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VIRGILIO (70 a.C, Mantova - 19 a.C, Brindisi)

Nato in una famiglia mediamente agiata, mandato a Roma per intraprendere la carriera forense, alla

quale non si dedicherà mai, dedicandosi all’attività poetica.

Compone una prima raccolta di 10 carmi, le Bucoliche, esempio di poesia pastorale, che avrà un

successo enorme e propizia l’ingresso di Virgilio nel circolo di Mecenate, istituito sotto il triumvirato

di Ottaviano (figlio adottivo di Cesare), Marco Antonio e Lepido; Ottaviano, a partire dagli anni 30,

mette in campo un’ambiziosa strategia di politica culturale, raccogliendo attorno a sé intellettuali di

spicco che accettassero di mettere al suo servizio la propria ars.

Gaio Cilnio Mecenate non ricopre alcuna funzione pubblica, ma in quanto amico e collaboratore di

Ottaviano assume il compito di raccogliere il gruppo di intellettuali attorno a lui.

Nel 36 a.C entra a far parte del circolo Orazio, che disse di esservi stato introdotto dallo stesso

Viriglio, cosa che testimonia che all’epoca lui ne faceva già parte. Quando scrive le Georgiche (29

a.C), opera di carattere contadino, la dedica a Mecenate. La divisione del controllo fra Occidente di

Ottaviano e Oriente di Marco Antonio si trasforma ben presto in guerra: nel 31 a.C avvenne la

battaglia di Azio, con la sconfitta di Marco Antonio e la conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano: ha

inizio il lento e meticoloso processo di trasformazione di Roma da Repubblica a Impero.

L’Eneide, poema encomiastico commissionato da Ottaviano, è una delle opere più influenti, in quanto

di presenza ininterrotta nella storia della letteratura di tutti i tempi, con la fortuna di essere diventato

oggetto di studio quando era ancora in vita. Opera alla quale lavorerà per 10 anni, e incompiuta al

momento della sua morte, non sarebbe dovuta stata essere diffusa in quanto non perfezionata per

volere del poeta, che aveva supplicato venisse bruciata; Ottaviano ne ha però ordinato la

pubblicazione. Il suo intento non fu probabilmente quello di celebrazione dell’ars poetica virgiliana, il

suo interesse era rivolto piuttosto nel suo contenuto.

In Omero, da cui si trae la figura di Enea, si dice che fosse un eroe destinato a salvarsi, elemento

decisivo per la costruzione del mito relativo: secondo alcuni poeti Enea arriva in Macedonia e in

Tracia, o in Grecia o in Sicilia. Ad un certo momento, di difficile precisazione, si viene a creare una

connessione tra i viaggi di Enea e il mito delle origini di Roma: i Romani avevano elaborato un loro

mito delle origini (quello di Romolo e Remo, figli del dio Marte e di una sacerdotessa), decidendo di

legarlo alle vicende di Enea come capostipite della stirpe dei due fratelli.

Enea è considerato capostipite di una specifica famiglia romana, quella dei Giulii: le famiglie spesso

rivendicavano origini semidivine (cosa che si ritrova nella dinastia dei Fabii, che si dicevano

discendenti di Ercole).

In quanto figlio di Cesare e membro della Gens Iulia, Ottaviano era direttamente discendente da

Enea: scrivere un’opera su di lui significa scrivere sul capostipite dei Romani e direttamente del

principe regnante; ponendolo al centro della sua opera, Virgilio stava rendendo omaggio alla famiglia

di Ottaviano, da qui la necessità di mantenere l’opera, seppur incompleta.

L’opera è divisa in 12 libri, i primi 6 sono quelli del viaggio, i secondi 6 parlano della guerra che

Enea deve sostenere per avere il diritto di stanziarsi nel Lazio. Si apre col racconto di una tempesta

che impervia nel canale di Sicilia e fa naufragare la sua nave: Venere, sotto le mentite spoglie di una

cacciatrice, si presenta al figlio dicendogli che si trovano in Africa e che dei profughi Fenici guidati da

Didone stanno costruendo una città e potranno ospitarli fino alla ricostruzione della flotta. 1

LIBRO 1

Enea arriva nel punto in cui è in corso la costruzione di Cartagine, ma Venere teme i Fenici in quanto

“bilingue”, popolazione notoriamente inaffidabile, e in quanto dea del desiderio fa innamorare

follemente Didone di Enea col più classico degli stratagemmi, quello della freccia di Cupido, che è

sotto le mentite spoglie del bambino Ascanio che Enea porta con sé.

