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Storia della cultura inglese - il Parlamento contro la Corona

Appunti di Storia della cultura inglese con analisi dei seguenti argomenti trattati: il Parlamento contro la Corona, Giacomo I, gli Stuart, i Tudor, il regno di Elisabetta I, Giacomo VI re di Scozia, il decreto di convocazione, l'elezione del Goodwin, la tradizione germanica dell'elezione reale in... Vedi di più

Esame di Storia della cultura inglese docente Prof. L. Crisafulli

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sue implicazioni dettagliatamente. Se questa era la legge fondamentale dell'Inghilterra, proveniva dal buio

dell'antichità o dall'indulgenza dei re precedenti? Era essa il diritto inalienabile degli inglesi o era una

concessione che poteva essere revocata? Il re era soggetto alla legge o non lo era? E chi stabiliva che cosa

era la legge? La maggior parte del XVII secolo [sarà] spesa nella ricerca di risposte - storiche, legali,

teoriche - a queste domande » (14).

Il primo problema che Giacomo I si trovò davanti, alla sua ascesa al trono, fu quello religioso. La soluzione

elisabettiana era stata accettata da tutta la nazione, ma non tutti ne erano soddisfatti. Una parte voleva

spingersi oltre sulla strada del protestantesimo e, nell'immediato, chiedeva delle riforme nella vita della

chiesa, che in apparenza non ne mutavano la natura, ma - in realtà - avrebbero provocato un certo

sconvolgimento.

Sotto Elisabetta questo partito si era fatto piuttoso consistente, specialmente negli ultimi anni del regno,

ma la regina si dimostrò sempre irremovibile nella sua determinazione di conservare il compromesso

anglicano. Per difenderlo si era avvalsa del potere prerogativo per emettere alcuni proclami che mettevano

al bando (15) alcune sette che si andavano formando. Alla sua morte il problema era fortemente sentito negli

strati inferiori della chiesa e nella parte più cosciente della borghesia. Ma esso non venne alla ribalta, con

quella virulenza che conoscerà negli anni futuri perchè si era creata l'aspettativa di un sovrano - Giacomo I -

che era stato allevato (16) nella fede presbiteriana e che certamente non sarebbe stato insensibile al grido di

dolore che proveniva dal basso.

Con questa speranza, mille ministri del culto gli presentarono - durante il suo trasferimento dalla nativa

Scozia alle sale del trono d'Inghilterra - una Petizione Millenaria (dal numero dei presentatori), con la quale si

chiedevano le sospirate riforme (17). Ma i piani del re erano differenti. Egli aveva un'opinione molto precisa

sul governo presbiteriano della chiesa, con il quale era entrato in conflitto e dal quale era stato sconfitto nella

natia Scozia, la cui Kirk gli aveva imposto «nel 1581 la cosiddetta "Confessione negativa" in cui venivano

respinte ogni religione e ogni dottrina che fossero in contrasto con la Confessio Scotica. Egli tendeva ad un

sistema episcopale, con diritto di nomina da parte della corona; sembrandogli questa l'unica possibilità di

conservare il potere » (18). Egli riteneva, non ha torto, che il presbiterianesimo avesse una natura

repubblicana che mal si conciliava con la struttura piramidale e gerarchica del potere monarchico.

« Egli era convinto che la gerarchia [ecclesiastica] fosse il migliore sostegno della corona e che dove non

c'erano vescovi presto non ci sarebbero stati re. Egli era quindi determinato a non fare la più piccola

concessione ai non conformisti... L'antipatia dichiarata di Giacomo per ogni forma di non conformismo prote-

stante si fondava su un calcolo politico piuttosto che religioso » (19).

Tuttavia, nel gennaio del 1604, egli convocò una conferenza per discutere il problema e sentire le

richieste dei presentatori della Petizione. Dopo averli sentiti, Giacomo affermò la sua decisa volontà di

mantenere la struttura episcopale della chiesa anglicana e rigettò le proposte dei riformatori, eccetto quella

di apportare « qualche lieve modifica al libro della preghiera comune » (20) e di promulgare una traduzione

autorizzata della bibbia.

