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Storia dell'economia - Ancien régime e Prima Rivoluzione industriale Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia dell'economia per l'esame del professor Di Taranto. Gli argomenti che vengono trattati sono i seguenti: l'Ancien régime e la Prima Rivoluzione industriale, il miglioramento dei mezzi di trasporto, la concentrazione della produzione in fabbrica.

Esame di Storia dell'economia docente Prof. G. Di Taranto

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spesso irrisoria sul prezzo finale per unità di prodotto. Perciò, il

commercio internazionale è cresciuto come mai prima.

La grande impresa manifatturiera ha frazionato l'attività produttiva,

affidandola a imprese più piccole, e si è assistito al trinfo del settore

dei servizi, tanto che si parla di società postindustriale.

L'economia sta diventando sempre più globale, nel senso che le

imprese operano a livello internazionale e producono per il mercato

mondiale. Inoltre si è estremamente sviluppata l'economia finanziaria.

Nel frattempo, il mondo ha assistito alla competizione fra due sistemi

economici contrapposti : quello che si rifaceva alla libera iniziativa e

quello basato sull'economia pianificata, terminato con il crollo di

quest'ultimo tipo di organizzazione economica e di politica.

-Una rivoluzione europea

La rivoluzione industriale, come si è visto, ebbe inzio nell'europa

occidentale verso la metà del settecento. Gli storici si sono sempre

chiesti perchè essa non si fosse realizzata in altre parti del mondo. Per

tentare di dare una risposta a questo quesito è necessario individuare

gli elementi che potevano favorire lo sviluppo. Fra essi vi erano il clima

e la disponibilità di risorse naturali, che favoriscono in modo

particolare sia l'agrucoltura che l'allevamento del bestiamo. Ma

condizioni simili si trovano pure in altre zone del pianeta.

Evidentemente, vi erano ulteriori elementi che giocavano a favore

dell'Europa e, in particolare, della Gran Bretagna. Fra questi va

annoverato lo sviluppo della tecnologia, che si era verificato pure in

altri luoghi, come in Cina e nei paesi islamici. Solo in Europa, però,

aveva dato risultati concreti, dato che nè i cinesi, nè i musulmani

riuscirono ad utilizzare le conoscenze di cui disponevano.

Infatti, in Europa, le condizioni per lo sviluppo della scienza, della

tecnica e dell'iniziativa economica trovarono terreno fertile. La stessa

frammentazione politica europea favorì una competizione fra i vari

stati, dapprima nelle scoperte geografiche, poi nel campo economico.

La visione del mondo che si era venuta formando in Europa fu lo

stimolo più potente allo sviluppo.

A ciò aveva contribuito anche la posizione del cristianesimo sul lavoro

e sul rapporto fra l'uomo e la natura.

Per di più, sempre in Europa, si andava allargando la partecipazione

democratica dei sudditi al governo del proprio paese e si stava

affermando una sempre maggiore uguaglianza degli individui dinanzi

alla legge. In particolare, vennero garantiti i diritti di proprietà.

La tecnologia potè facilmente svilupparsi. Da tempo la ricerca

scientifica si era sottratta all'influenza delle forze che vedevano nelle

novità un attentato al potere costituito o alle dottrine ufficiali. Inoltre,

la riforma protestante aveva fornito una "giustificazione"

all'arricchimento, considerando il successo e la ricchezza raggiunti

dal'uomo un segno della benevolenza divina.

- Lo sviluppo economico -

- Crescita, sviluppo, progresso

Si è parlato più volte di sviluppo economico assieme a quello di

crescita. Questi due termini, però, presentano alcune importanti

differenze.

La crescita economica può essere definita un aumento sostenuto del

valore complessivo di beni e servizi prodotti da una determinata

popolazione in un periodo definito, che in genere è di un anno. Lo

sviluppo economico è un concetto più ampio, perchè indica una

crescita elevata e prolungata, accompagnata da trasformazioni

strutturali, sociali e culturali, come avviene, quando si passa da

un'economia agricola a un'economia industriale.

La crescita è normalmente un processo reversibile, perchè a un

periodo di crescita può seguire un periodo di decrescita. Anche lo

sviluppo può essere reversibile, ma è difficile che trasformazioni

profonde possano essere annullate.

Inoltre, per loro natura, crescita e sviluppo sono termini neutri, in

quanto possono essere misurati e descritti prescindendo da giudizi

etici. Dal punto di vista economico, vi è crescita quando aumenta la

produzione di beni e servizi, indipendentemente dalla loro natura.

Diversa è la nozione di progresso, alla quale viene di solito associato un

significato positivo. Oggi siamo abituati a identificare crescita e

sviluppo con il progresso, ma non sempre è così perchè i concetti sono

differenti. L'idea di progresso è legata alla moderna concezione del

mondo, affermata in Europa da scienziati come Bacone, Cartesio e

Newton. La storia fu vista come un passaggio graduale della società da

forme primitive di organizzazione a forme sempre più avanzate e

perfezionate.

