Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Paradigma dell’azione: nasce in Germania e a Weber è attribuito il merito di averne posto i

fondamenti. Egli sostiene che per spiegare i fenomeni sociali è sempre necessario ricondurli ad

atteggiamenti, credenze e comportamenti individuali.

I fenomeni macroscopici devono essere ricondotti alle loro cause microscopiche

Per spiegare le azioni individuali è necessario tenere conto delle motivazioni (che danno un senso

all’azione).

L’individualismo metodologico indica che non si possono imputare azioni a entità astratte o ad

attori collettivi di cui si ipostatizza l’unità. Invece nella sociologia contemporanea si usa spesso

sostituire il concetto di attore collettivo con il concetto di agency per indicare un ente che agisce

attraverso gli individui ma è dotato di una propria volontà e capacità di azione indipendente dagli

individui che la esprimono.

Per quanto riguarda la razionalità esiste quella orientata verso uno scopo (ad esempio leccare il c…)

o verso un valore (etica).

L’uomo non è un essere razionale ma un essere capace di agire razionalmente.

Compatibilità tra i paradigmi: di fatto nella ricerca sociale empirica i due paradigmi

(struttura/azione) sono spesso utilizzati contemporaneamente. Esistono degli effetti non intenzionali

che mettono in luce come sia frequente il caso di azioni individuali che producono effetti diversi

alle intenzione degli attori o come da una molteplicità di azioni individuali si generino strutture

istituzionali che nessun attore aveva voluto intenzionalmente ma che alla fine costituiscono un

vincolo per gli attori stessi.

Teoria e ricerca empirica

Anche in sociologia teoria e ricerca empirica possono interagire tra loro in modo fecondo oppure

percorrere strade separate. Per interagire è necessario che i concetti siano trasformabili in una serie

di indicatori sulla base dei quali compiere delle operazioni di osservazione e quindi di misurazione.

La ricerca empirica è volta a verificare (o falsificare nel senso di Popper) un’ipotesi teorica, è

guidata dalla teoria (ricerche esplicative). In altri casi si parla di ricerche che hanno un intento

descrittivo.

prevalentemente esplorativo o

La statistica sociale conta su una lunga tradizione i cui inizi possono essere fatti risalire al 18°

secolo. Anche se la raccolta dei dati è promossa dalle autorità pubbliche per fini amministrativi essa

fornisce una massa crescente di informazioni di tipo sociografico.

Le ricerche su opinioni e atteggiamenti, che sono una parte rilevante della sociologia empirica,

hanno in genere un intento prevalentemente descrittivo.

Se il ricercatore si lascia guidare esclusivamente da ipotesi teoriche precostituite (ricerca

quantitativa) è probabile che trovi solo quello che cerca. Soprattutto nelle fasi esplorative è

serendipity di

auspicabile una maggiore apertura (ricerca qualitativa), lasciarsi sorprendere (la

Merton). La riflessione teorica subentra in una fase successiva quando si tratta di interpretare dati

altrimenti inspiegabili.

Lo specchietto che segue spiega le principali differenze:

Quantitativa Qualitativa

Metodo Induttivo Deduttivo

Strumenti Uso questionario Intervista

5

Dati Strutturati Non strutturati

Risultati Immediati Da decodificare

Tempi Relativamente brevi Lunghi

Fase Ricerca vera e propria Fase esplorativa

La teoria senza la ricerca empirica è vuota, ma la ricerca senza la teoria è cieca.

6

Capitolo 2 – La formazione della società moderna

L’idea del mutamento

Vi sono nella storia delle epoche in cui gli esseri umani si trovano a vivere in un mondo che non è

molto diverso da quello in cui erano vissuti i loro padri e i loro nonni. I concetti di società statica e

di società dinamica sono evidentemente concetti relativi. Nessuna società è in sé statica o dinamica,

ciò che cambia è la velocità del mutamento.

Ora in un periodo che varia a seconda delle diverse aree geografiche tra il 1500 e il 1800, le società

europee entrano in un’epoca di mutamento sociale accelerato: il corso della storia, che prima aveva

proceduto lentamente, subisce un’intensa accelerazione. Caratteristiche fondamentali la sua

globalità e le ripercussioni che ha avuto e ha ancora oggi alche al di là dei confini del mondo

occidentale.