Didone, aderente al modello della matrona romana e donna unìvira, aveva giurato fedeltà eterna a

Sicheo, ma la forza della passione scatenata in lei da Venere, rompe il giuramento.

Il libro secondo e terzo sono un’analessi (fashback) in cui lui, in un dopo-cena, si racconta a partire

dall’ultima notte di Troia.

Nel IV LIBRO si chiude l’analessi. Protagonista assoluta è Didone nella sua devastante passione. Il

racconto occupa tutto il libro fin dal primo verso. La storia avrà esito tragico perché Enea si rimetterà

in mare e Didone si ucciderà, non senza aver scagliato una maledizione su Enea e i suoi discendenti:

il racconto è anche -ma non solo- eziologico, e serve a spiegare l’insanabile ostilità fra Roma e

Cartagine (dimostrata dalle Guerre Puniche). Il quarto libro è interamente dedicato alla figura di

Didone fin dal primo verso.

Virgilio, Eneide, 4, 1-5, 54-89

[i versi omessi dal 6 al 15 sono quelli citati nella matrona di Efeso]

Censimento del lessico virgiliano: il lessico usato usa tre campi semantici/metaforici

Saucia, vulnus (piaga, ferita): già nel primo verso l'amore viene metaforizzato come una lesione dell’integrità

individuale, così come una ferita rappresenta una lesione dell’integrità fisica.

Ignis, flammavit, flamma (fuoco, fiamma): i termini alludono all’immagine del fuoco, non utilizzato per

alludere alla luce e al calore, ma in senso distruttivo, non è evocato come simbolo di luce, ma come qualcosa

che distrugge e divora

Furentem: il terzo campo metaforico è la follia, il furor rappresenta la follia nella sua forma più grave, che

impedisce di intendere e volere in maniera permanente, a chi era in preda al furor veniva impedito di usare i

propri beni, il proprio patrimonio per non dissiparlo, il furor demolisce le capacità della ragione e trasforma

l’individuo. La passione di cui è preda non viene presentata come esperienza esaltante (quando Anna dice

"amore placido", sembrerebbe alludere a un’immagine consolante dell’amore, ma non sono questi i termini

con cui la descrive Virgilio, la passione è distruttiva).

Cura (angoscia, affanno): ci sono termini che non si possono considerare metafore ma vanno in questa

direzione, come cura, (angoscia che impedisce i ritmi ordinari della vita, al verso 5 dice che non concede a

Didone il riposo, è l’immagine di un sentimento così invasivo da impedire il normale svolgimento della vita)

Caeco, tacitum (cieco, tacito): Tutto questo avviene all’inizio in maniera invisibile dall’esterno, è qualcosa che

non si vede e sente (cieco in latino ha anche significato passivo, di qualcuno che non si può vedere, tacito che

non parla, non ha voce, è una guerra interiore, che si gioca nelle midolla di Didone)

Midolla in latino indica l’interiorità dell’individuo, se la fiamma divora le midolla, le fiamme consumano l’animo,

il cuore. similitudine

Virgilio poi ricorre a una forma espressiva tipica della poesia epica, la : per esprimere lo stato

psicologico di Didone, la paragona a una cerva ferita. 2

68 Brucia (ritorna la fiamma) l’infelice Didone e vaga per tutta la città come una cerva dopo che è stata

scagliata una freccia (ferita da una freccia) che da lontano incauta, senza che lei stesse in guardia tra i boschi

cretesi, un pastore colpì inseguendola con le armi e inconsapevole (il pastore) ha lasciato l’arma da lancio

(volante): quella (la cerva) in fuga attraversa le foreste e le balze cretesi (aggettivo dicteos deriva da isola di

creta) la canna/freccia letale sta attaccata al fianco

Virgilio usa freccia letale: preannuncia che alla fine la cerca come Didone morirà.

Immagine della cerva è efficace perché riprende l’immagine dell’amore come di una piaga, metafora della

ferita, Didone è una cerva colpita da una freccia, ma la cerva non muore subito, continua a correre per

allontanarsi dal pericolo nella speranza che muovendo il corpo la freccia cada, ma invece muore le sta

attaccata al fianco, il movimento del corpo non è sufficiente, la punta è troppo in profondità. L’immagine torna

bene con Didone che gira tutta la città, anche lei vuole liberarsi di questa passione e questo movimento

inconsulto (agitarsi, passare da un rito all altro) sembra la metafora del tentativo di venir fuori da questa

situazione dolorosa

79 Ora conduce con sé Enea attraverso le mura (lungo il perimetro delle mura) e gli mostra le ricchezze

fenicie e la città conclusa, comincia a parlare e si paralizza a metà del discorso. Ora quando il giorno finisce

cerca gli stessi banchetti e folle chiede di ascoltare di nuovo i travagli di Troia e di nuovo pende dalle labbra

del narratore.