Quest'idea di progresso appartiene all'uomo occidentale

contemporaneo, ma non è stata ritenuta valida in ogni tempo e in

ogni luogo.

-La misurazione della crescita

La crescita viene normalmente misurata facendo ricordo ad alcuni

aggregati (= pag.16), come il Pil e il prodotti nazionale lordo (Pnl).

Il Pil è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un determinato

periodo all'interno di un paese da residenti e da stranieri.

Il Pnl è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un

determinato periodo soltanto dai residenti, all'interno di un paese e

all'estero, sempre al loro degli ammortamenti (=pag.17).

Il calcolo del Pil pone diversi problemi, fra cui quello relativo alla

misurazione del valore dei servizi, i quali vengono considerati sulla base

del costo sostenuto per produrli.

La determinazione del Pil serve anche per stabilire confronti

internazionali e comparare i livelli di crescita dei diversi paesi. A

questo proposito, però, bisogna osservare che il Pil complessivo di un

paese è poco significativo se non lo si rapporta alla popolazione.

Dividendo il Pil per il numero degli abitanti, si ottiene il Pil pro capite,

che permette di conoscere il valore dei beni e servizi che ciascun

cittadino ha mediamente contribuito a produrre.

Un altro problema che si pone, quando si vogliono effettuare confronti

fra le economie di diversi paesi, è quello del valore delle monete nelle

quali è espresso il Pil di ciascuno di essi e del conseguente tasso di

cambio da applicare. Da qualche tempo si fa ricorso al metodo della

Parità di potere d'acquisto, che consiste nell'individuazione di un

paniere di beni e servizi di uso più comune e nella determinazione del

loro prezzo nella moneta di ciascun paese. Questo metodo è comunque

preferibile all'applicazione del tasso di cambio, dato dall'incontro fra

domanda e offerta di moneta (=pag.17).

-I modelli di sviluppo

Gli storici e gli economisti hanno fatto spesso ricorso a schemi o

modelli per spiegare lo sviluppo economico, nel tentativo d'individuare

meccanismi applicabili all'evoluzione della società. Il ricordo a tali

modelli richiede grande cautela, perchè se essi sono utili come ipotesi

di lavoro e di studio, risultano pericoloso quando vengono utilizzati per

spiegare i processi storici.

Fra i vari modelli, è opportuno ricordare quello di Bucher. Egli

riteneva che lo sviluppo si realizzase attraverso quattro tappe; la

prima era quella dell'economia domestica chiusa, La seconda si

realizzava con la formazione di un'economia cittadina, poi di

un'economia nazionale e poi, con la quarta tappa, di un economia

mondiale.

Questo schema è stato sostituito da altri più recenti, fra i quali

riportiamo quello di Rostow, con l'introduzione del concetto di take-

off.

Secondo Rostow, la realizzazione dello sviluppo economico passa

attraverso cinque stadi:

1-La società tradizionale (Agricoltura attività dominante, produttività

bassa, popolazione non in crescita).

2- La società di transizione (Incremento produttività agricola,

evidente processo di accumulazione[pag.18], incremento istruzione,

classe imprenditoriale dinamica, innovazioni, intervento dello stato).

3- La società del decollo o del take off (produttività in crescita in

tutti i settori, maggiori innovazioni, maggiori investimenti,

trasformazioni a livello politico e istituzionale.)

4- La società matura ( produttività, innovazioni e investimenti

aumentano e si ampliano ad altri settori)

5- La società dei consumi di massa ( Forte aumendo domanda beni di

consumo e di servizi dovuto all'aumento del reddito pro capite).

Questo schema presentà, però, vari difetti, tra i quali la non

esauriente spiegazione del passaggio tra uno stadio ad un altro.

-Crisi e cicli economici

Una delle caratteristiche principali del mondo industrializzato fu la

comparsa delle crisi economiche, più precisamente di crisi di

sovrapproduzione; esse sono apparse con l'avvento del sistema

capitalistico industriale. Esse si presentano quasi sempre con la stessa

succesione di eventi. Hanno inizio con una fase di congiuntura

favorevole (pag.20), cioè di forte domanda e di rialzo dei prezzi, che

induce ad accrescere la produzione.

Per conseguenza, le vendite aumentano e si realizza il pieno impiego

dei fattori della produzione. Ma è difficile stabilire fino a quale punto

spingere la produzione e si corre il rischio di produrre più di quanto si

riesca a vendere, sicchè si determina una sovrapproduzione.

E' evidente che l'evoluzione del capitaismo industriale si presenta come

fortemente instabile, con periodi di espansione della produzione seguiti

da periodi di dipressione e di disoccupazione. Lo studio delle crisi,

perciò, è stato inquadrato in quello dei cicli economici, fra i quali

ricordiamo il ciclo breve o minore (studiato da Kitchin), il ciclo

maggiore o semplicemente ciclo economico ( studiato da Juglar) e il

ciclo lungo o movimento di lunga durata ( studiato da Kondratieff).