« Subito dopo il re emise un proclama con cui ordinò agli ufficiali, civili ed ecclesiastici, di fare il loro dovere

nel pretendere il rispetto della conformità e ammonì tutto il popolo a non aspettarsi, né a tentare, ulteriori

modifiche al libro della preghiera comune; poichè egli non avrebbe lasciato presumere a nessuno che il suo

giudizio, espresso su un argomento di tanto peso, potesse essere soggetto a modifiche su suggerimento di

qualche spirito leggero... Ma l'offesa più grande, ai diritti civili di questi uomini, fu l'arresto di dieci persone tra

quelle che avevano presentato la Petizione Millenaria; poichè i giudici della Camera Stellata avevano

dichiarato che questa costituiva un reato punibile a discrezione, in quanto si avvicinava molto al tradimento e

tendeva all'incitamento alla sedizione e alla rivolta. Con questi inizi la casa degli Stuart indicava il corso che

avrebbe seguito » (21).

La conseguenza diretta di questa politica fu che trecento ministri del culto puritano diedero le dimissioni, in

quegli stessi mesi, piuttosto che uniformarsi al nuovo libro della preghiera.

Nel marzo del 1604 Giacomo convocò il suo primo parlamento con un decreto che impartiva direttive per

l'elezione dei candidati che erano al di fuori della tradizione: limitavano le libertà del corpo elettorale e nello

stesso tempo calpestavano i diritti acquisiti del parlamento. Date le premesse, i contrasti tra Giacomo e la

Camera dei Comuni insorsero sin dalla prima battuta. Il caso Goodwin ne fu l'occasione.

Il decreto di convocazione stabiliva, tra l'altro, che si doveva evitare l'elezione di persone che non

rispondessero a certi requisiti, fissati dal decreto stesso, e che gli sceriffi dovevano inviare i decreti di

elezione direttamente in cancelleria, la quale era la competente a dichiarare la validità dell'elezione, dopo

aver accertata l'aderenza ai termini del decreto reale. « Questo arrogarsi il controllo delle elezioni al

parlamento era un chiaro infrangimento dei privilegi che la Camera dei Comuni si era venuta conquistando

nel regno precedente » (22).

Tommaso Goodwin, che era stato eletto per la contea Buckingham, fu dichiarato ineleggibile dalla

cancelleria perchè in passato era stato un proscritto e perciò ricadeva in una delle condizioni di ineleggibilità

previste dal decreto reale. Al suo posto fu dichiarato eletto un consigliere privato del re, Sir John Fortescue.

La Camera dei Comuni, dopo aver dibattuto il caso, decise che la elezione del Goodwin era regolare e

quindi egli doveva prendere il suo seggio alla Camera. Questa decisione incontrò, come era prevedibile,

l'opposizione del re. Dopo un breve irrigidimento di entrambe le parti, fu deciso di dichiarare decaduti sia

Goowin che Fortescue e procedere a nuove elezioni. Per il parlamento questa era la prima vittoria, anche se

non completa, su un sovrano che in poco più di un anno di regno aveva dimostrato, ad abundantiam. in

quale modo intendesse governare il paese.

Egli « aveva fra tutte le dottrine abbracciato quella favorevole al potere assoluto dei re. E, nonostante che

gli umori della nazione inglese fossero ostili ad una tale concezione: egli non si peritava di sostenerla

pubblicamente, anche con messaggi diretti al parlamento [come sul caso Goodwin], affermando che se, per

antica consuetudine il re tollerava le antiche prerogative parlamentari, egli aveva da Dio la potestà di abolire

questa partecipazione ai poteri sovrani qualora lo avesse stimato conveniente » (23).

I diritti acquisiti dal parlamento in lunghi secoli di lotta non erano stati mai così in pericolo come questa

volta. Altri sovrani avevano tentato di esautorare o di governare senza convocare il parlamento, ma mai

nessuno aveva messo in discussione alcuni diritti fondamentali che il parlamento aveva goduto da tempo

immemorabile, come faceva ora Giacomo I. Molti sovrani avevano disatteso le leggi approvate dal

parlamento. Molti di essi avevano usato il potere dispensativo che era loro riconosciuto, anche se non

condiviso, per esentare qualche persona o gruppo sociale dall'osservanza di una legge particolare, ma mai

nessuno si era arrogato il diritto di alterare le leggi se lo stimava opportuno.

Mai nessuno si era dichiarato, dopo il XIII secolo, al di sopra della legge. La formula di Bracton, il giurista

di Enrico III, Rex non debet esse sub omine, sed sub deo et lege, era stata osservata nella forma da tutti i

sovrani. Quando Riccardo II tentò di instaurare il governo assoluto, egli lo fece in virtù di un potere che si

era fatto delegare (almeno così egli presumeva) dal parlamento. E fino al 1307 il solo diritto ereditario non

costituiva un titolo suffire ciente per salire al trono.

