Storia economica
Parte 1 - La prima rivoluzione industriale
Il sistema feudale
Nel '700 il sistema feudale era ormai in profonda e definitiva decadenza; conservava però alcuni elementi che erano oggetto di continue lamentele e proteste da parte delle classi non privilegiate. È opportuno, comunque, ricordare le caratteristiche "salienti".
Il sistema feudale si basava su una serie di rapporti personali e patrimoniali, intercorrenti fra il sovrano e i suoi vassalli e tra costoro e i loro contadini. In origine, i vassalli promettevano fedeltà al proprio sovrano e si obbligavano a fornirgli aiuto (militare e finanziario) e consiglio (partecipazione a consultazioni periodiche). In cambio, il signore garantiva al vassallo la sua protezione e gli assicurava il mantenimento mediante l'assegnazione del feudo. Il sovrano poteva in qualsiasi momento revocare la concessione.
I feudi, con il passare del tempo, divennero ereditari, vendibili, e frazionabili in suffeudi, che potevano essere concessi ad altri vassalli (valvassini e valvassori). Le terre del feudo erano di solito divise in:
- La Riserva Dominica (che il signore faceva coltivare ai suoi servi)
- I Mansi (poderi dati in concessione ai contadini liberi)
- Le Terre Comuni (ossia le terre riservate allo sfruttamento comunitario degli abitanti del luogo).
Il feudatario, inoltre, garantiva la difesa contro i nemici con i suoi uomini armati, amministrava la giustizia, aiutava i contadini in caso di difficoltà, per esempio anticipando derrate, e costruiva e teneva funzionanti mulini, forni ecc. In cambio, i contadini erano tenuti ad alcune prestazioni verso il proprio signore: pagavano un censo per l'uso della terra loro affidata, fornivano prestazioni d'opera gratuite (corvées) e mettevano a disposizione uomini armati in caso di guerra.
Dal punto di vista sociale, il mondo feudale era visto come un'organizzazione distinta in tre ordini: oratores (clero), bellatores (nobiltà), laboratores (contadini e artigiani). Con il tempo, il sistema feudale si è andato sfaldando e trasformando, a differenza dei paesi dell'Europa Orientale e Meridionale, dove conservò parecchi suoi tratti originari.
La società di ancien régime
Il termine "ancien régime" entrò in uso al tempo della rivoluzione francese per indicare l'organizzazione politica, economica e sociale della Francia prerivoluzionaria. Nel '700, la società europea era ancora divisa in classi. Al vertice vi erano la nobiltà e il clero, alla base la massa dei lavoratori e in mezzo il ceto borghese.
La nobiltà godeva ancora di un enorme prestigio sociale ed esercitava un importante ruolo politico. La natura prevalentemente aristocratica della società settecentesca era rafforzata dall'autorità e dal prestigio della Chiesa. Inoltre, il clero continuava a godere di molti privilegi, considerando che deteneva il monopolio pressoché completo dell'istruzione.
I contadini erano la stragrande maggioranza della popolazione, ma le loro condizioni variavano da luogo a luogo. Nell'Europa Occidentale, le loro condizioni erano abbastanza buone, ma a est del fiume Elba le loro condizioni peggioravano e i vincoli feudali si facevano sempre più oppressivi.
La borghesia si andava consolidando, ed assumeva caratteristiche particolari a seconda dei paesi in cui era nata e si era sviluppata. Era una borghesia mercantile nei paesi dell'Europa Occidentale; era composta da pubblici funzionari nei paesi dell'Europa Centrale e Orientale.
La prima rivoluzione industriale
Le prime trasformazioni si concentrarono in Inghilterra, a partire dalla metà del '700, e diedero origine alla rivoluzione industriale. Il termine "rivoluzione" fu utilizzato per indicare, in questo caso, mutamenti strutturali dell'economia e della società. La rivoluzione industriale non ebbe inizio inaspettatamente, ma fu preparata nei secoli precedenti da alcune lente trasformazioni, che riguardarono l'industria, il commercio, l'agricoltura, i trasporti, la popolazione e le comunicazioni.