Le trasformazioni nella sfera economica: la nascita del capitalismo

Karl Marx, nel 1800, sostiene che per capire una società bisogna innanzitutto rendersi conto di

come in essa gli uomini provvedono a soddisfare i loro bisogni e di quali rapporti si instaurano tra

di esse nella sfera della produzione (concezione materialistica della società). Nella storia si sono

succeduti diversi sistemi economici (Marx parla di modi di produzione). Per forze produttive si

intendono forme di divisione del lavoro e competenze tecniche, per rapporti sociali di produzione le

forme di proprietà e i rapporti tra le classi. Nel modo di produzione capitalistico dominano i

detentori del capitale che pongono al loro servizio il lavoro salariato. Quando si generano conflitti

tra classi portatrici di interessi antagonistici, un modo di produzione diventa instabile e si prepara la

transizione al domino del modo di produzione successivo.

L’economista-sociologo Sombart definisce il capitalismo:

il capitalismo è un’economia di scambio e in particolare un’economia monetaria

sul mercato non si scambiano soltanto merci ma anche prestazioni lavorative

l’orientamento delle mete dei capitalisti è verso l’accumulazione del profitto come fine in sé e il suo

reinvestimento nell’ambito dell’impresa

l’organizzazione della produzione e la gestione d’impresa sono improntate a criteri di razionalità

economica mediante le applicazioni tecnologiche della scienza e l’uso di moderne procedure

contabili

A parte le specificità delle situazioni locali, in genere si può dire che l’agricoltura feudale è

un’agricoltura estensiva, a basso livello di produttività e dove sono scarse le innovazioni produttive.

A partire dal 1600, la necessità di disporre di pascoli ha portato all’abolizione degli usi civici sui

pascoli comuni mediante le recinzioni privatizzando quello che prima era un diritto d’uso di tutti gli

abitanti del villaggio (le eclosures in Inghilterra e le chiudende in Sardegna) impoverendo

ulteriormente i contadini che si vedono costretti ad offrirsi come salariati agricoli o ad emigrare

nelle città. La piccola nobiltà terriera e i contadini benestanti si trasformano in capitalisti agrari,

acquistano o affittano le terre abbandonate dai contadini poveri e trasformano una parte di questi

salariati agricoli in braccianti. Nasce in poche parole l’agricoltura moderna.

Sul ruolo del commercio nella transizione dal feudalesimo al capitalismo si è aperto tra storici e

scienziati sociali nella prima metà del 1900 un dibattito assai acceso.

7

Non c’è dubbio che spesso il capitalismo mercantile ha preceduto e creato le condizioni per il

capitalismo industriale, mentre in altri casi non è avvenuto. Nel caso italiano i mercanti e i

banchieri, che pure avevano accumulato grandi ricchezze ed erano in grado di prestare ingenti

somme di denaro a principi e re, non si trasformarono in imprenditori e in capitalisti industriali.

Ben diversa fu invece, due-tre secoli più tardi, la penetrazione del capitalismo mercantile nelle

attività industriali nelle regioni dell’Inghilterra e dell’Europa settentrionale con ad esempio il lavoro

a domicilio. Il mercante forniva il capitale di esercizio (la lana) e la famiglia contadina il lavoro.

Quando poi il mercante deciderà di radunare i lavoranti sparsi nei villaggi sotto uno stesso tetto,

formando una manifattura e pagando loro un salario, il passo sarà breve. Decine e decine di imprese

capitalistiche sono nate così dall’iniziativa di mercanti che si sono trasformati in imprenditori e

hanno rivoluzionato il modo di produrre.

Le corporazioni erano organizzazioni monopolistiche il cui scopo era in primo luogo quello di

assicurare l’esercizio esclusivo di un mestiere o di un’arte ai soli associati nell’intero territorio della

città o del suo contado. Lo spirito dell’artigiano delle corporazioni era infatti improntato al divieto

della concorrenza. La stabilità di questo sistema richiedeva però una condizione fondamentale: che

la domanda dei singoli beni fosse limitata, prevedibile e senza forti oscillazioni. Lo spirito del

capitalismo, che richiede intraprendenza e propensione all’innovazione in opposizione alla

che premia la concorrenza in opposizione al monopolio, incomincia a far breccia anche

tradizione,

nel mondo tradizionale dell’artigianato.