In Inghilterra, infatti, si era conservata la tradizione germanica dell'elezione del re. Fino a questa data tutti i

re ricevevano formalmente l'elezione: dall'assemblea dei maggiorenti (Witenagemote), sotto gli anglo-

sassoni, dal Gran Consiglio, sotto i Normanni, e dal parlamento sotto i plantageneti. Solo a partire da questa

data il re salì al trono « par descente de heritage ». Tuttavia la formula dell'elezione continuò a sopravvivere

fino ad Enrico VIII.

Tutti i sovrani, appena saliti al trono, si facevano riconoscere dal parlamento. Anche Edoardo IV, che e

rivendicò il trono per diritto ereditario, non appena si rappacificò col parlamento, si fece riconoscere re.

Giacomo I non sentì questa necessità perchè nel frattempo il diritto ereditario era diventato divino e quindi

non aveva bisogno del riconoscimento di alcuna autorità terrena. Le parti ora si invertivano: non era il re

che derivava l'autorità dal consenso della comunità rappresentata dal parlamento, ma era quest'ultimo che

partecipava ai poteri del primo per sua gentile concessione.

La risposta dei Comuni venne nel giugno dello stesso anno, con l'approvazione di una Apologia con la

quale si comunicava al re, suaviter in modo f oriiter in re, che egli cadeva in errore quando affermava che « i

nostri privilegi li godiamo in primo luogo non

per diritto acquisito, ma per gentile concessione [del sovrano], che viene rinnovata ad ogni parlamento come

dono dietro petizione, e quindi sono di natura limitata; in secondo luogo, che noi non siamo un organo

decisionale... e infine che l'esame dei risultati elettorali dei collegi provinciali e comunali per la elezione al

parlamento dei cavalieri e dei borghesi, sia al di fuori dei poteri e sia di competenza della cancelleria. Contro

queste affermazioni... che tendono in modo apparente a negare i privilegi fondamentali della nostra Camera

- e con essi tutte le libertà di tutti i Comuni del regno d'Inghilterra, goduti da tempo immemorabile da essi e

dai loro antenati.., noi - i cavalieri e i borghesi della Camera dei Comuni, riuniti in parlamento - in nome di

tutti i comuni del regno protestiamo fermamente... desideriamo che questa nostra protesta sia messa agli atti

per essere tramandata ai posteri... noi affermiamo che i nostri privilegi e le nostre libertà sono nostri diritti

ereditari non meno della nostra terra e dei nostri beni. Essi non ci possono essere negati o sottratti senza far

torto a tutto il paese; se all'apertura di ogni parlamento vengono rivendicati è solo per un formale atto

omaggio che non indebolisce il nostro diritto, non più di quanto s'indebolisce il nostro diritto di proprietà se

chiediamo con una petizione la nostra terra al re... Il diritto alla libertà dei Comuni d'Inghilterra, riuniti in

parlamento, consiste principalmente in tre cose; a) le contee, le città e i borghi... hanno il diritto di sceglie,-

liberamente i loro rappresentanti e la Camera è il solo giudice abilitato a confermare la validità delle elezioni

dei suoi membri. senza di che la libertà elettorale non sarebbe piena; b) i rappresentanti eletti godono

dell'immunità dagli arresti per tutto il tempo durante il quale esercitano il loro mandato; c} questi stessi

rappresentanti godono del diritto di libertà di parola durante í lavori parlamentari » (24).

Se il re giustificava la sua vocazione al potere assoluto col divino diritto ereditario, anche i Comuni

reclamavano l'osservanza dei loro privilegi per diritto ereditario. Giacomo faceva derivare e questo

diritto direttamente da Dio, i Comuni lo facevano risalire alle generazioni passate, alle lotte degli uomini che

in tempi remoti avevano affermato il loro inalienabile diritto alla determinazione della tassazione col proprio

consenso, alle libertà personali.

« Gli uomini incominciarono a guardare indietro nel tempo. Grandi uomini di legge come Coke e Selden

avevano diretto il loro sguardo ai diritti che essi pensavano che il parlamento aveva posseduto sotto i re

lancasteriani. Spingendosi oltre, essi parlavano con orgoglio dell'opera di Simon de Montfort, della Magna

Charta, e persino di diritti ancora più antichi dei tempi della monarchia anglo-sassone. Da questi studi essi

derivarono la convinzione che essi erano gli eredi dì un'intera struttura di leggi fondamentali inerenti alle

consuetudini dell'isola, la quale struttura serviva ora per ì loro problemi immediati. Sembrava loro che il

passato potesse fornire quasi una costituzione scritta, dalla quale ora la corona cercava dì allontanarsi. Ma

anche la corona guardava al passato e trovò molti precedenti in senso contrario, specialmente negli ultimi

cento anni, per un completo esercizio della prerogativa reale » (25).

