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Il parlamento contro la corona

Giacomo II e i Tudor governarono lo stato senza una vera opposizione. La guerra civile delle due rose aveva distrutto, una volta per tutte, insieme alla classe, il potere che i nobili avevano esercitato sul governo nel passato. La Chiesa era stata sottomessa con l'Atto di Supremazia. I Comuni divennero lo strumento di governo della corona, i cui interessi la rendevano una naturale alleata dell'emergente classe borghese.

Ciò nonostante, i Tudor non cercarono mai di instaurare un assolutismo teorico. Anche se nella pratica esercitarono un potere illimitato, quasi assoluto, questo potere era di natura politica. Essi sentivano di far parte di un corpo politico, i cui rappresentanti sedevano nel parlamento ed erano coscienti che i loro atti assumevano valore legale solo quando ricevevano la sanzione delle due Camere, le quali avevano acquisito il diritto-potere di modificarli o rigettarli, senza che per questo la corona avesse a sentirsi diminuita nel suo potere o nel suo prestigio.

La differenza tra i Tudor e gli Stuart

Per gli Stuart era diverso. Dove i Tudor cercarono la sostanza, essi volevano la forma. Mentre i Tudor erano soddisfatti del risultato pratico, essi esigevano il rispetto della costruzione teorica. Essi si sentivano investiti di un potere che derivava direttamente da Dio. «Ma fondare la politica sulla teologia è oltremodo pericoloso. Un re teocratico non può cedere mai; concessioni e accomodamenti che renderebbero più facile il corso della politica sono negati ad un re che si crede portavoce dell'inalterabile volontà di Dio».

Elisabetta, nel 1601, poté cedere senza pericolo sulla questione dei monopoli, dopo aver difeso per oltre un trentennio il suo potere prerogativo in questo campo, facendo proprio il punto di vista del parlamento, prima che questi iniziasse la procedura per l'approvazione di uno statuto (come era fortemente intenzionato a fare) che limitasse, o quanto meno regolasse, la sua prerogativa di concedere patenti di monopolio nelle attività commerciali. «Essa si rese conto che era necessario fare una concessione alla nazione; ed essa la fece senza rancore; non tardiva; non come un contratto di compravendita; in breve non come l'avrebbe fatta Carlo I, ma la fece subito e di buon animo».

Questa sua mossa non solo le evitò di entrare in conflitto aperto col parlamento, ma le procurò anche la riconoscenza delle Camere, della nazione e il suo prestigio ne risultò aumentato. Gli Stuart, che saranno portatori di una nuova concezione del potere reale, non potranno cedere quando la situazione politica lo consiglierà e questo provocherà la loro rovina.

La teoria politica degli Stuart

«È ateo e blasfemo», dirà Giacomo I in un discorso alla Camera Stellata nel 1616, «mettere in discussione ciò che Dio fa; il buon cristiano si accontenta della sua verità rivelata nel suo verbo: nello stesso modo è presuntuoso e oltraggioso che un suddito metta in discussione ciò che un re fa, o dire che il re può fare questo o quello». Giacomo VI, re di Scozia, qualche anno prima di salire al trono d'Inghilterra, aveva scritto un libro sulla natura delle monarchie. La tesi sostenuta in questo libro «ci ricorda la teoria politica di Bodin, secondo la quale il monarca era legibus solutus e poteva legiferare liberamente in tutti i campi, eccetto in quello previsto dalla Legge Salica in Francia, che regolava la successione al trono». Gli avvenimenti che lo porteranno sul trono inglese sembrano essere una verifica concreta ed ineluttabile di questa teoria di Bodin, pubblicata per la prima volta nel 1576.

Egli discendeva direttamente da Enrico VII per via di madre, ma il suo diritto alla successione inglese non era stato mai certo. Enrico VIII, nel 1536, aveva fatto approvare dal parlamento un Atto di Successione (riapprovato, emendato, nel 1544) con il quale gli si conferiva il potere di disporre del trono per testamento e nel suo testamento aveva previsto che in mancanza di eredi diretti dei suoi figli (Edoardo, Maria, Elisabetta), la corona andasse agli eredi di sua sorella minore Maria, duchessa di Suffolk, «posponendo, così, i discendenti di sua sorella maggiore Margherita, regina di Scozia».