Gli imprenditori vogliono fare cose nuove in modi nuovi per allargare continuamente il giro d’affari

ed espandere le dimensioni della propria impresa. Sono essenzialmente degli innovatori. La più

sfrenata bramosia di acquisizione non si identifica per nulla con il capitalismo e tanto meno con il

suo spirito. Il capitalismo può addirittura essere identico con l’imbrigliamento o almeno con il

temperamento razionale di questo impulso irrazionale. Il capitalismo speculativo ad esempio quello

dei banchieri e dei mercanti medioevali, non è ancora capitalismo nel senso moderno del termine

poiché non produce un nuovo orientamento sistematico e razionale verso l’attività economica.

L’imprenditore razionale, invece, non è orientato al consumo, all’ozio e ai piaceri della vita. Al

contrario lui e la sua famiglia conducono una vita sobria e morigerata perseguendo l’accumulazione

del capitale. Il capitalista esprime anche una mentalità e un’etica economica particolari che Weber

in un celebre saggio del 1904 ha chiamato lo spirito del capitalismo.

Per Weber a fondamento dello spirito del capitalismo vi è un atteggiamento di tipo ascetico. Si

tratta tuttavia di un’ascesi mondana che non fugge dalle cose terrene. Le origini di tale spirito sono

da rintracciare nelle conseguenze, sul piano dell’agire economico, dell’etica delle sette protestanti

influenzate dalle dottrine di Calvino, in particolare dal dogma della predestinazione. Una vita attiva,

lontana dall’ozio e dal lusso, impegnata nel perseguimento assiduo di un fine astratto, diventa il

mezzo per placare l’angoscia e acquisire la certezza della salvezza eterna.

E’ un dato frequentemente riscontrato dai sociologi che la marginalità sociale costituisca una

condizione che favorisce la propensione all’innovazione. Non è un caso che i primi imprenditori

fossero spesso appartenenti a gruppi minoritari e marginali (eretici, stranieri, ebrei, ecc,) Si assiste

in altre parole all’ascesa di una nuova classe il cui stile di vita sottolinea le virtù borghesi

dell’operosità e del risparmio.

Le trasformazioni nella sfera politica: la nascita dello stato moderno

feudale dominava la dimensione localistica. Nell’ambito del loro territorio, i signori

Nello stato

feudali esercitavano una vasta gamma di poteri. Avevano anche degli obblighi, prevalentemente

militari, e talvolta anche fiscali, nei confronti dei poteri di ordine più elevato (il rapporto di

8

vassallaggio) in particolare nei confronti del re e dell’imperatore. Le tendenze centralistiche erano

tuttavia deboli rispetto alle tendenze localistiche. La guerra era l’occupazione principale dei signori

feudali: il loro potere e la loro ricchezza dipendevano essenzialmente dall’ampiezza del territorio e

dal lavoro delle popolazioni che riuscivano a sottomettere. Con lo stato moderno si ebbe un

processo di pacificazione nel senso che su un territorio, prima conteso e oggetto di guerre e conflitti,

si venne ad instaurare, per usare un concetto di Weber, un “monopolio della violenza legittima”

vale a dire il diritto esclusivo di usare la forza da parte del potere sovrano.

Questo processo di creazioni di vasti regni sottoposti al potere di un unico sovrano non avvenne

ovunque e con gli stessi tempi. Infatti le città-stato, che sono per molti aspetti più simili a quelle che

assumerà in seguito lo stato nazionale di quanto non lo fossero gli stati tradizionali, lottarono per

preservare le loro libertà nei confronti dei potere dei nascenti stati dinastici.