Juglar fu il primo a comprendere che le crisi s'inseriscono in

meccanisci ad andamento ciclico. Egli identificò le crisi come il punto

d'inversione di tendenza fra espansione e depressione e individuò cicli

della durata di otto-dieci anni, durante i quali si susseguono, appunto,

una fase di espansione e una di depressione. Per molto tempo si pensò

che esistesse una sola categoria di movimenti ciclici, finchè Kitchin,

studiando le statistiche dei tassi d'interesse e dei prezzi all'ingrosso in

Gran Bretagna e negli Stati Uniti, mise in evidenza l'esistenza di un

ciclo minore dalla durata di 3-4 anni. Poco dopo, Kondratieff

individuò onde lunghe nell'attività economica che durano iintorno ai

cinquant'anni, basandosi dapprima solo sull'andamento dei prezzi e in

seguito anche sulla variazione della produzione. Le due fasi che

compongono questo ciclo lungo vennero chiamata fase a (espansione) e

fase b (depressione).

-Le premesse della rivoluzione industriale-

-Popolazione ed economia

La prima rivoluzione indsutriale non si sarebbe potuta verificare se

non fosse stata accompagnata da profonde trasformazioni anche in

altri campi, come la popolazione, l'agricoltura, i trasporti e il

commercio.

Lo studio della popolazione è particolarmente importante per

comprendere i problemi economici di un determinato territorio e di

una certa epoca.

Un aumento della popolazione significa che vi sono più bocche da

sfamare, più persone da vestire e più famiglie che hanno bisogno di

un'abitazione. Ma significa anche che vi sono più braccia per lavorare o

più persone da occupare. Ciò provoca, da un lato, un aumento della

domanda di beni e, dall'altro, un aumento dell'offerta di prodotti.

In linea generale, la domanda complessiva è influenzata dalla

struttura sociale della popolazione, ma anche da fattori socio-culturali.

Infine, la domanda è influenzata soprattutto dal reddito dei

consumatori, e quindi dalla loro capacità di spesa.

Nel mondo preindustriale, la gente consumava poco; la percentuale del

reddito destinata ai consumi alimentari è tanto più elevata quanto

minore è il reddito, e quindi i ricchi hanno la possibilità di riservarne

una parte considerevole anche ad altri consumi.

L'offerta, a sua volta, è condizionata dalla capacità produttiva, ossia

dalle terre e dal capitale disponibile, dalle tecniche di produzione e

dalle fonti d'energia. Ma era anche determinata dal numero di

abitanti di un paese e dalla sua composizione per classi d'età.

-La dinamica della popolazione nel mondo preindustriale

La conoscenza del numero degli abitanti di un paese presenta non

poche difficoltà, in particolare prima del secoli 18° e 19°, nei quali

furono effettuati i primi censimenti. Per i periodi precedenti sono

disponibili stime dovute a diversi studiosi, che si sono basati su

elementi indiretti, come le rilevazioni tributarie o le leve militari.

Secondo tali stime, il continente maggiormente popolato era l'Asia,

ma la popolazione mondiale non raggiungeva gli 800 milioni. In

Europa la nazione più numerosa era la Francia.

La popolazione europea aveva conosciuto periodi di crescita e

decrescita. Essa aumentò dal 400 fino al 200 D.C., per poi diminuire

nel 700 D.C., riprendersi fino al 1300 e crollare nuovamente nel 14°

secolo.

Dopo di allora, essa continuò a crescere.

Era il caratteristico andamento ad onde, che mostra come fosse

difficile per la popolazione europea crescere stabilmente.

Nell'Europa preindustriale permaneva il vecchio regime demografico.

Esso era caratterizzato da un'alta natalità e una mortalità anch'essa

molto elevata.

La mortalità, inoltre, era fortemente condizionata da un'altissima

mortalità infantile. Per conseguenza, la vita media oscillava, di solito,

frai 20-25 anni, per giungere in qualche caso ai 30 anni.

Tutto ciò era dovuto alla completa dipendenza della popolazione dalla

disponibilità di mezzi più elementari di sussistenza, costituiti quasi

esclusivamente dai prodotti della terra.

Quando la popolazione cresceva in modo eccessivo, gli abitanti del

luogo, di solito, dovevano affrontare lunghi periodi di malnutrizione,

causando l'indebolimento dell'organismo umano, che diventava facile

preda delle epidemie.

La diffusione di malattie di ogni tipo era favorita dalle insufficienti

conoscenze mediche e dalle misere condizioni igieniche e di vita.

La guerra non era una grave causa di mortalità; di più lo erano le

devastazioni e i saccheggi.

Va rilevato, inoltre, che la popolazione europea del '700 era

sostanzialmente analfabeta. In molti casi sapeva leggere, ma non

riusciva a scrivere il proprio nome.

-La rivoluzione demografica

Il regime demografico primitivo venne sostituito da un nuovo regime,

che potremmo definire moderno.