Il problema della successione

Elisabetta, per tutto il suo regno, non volle sentire parlare di successione, malgrado il parlamento la premesse in questo senso. Il rifiuto della regina creò un clima di incertezza e di preoccupazione che sfociò in un'aperta polemica - nonostante una legge lo vietasse - sul problema di chi dovesse succedere al trono d'Inghilterra alla sua morte. La linea Suffolk - indicata da Enrico nel suo testamento» - veniva esclusa perché il suo ultimo discendente non veniva considerato figlio legittimo. Il diritto di Giacomo VI, re di Scozia, era messo in discussione in quanto egli era uno straniero e il diritto comune vietava agli stranieri di ereditare; nello stesso tempo era stato escluso esplicitamente dal testamento di Enrico VIII. A favore di Giacomo, tuttavia, venivano portati due argomenti: primo, il suo diritto di discendente faceva giustizia del fatto che fosse uno straniero; secondo, «il suo diritto al trono derivava da una fonte più alta di quella di una legge del parlamento»: il testamento di Enrico non aveva alcun valore.

«Dio gli aveva dato, in quanto prossimo alla successione, un inalienabile Diritto Divino. Così la dottrina del diritto divino nacque come la sola risposta valida per controbattere la tesi dei cattolici romani che mettevano in discussione il diritto al trono di Giacomo I... E non ci volle molto perché la dottrina del Diritto Divino dell'ereditarietà si trasferisse alla dottrina del potere assoluto e del diritto prerogativo eccezionale. Se il re succedeva al trono per diritto divino, egli derivava il suo potere da Dio, e perciò disubbidirgli era disubbidire alla legge di Dio».

Concezione del potere in Inghilterra

Questo era un modo nuovo di intendere la natura del potere in Inghilterra, ma era molto comune sul continente, dove vigeva il diritto di origine romana. In Inghilterra il successo del diritto comune era stata una risposta originale al diritto romano che, nella sua interpretazione tardo-imperiale e medievale, era portatore di una concezione assolutistica del potere, la quale poneva il sovrano al di fuori e al di sopra della legge.

Ai sovrani inglesi, comunque, il diritto comune riconosceva l'esercizio di alcune prerogative che li poneva sullo stesso piano della legge, ma non al di sopra e al di fuori di essa. La capacità di regolare il commercio con propri decreti; la capacità di emettere proclami che avevano valore di legge ogni qualvolta il re ne ravvisava la necessità ed era impossibile aspettare l'approvazione di una legge regolare, o semplicemente quando egli ne ravvisava l'urgenza; la capacità di regolamentare alcuni aspetti della vita religiosa, erano tutte prerogative di cui i Tudor avevano goduto. Il loro potere prerogativo era molto ampio, proprio perché essi ebbero il buon senso di non definirne la natura.

«In breve, la prerogativa reale dei Tudor era una branca della legge che conferiva al re alcuni diritti necessari, non godibili dai sudditi. Gli Stuart consideravano la loro prerogativa in modo diverso: per essi essa comprendeva quei diritti di cui Dio li aveva investiti e di cui dovevano rispondere a Dio solo. La loro prerogativa non era una branca della legge; essa era al di fuori della legge, e persino al di sopra e contro di essa. Come ha spiegato Smith, legibus solutus, per i Tudor significava il diritto di non osservare la legge se il criterio di equità lo richiedeva, un necessario potere di flessibilità; per gli Stuart significava vero assolutismo - libertà di non osservare la legge, perché essa era al di sotto del re».

Il conflitto con il parlamento

Era naturale che una simile concezione del potere si scontrasse con la fiera ostilità del parlamento. «Fin qui tutti avevano accettato la dottrina medievale che il re non poteva governare il suo popolo se non con la legge che esso stesso aveva approvato... Ma nessuno l'aveva analizzata, o aveva messo in evidenza tutte le sue implicazioni dettagliatamente. Se questa era la legge fondamentale dell'Inghilterra, proveniva dal buio dell'antichità o dall'indulgenza dei re precedenti? Era essa il diritto inalienabile degli inglesi o era una concessione che poteva essere revocata? Il re era soggetto alla legge o non lo era? E chi stabiliva che cosa era la legge? La maggior parte del XVII secolo [sarà] spesa nella ricerca di risposte - storiche, legali, teoriche - a queste domande».