La Francia, l’Inghilterra, la Spagna, la Prussia, e la Russia possono vantare una storia statuale molto

più lunga di altri paesi poiché il processo di unificazione e pacificazione si realizzò in essi molto

prima che altrove. Nell’area italiana e tedesca invece dove era più forte la tradizione cittadina il

processo di unificazione statuale si realizzo molto più tardi.

Il processo di unificazione/pacificazione di vaste aree portò alla creazione di grandi eserciti che

rappresentano il cuore dello stato moderno (monopolio militare). Inoltre il ruolo del funzionario

cambia radicalmente in quanto la sua retribuzione non dipende più dalle somme che riesce a

spremere e il suo operato è sottoposto ad una regolamentazione (monopolio fiscale). Lo stato avocò

a sé il diritto di battere moneta e il monopolio del conio della moneta diventò una delle sue

prerogative più importanti (monopolio monetario). Infine lo stato è garante della protezione

dell’amministrazione della giustizia).

giuridica (monopolio

I poteri di decidere sulla pace e sulla guerra costituiscono il nucleo centrale del concetto moderno di

sovranità. La prima forma di stato moderno si afferma così nell’epoca dell’assolutismo: il sovrano

concentra nelle sue mani questi poteri e li esercita legittimamente. Il fondamento della legittimità

del potere riposa nella tradizione. La legittimità dipende dal fatto che chi ubbidisce lo fa perché

ritiene che chi comanda abbia il titolo per farlo. Questo fondamento cambia con l’avvento di una

stato di diritto.

nuova forma di stato moderno: lo stato costituzionale ovvero lo

Con le grandi rivoluzioni del 1600/1700 si ha l’avvento di una nuova concezione dello stato che

vede nell’insieme dei cittadini e non più solamente nel monarca la fonte della sovranità. Nello stato

basato sui ceti abbiamo il riconoscimento da parte di re e di principi dei diritti di autogovernarsi di

diversi corpi (ceti). L’affermazione dello stato assoluto, con la concentrazione di tutto il potere nelle

mani dello stato e quindi del sovrano, porterà a un drastico ridimensionamento dei diritti dei ceti e

tuttavia è proprio in riferimento a tali diritti che incomincia a formarsi il moderno concetto di

cittadinanza. I diritti di cittadinanza che si affermano con le rivoluzioni presentano dei caratteri

sostanzialmente nuovi: il diritto di cittadinanza goduta dall’individuo in quanto membro del popolo

e non perché appartenente ad una famiglia o proprietario di terre.

Fondamento del potere autonomo del parlamento, cioè dell’organo nel quale si esprime la sovranità

popolare. è il principio della separazione dei poteri. Il rapporto tra governanti e governati viene

sottoposto all’imperio di una legge suprema, la costituzione, che vincola entrambe in un gioco

reciproco di diritti e doveri. Nasce così l’idea dello stato di diritto vale a dire di una forma di

organizzazione politica in cui tutti gli organi dello stato ed ogni loro atto sono vincolati al rispetto

della legge. Anche nello stato di diritto il cittadino è chiamato ad ubbidire ma lo fa perché ritiene

che chi gli comanda di fare queste cose ha il titolo per farlo in virtù delle leggi (individuo, stato e

potere legittimo).

9

La cultura della modernità

E’ soltanto con l’avvento della società moderna che il riconoscimento della libertà di

autorealizzazione dell’individuo assurge a valore dominante. Quello che comincia ad essere

apprezzato in un essere umano non sono più, o non sono soltanto, le caratteristiche che lo rendono

uguale o simile agli altri membri del gruppo o dei gruppi a cui appartiene ma le caratteristiche che

lo distinguono, che ne fanno un esemplare unico e irripetibile della specie. Prima la posizione che

una persona occupava nella società (il suo status sociale) era in modo prevalente determinata dalla

sua origine e anche se non mancavano fenomeni di mobilità sociale si può dire che gli status ascritti

(cioè acquisiti alla nascita) prevalessero sugli status acquisiti in base ai meriti e alle capacità.