La prima rivoluzione industriale va all'incirca dalla metà del '700 alla metà dell'800 e interessò nazioni come l'Inghilterra, e in seguito Francia e Stati Uniti. Essa fu caratterizzata da un insieme di innovazioni tecnologiche che riguardarono, in primo luogo, la caldaia a vapore, l'industria tessile e quella siderurgica. La popolazione crebbe a ritmi costanti, facendo aumentare la domanda di beni, specie quelli di prima necessità.
L'agricoltura conobbe un aumento della produzione e della produttività. Il miglioramento dei mezzi di trasporto, con la costruzione delle prime linee ferroviarie, permise di ampliare i mercati e diede uno sbocco alle merci. La concentrazione della produzione in fabbrica si andò diffondendo e si fece maggiore ricorso a macchine semplici, che non richiedevano particolari competenze per essere manovrate.
Un'altra importante caratteristica della prima rivoluzione industriale fu che essa risultò poco costosa, nel senso che non furono necessari molti capitali per avviare un'attività produttiva, essendo relativamente modesto il costo delle macchine e basso quello della manodopera. Le banche ebbero scarsa importanza in questa fase, perché i capitali più consistenti vennero forniti agli imprenditori da familiari e da amici, o derivarono dall'autofinanziamento.
La seconda rivoluzione industriale
La seconda rivoluzione industriale si sviluppò intensamente tra la seconda metà dell'800 e la Prima Guerra Mondiale, per poi proseguire fino alla metà del XX secolo. Essa riguardò principalmente stati come Stati Uniti e Germania, ma interessò anche Russia e Italia e vide la prima modernizzazione del Giappone, mentre la Gran Bretagna si avviava a perdere il suo primato.
Le principali attività produttive riguardarono la chimica, l'elettricità, la meccanica, l'acciaio, il petrolio, il motore a scoppio e la radio. La popolazione aumentò del 60%, ma molte persone decisero di trasferirsi in altri paesi (come gli europei in America) o in città, attratte dalla possibilità di lavoro offerte dalla grande industria.
I mezzi di trasporto subirono una rivoluzione straordinaria, con la diffusione di ferrovie, navi a vapore, e successivamente delle automobili e degli aerei. Si assistette al trionfo della grande impresa, che riuscì a concentrare un gran numero di operai lungo la catena di montaggio, studiando scientificamente i tempi di lavoro. I macchinari si fecero sempre più complessi e fu necessario elevare l'istruzione degli addetti, mentre la ricerca scientifica cominciò a interagire maggiormente con l'industria per trovare le soluzioni più idonee ai moderni processi produttivi.
L'industrializzazione diventò più costosa, ma gli ingenti capitali necessari vennero forniti dalle banche impegnate nel finanziamento industriale e dalla Borsa. L'aumentato costo dell'industrializzazione cominciò a evidenziare, come mai era avvenuto prima, le disuguaglianze che si stavano producendo fra i paesi sviluppati e quelli che erano rimasti maggiormente legati all'agricoltura.
La terza rivoluzione industriale
La terza rivoluzione industriale prese l'avvio dopo la seconda guerra mondiale e ha prodotto trasformazioni economiche e sociali molto più profonde di quelle delle due precedenti rivoluzioni. Essa interessò prevalentemente i paesi che già si erano industrializzati e si sviluppò in settori come l'energia nucleare, la chimica avanzata, l'elettronica e l'informatica.
La popolazione mondiale si è triplicata e l'agricoltura ha realizzato progressi eccezionali, facendo giungere a livelli elevatissimi la produttività. Il costo dei trasporti si è ridotto notevolmente e incide in maniera spesso irrisoria sul prezzo finale per unità di prodotto. Perciò, il commercio internazionale è cresciuto come mai prima.
La grande impresa manifatturiera ha frazionato l'attività produttiva, affidandola a imprese più piccole, e si è assistito al trionfo del settore dei servizi, tanto che si parla di società postindustriale. L'economia sta diventando sempre più globale, nel senso che le imprese operano a livello internazionale e producono per il mercato mondiale. Inoltre si è estremamente sviluppata l'economia finanziaria.