Il passaggio dal vecchio al nuovo regime iniziò dapperttutto con la

diminuzione del tasso di mortalità, al quale fece seguito la diminuzione

del tasso di natalità. Contemporaneamente, la vita media aumentò,

dapprima lentamente e poi sempre più rapidamente.

Nel secolo compreso fra metà '700 e metà '800, la popolazione

mondiale aumentò da poco meno di 800 milioni a quasi 1.3 miliardi;

La popolazione europea arrivò quasi a raddoppiarsi, e quella della

Gran Bretagna si triplicò.

Il legame fra aumento della popolazione e disponibilità alimentari si

stava finalmente spezzando.

Ma l'incremento demografico destò molte preoccupazioni, soprattutto

per lo scritto di Malthus "Saggio sulla popolazione".

Dato che la popolazione cresce, per Malthus, secondo una progressione

geometrica(1,2,4,8...), e i mezzi di sussistenza secondo una

progressione aritmetica(1,2,3,4...), per evitare che la popolazione

restasse indigente, era necessario limitarne l'incremento. Malthus

faceva appello al cosiddetto moral restraint, ossia al ritardo, o

rinuncia, al matrimonio e alla pratica della castità.

-Le cause della rivoluzione demografica

Le cause che determinarono la crescita della popolazione sono

molteplici.

La riduzione del tasso di mortalità fu certamente determinata da

diversi fattori, come una più adeguata alimentazione o le migliorate

condizioni igieniche.

L'alimentazione diventò più regolare e in alcuni casi anche più

diversificata e abbondante, sopprattutto per l'incremento della

produzione agricola e il miglioramento dei trasporti

Le condizioni igieniche cominciarono a migliorare, a partite

dall'utilizzo del sapone e del cotone, il quale si poteva lavare con

maggiore frequenza.

Per quanto riguarda la medicina, i miglioramenti e le scoperto furono

poche, fra cui il vaccino per il vaiolo.

Tuttavia vi fu una maggiore attenzione verso la medicina, che fu

meglio organizzata, per esempio con la costituzione delle prime

accademie mediche.

Il tasso di natalità rimase elevato ancora per parecchio tempo, ma

anch'esso cominciò a mostrare qualche segno di cedimento, dovuto,

molto probabilmente, alle trasformate condizioni economiche e

organizzazione del lavoro.

La famiglia allargata fu costretta a cedere il posto alla famiglia

composta dal solo nucleo elementare genitori figli. Questa evoluzione fu

più evidente nelle città, le quali stavano crescendo e sviluppandosi.

-L'agricoltura di ancie régime

Circa 10mila anni fa, in medio oriente, l'uomo scoprì il modo di

coltivare la terra e allevare gli animali, e da nomade divenne

sedentario. Si realizzò, così, quella che è stata chiamata la prima

rivoluzione agricola.

Ma l'insufficiente produttività non consentiva all'uomo di accrescere il

numero d'individui.

Verso la metà del'700, le persone dedite all'agricoltura costituivano

dappertutto la maggioranza della popolazione. La predominanza del

settore primario durò fino al 18° secolo in molti paesi e fino al 20°

secolo in tanti altri, fra cui l'Italia.

Con il tempo, però, esso ha ceduto il primo posto al settore

secondario, che poi è stato superato da quello terziario. Alcuni

economisti hanno chiamato questa trasformazione legge dei tre

settori, che individuerebbe la tendenza di lungo periodo, delle

economie in crescita, alla riduzione percentuale degli addetti

all'agricoltura a vantaggio di quelli dell'industria e dei servizi.

Prima dell'industrializzazione, l'agricoltura era l'attività economica

predominante a causa della scarsa produttività.

Due importanti caratteristiche dell'agricoltura di ancien régime erano

la pratica della policotura e la scarsa commercializzazione dei prodotti

agricoli.

La policoltura era quasi una necessità, dal momento che era difficile e

molto costoso trasportare a distanza i prodotti agricoli. Perciò ogni

regione si sforzava di produrre tutto ciò che serviva per soddisfare le

necessità essenziali della popolazione. Questa scelta, però, contribuiva

ad abbassare la resa delle terre.

La commercializzazione dei prodotti della terra era molto limitata.

Solo i grandi proprietari potevano vendere parte della produzione sul

mercato, che peraltro si limitava alle zone circostanti. La massa dei

coltivatori, invece, che riusciva a ricavare dalla terra soltanto il

necessario mantenimento della propria famiglia, non era in grado

d'immettere alcunchè sul mercato.

-La rivoluzione agraria: le tecniche

La crescita della popolazione comportava, logicamente, un aumento

della domanda dei beni di prima necessità, con un conseguente

aumento dei prezzi. Vi era, cioè, l'esigenza di alimentare un maggior

numero di persone e quindi d'incrementare la produzione agricola.

Le profonde trasformazioni realizzate in Inghilterra hanno dato luogo

alla rivoluzione agraria, termine con il quale si fa riferimento a un

forte incremento della produzione e della produttività in agricoltura,

agrazie all'introduzione di nuove tecniche e al mutamento del regime

della proprietà fondiaria.

