Che materia stai cercando?

Storia della cultura inglese - il Parlamento contro la Corona Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia della cultura inglese con analisi dei seguenti argomenti trattati: il Parlamento contro la Corona, Giacomo I, gli Stuart, i Tudor, il regno di Elisabetta I, Giacomo VI re di Scozia, il decreto di convocazione, l'elezione del Goodwin, la tradizione germanica dell'elezione reale in... Vedi di più

Esame di Storia della cultura inglese docente Prof. L. Crisafulli

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Sulla questione dei proclami consultò ancora i giudici, i quali - sotto la guida del presidente Coke -

riconobbero al re il potere di emettere proclami, ma questi proclami « non potevano creare nuovi crimini,

altrimenti avrebbero alterato la legge del paese... [la quale] è divisa in tre parti: diritto comune [di produzione

dei tribunali ordinari], diritto scritto [di produzione parlamentare] e dalla consuetudine. E i proclami del re non

appartengono a nessuna di esse... Il re, [aggiungevano i giudici], ha solo quelle prerogative che gli derivano

dalla legge del paese. Per la prevenzione del crimine, egli può emettere proclamii per ammonire i sudditi ed

invitarli al rispetto delle leggi se non vogliono incorrere nelle pene previste » (36), le quali diventavano più

severe se erano coperte da un proclama. Niente di più.

« Questa costituiva, probabilmente, una sana politica del diritto e c'era un preciso precedente in questo

senso che proveniva dalla metà del periodo Tudor. Durante il regno di Maria, i giudici avevano espresso

questo opinione: il re, si asseriva, può emettere proclami quod terrorem populi, per mettere in guardia il

popolo contro il suo potere coercitivo, ma non per imporre ammende, confische o arresti: poichè nessun

proclama può creare una nuova legge, ma solo confermare e ratificare una legge antica. Ma, sebbene

Giacomo I avesse avuto un parere sfavorevole da parte dei giudici, egli continuò ad emettere proclami.

E' difficile per noi renderci conto dello stato delle cose - quelle di un governo che costantemente agiva in

forme dichiarate illegali dai giudici. La chiave per capirlo è la corte della Camera Stellata - lo stesso consiglio

che emetteva questi proclami li faceva rispettare nella sua qualità di tribunale penale, e fino ad ora nessuno

osava opporsi alla sua giurisdizione» (37).

Il risentimento dei Comuni contro i tribunali speciali, quali la Camera Stellata, era dettato dal fatto che essi

si arrogavano il potere di giudicare quegli atti che ricadevano sotto il dominio del diritto comune, ma che

l'emissione di proclami reali facevano rientrare nelle competenze delle corti prerogative, quale la Camera

Stellata indubbiamente era.

Nel passato questo tribunale aveva reso grossi servizi al nuovo stato che sorgeva dalle rovine della

guerra civile delle due rose. Esso aveva contribuito ad eliminare lo strapotere dei nobili sopravvissuti e ad

accentrare tutto il potere nella corona. Ma ora esso era diventato uno strumento di oppressione nelle mani di

un sovrano che si definiva re per grazia di Dio. I Comuni chiedevano al re di eliminare questo abuso. I

proclami non potevano invadere il campo del diritto comune e la Camera Stellata non poteva sostituirsi ai

tribunali ordinari. E' vero che alla corona veniva riconosciuto un certo potere normativo in quei campi in cui il

re esercitava il suo potere prerogativo. E abbiamo visto che Elisabetta usò questo suo potere per mettere al

bando alcune sette dì protestanti, ma essi contestavano alla corona il potere di emettere proclami che

avessero forza dì legge o che invadessero le libertà riconosciute dei sudditi.

Solo ad Enrico VIII il parlamento riconobbe, con un Atto del 1539, il potere di emettere proclami che

avessero forza di legge. Ma quest'Atto fu subito revocato dal parlamento nella sua prima riunione sotto il

regno di Edoardo VI. I Comuni allora si erano resi conto di quale tremendo potere avessero concesso al re e

glielo revocarono, sebbene - bisogna aggiungere - Enrico VIII non ne abusò mai; eppure esso poteva

costituire lo strumento attraverso il quale il re poteva instaurare un potere diretto ed incontrollato, assoluto.

Tra Giacomo I e il parlamento non c'era possibilità d'intesa. I Comuni erano sospettosi di un re che si

definiva al di sopra della stessa legge e quindi avevano paura che ogni accordo non fosse poi rispettato. Il re

temeva che ogni concessione poteva costituire un

precedente che potesse poi intaccare il suo potere prerogativo.

