia, Agata Ignaciuk

1

minimo di due anni di prigione, mentre le donne che la ricevevano venivano multate. In concomitanza, sono

promosse politiche nataliste, per esempio incentivi alle nuove mamme e a chi aveva molti figli,

l’aumento di cliniche per la maternità e istituzioni di assistenza per bambini. Si tratta di una parte di

una più vasta campagna a favore della “responsabilità familiare”. In aggiunta, infatti, si rende il divorzio più

difficoltoso e vengono aumentate le sanzioni penali per gli uomini che rifiutavano di pagare gli

alimenti.

Gli storici adducono come cause il crollo delle nascite, o gli attacchi stalinisti agli ideali degli anni ’20.

Contraccezione negli anni ’20-’30: ai vertici il problema non era affrontato, nemmeno da donne capo di

partito come Nadezda Krupskaja o Kollontai. La maggior parte delle donne non avevano accesso ai

contraccettivi; molte praticavano coitus interruptus o altri rimedi, come lavarsi con l’acqua o l’aceto dopo il

rapporto. L’aborto restava comunque il secondo anticoncezionale più diffuso dopo il coito interrotto.

Verso la metà degli anni ’20, sono i medici a schierarsi a favore della contraccezione per ridurre la sempre

più diffusa pratica dell’aborto. Molti consideravano la contraccezione un male, ma comunque un male

minore dell’aborto. [OMM: Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia.]

Le donne a presentarsi nelle cliniche per abortire sono talmente tante che viene stabilita dallo Stato

una lista di priorità. Precedenza assoluta l’avevano le donne single e disoccupate; mentre le donne

lavoratrici avevano priorità maggiore rispetto ad ogni altro gruppo sociale. La lista di priorità era

formulata secondo una gerarchia di classe e vulnerabilità sociale, rispecchiando l’idea che fossero

soprattutto la disoccupazione e la povertà a causare la necessità di un aborto. Osservando le statistiche,

però, si può notare come, non fosse la disoccupazione il fattore principale a spingere le donne ad abortire e

fossero invece le donne lavoratrici quelle che ricorrevano in maggior numero a questa pratica (*). Allo stesso

modo, l’84% delle donne nelle cliniche non erano single, bensì “rispettabilmente sposate”. Il “modello” di

donna che si presentava nelle cliniche non era una giovane ragazza, single e disoccupata, coinvolta in

sesso casuale, bensì una donna tra i 20 e i 30 anni, sposata e solitamente già madre di almeno un figlio.

Ciò è totalmente opposto rispetto all’idea che le Commissioni avevano dell’aborto, come misura

estrema e temporanea.

L’operazione era particolarmente dolorosa e svolta senza anestetico, come deterrente.

L’aborto legale rimase una pratica urbana. L’assistenza sanitaria era generalmente molto scarsa, soprattutto

nelle campagne. L’85% delle donne viveva nelle campagne, ma l’85% degli aborti veniva praticato nelle

città: oltre ad avere un maggior accesso all’aborto, le donne nelle città erano più desiderose di limitare la

propria fertilità ed, anzi, erano incoraggiate a ridurre l’ampiezza del nucleo familiare. In linea di massima, la

natalità crollava dopo il trasferimento dalla campagna alla città: in città il più vasto gruppo di donne che

ricevevano l’aborto avevano famiglie piccole (uno/due bambini), mentre nelle campagne ricorrevano

all’aborto, per la maggior parte, donne con almeno tre o più bambini. (*) Un ruolo estremamente rilevante

era svolto dal passaggio al lavoro salariato.

Tanto nelle città quanto nelle campagne, il 57% delle donne adducevano la povertà come motivo

principale per abortire. La situazione abitativa nelle città era estremamente complessa e peggiorò negli

anni del primo piano quinquennale, quando ogni persona aveva diritto solamente ad una stanza di 4.6 metri

quadri. Inoltre, nelle case anche l’igiene era molto scarsa, spesso mancavano i bagni e l’acqua corrente. Non

diversa era la situazione nelle campagne, devastate dalle carestie degli anni ’20. Tanto nelle campagne,

quanto nelle città scarseggiavano cibo, abiti e pannolini.

Il secondo motivo citato come giustificazione dell’aborto - nelle campagne con percentuale leggermente più

alta – era la malattia.

Una differenza cruciale tra la campagna e la città era l’attitudine nei confronti dell’illegittimità.

In città, meno dell’1% desiderava nascondere la gravidanza, mentre nelle campagne la percentuale

aumentava considerevolmente. Nelle campagne, molte donne ricorrevano all’aborto per paura, vergogna, a

causa dei genitori e dell’opinione pubblica. Avere un figlio illegittimo avrebbe rovinato la reputazione di una

persona, aumentato il suo rischio di essere buttata fuori di casa dal padre e di non sposarsi.

Molti ricercatori sul tema hanno individuato come motivazioni anche l’instabilità familiare, le unioni a breve

termine e l’incertezza del domani. Negli anni ’20 e nei primi anni ’30 il divorzio era estremamente facile da

ottenere e il numero di divorzi nelle città era eccezionalmente alto. Inoltre, la rivoluzione aveva creato più

possibilità di lavoro e studio, ampliando gli orizzonti e le possibilità anche per le donne, che di conseguenza

modificavano la propria attitudine nei confronti della gravidanza.