Didone ormai ha consacrato la sua giornata all’ospite troiano, lo porta in giro a vedere la città, gli edifici

76 ancora l’amore viene percepito come qualcosa che interferisce con le funzioni più banali della vita, Didone

non riesce più a parlare come nel quinto verso non poteva dormire

77-79 Didone sembra preda di una coazione a ripetere: ha già sentito dell’ultima notte di Troia, c’è già stato il

banchetto, ma la vuole ascoltare di nuovo, vuole ripercorrere continuamente ciò che è accaduto per non fare

cessare mai il dialogo con l’uomo che ama, c’è una ciclicità nel suo comportamento e anche questa è un

forma di follia. L’amore si manifesta con ossessiva ripetizione degli stessi comportamenti per ricreare le

situazioni comunicative passate, infatti Virgilio utilizza demens, sinonimo di furens (qualcuno che è fuori dalla

propria mente de mens).

Virgilio fa una sintomatologia della passione (racconta tutti i sintomi della malattia amore).

80 Poi quando si sono separati (Enea e Didone) e la luna oscurandosi schiaccia a sua volta la (propria) luce e

le stelle tramontando (la luna e le stelle tramontano) inducono al sonno, da sola (Didone) si angoscia nella

casa vuota e si stende su un letto abbandonato.

Lontana sente e vede lui lontano o trattiene in grembo Ascanio, catturata dalla somiglianza del padre (rivede

in lui Enea). Se possa dissimulare/ingannare l’amore inconfessabile

Dopo che Enea e Didone si sono separati, a tarda notte quando le stelle hanno quasi compiuto il loro giro

intorno al cielo, Didone rimane sveglia nella casa vuota. Le stelle attraversano il cielo come tutte le notti, la

natura segue il normale corso tranquillo, non è complice, a questo contrasta Didone che si tormenta

Domo vacua: casa vuota non vuole dare un’informazione tecnica (Didone è vedova quindi in casa non

c’è nessuno) ma indica che Didone si accorge ora per la prima volta di quanto sia vuota, solo ora

percepisce la solitudine da cui è circondata, un tratto tipico dello stile di Virgilio è quello di guardare con

gli occhi del personaggio che è al centro dell’azione, Virgilio non dà informazioni neutre. Quest’idea di

solitudine viene ribadita altre due volte da Didone sola e letto abbandonato

Virgilio aggiunge un altro aspetto del deragliamento dei sensi: Didone è preda a un’allucinazione

sensoriale che la fa continuare a sentire l’eco della voce di Enea, a vederlo, ad averlo in mente

nonostante lui sia lontano, questo rientra nel quadro di come l’amore interferisca con il normale

svolgimento della vita, Didone non riesce a dormire, a parlare, ed è preda di una continua allucinazione

3

Infandum: il suo è un amore che non riesce e non vuole ammettere neanche a se stessa, infatti in

Didone c’è ancora un tentativo di dissimulare e mentire anche a se stessa, si convince che è il bambino

che lei ama, ed essendo l’amore per un bambino non può essere negativo (lei ama Ascanio perché ci

rivede Enea)

Nei versi successivi lo sguardo di Virgilio si sposta sulla città in costruzione che appare interrotta.

86 Le torri iniziate non sorgono, la gioventù non si esercita nelle armi o prepara i porti o le difese sicure

per la guerra: sono sospese le opere interrotte e i grandi merli delle mura e la macchina uguale al cielo

(alta fino al cielo)

L’immagine è quella di un’opera di costruzione della nuova città che si interrompe quasi come se ci fosse

stato un incantesimo che lascia tutto com’è, questo aggiunge un nuovo elemento al quadro

sintomatologico: Didone non è una donna qualsiasi (che quindi può abbandonarsi alla passione d’amore

pagandone da sola le conseguenze), ha una responsabilità pubblica, è la regina della sua città e

dovrebbe organizzarne la costruzione, e il fatto che ormai sia totalmente presa dal sentimento, non ha un

effetto distruttivo solo su di lei, ma è qualcosa che ha conseguenze anche sul suo ruolo pubblico, la

regina non è più in grado di assolvere alla sua funzione, l’amore è un sentimento che, oltre a distruggere,

distoglie l’individuo dal compimento dei suoi doveri, è una paralisi che ha bloccato la città mentre la

regina segue il suo sogno d’amore, e questo è anche il caso di Enea (lui sta andando nel Lazio perché gli

dei gli hanno affidato il compito di creare lì una nuova città per gli dei tutelari di troia che Enea ha portato

con sé, ma ora è bloccato a Cartagine).