In campo religioso, la religiosità individuale prende il soppravvento. In campo economico si ha il

pieno riconoscimento del diritto di disporre della proprietà individuale. In campo politico si ha il

riconoscimento del diritto di associarsi, di esprimere le proprie opinioni e, soprattutto, di partecipare

attraverso propri rappresentanti al controllo e all’esercizio del potere di governo. (autonomia

I valori di eguaglianza e libertà sono alla base

politica, economica e religiosa dell’individuo).

dell’affermazione del valore dell’individuo. Per libertà non si intende arbitrio ma autonomia e

indipendenza nel governare la propria esistenza avendo come unico vincolo il rispetto della libertà

altrui. L’idea moderna del diritto naturale (distinto dal diritto soprannaturale di origine divina e dal

diritto positivo) e l’idea di contratto sociale (inteso come patto stabilito tra uomini liberi che

consensualmente limitano la propria libertà per dar vita allo stato) costituiscono i fondamenti

filosofico-politici dell’individualismo moderno.

Il termine individualismo ha assunto nel corso del tempo connotazioni positive e negative. Per

alcuni (tipo Adam Smith) il perseguimento del bene individuale può realizzare nello stesso tempo il

bene comune.

Con l’avvento della società moderna la ragione diventa un valore sociale dominante. La ragione

capace di liberare gli uomini dall’errore, dalla superstizione e dalla sottomissione ai poteri

tradizionali della chiesa e dell’aristocrazia.

Per razionalizzazione si intende un processo storico che investe e trasforma gli ordinamenti sociali e

razionalità si intende un attributo specifico dell’azione umana. Il processo di razionalizzazione

per

in Occidente è progredito al punto di investire globalmente i sistemi di credenze, le strutture

familiari, gli ordinamenti giuridici, politici ed economici e perfino le attività artistiche. Solo in

Occidente si è sviluppato un sistema di credenze che, ponendo il sacro su un piano assolutamente

trascendente rispetto al mondo, ha consentito di guardare alla realtà naturale e umana come ad una

realtà oggettiva.

Detto questo, il comportamento umano può quindi essere più o meno razionale, così come gli

ordinamenti possono conservare più o meno cospicui residui di tradizionalismo. La razionalità degli

ordinamenti e la razionalità dell’azione si collocano in realtà a due diversi livelli di analisi: la prima

al livello della struttura sociale, la seconda al livello dell’azione sociale.

10

Capitolo 3 - La trama del tessuto sociale

Il capitolo si basa sulla concezione sociologica indicata come analitica o formale.

Azione, relazione, interazione sociale

Secondo Weber per azione sociale si deve intendere un agire che sia riferito al comportamento di

altri individui e orientato nel suo corso in base a questo. Nella definizione per agire si deve

intendere un fare ma anche un tralasciare o un subire.

Possiamo distinguere i seguenti tipi di azione sociale:

• azioni razionali rispetto allo scopo

• azioni razionali rispetto al valore

• azioni determinate effettivamente, se si tratta di pure manifestazioni di gioia, gratitudine,

vendetta, affetto, o di altro stato del sentire

• azioni tradizionali, se sono semplice espressione di abitudini acquisite, comportamenti

che si ripetono senza interrogarsi su possibilità alternative e sul loro vero valore

Due o più individui che orientano reciprocamente le loro azioni stabiliscono una relazione sociale.

Le relazioni sono spesso cooperative nel senso di essere orientate a raggiungere fini considerati in

certa misura comuni o almeno compatibili. Possono anche essere di conflitto quando sono orientate

dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri. L’interazione

sociale è il processo secondo il quale due o più persone in relazione fra loro agiscono in sequenza,

reagendo alle azioni degli altri. Con l’interazione si realizza, si riproduce e cambia nel tempo il

contenuto di una relazione.

I gruppi sociali e le loro proprietà

Gruppo sociale è un insieme di persone fra lori in interazione con continuità secondo schemi

relativamente stabili, le quali si definiscono membri del gruppo e sono definite come tali da altri.

Una categoria sociale, come giovani o gli immigrati, non è un gruppo: non lo è neppure una classe

sociale come i borghesi o gli operai. L’appartenenza a una categoria o a una classe può però essere

la base per la formazioni di gruppi di vario genere.