Nel caso Bate, un mercante di tappeti e stoffe orientali che nel 1606 si era rifiutato di pagare un extra dazio

illecitamente imposto da Giacomo senza il consenso del parlamento, i giudici scandagliarono la storia

passata per concludere - fornendo tutta una serie di precedenti e di statuti che giustificavano il buon diritto

del re ad imporre dazi per proprio diritto prerogativa - che il « potere del re è duplice, ordinario e assoluto...

Quello ordinario è tutto a favore dei privati cittadini... si amministra nei tribunali ordinari e nel diritto romano si

chiama ius privatum, da noi si chiama diritto comune. Questo diritto non può essere modificato se non dal

parlamento... Il potere assoluto del re non è rivolto all'interesse del privato cittadino, ma all'interesse

generale del popolo.., poichè il popolo è il corpo e il re la testa. E questo potere ... è conosciuto col nome di

politica e governo... Il commercio estero, la pace e la guerra, la circolazione di monete estere, i trattati e gli

accordi internazionali, sono regolati e decisi dal potere assoluto del re » (26).

Nella sua lotta contro il potere assoluto del sovrano il parlamento non poteva contare, almeno in questa

prima fase, su alleati. I giudici, come abbiamo visto, erano dalla parte del re. Il clero, che era fortemente

spaventato dal diffondersi dello spirito puritano tra il basso clero, era tutto a favore dell'assolutismo regio, nel

quale vedeva un argine contro la richiesta, che partiva dal basso, dell'abolizione di qualsiasi gerarchia

ecclesiastica. Nel suo zelo, nel difendere le prerogative regie, si spinse fino ad individuare la fonte del potere

assoluto in un primitivo, orìginale e assolutistico regime patriarcale. La corte, inutile dirlo, e coloro che

giravano attorno ad essa, avversavano quella che essi chiamavano la presunzione della Camera bassa. La

Camera Lords non sempre le stava accanto (27).

La cultura - rappresentata dalle ormai prestigiose università di Oxford e Cambridge, che Giacomo I aveva

elevato a collegi elettorali, per dare loro possibilità di mandare i propri rappresentanti al parlamento -

anch'essa schierata a favore del potere assoluto" e vedeva nel parlamento una sorta di organo ausiliario del

potere regio, ìl quale partecipava all'attività legislativa, ma solo per dare alla comunità la possibilità di

esprimere il proprio consenso, dopo averle discusse ed esaminate, sulle leggi che il re intendeva far

approvare.

«I Comuni avevano ragione dì essere apprensivi. La dottrina del potere assoluto di un re al di sopra della

legge era fatta propria da tutti coloro che si aspettavano favori dalla corona, e in particolar modo era fatta

propria dal partito dell'alto clero. La Convocazione, nel 1606, aveva stilato una serie di canoni che

denunciavano l'errore di alcune dottrine contrarie al governo reale. Questi canoni, sebbene mai pubblicati

nella loro stesura autentica se non in un'età posteriore, non potevano rimanere segreti. Essi consistevano in

una serie di proposizioni o paragrafi, ognuno dei quali si contrapponeva un anatema dell'errore contrario; e

rintracciavano le origini del governo nel regime patriarcale della famiglia, escludendo qualsiasi scelta

popolare. In quell'età dell'oro, le funzioni sia del re che del prete erano, come essi le definivano, prerogative

di casta, finchè la malvagità dell'umanità non fece sorgere l'usurpazione e confuse così le pure acque della

sorgente con rivoli fangosi, ed ora dobbiamo badare a prescrivere quel diritto che non può essere assegnato

alla primogenitura... Norn è possibile che si possa adottare questa teoria del governo originario,

insoddisfacente come essa appare dopo una breve riflessione, senza considerarla incompatibile con la

nostra monarchia mista o limitata. Ma la sua intenzione evidentemente andava in direzione opposta. Il

potere del re proveniva da Dio; quello dell'uomo proveniva soltanto dall'uomo; ottenuto magari con la

ribellione; ma quale diritto può derivare dalla ribellione? Anche, se fosse stato ottenuto attraverso una

concessione volontaria, poteva un sovrano alienare un dono divino, e infrangere l'ordine della Provvidenza?