Il problema principale dell'attività agricola era costituito dalla

necessità di rispristinare la fertilità del suolo dopo le coltivazioni. Ciò

poteva avvenire lasciando la terra periodicamente a riposo e

ricorrendo alla concimazione. Il periodo di riposo, detto maggese,

entrava a far parte dei numerosi metodi di avvicendamenti colturali

allora utilizzati. I più comuni erano la rotazione biennale e la rotazione

triennale (con due anni di coltivazione e uno di maggese). In questo

modo, la metà o un terzo delle terre coltivate restava ogni anno

inutilizzato. Il riposo, inoltre, non bastava a ridare fertilità, e

bisognava ricorrere anche alle concimazioni. Il risultato migliore si

otteneva con il letame, ottenuto dalla fermentazione degli escrementi

degli animali mescolati con la paglia.

La produzione dei cereali era già aumentata da tempo per la necessità

di rifornire le città, e aveva dato vita a un proficuo commercio non

solo interno, ma anche di esportazione. Era però necessario accrescerlo

ancora.

La rotazione più diffusa in Inghilterra era quella triennale, ma, come

già detto, una buona parte della terra rimaneva inutilizzata.

Eppure, la soluzione per evitare questo spreco era già stata trovata. La

soluzione consisteva nell'eliminazione del maggese e nell'inserimento

nelle rotazioni di leguminose e di piante da foraggio, le quali

miglioravano la fertilità del terreno (Sistema di Norfolk).

Una conseguenza importante nell'inserimento di piante foraggere nelle

rotazioni fu la possibilità di alimentare gli animali nelle stalle, in

particolare i bovini. La costruzione di stalle e magazzini richiedeva

investimenti di una certa consistenza da parte degli imprenditori

agricoli; tuttavia, era conveniente impiegarvi delle somme, perchè si

aveva la possibilità di disporre di stallatico con il quale concimare il

terreno ed elevarne la produttività.

Fu però necessario del tempo affinchè queste nuove pratiche si

diffondessero. La tradizionale diffidenza dei contadini li portava a

convincersi della bontà di nuove colture e di metodi solo quando

vedevano i risultati nel campo del vicino.

Nel corso del 18° secolo, si registrarono anche alcuni interessanti

miglioramenti degli attrezzi e delle macchine agricole. In precedenza,

si adoperavano pochi ed elementari strumenti, come l'aratro semplice

o a ruote. Di grande utilità era l'uso degli animali da tiro, ma essi

dovevano essere mantenuti e ciò comportava un costo.

-La rivoluzione agraria: il regime della proprietà fondiaria

Le rotazioni continue, le nuove coltivazioni e l'allevamento del

bestiame nelle stalle richiedevano la piena ed esclusiva disponibilità

delle terre da parte di chi le doveva utilizzare. Invece, la coltivazione

di molte terre avveniva sostanzialmente in modo comunitario e si

basava sul cosiddetto sistema dei tre campi. Le terre non recintate del

villaggio, cioè, erano divise in tre parti, di cui due coltivate e una

tenuta a maggese. Ogni parte era a sua volta frazionata in numerose

strisce, che venivano assegnate periodicamente alla famiglie con il

compito di coltivarle. Gli abitanti del luogo avevano la facoltà di

pascoltare il bestiame e raccoglierne la legna e frutti spontanei nelle

terre incolte comunali e anche sui campi coltivati dopo il raccolto o

nel periodo di maggese. Era necessario, perciò, fissare di comune

accordo il tipo di coltivazione e il tempo della semina e del raccolto, in

modo che tutti fossero a conoscenza dei periodi durante i quali

potevano esercitare i loro diritti sulle terre. In tali condizioni era

difficile introdurre migliorie e sperimentare nuove coltivazioni.

In Inghilterra, le terre gravate dai diritti degli abitanti del luogo erano

numerose e si dividevano in : a) Open field (coltivate con il sistema dei

tre campi)-b) Common lands (ossia le terre comuni, appartenenti alla

comunità, in genere non coltivate ma lasciate all'uso collettivo.

Ma per apportare qualsiasi innovazione era necessario ottenere il

consenso dei titolari di tali diritti. Perciò fu dato un nuovo impulso al

movimento delle enclosures (recinzioni), che doveva portare a una

completa privatizzazione delle terre.

A metà '800 non vi erano più campi aperti e il nuovo paesaggio aveva

assunto l'aspetto di una continua successione di terreni delimitati da

muretti, siepi o altre forme di chiusura.

La pratica della recinzione poteva avvenire in seguito a un accordo

privato o con un "atto" del parlamento. Quando gli aventi diritto

erano pochi si poteva giungere facilmente a un accordo e si procedeva

alla divisione delle terre e alla loro recinzione. Quando, viceversa, le

persone erano molte e non riuscivano ad accordarsi, si seguiva l'altra

procedura, in virtù della quale i titolari di almeno l'80 % delle terre

presentava una petizione al parlamento, che nominava una

commissione d'inchiesta. Se il suo parere era favorevole, il parlamento

emanava un atto che autorizzava la divisione.