Anche dopo la legalizzazione dell’aborto, molte donne si rivolgevano alle babki o ad altre figure per

praticare l’aborto illegale. Le ragioni variavano dalla volontà di evitare il dolore della procedura in ospedale,

o di tenere la gravidanza nascosta, dall’impossibilità di viaggiare fino alle cliniche, dal fatto di essere state

rifiutate dalla commissione o semplicemente di fidarsi maggiormente dei metodi tradizionali della babki

e delle levatrici rispetto a quelli moderni dei dottori.

Si trattava spesso di un circolo vizioso: le donne che venivano ricoverate per le conseguenze dell’aborto

illegale occupavano posti letto che potevano essere destinati a donne che volevano ricevere l’aborto legale,

che pertanto venivano rifiutate dalla commissione e dovevano ricorrere all’illegalità della pratica.

Chiaramente è possibile risalire a una percentuale di aborti illegali, solamente basandosi su quante donne si

presentavano poi in ospedale, a causa delle conseguenze dell’operazione. Ad ogni modo, anche considerando

tale mancanza di dati, il numero di aborti illegali nei primi anni ’20 nelle campagne superava quello dei

legali. La percentuale si abbassa nei tardi anni ’20.

Verso la fine degli anni ’20, aumenta il numero di dottori e ricercatori preoccupati per l’elevato numero di

aborti, sia per le conseguenze che colpivano le pazienti stesse, sia per il crollo demografico derivato: il

numero degli aborti aveva superato quello delle nascite in molte aree del paese.

Nel 1936, si pensò che il crollo demografico potesse essere arrestato solamente criminalizzando l’aborto,

senza tenere conto di essenziali fattori sociali dell’epoca - come per esempio le conseguenze di

collettivizzazione, industrializzazione e inurbamento, nonché delle nuove possibilità sorte dopo la

rivoluzione – e abbandonando l’idea, fino ad allora presente, che la repressione fosse inutile in quanto non

deterrente.

La nuova legge portò subito ad un incremento delle nascite, che durò però solo pochi anni. Nel 1938

ricominciò a calare nuovamente e nel 1940 era tornato allo stesso livello del 1935, prima della

criminalizzazione dell’aborto.

La repressione, a lungo termine, si rivelò un fallimento: l’aborto legale era solamente un metodo

anticoncezionale. Nonostante gli attacchi di Stalin contro la libertà riproduttiva, la nuova coscienza della

donna era contraria a ritornare alla famiglia patriarcale e al sostegno dell’enfasi sulla funzione sociale della

riproduzione.

URSS durante la Guerra Fredda

Hilevych, Sato, Popular Medical Discourses on Birth Control in the Soviet Union during the Cold War:

Shifting Responsibilities and Relational Values

Analisi basata su articoli del giornale sovietico mensile “Zdorov’e”, pubblicato per la prima volta nel

1955, anno della ri-legalizzazione dell’aborto. Era redatto da funzionari statali ed unica fonte disponibile di

consigli professionali sulla contraccezione fino agli anni ‘80. Era un mezzo per modellare e controllare

l’atteggiamento degli individui, mediante il quale informarli su quali valori e comportamenti sessuali e

riproduttivi fossero da adottare. È importante notare che gli autori fossero ginecologi o dottori uomini,

nonostante la maggior parte dei dottori fossero donne.

Si prende in considerazione l’arco temporale che va dal 1955 al 1975, esaminando i ruoli e le responsabilità

assegnati a diversi attori sociali - medici, uomini e donne – nonché l’evoluzione dei discorsi medici attorno

alla medicalizzazione della contraccezione.

Quale conoscenza, soprattutto riguardante la contraccezione, era pubblica ed accessibile e quale no?

Quali responsabilità erano affidate ai diversi attori (autorità mediche, uomini e donne)?

Come la Guerra Fredda ha influenzato i cambiamenti nei discorsi sovietici sulla contraccezione?

L’aborto tornò legale in URSS nel 1955, quando in Occidente si fecero i primi test sulla pillola. Nel decennio

successivo, il dibattito “aborto versus pillola” fu fondamentale su entrambi i fronti della Cortina di Ferro.

In Occidente, la pillola era uno strumento per combattere la legalizzazione dell’aborto, mentre in Oriente con

la ri-legalizzazione dell’aborto, la pillola non diventò un metodo contraccettivo negli anni ’60 e ’70. In

URSS era importante che la contraccezione fosse al contempo efficace e facilmente controllabile dallo

Stato: l’aborto e gli IUDs – introdotti negli anni ’70 - concedevano ai dottori una maggiore supervisione

sulle donne rispetto alla pillola. Le politiche dello Stato sovietico possono considerarsi progressiste, se

comparate con il contesto internazionale, ma alcuni studiosi affermano che si sia trattato più che altro di un

modo per garantire un maggiore controllo sul corpo delle donne attraverso l’istituzionalizzazione delle

pratiche riproduttive.

È importante notare che, mentre ufficialmente si rifiutavano metodi di contraccezione ormonale, essi erano

importanti da Paesi limitrofi, come la Polonia o l’Ungheria, per curare l’infertilità e la menopausa. Inoltre,

nonostante la legge del 1955, si iniziò una campagna anti-aborto, nonché politiche demografiche

pro-nataliste. Il periodo della destalinizzazione vede una generale riduzione delle politiche repressive e un

ritorno ai valori comunisti originali, tra cui l’equità di genere. Durante la Guerra Fredda, però, l’URSS

registrò un declino demografico, minaccia all’ideologia comunista. Nonostante la reintroduzione dell’aborto,

si fece essenziale il lavoro produttivo e riproduttivo delle donne e si continu&ograv

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/03 Storia dell'europa orientale

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