90 Non appena la cara sposa di Giove (Giunone) si accorse che lei (Didone) era presa da una tale

peste/malattia e che la Fama non si opponeva alla follia, la Saturnia si rivolge a Venere con tali parole

Gli ultimi tre versi ricordano che nella poesia epica le vicende avvengono sempre a un livello terrestre e

celeste, perché gli dei non sono spettatori neutrali ma partecipi degli eventi.

Peste: qui torna un termine chiave, furor, che viene introdotto pestis che in latino indica qualsiasi malattia

distruttiva di massa, quindi il sentimento di Didone si accresce di un altro campo metaforico, quello della

malattia.

Fama: la fama non faceva ostacolo alla follia indica che la preoccupazione per la sua reputazione non

era così forte da spingerla a difendere la propria immagine e prestigio.

Tutti questi versi sono una sorta di sintomatologia dell’amore per come lo prova una donna, infatti sui

sentimenti di Enea Virgilio è più reticente, questa passione si presenta sotto una luce negativa da molti

punti di vista:

- Per l’integrità psicologica preda di una condizione definita follia.

- È una condizione che altera lo svolgimento delle funzioni fisiche come parlare e dormire,

camminare (lei vaga non cammina).

- La passione ha ripercussioni anche sul suo statuto pubblico, una regina che non svolge il suo

compito.

Quarto libro: dialogo tra Didone ed Enea

Cosa succede prima: la storia d’amore ha avuto il suo compimento, durante una battuta di caccia

Giunone fa scoppiare una tempesta, le squadre di cacciatori si disperdono, Enea e Didone si trovano

nella stessa grotta in cui fanno l’amore. Qui inizia una situazione non bene definita, Didone lo chiama

matrimonio e con questo nome cerca di celare la propria colpa, ma di fatto è solo una relazione in cui

Enea diventa una sorta di principe consorte, non è il re ma svolge il ruolo di compagno della regina

presiedendo ai lavori di costruzione della città. 4

Ancora una volta nella vicenda umana sono intervenuti gli dèi, è Giove stesso a mobilitarsi inviando il

messaggero degli dei Mercurio/Ermes con il compito di ordinare ad Enea di mettersi nuovamente in

mare. Mercurio gli dice che sta sprecando il proprio tempo in una terra che non è quella che il destino gli

ha assegnato. per la prima volta Enea apre gli occhi e capisce di essere in una situazione non inerente

al proprio destino, decide di partire, ma non dice niente a Didone, prende tempo, la relazione infatti è

durata tutto l’inverno, perché Enea sa che quando che si presenterà davanti alla donna che lo ama, le

sue parole la distruggeranno.

Enea probabilmente si lascia amare ma non la ama, Virgilio non si esprime in merito: l’amore per Didone

rappresenta più una tentazione di ritrovare casa a Cartagine, mentre l’Italia è una meta che resta

irraggiungibile. Virgilio non poteva parlare di un eroe che vive esperienze analoghe di Didone, di una

donna, con l’idea che i romani hanno delle donne, l’immagine di Dione è compatibile, mentre per un

eroe, qualcuno che si immola per qualcosa che percepisce come doveroso, non lo è.

Enea sa che dovrà comunicare la situazione, infatti ordina ai compagni di organizzare la flotta di

nascosto, mentre lui cercherà il momento per parlare a Didone e qui inizia il testo.

Nessuno può ingannare una donna innamorata: l’amore è un potenziamento dei sentimenti, rende la

percezione dei sentimenti dell’amante più acuta, infatti Didone avverte che qualcosa è cambiato.

Fama: personificazione delle voci che corrono di cui non si individua un autore ma sono nell’aria, Virgilio

ne fa una sorta di divinità, la fama che porta in giro le notizie fa scoprire a Didone che la flotta si sta

preparando.

Virgilio paragona Didone a una baccante: donne che celebravano il culto di Bacco in stato di ebbrezza

essendo bacco il dio della vite e del vino, è una condizione di perdita del controllo di se, i riti erano

caratterizzati dalla danza sfrenata e il consumo del vino, ritorna l’immagine di Didone che vaga per la

città, ma ora non è più per la passione che vuole uscire, ma per la paura di perdere Enea.

Il dialogo è diviso in tre parti (Didone, Enea, Didone), è il momento più drammatico del quarto libro in

cui gli amanti si trovano uno davanti all’altro in un dialogo tra sordi, i presupposti che guidano gli

interlocutori sono incompatibili.

Il primo discorso di Didone

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.kikka01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Lentano Mario.
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