«In questa crisi, destinata a condurre alla guerra civile e infine all'esecuzione del re, la questione di fondo

era... quale fosse la sede della sovranità e se si poteva ancora giustificare l'accentramento del potere nelle

mani del re » (38).

Il parlamento fu sciolto il 6 dicembre 1610, senza che esso avesse approvato i fondi che il re aveva chiesto.

« Il Lord cancelliere, ripensando a questo parlamento dopo il suo scioglimento, trovava che mentre i poteri

del re e dei Lords si erano ridotti, i Comuni erano diventati potenti e audaci... la cosa non terminerà (se non

sarà fermata a tempo) finchè non sfocierà in un'aperta democrazia » (39).

Fino al 1614 Giacomo governò senza parlamento. ma le esigenze di uno stato in crescita nella sua

organizzazione e nella dilatazione delle sue funzioni, la politica dispendiosa di un sovrano che elargiva ai

suoi favoriti, creavano un continuo bisogno di mezzi finanziari sempre più imponenti, che non potevano

essere reperiti con le sole entrate ordinarie della corona. E poichè molto spesso Giacomo non riusciva ad

imporre dei prestiti forzosi per la baldanza dei mercanti che non avevano paura di opporre un rifiuto alle

esose richieste del re, «egli fece ricorso ad un altro metodo per raccogliere fondi, senza precedenti - credo -

prima del suo regno, sebbene praticato in Francia: la vendita delle cariche. Egli vendette parecchi titoli di

pari per somme considerevoli e creò un nuovo ordine di cavalieri ereditari, chiamati baronetti, i quali

pagavano 1000 sterline per il titolo » (40).

Dietro l'insistenza del partito di corte, di cui era leader Bacone, il re decise di convocare un nuovo

parlamento per il cinque aprile 1614. Questo partito si era proposto l'obiettivo di creare le condizioni

necessarie per stabilire un qualche controllo o una qualche influenza sul parlamento. Secondo i suoi piani, il

re doveva dimostrare una certe apertura verso i Comuni, dichiarandosi disposto a fare certe concessioni, «e

la Camera, certamente, non sarebbe stata così taccagna da rifiutare i tributi richiesti » (41).

Nello stesso tempo, i personaggi più influenti del partito, « ... descritti come curatori, si impegnarono a fare

eleggere candidati amici per ottenere una maggioranza favorevole al governo » (42). Ma il progetto di

addomesticare il parlamento fallì per l'ostinazione dei Comuni, che si rifiutarono di votare i fondi richiesti

finchè non fosse stata soddisfatta la richiesta di riparazione dei torti lamentati, e per l'imperizia del partito e

dello stesso re, che non seppero far fronte alle aspettative che avevano creato con le loro promesse. Il

parlamento fu sciolto dopo breve tempo senza aver approvato alcuna legge o provvedimento. Alcuni dei suoi

membri, quelli che si erano più distinti nel difendere le prerogative del parlamento, furono arrestati alla

chiusura delle Camere e questa violazione della libertà di parola, ormai riconosciuta da tempo, creò un

pericoloso precedente per la corona.

I piani del re e dei suoi cortigiani fallirono perchè essi sottovalutarono il potere del parlamento ", al

contrario dei Tudor che, formalmente, lo considerarono sempre compartecipe della sovranità dello stato. I

Tudor erano coscienti che non avevano nulla da temere dal parlamento finchè lo controllavano attraverso la

leadership che vi esercitavano ì loro ministri. Gli Stuart non si preoccuperanno mai di farvi sedere

permanentemente i loro consiglieri più influenti ` per esercitare su di esso il potere di influenza necessario

per farlo agire nel senso desiderato, pur riconoscendogli, nella forma, una certa autonomia decisionale. Ma,

per farlo, gli Stuart avrebbero dovuto essere più realisti e meno arroganti. Il loro diletto di fondo - che li

spingerà fino all'ottusità - era l'arroganza del potere. Essi si sentivano depositari di un potere che non veniva

dal basso, dal popolo rappresentato dal parlamento, ma veniva dall'alto, da un'Entità che era al di sopra

degli uomini: da Dio. Essi sentivano di essere re per grazia di Dio e non per volontà del popolo, collegandosi

in questo con gli altri sovrani del continente europeo, dove « l'assolutismo trionfava quasi ovunque » (45).

La guerra civile si combatterà per stabilire quale di questi due principi era quello giusto. Il popolo prevarrà

e affermerà - una volta per tutte - il principio secondo il quale, quando un re non gode la fiducia del popolo,

questo ha il diritto-potere di deporlo e di mandarlo al patibolo. Questo principio non era del tutto nuovo nella

storia inglese. Altre volte il parlamento aveva deposto dei sovrani, ma questa volta si spingerà oltre,

mandandolo al patibolo.