I caratteri dei gruppi cambiano con la loro dimensione. La base della differenza si trova nel fatto

che l’interazione può essere diretta, faccia a faccia, o in parte diretta e in parte indiretta. Tale

differenza è rilevante perché é collegata al modo in cui nei due casi gli attori comunicano fra loro.

Vi sono gruppi di dimensioni determinate: le diadi e le triadi. Le diadi hanno una caratteristica che

nessun altro gruppo ha: se un membro decide di uscire dalla relazione il gruppo scompare. Le triadi

possono avere diversi tipi di interazioni: la configurazione detta del mediatore e del tertius gauden

(due litiganti il terzo gode ;-)

Lo studio sperimentale di piccoli gruppi di dimensione superiore a tre ha messo in luce che a parità

di altre condizioni, i gruppi con numero pari di componenti mostrano maggiori tassi di disaccordo e

antagonismo rispetto ai gruppi con componenti dispari e ciò probabilmente in conseguenza della

possibilità nei primi del formarsi di due sottogruppi di uguali dimensioni. gruppi formali

I criteri di appartenenza a un gruppo possono essere più o meno chiari e definiti. I

prevedono regole precise sui requisiti, le procedure per l’ammissione, i comportamenti da tenere.

Questi criteri sono invece taciti nei gruppi informali come un gruppo di amici. Viene chiamato

11

gruppo di riferimento per una persona un gruppo al quale questa non partecipa ma del quale

condivide i fini e sente di poter facilmente accettare le regole.

Il termine ruolo è usato per indicare l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si

aspetta da una persona che del gruppo fa parte. Un altro modo per dire che i ruoli sono

comportamenti attesi è che esistono norme di comportamento che valgono per i membri del gruppo

e che regolano i loro rapporti.

specifico quando riguarda un insieme di comportamenti limitato e precisato;

Un ruolo è detto

diffuso quando i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno definito.

Un individuo ha diversi ruoli: possiamo distinguere i gruppi in totalitari se impegnano il

comportamento di tutti o quasi i ruoli di un individuo, segmentali in caso contrario. Il carcere è un

gruppo totalitario, la famiglia un gruppo segmentale.

I gruppi primari sono di piccole dimensioni, a ruoli diffusi con contenuti affettivi e molto

personalizzati (sempre la famiglia). I gruppi secondari sono di più grandi dimensioni, ruoli specifici,

relazioni più fredde e spersonalizzate (ad esempio aziendali).

Il ruolo è uno schema di comportamento che si impara e poi si tende a seguire. E’ però importante

indicare un principio fondamentale per l’analisi dei gruppi: i ruoli sono schemi per l’interazione ma

il contenuto di un’interazione non può mai essere completamente compreso nella definizione dei

ruoli. Un ruolo è sempre interpretato da chi agisce e la sua stessa definizione può cambiare in

seguito all’interazione.

Norme, valori, istituzioni

Le Norme sociali sono regole di comportamento che ci si aspetta vengano seguite in determinate

situazioni. Esistono diversi tipi di norme: le leggi, codici deontologici, ecc.

Le leggi valgono nell’ambito territoriale entro il quale esercita la sua sovranità l’autorità che le ha

emesse: fanno riferimento alle stesse norme tutti coloro che si riconoscono in una certa cultura; altri

sistemi di norme valgono solo per gli appartenenti a un gruppo più ristretto: è il caso dei codici

deontologici degli ordini professionali.

In generale una norma, se rispettata tende a suscitare una reazione positiva mentre se non lo è

suscita una sanzione negativa più o meno forte a seconda del valore ad essa socialmente attribuito.

La presenza di una sanzione permette di distinguere le norme sociali dalle norme tecniche.

Rispetto alle norme, i valori indicano orientamenti più astratti, dai quali le norme stesse discendono,

o dei quali sono specificazioni. Possiamo anche intendere le norme come obbligazioni e i valori

come guide capaci di orientare i comportamenti nell’ambito consentito dalle norme (fini ultimi

dell’azione).

Spesso quello che appare un conflitto di valori è in realtà un conflitto di norme, mentre si condivide

il valore relativo: per esempio è condiviso il valore della vita ma non quando la vita effettivamente

cominci.