Nel frattempo, il mondo ha assistito alla competizione fra due sistemi economici contrapposti: quello che si rifaceva alla libera iniziativa e quello basato sull'economia pianificata, terminato con il crollo di quest'ultimo tipo di organizzazione economica e di politica.
Una rivoluzione europea
La rivoluzione industriale, come si è visto, ebbe inizio nell'Europa occidentale verso la metà del settecento. Gli storici si sono sempre chiesti perché essa non si fosse realizzata in altre parti del mondo. Per tentare di dare una risposta a questo quesito è necessario individuare gli elementi che potevano favorire lo sviluppo.
Fra essi vi erano il clima e la disponibilità di risorse naturali, che favoriscono in modo particolare sia l'agricoltura che l'allevamento del bestiame. Ma condizioni simili si trovano pure in altre zone del pianeta. Evidentemente, vi erano ulteriori elementi che giocavano a favore dell'Europa e, in particolare, della Gran Bretagna. Fra questi va annoverato lo sviluppo della tecnologia, che si era verificato pure in altri luoghi, come in Cina e nei paesi islamici. Solo in Europa, però, aveva dato risultati concreti, dato che né i cinesi, né i musulmani riuscirono ad utilizzare le conoscenze di cui disponevano.
Infatti, in Europa, le condizioni per lo sviluppo della scienza, della tecnica e dell'iniziativa economica trovarono terreno fertile. La stessa frammentazione politica europea favorì una competizione fra i vari stati, dapprima nelle scoperte geografiche, poi nel campo economico. La visione del mondo che si era venuta formando in Europa fu lo stimolo più potente allo sviluppo. A ciò aveva contribuito anche la posizione del cristianesimo sul lavoro e sul rapporto fra l'uomo e la natura.
Per di più, sempre in Europa, si andava allargando la partecipazione democratica dei sudditi al governo del proprio paese e si stava affermando una sempre maggiore uguaglianza degli individui dinanzi alla legge. In particolare, vennero garantiti i diritti di proprietà. La tecnologia poté facilmente svilupparsi. Da tempo la ricerca scientifica si era sottratta all'influenza delle forze che vedevano nelle novità un attentato al potere costituito o alle dottrine ufficiali. Inoltre, la riforma protestante aveva fornito una "giustificazione" all'arricchimento, considerando il successo e la ricchezza raggiunti dall'uomo un segno della benevolenza divina.
Lo sviluppo economico
Crescita, sviluppo, progresso
Si è parlato più volte di sviluppo economico assieme a quello di crescita. Questi due termini, però, presentano alcune importanti differenze. La crescita economica può essere definita un aumento sostenuto del valore complessivo di beni e servizi prodotti da una determinata popolazione in un periodo definito, che in genere è di un anno. Lo sviluppo economico è un concetto più ampio, perché indica una crescita elevata e prolungata, accompagnata da trasformazioni strutturali, sociali e culturali, come avviene, quando si passa da un'economia agricola a un'economia industriale.
La crescita è normalmente un processo reversibile, perché a un periodo di crescita può seguire un periodo di decrescita. Anche lo sviluppo può essere reversibile, ma è difficile che trasformazioni profonde possano essere annullate. Inoltre, per loro natura, crescita e sviluppo sono termini neutrali, in quanto possono essere misurati e descritti prescindendo da giudizi etici.
Dal punto di vista economico, vi è crescita quando aumenta la produzione di beni e servizi, indipendentemente dalla loro natura. Diversa è la nozione di progresso, alla quale viene di solito associato un significato positivo. Oggi siamo abituati a identificare crescita e sviluppo con il progresso, ma non sempre è così perché i concetti sono differenti. L'idea di progresso è legata alla moderna concezione del mondo, affermata in Europa da scienziati come Bacone, Cartesio e Newton. La storia fu vista come un passaggio graduale della società da forme primitive di organizzazione a forme sempre più avanzate e perfezionate. Quest'idea di progresso appartiene all'uomo occidentale contemporaneo, ma non è stata ritenuta valida in ogni tempo e in ogni luogo.