Potevano le sue concessioni, se non nulle per se stesse, rivolgersi contro i suoi posteri, eredi, come egli

stesso, della infeduazione della creazione? ... Il vero scopo del clero nell'innalzare in questo modo le pretese

della corona era di conquistarsi il suo favore e il suo appoggio » (29).

Nel 1607, il vice rettore e professore di diritto romano all'università di CambIridge pubblicò un dizionario

legale nel quale si davano definizioni per i vari poteri dello stato. Alle voci «Parlamento » e « Prerogativa del

re » si affermava: « ... una delle due deve essere vera: o il re è al di sopra del parlamento e, cioè, del diritto

positivo del regno, o non è un re assoluto.... vincolare un principe all'osservanza delle leggi ripugna alla

natura e alla costituzione di una monarchia assoluta... ed è incontrovertibile che il re d'Inghilterra sia un re

assoluto » (30).

Alla voce « Re » si affermava: « Egli è al di sopra della legge in virtù del suo potere assoluto...; e sebbene

per l'approvazione delle leggi egli convochi in consiglio - per avere una migliore conoscenza dei problemi - i

tre "stati" cioè, i Lords spirituali, i Lords temporali ed i Comuni, tuttavia nell'opinione di molti esperti, egli non

lo fa perchè obbligato, ma per propria benevolenza o in base alla promessa fatto sotto giuramento al

momento dell'incoronazione. E sebbene alla sua incoronazione egli giuri di non alterare le leggi della

nazione, malgrado questo gìuramento, egli può alterare o sospendere qualsiasi legge particolare che a suo

giudizio sia dannosa al bene pubblico » (31).

Sembrava che la teoria di Giacomo dovesse trionfare. Le alte gerarchie della chiesa lo sostenevano; la

cultura ufficiale era con lui; i giudici avevano deciso, nel caso Bate, che egli aveva il potere di imporre tasse

sull'import-export. Forte di questi consensi, e mentre il parlamento era chiuso, egli emise proclami che

creavano nuovi reati punibili nelle corti prerogative e promulgò, nel 1608, un nuovo tariffario, il quale era così

pesante da provocare un forte malcontento che trovò espressione nel 1610, quando le forti difficoltà

finanziarie costringono il re a convocare una nuova sessione parlamentare (la quinta ed ultima del

parlamento del 1604).

Sin dalla prima seduta, i Comunii dimostrarono di aver passato i tre anni che li separavano dall'ultima

sessione a prepararsi, approfondendo la conoscenza della storia del proprio paese e di quella parlamentare

in particolare. Per prima cosa essi erano determinati ad attaccare il dizionario di Cowell e a questo scopo

chiesero di incontrarsi con i Lords per decidere la strada da seguire, ma il re li precorse e fece ritirare il libro

dalla circolazione. Poi approvarono una risoluzione da inviare al re, che in un messaggio « aveva proibito

loro di discutere del suo potere prerogativo di imporre tariffe » (32), in cui sì ribadiva che era « un antica,

onnicomprensivo, indiscusso diritto del parlamento dì dibattere liberamente tutti i problemi connessi con i

diritti e la condizione del popolo; quando questo diritto alla libertà di dibattito è precluso, l'essenza della

libertà del parlamento sparisce con esso » (33). Perciò essi si riservarono il diritto di riesaminare il caso Bate

per rendersi conto su quali fondamenti esso poggiasse, dato che il re si era servito e si serviva di esso per

imporre tariffe sempre più onerose e questo poteva essere l'inizio per estendere il suo diritto prerogativo

«molto più lontano, persino fino alla più completa abolizione delle antiche libertà di questo regno e del diritto

alla proprietà di beni mobili e immobili dei sudditi » (34).

Questa forte presa di posizione dei Comuni - contro il diritto della corona di imporre la tassazione

sull'import-export e contro l'abuso nell'emissione di proclami che invadevano sempre più la sfera del diritto

comune a favore della giustizia prerogativa, amministrata nei tribunali reali incominciò a fare incrinare la

sicurezza del governo sui suoi poteri e per questo motivo andò alla ricerca di coperture legali (35), come le

aveva avute nel caso Bate.


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flaviael

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Appunti di Storia della cultura inglese con analisi dei seguenti argomenti trattati: il Parlamento contro la Corona, Giacomo I, gli Stuart, i Tudor, il regno di Elisabetta I, Giacomo VI re di Scozia, il decreto di convocazione, l'elezione del Goodwin, la tradizione germanica dell'elezione reale in Inghilterra.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature straniere
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della cultura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Crisafulli Lilla Maria.

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