« Quando Giacomo si lamentò con l'ambasciatore spagnolo, [non senza ragione], che i Comuni era diventati

un corpo senza testa che "esprimeva i suoi pareri in modo disordinato" con nient'altro che "grida, schiamazzi

e confusione", egli non si rendeva conto che egli stesso ne era il responsabile. La Camera andava alla

ricerca di una nuova leadership e in questa sua ricerca procedeva a tentoni. Se i Comuni avessero potuto

lasciare i problemi di alta politica ad uomini in cui avevano fiducia, che fossero stati presenti sul posto per

spiegare loro il pensiero reale, essi sarebbero stati, forse, meno propensi ad incamminarsi su questo

terreno. Ma il ritorno del Consiglio privato alla sua vecchia composizione aristocratica, che era stata

eliminata sotto i Tudor, aveva lasciato pochi consiglieri disponibili per occupare un seggio nella Camera

bassa. Più di una metà dei membri dell'ultimo consiglio di Elisabetta - in verità due terzi di quelli

effettivamente in carica - erano borghesi che sedevano nella Camera dei Comuni; nel 1613, in un consiglio

molto più ampio, il numero dei borghesi era molto più limitato e non si facevano grandi sforzi pr trovare un

seggio in parlamento neanche a questi pochi. Nella prima sessione parlamentare del regno i consiglieri

presenti erano soltanto due » (46). «Ne conseguì che l'opposizione assunse in tono più deciso ed agguerrito

» (47).

Il numero dei consiglieri aumentò nei parlamenti successivi, ma Giacomo «fu lento a percepire

l'importanza»" e 1'utìlìtà di fare dei consiglieri il veicolo attraverso il quale stabilire il suo controllo sulla

Camera bassa, cosa che, i Tudor seppero fare in modo egregio.

« Quasi senza essere notati i Consiglieri Privati cessarono d. esercitare la loro leadership sui Comuni. E

altrettanto insosservato, senza un documento o una carta che potesse servire da pietre miliare, venne alla

ribalta del potere nei Comuni un gruppo d. leaders, che non avevano alcun legame ufficiale col governo, che

tra loro stessi non avevano vincoli comuni, tranne quello del!e opinioni e dei sentimenti che legavano come

classe la piccola nobiltà di campagna. Questi uomini, senza prefiggerselo e inintenzionalmente, ma col solo

scopo di risolvere i problemi come venivano ponendosi, crearono una nuova leadership. Col sorgere di

questa nuova leardership i Comuni [acquisteranno; il reale potere di iniziativa » (49).

Questi uomini nuovi si resero interpreti del pensiero delle Camera che era a favore di una riforma della

chiesa e contro la concezione assolutistica del potere dì Giacomo I e, con la loro infiammata oratoria, con la

forza delle loro argomentazioni, basate su una ricerca storica imponente e una profonda conoscenza delle

lotte parlamentari combattute nel passato, con la loro scienza giuridica e la loro dedizione alla causa dei

poteri acquisiti del parlamento, riuscirono a trascinarla contro un sovrano che, con la sua teoria del potere

assoluto, intralciava lo sviluppo della classe di cui erano espressione massima: la borghesia. Giacomo

aveva confusamente capito il ruolo che questi uomini svolgevano e in un primo momento cercò, dopo la

chiusura delle Camere nel 1610, di conquistarli al campo realista. Il suo tentativo ebbe un parziale successo

e nel parlamento del 1614 alcuni di essi, i Nevill, Yelverton, Hyde, Crewe, Dudley e Digges, sposarono la

causa della corona, ma questo (assieme agli altri accorgimenti di cui abbiamo parlato prima) non servì a

vincere la determinazione della Camera a combattere la sua battaglia. Ai vecchi leaders, passati al campo

monarchico, se ne sostituirono dei nuovi.

E « il repentino scioglimento del parlamento non fu sufficiente per lenire l'esasperazione di Giacomo.

Quattro deputati che si erano distinti di per la loro foga oratoria, Wentworth, Horkins, Christopher Nevill e Sir

Walter Chute, furono imprigionati nella Torre. A Sir Edwin Sandys e quattro altri deputati fu ordinato, nello

stesso tempo, di non allontanarsi da Londra senza un regolare permesso, mentre Sir John Gavile, Sir Roger

Owen, Sir Edward Phaelips e Nicholas ni- Hyde, furono puniti licenziandoli » (50) dal loro impiego

governativo.