Le spese per giungere alla recinzione erano elevate. I titolari di piccole

strisce o i contadini poveri che vantavano solo diritti di sfruttamento

non potevano permettersi tali spese e, sia pure protestando,

preferivano cedere i loro diritti in cambio di una liquidazione in

denaro. Proprio per ridurre questi costi fu emanato il General

Enclosures Act.

Coloro che ottennero un piccolo appezzamento di terra spesso lo

vendettero ai proprietari più grandi e si trasformarono in fittavoli o

in braccianti agricoli. In tal modo, le enclosures contribuirono al

consolidamento della grande proprietà. I grossi proprietari terrieri

affidavano le loro tenute a capaci fittavoli, che vi investivano capitali e

si servivano di braccianti salariati per i lavori agricoli.

La divisione delle terre non provocò un immediato spopolamento delle

campagne sia perchè la media e la piccola proprietà sopravvissero sia

perchè fu necessaria molta manodopera per procedere alle recinzioni.

Le divisioni, inoltre, consentirono anche di recuperare all'agricoltura

brughiere e terreni acquitrinosi.

I contadini poveri che avevano perso i diritti sui campi aperti poterono

impiegarsi in tali attività, oppure trovare lavoro presso la nascente

industria. Invece, i piccoli proprietari che non vendettero le quote

ottenute, riuscirono a profittare del periododi alti prezzi (1750-

1815), che consentì a molti di loro di far fronte a spese di recinzione

e di conservare un posto nel nuovo sistema agricolo.

-Rivoluzione agraria e rivoluzione industriale

Fra rivoluzione agraria e rivoluzione industriale vi è uno stretto

rapporto, nel senso che i due fenomeni s'influenzarono reciprocamente

e l'una non si sarebbe potuta realizzare senza il contributo e l'apporto

dell'altra. La rivoluzione agraria ha contribuito alla rivoluzione

industriale inglese in almeno quattro modi: Sostenne una popolazione

in aumento, creò il potere d'acquisto da destinare ai prodotti

dell'industria britannica, consentì lo spostamento di popolazione nelle

zone industriali, partecipò alla formazione del capitale necessario al

finanziamento dell'industrializzazione.

-Trasporti e Commercio-

- La rivoluzione dei trasporti: strade e ferrovie

L'altra rivoluzione che contribuì in modo considerevole fu quella dei

trasporti. In verità, essa risultò molto più determinante nella seconda

metà dell'800, quando si diffusero le ferrovie e la navigazione a

vapore. Ma anche prima di quell'epoca furono realizzati importanti

migliramenti.

I trasporti terrestri erano quelli più consistenti, ma con la decadenza e

l'abbandono dell'imponente rete stradale dell'Impero Romano, l'Europa

era rimasta priva di strade efficienti.

Inoltre non esisteva un valido servizio di manutenzione e la riparazione

delle strade era affidata quasi dappertutto agli abitanti delle località

attraversate, che vi dovevano provvedere con un certo numero di

giornate di lavoro gratuito.

Le strade inglesi erano considerate le peggiori d'Europa.

La necessità di rifornire di generi alimentari e di carbone le città in

espansione, e in primo luogo Londra, indusse il governo a intervenire,

favorendo il sistema delle strade a pedaggio. A poco a poco, la

manutenzione di numerose strade venne sottratta alla responsabilità

delle parrocchie e affidata a società private che percepivano un

pedaggio dagli utenti, come avviene nelle moderne autostrade.

Ma la vera rivoluzione nel settore stradale si ebbe soltanto all'inizio del

secolo 19°, quando alcuni ingegneri ripresero i sistemi di costruzione

dei Romani e cominciarono a realizzare strade più solide e compatte.

Su uno strato di pietre grosse si disponevano diversi strati di pietre

più piccole, ricoperti con una o più gettate di pietrisco minuto, il tutto

schiacciato in modo da formare una superficie dure e liscia. La

carreggiata doveva essere leggermente arrotondata per assicurare il

deflusso dell'acqua nelle cunette laterali. Solo così fu possibile

consentire lo spostamento più veloce e più economico dei passeggeri,

delle merci e delle notizioe. La grande innovazione nei trasporti

terrestri fu costituita dalla comparsa delle strade ferrate. I loro effetti,

però, si manifestarono in pieno solo al tempo della seconda rivoluzione

industriale. Le strade ferrate nacquero dall'abbinamento delle rotaie

con la locomotiva a vapore. I binari non erano una novità.

La prima locomotiva a vapore fu costruita nel 1801, ma non ebbe

successo. Bisognò attendere il 1825, quando Stephenson costruì una

locomotiva impiegata sulla strada ferrata che collegava due miniere.

Cinque anni più tardi, fu inaugurata la linea Liverpool-Manchester,

che utilizzava la locomotiva di Stephenson e che è considerata la

prima vera linea ferroviaria del mondo.