Il problema religioso sotto Giacomo I

Il primo problema che Giacomo I si trovò davanti, alla sua ascesa al trono, fu quello religioso. La soluzione elisabettiana era stata accettata da tutta la nazione, ma non tutti ne erano soddisfatti. Una parte voleva spingersi oltre sulla strada del protestantesimo e, nell'immediato, chiedeva delle riforme nella vita della chiesa, che in apparenza non ne mutavano la natura, ma - in realtà - avrebbero provocato un certo sconvolgimento.

Sotto Elisabetta questo partito si era fatto piuttosto consistente, specialmente negli ultimi anni del regno, ma la regina si dimostrò sempre irremovibile nella sua determinazione di conservare il compromesso anglicano. Per difenderlo si era avvalsa del potere prerogativo per emettere alcuni proclami che mettevano al bando alcune sette che si andavano formando. Alla sua morte il problema era fortemente sentito negli strati inferiori della chiesa e nella parte più cosciente della borghesia. Ma esso non venne alla ribalta, con quella virulenza che conoscerà negli anni futuri perché si era creata l'aspettativa di un sovrano - Giacomo I - che era stato allevato nella fede presbiteriana e che certamente non sarebbe stato insensibile al grido di dolore che proveniva dal basso.

Con questa speranza, mille ministri del culto gli presentarono - durante il suo trasferimento dalla nativa Scozia alle sale del trono d'Inghilterra - una Petizione Millenaria (dal numero dei presentatori), con la quale si chiedevano le sospirate riforme. Ma i piani del re erano differenti. Egli aveva un'opinione molto precisa sul governo presbiteriano della chiesa, con il quale era entrato in conflitto e dal quale era stato sconfitto nella natia Scozia, la cui Kirk gli aveva imposto «nel 1581 la cosiddetta "Confessione negativa" in cui venivano respinte ogni religione e ogni dottrina che fossero in contrasto con la Confessio Scotica. Egli tendeva ad un sistema episcopale, con diritto di nomina da parte della corona; sembrandogli questa l'unica possibilità di conservare il potere».

«Egli era convinto che la gerarchia [ecclesiastica] fosse il migliore sostegno della corona e che dove non c'erano vescovi presto non ci sarebbero stati re. Egli era quindi determinato a non fare la più piccola concessione ai non conformisti... L'antipatia dichiarata di Giacomo per ogni forma di non conformismo protestante si fondava su un calcolo politico piuttosto che religioso».

Tuttavia, nel gennaio del 1604, egli convocò una conferenza per discutere il problema e sentire le richieste dei presentatori della Petizione. Dopo averli sentiti, Giacomo affermò la sua decisa volontà di mantenere la struttura episcopale della chiesa anglicana e rigettò le proposte dei riformatori, eccetto quella di apportare «qualche lieve modifica al libro della preghiera comune» e di promulgare una traduzione autorizzata della bibbia.

«Subito dopo il re emise un proclama con cui ordinò agli ufficiali, civili ed ecclesiastici, di fare il loro dovere nel pretendere il rispetto della conformità e ammonì tutto il popolo a non aspettarsi, né a tentare, ulteriori modifiche al libro della preghiera comune; poiché egli non avrebbe lasciato presumere a nessuno che il suo giudizio, espresso su un argomento di tanto peso, potesse essere soggetto a modifiche su suggerimento di qualche spirito leggero... Ma l'offesa più grande, ai diritti civili di questi uomini, fu l'arresto di dieci persone tra quelle che avevano presentato la Petizione Millenaria; poiché i giudici della Camera Stellata avevano dichiarato che questa costituiva un reato punibile a discrezione, in quanto si avvicinava molto al tradimento e tendeva all'incitamento alla sedizione e alla rivolta. Con questi inizi la casa degli Stuart indicava il corso che avrebbe seguito».

La conseguenza diretta di questa politica fu che trecento ministri del culto puritano diedero le dimissioni, in quegli stessi mesi, piuttosto che uniformarsi al nuovo libro della preghiera.

Nel marzo del 1604 Giacomo convocò il suo primo parlamento con un decreto che impartiva direttive per l'elezione dei candidati che erano al di fuori della tradizione: limitavano le libertà del corpo elettorale e nello stesso tempo calpestavano i diritti acquisiti del parlamento. Date le premesse, i contrasti tra Giacomo e la Camera dei Comuni insorsero sin dalla prima battuta. Il caso Goodwin ne fu...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

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