La misurazione della crescita
La crescita viene normalmente misurata facendo ricorso ad alcuni aggregati, come il PIL e il Prodotto Nazionale Lordo (PNL). Il PIL è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un determinato periodo all'interno di un paese da residenti e da stranieri. Il PNL è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un determinato periodo soltanto dai residenti, all'interno di un paese e all'estero, sempre al netto degli ammortamenti.
Il calcolo del PIL pone diversi problemi, fra cui quello relativo alla misurazione del valore dei servizi, i quali vengono considerati sulla base del costo sostenuto per produrli. La determinazione del PIL serve anche per stabilire confronti internazionali e comparare i livelli di crescita dei diversi paesi. A questo proposito, però, bisogna osservare che il PIL complessivo di un paese è poco significativo se non lo si rapporta alla popolazione. Dividendo il PIL per il numero degli abitanti, si ottiene il PIL pro capite, che permette di conoscere il valore dei beni e servizi che ciascun cittadino ha mediamente contribuito a produrre.
Un altro problema che si pone, quando si vogliono effettuare confronti fra le economie di diversi paesi, è quello del valore delle monete nelle quali è espresso il PIL di ciascuno di essi e del conseguente tasso di cambio da applicare. Da qualche tempo si fa ricorso al metodo della Parità di Potere d'Acquisto, che consiste nell'individuazione di un paniere di beni e servizi di uso più comune e nella determinazione del loro prezzo nella moneta di ciascun paese. Questo metodo è comunque preferibile all'applicazione del tasso di cambio, dato dall'incontro fra domanda e offerta di moneta.
I modelli di sviluppo
Gli storici e gli economisti hanno fatto spesso ricorso a schemi o modelli per spiegare lo sviluppo economico, nel tentativo d'individuare meccanismi applicabili all'evoluzione della società. Il ricorso a tali modelli richiede grande cautela, perché se essi sono utili come ipotesi di lavoro e di studio, risultano pericolosi quando vengono utilizzati per spiegare i processi storici.
Fra i vari modelli, è opportuno ricordare quello di Bucher. Egli riteneva che lo sviluppo si realizzasse attraverso quattro tappe: la prima era quella dell'economia domestica chiusa, la seconda si realizzava con la formazione di un'economia cittadina, poi di un'economia nazionale e poi, con la quarta tappa, di un'economia mondiale.
Questo schema è stato sostituito da altri più recenti, fra i quali riportiamo quello di Rostow, con l'introduzione del concetto di take-off. Secondo Rostow, la realizzazione dello sviluppo economico passa attraverso cinque stadi:
- La società tradizionale (agricoltura attività dominante, produttività bassa, popolazione non in crescita)
- La società di transizione (incremento produttività agricola, evidente processo di accumulazione, incremento istruzione, classe imprenditoriale dinamica, innovazioni, intervento dello stato)
- La società del decollo o del take-off (produttività in crescita in tutti i settori, maggiori innovazioni, maggiori investimenti, trasformazioni a livello politico e istituzionale)
- La società matura (produttività, innovazioni e investimenti aumentano e si ampliano ad altri settori)
- La società dei consumi di massa (forte aumento domanda beni di consumo e di servizi dovuto all'aumento del reddito pro capite)
Questo schema presentò, però, vari difetti, tra i quali la non esauriente spiegazione del passaggio tra uno stadio ad un altro.
Crisi e cicli economici
Una delle caratteristiche principali del mondo industrializzato fu la comparsa delle crisi economiche, più precisamente di crisi di sovrapproduzione; esse sono apparse con l'avvento del sistema capitalistico industriale. Si presentano quasi sempre con la stessa successione di eventi. Hanno inizio con una fase di congiuntura favorevole, cioè di forte domanda e di rialzo dei prezzi, che induce ad accrescere la produzione.
Per conseguenza, le vendite aumentano e si realizza il pieno impiego dei fattori della produzione. Ma è difficile stabilire fino a quale punto spingere la produzione e si corre il rischio di produrre più di quanto si riesca a vendere, sicché si determina una sovrapproduzione. È evidente che l'evoluzione del capitalismo industriale si presenta come fortemente instabile, con periodi di espansione della produzione seguiti da periodi di depressione e di disoccupazione. Lo studio delle crisi, perciò, è stato inquadrato in quello dei cicli economici.
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