- Le vie d'acqua

Nel '700, le strade non consentivano il trasporto di merci pesanti sulle

lunghe distanze, per le quali erano più indicate le vie d'acqua interne.

Ma se era agevole discendere i fiumi, risultava difficile risalirli e per

farlo bisognava trainare le imbarcazioni dalla riva. Altri inconvenienti

erano costituiti dagli sbarramenti creati per alimentare i numerosi

mulini che erano sorti, dai pedaggi da pagare alle città o ai signori dei

feudi attraversati, dai bassi fondali e dalla presenza delle corporazioni

dei barcaioli, che imponevano l'uso delle proprie barche alle tariffe da

esse stabilite.

In Inghilterra, nella seconda metà del'700, si sviluppò una vera febbre

dei canali; questi ebbero un'importanza notevole, perchè quasi sempre

collegavano due fiumi navigabili e perciò contribuirono ad ampliare la

rete di comunicazione formata dalle acque interne.

L'Inghilterra, difatti, possedeva un gran numero di fiumi, che se non

erano tutti navigabili potevano facilmente diventarlo con poche opere

di sistemazione. I canali erano sorti specialmente per rifornire di

carbone le città, dove esso era utilizzato innanzitutto come

combustibile per il riscaldamento.

Il trasporto marittimo era certamente la forma di trasporto più

economica. Le navi consentivano di muovere una maggiore quantità di

merci, anche se il viaggio in mare presentava non pochi pericoli, come

le tempeste e la presenza dei pirati.

Perciò, i proprietari delle navi, per garantirsi da questi rischi,

stipulavano polizze con le numerose compagnie di assicurazione che

stavano sorgendo. In questo campo particolare rilievo assunsero i

Lloyd's di Londra.

In Gran Bretagna, il trasporto di carbone, pietre, argilla e grano

avveniva medianete una fotta di piccole imbarcazioni dedite al

cabottaggio.

Il nuovo secolo vide anche i primi esperimenti nel campo della

navigazione a vapore; i nuovi battelli, con la caratteristica ruota a pale

applicata alle fiancate, si diffusero sia in Europa che negli Stati Uniti.

Sui mari, le navi a vapore subirono la concorrenza dei velieri fino alla

metà dell'800, sicchè non poterono dare un contributo significativo

alla prima rivoluzione industriale.

- Commercio e mercantilismo

Secondo Adam Smith, "il consumo è l'unico fine di tutta la

produzione". Ciò significa che sia i prodotti industriali, che quelli

agricoli, dovevano essere venduti, altrimenti non vi era convenienza a

continuarne la produzione. Ma i mercati dell'epoca erano troppo

ristretti. I beni vendibili erano collocati quasi tutti sul vicino mercato

cittadino o in località distanti poche decine di chilometri dal luogo di

produzione, raggiungibili con i mezzi di trasporto di cui allora si

disponeva. Solo una piccola quota usciva da questo ristretto ambito

locale per raggiungere mercati più o meno lontani e una ancora più

piccola concorreva ad alimentare il commercio internazionale e

transoceanico.

Gli ostacoli al commercio erano di diversa natura e contribuivano a

determinare la ristrettezza dei mercati interni. Vi erano barriere

naturali e barriere artificiali. Le barriere naturali, difficili da

rimuovere, erano costituite dalle eccessive distanze, aggravate dalla

presenza di alte montagne, foreste, fiumi e mari e dal cattivo stato

delle strade.

Le barriere artificiali, introdotte dagli uomini e perciò più semplici da

eliminare, erano costituite principalmente dai numerosi dazi che

bisognava pagare sulle merci importate e spesso anche su quelle inviate

da un luogo all'altro dello stesso stato.

Ma altri fattori impedivano l'espansione dei mercati, come i bassi

redditi della popolazione, che limitavano le possibilità di acquisto di

molti beni, l'insicurezza dei viaggio terrestri, di quelli di mare, e,

infine, l'insufficienza della moneta in circolazione e le difficoltà di

accesso al credito.

Il commercio internazionale era stato il ramo più dinamico

dell'economia dei secoli successivi alle scoperte geografiche. Ormai

anche alcune merci pesanti, voluminose e di minor pregio

partecipavano a tali traffici, grazie ai miglioramenti realizzati nella

progettazione e nella costruzione delle imbarcazioni. A ciò aveva

contribuito la politica mercantilistica.

Il mercantilismo era sia una dottrina economica, che una politica

economica. Come dottrina, il mercantilismo riteneva che la ricchezza

di una nazione fosse assicurata dalla quantità di metalli prezioni da

essa posseduti. La conseguenza di una tale teoria era il perseguimento

di una politica che consentisse di accrescere la ricchezza nazionale con

ogni mezzo, anche illecito, come il contrabbando e la guerra di corsa.