Ma dove non erano servite le blandizie, le maniere forti si dimostrarono ancora più controproducenti. Il solco

tra Giacomo e il parlamento divenne più profondo; e queste misure, che saranno ripetute nel parlamento del

1621, non eviteranno che questi uomini,

a cui se ne aggiungeranno altri, si mettano alla testa del parlamento per guidarlo nello scontro frontale con

Carlo I.

Il parlamento del 1614 era rimasto in vita solo due mesi. Esso fu sciolto senza aver votato i mezzi

finanziari per cui era stato convocato. Ma Giacomo era ormai deciso a fare a meno di esso e risolvere i

problemi finanziari per altre vie. Nello stesso anno egli cercò di imporre una « benevolenza » che suscitò

l'opposizione di tutti gli strati sociali a cui la si voleva imporre, compresi gli sceriffi. Essa venne dichiarata

illegale in base allo statuto approvato nel regno di Riccardo III. Solo i sostenitori della corona, l'alto clero in

testa, si autotassarono per aiutare le casse dello stato.

Fino al 1621 Giacomo adottò una politica fiscale rigorosa, spremendo tutte le fonti ordinarie e straordinarie

delle entrate; nello stesso tempo restrinse i cordoni della borsa per la spesa pubblica e il mantenimento della

casa reale`. Sembrava che il tentativo di governare il paese senza convocare il parlamento fosse destinato

al successo. Nel 1620 si era persino raggiunto il pareggio del bilancio. Ma tutto questo si era ottenuto con

provvedimenti (forti imposizioni, vendite di patenti di monopoli, di titoli, ecc.) che avevano suscitato un forte

ed acuto malcontento nel popolo.

Gli avvenimenti europei del 1620 costrinsero il re a convocare il parlamento che si riunì nel febbraio del

1621. La figlia di Giacomo, Elisabetta, aveva sposato il protestante Elettore del Palatinato, Federico, il quale

nel 1619 era stato eletto alla dignità reale di Boemia, in sostituzione del deposto Ferdinando d'Asburgo.

L'episodio si inquadrava nella Guerra dei Trent'anni (1618-1648), di cui esso era l'evento originatone,

combattuta tra la potenza cattolica del Sacro Romano Impero della Casa d'Asburgo e i principi protestanti

della Germania, che godevano dell'appoggio della Francia, della Svezia, della Danimarca e dell'Inghilterra.

Nel 1620 le forze imperiali e la lega cattolica sconfîssero Federico, riconquistando la Boemia, ed invasero

il Palatinato. A queste notizie, il popolo inglese, che era sinceramente legato alla causa protestante,

incominciò a premere affinchè si intervenisse a difendere con le armi l'integrità territoriale del regno del

genero di Giacomo. Sotto questa spinta, Giacomo si decise a convocare il parlamento, il quale, messi da

parte tutti i risentimenti contro il sovrano, votò - nella prima seduta - i mezzi necessari per intraprendere la

guerra a fianco dei princìpi protestanti.

Se Giacomo avesse dimostrato di avere fiducia nei Comuni, se avesse spiegato loro la sua politica e

avesse chiesto il loro aiuto per portarla avanti, la storia degli anni successivi potrebbe essere stata differente

» (52). Ma Giacomo era troppo geloso delle sue prerogative per farlo. « Delusi della politica estera, i Comuni

rivolsero la loro attenzione alla politica interna » (53).

Su proposta di Coke fu nominata una commissione per investigare sugli abusi lamentati. I primi ad essere

investigati furono i monopoli ', dove maggiormente si annidava la corruzione e il malcostume. La Camera, su

proposta della commissione, decise di mettere sotto accusa (impeachment) Sir Giles Mompesson e il suo

socio Michell che, come monopolisti, erano stati accusati di tutta una serie di reati. A questo processo, in cui

i Comuni svolsero il ruolo di pubblico accusatore ed i Lords quello di giudici, ne seguirono altri a carico di

pubblici ufficiali che si erano macchiati del reato di corruzione. Dello stesso reato fu accusato il Lord

Cancelliere Bacone che, trovato colpevole, fu condannato ad una pena detentiva, fissata dal re, al bando dei

pubblici uffici e alla perdita del diritto dì sedere in parlamento.