Ma il modo indubbiamente più sicuro e onorevole era costituito dal

potenziamento delle esportazioni, che sarebbero state pagate con

monete d'oro o d'argento. Questa visione trovava concordi sia i

mercanti che i governanti. I primi vedevano nell'incremento del

commercio ottime occasioni di guadagno, mentre i governanti vi

scorgevano la possibilità di accrescere le entrate statali , mediante le

imposte e i dazi che potevano colpire la produzione e i traffici. La

preoccupazione costante e sempre più pressante dei governanti era

diventata quella di procurarsi le somme necessarie per far fronte alle

spese statali, soprattutto per mantenere gli eserciti e le flotte e per

sostenere il cresente costo delle guerre.

La politica mercantilistica fu un insieme spesso eterogeneo di

provvedimenti adottati dai vari stati. Tutti, però, miravano a

costituire abbondanti riserve d'oro e d'argento. I paese europei

dovevano procurarselo in altro modo: mediante la conquista di colonie

provviste di tali metalli, oppure con il commercio, in particolare quello

estero. Perciò bisognava esportare più di quanto s'importasse, cioè

avere una bilancia commerciale attiva.

Gli stati attuarono la politica mercantilistica in vario modo, ma

principalmente mediante una politica economica protezionistica e

nazionalistica. Ciò poteva avvenire con la protezione doganale e con

forme di sostegno diretto alle manifatture. La protezione doganale

garantiva le industrie nazionali dalla concorrenza estera, colpendo con

dazi molto elevati le importazioni di beni che si potevano produrre in

patria. Assicurava, inoltre, l'approvvigionamento di materie prime

necessarie alle manifatture nazionali, vietando o limitando la loro

esportazione oppure agevolandone l'importazione se bisognava farle

venire dall'estero.

Il sostegno diretto alle manifatture avveniva tramite premi alla

produzione o all'esportazione, e con la concessione di privilegi, come

esenzioni fiscali.

Le flotte mercantili dovevano essere incoraggiate e sostenute perchè

favorivano le esportazioni e, in caso di noleggio di navi agli stranieri,

consentivano anche entrate di denaro. Perciò, quasi tutti gli stati,

avevano introdotto leggi sulla navigazione, che si proponevano di

riservare il commercio estero alle navi nazionali e di favorire la

marina mercantile. Per esempio, i Navigations Acts, imponevano che

le merci importate in Inghilterra dovessero essere trasportate su navi

inglesi o sulle navi del paese di provenienza. Solo la piccola Olanda

seguì politiche meno restrittive, accettando nei suoi porti e nei suoi

mercati commercianti di tutte le nazioni.

I governi attribuivano grande importanza al possesso delle colonie,

dato che erano utili alla madrepatria per la fornitura di beni di cui

non disponeva e per accaogliere la popolazione eccedente o

indesiderata. E, inoltre, ancquistavano dalla madrepatria parecchi

manufatti che non erano in grado di produrre direttamente. Proprio

per favorire il commercio internazionale e coloniale vennero fondate

numerose compagnie commerciali nei principali paese, come la

Compagnia inglese, o la Compagnia olandese, delle Indie Orientali.

- Il commercio internazionale

In Inghilterra, il miglioramento delle vie di comunicazione e dei mezzi

di trasporto consentì un ulteriore e irreversibile ampliamento del

mercato. Il mercato interno fu spinto dall'incremento dei consumi,

alimentato dall'aumento del reddito pro capite.

Il livello di vita era il più elevato d'Europa e le famiglie inglesi

godevano mediamente di un'alimentazione varia e ricca, vestivano in

modo adeguato e le loro case erano ben immobiliate.

Più che il mercato interno, fu l'evoluzione del mercato internazionale

ad accelerare la rivoluzione industriale. Nella seconda metà del secolo

18°, il commercio estero della Gran Bretagna crebbe di due volte o

forse di due volte e mezzo.

A questo commercio si aggiunse un crescente commercio di

riesportazione, ossia di acquisto di merci straniere, in genere dai paesi

tropicali, che venivano poi rivendute in Europa. L'Inghilterra

importava zucchero, tabacco e piante tintorie dalle Indie Occidentali,

che pagava con schiavi acquistati sulle coste orientali dell'Africa in

cambio di armi, ferramenta, alcolici e pezze di cotone indiane.

Londra, con il suo porto, i suoi magazzini, i suoi banchieri e i suoi

assicuratori, era al centro di questa intricata rete di rapporti

internazionali. Essa rappresentava anche il mercato finanziario più

importante del mondo, dove era possibile trovare credito a condizioni

ragionevoli o investire il proprio capitale a un tasso conveniente.

Le esportazioni dei prodotti nazionali britannici verso l'Europa si

ridussero notevolmente nella seconda metà del' 700, per essere

sostituite da quelle dirette verso il Nord America e le Antille. Ma

ancora più significativa fu la variazione della composizione delle

esportazioni di prodotti nazionali: l'esportazione di grano era cessata

del tutto e il grano doveva essere importato; l'esportazione di tessuti

di lana fu sostituita dall'esportazione di tessuti di cotone, in seguito

alla straordinaria espansione di questa nuova industria.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e management
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher michelecarraturo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Di Taranto Giuseppe.

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