La riesumazione della politica dell'impeachment, a cui non si era fatto più ricorso dal 1450, non era altro

che un ritorno all'antica lotta per stabilire la responsabilità dei ministri verso il parlamento. Fino a questo

punto dei lavori, comunque, tra il re e il parlamento non ci furono contrasti. Essi, invece, scoppiarono

quando, subito dopo la ripresa dei lavori parlamentari in autunno, la Camera dei Comuni, su mozione

presentata da Coke, si apprestava a votare una risoluzione con la quale intendeva esprimere al re la sua

sincera preoccupazione per la politica filo spagnola che egli portava avanti con il progettato matrimonio del

figlio Carlo con l'Infanta di Spagna, la quale politica faceva il gioco del partito cattolico che era in combutta

con la cattolica Spagna e col papato. Essi si spinsero fino al punto di suggerire che il principe sposasse una

principessa protestante.

Avuto sentore di questa discussione, il re - con un messaggio allo Speaker - rispose con arroganza: «

Abbiamo avuto notizia da più parti, con nostro sommo rammarico, che la nostra lontananza dal parlamento,

dovuta ad indisposizione, ha fatto si che alcuni bollenti e popolari spiriti della Camera si sentissero

incoraggiati a dibattere pubblicamente faccende che sono al di fuori della loro portata e delle loro capacità.

Perciò vi comandiamo di rendere noto alla Camera, per conto nostro, che nessuno al suo interno deve

presumere di intromettersi, d'ora in poi, negli affari del governo o negli affari dello stato... E mentre

apprendiamo che essi hanno inviato un messaggio a Sir Edward Sandys per conoscere il motivo del suo

arresto, vi ordiniamo di riferire, a nostro nome, che egli non fu arrestato per atti compiuti in parlamento. Ma,

per togliere loro ogni dubbio su questa faccenda, vi ordiniamo di riferire che, d'ora in poi, ci sentiamo liberi ed

abilitati a punire qualsiasi comportamento non confacente tenuto in parlamento, sia durante le sue sedute

che dopo, il che non intendiamo risparmiare ad alcun deputato che abbia tenuto un comportamento

insolente verso di noi » (54).

In risposta i Comuni approvarono una formale Protesta che fu inserita negli atti della Camera. In questa

protesta essi affermarono, con fermezza e con un linguaggio inequivocabile, « che le libertà, le immunità, i

privilegi e le giurisdizioni del parlamento sono antichi e indiscussi diritti naturali ed ereditari dei sudditi inglesi,

e che gli affari di generale importanza e pressanti che riguardano il re, lo stato, la difesa del regno, la chiesa

d'Inghilterra, l'approvazione e l'applicazione delle leggi, la riparazione dei torti, sono materia di discussione e

di dibattito proprio del parlamento, e che nella trattazione di questi argomenti ogni membro di questa

Camera ha, e di diritto dovrebbe avere, la libertà di parola per esporli, trattarli e discuterli e portarli a

conclusione; che i Comuni riuniti in parlamento hanno un'eguale libertà di trattare quelle argomentazioni

nell'ordine che più ritengono opportuno; e che ogni singolo membro della Camera gode dell'immunità daglii

arresti, impeachment e molestie (tranne che per censura della stessa Camera) per tutto il lavoro svolto in

parlamento; e che se a qualche deputato è mossa qualche accusa per quello che ha detto o fatto in

parlamento egli va condotto davanti al re su parere e col consenso di tutti i Comuni riuniti in parlamento,

prima che il re dia ascolto ad informatori confidenziali. Alla presenza dello Speaker si ordina che questa

protesta sia iscritta nel libro della Camera e vi rimanga come testimonianza » (57).

La reazione di Giacomo fu violenta ed immediata. Si fece portare il registro degli atti parlamentari e strappò

la Protesta con le proprie mani. Con un decreto alquanto prolisso, ribadiva i suoi poteri, compreso quello di

convocare o sciogliere il parlamento, chiuse le Camere e fece arrestare Coke, Phaelips, Selden, Pym e

Mallory, « i bollenti e popolari spiriti della Carnera », di cui si era lamentato nel suo messaggio. Altri eminenti

leaders dei Comuni furono mandati in un esilio dorato con un incarico governativo.


PAGINE

13

PESO

101.90 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia della cultura inglese con analisi dei seguenti argomenti trattati: il Parlamento contro la Corona, Giacomo I, gli Stuart, i Tudor, il regno di Elisabetta I, Giacomo VI re di Scozia, il decreto di convocazione, l'elezione del Goodwin, la tradizione germanica dell'elezione reale in Inghilterra.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature straniere
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della cultura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Crisafulli Lilla Maria.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia della cultura inglese

La fotografia nella cultura inglese da William Fox Talbot ai giorni nostri
Appunto
Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Baffetti Giovanni, libro consigliato Foreste. L'ombra della civiltà, Harrison
Appunto
Lingua giapponese - esercizi di Kanji
Esercitazione
Lingua giapponese 1 - la grammatica giapponese
Appunto