Alcuni valori sono più condivisi di altri e ci si può chiedere se esista un nucleo di valori universali.

Ad esempio il rispetto della vita, la libertà, l’uguaglianza, la dignità della persona fanno

probabilmente parte di un grappolo di valori universali. La loro violazione suscita reazioni sempre

più decise. Quando un valore diventa universale aumenta la sensibilità degli esseri umani alle

situazioni nelle quali viene negato.

Valori e norme rappresentano dei vincoli all’azione ma definiscono anche il campo delle opzioni tra

le quali gli individui sono liberi di scegliere. L’assenza di norme (anomia) priva gli individui di

punti di riferimento, scatena comportamenti sregolati e induce alla disgregazione sociale.

istituzioni si intendono modelli di comportamento che in una determinata

Nelle scienze sociali per

società sono dotati di cogenza normativa. Oltre ad apparati con funzioni di interesse pubblico, sono

12

istituzioni anche il linguaggio, il matrimonio, il fidanzamento, il tabù dell’incesto etc. Affinché un

modello di comportamento possa essere considerato un’istituzione è necessaria la presenza di un

elemento normativo in qualche misura vincolante. In realtà un modello di comportamento sorretto

da un sistema di regole può essere più o meno istituzionalizzato e il grado di istituzionalizzazione

può cambiare.

I valori e le norme che li specificano e le istituzioni come modelli normativi di comportamento

costituiscono il nucleo centrale di una cultura. Probabilmente anche alcuni comportamenti sociali

umani sono dettati da informazioni depositate nel patrimonio genetico, tuttavia non vi è dubbio che

la specie umana ha sviluppato forme di organizzazione sociale che si fondano principalmente sulla

cooperazione ottenuta attraverso la comunicazione e il linguaggio e sull’accumulazione di

informazioni che vengono trasmesse mediante processi di apprendimento. L’insieme di queste

informazioni costituiscono appunto la cultura. La cultura comprende gli artefatti, i beni, i processi

tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono trasmessi socialmente.

Potere e conflitto

Il potere è per la sociologia un fenomeno di relazione. Una specie di energia sociale di cui un attore

dispone nel condizionare l’azione di un altro. La più nota definizione è quella di Weber secondo la

quale potere è la possibilità di trovare obbedienza a un comando che abbia un determinato

contenuto. A ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza da parte del

soggetto più debole, non fosse altro perché comportarsi in modo diverso sarebbe troppo costoso.

Nel linguaggio corrente, e in genere in quello sociologico, si usa il termine potere per indicare la

possibilità di condizionare il comportamento di altri anche senza azioni dirette o comandi (ad

esempio si dice che chi detiene i mezzi di produzione ha il potere nei confronti dei lavoratori).

Un tipo di potere particolare è il potere legittimo o autorità: riguarda relazioni nelle quali sono

previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori.

La legittimazione del potere è un modo di incanalare l’energia per i bisogni del funzionamento della

società. Relazioni di autorità sono previste in tutti i gruppi, sia primari che secondari.

Se ogni regola di autorità lascia margini di incertezza ciò non fa altro che aprire un campo di

conflitti, adattamenti e contrattazioni fra i soggetti, che sono parte normale dell’interazione

all’interno di ogni gruppo. A seconda delle circostanze e dei suoi modi, il conflitto può distruggere

una relazione sociale, oppure essere funzionale al suo mantenimento.

Di seguito alcuni esempi di proprietà formali del conflitto:

a) Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo.

Marx definisce questi gruppi classi per sé. Alla proprietà in questione si riferisce il concetto

introdotto da Summer di in-group ovvero di gruppo di appartenenza, caratterizzato da coesione

interna e ostilità nei confronti di specifici altri gruppi, definiti rispetto ai prime come out-groups.

b) I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità sono capaci di limitare i

conflitti, ma se questi esplodono, tendono a essere di particolare intensità e anche distruttivi

delle relazioni di gruppo.

c) Il conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna.

E’ il caso del capro espiatorio che è un membro del gruppo al quale si dà sempre la colpa se

qualcosa non funziona. Può accadere anche che un gruppo il quale abbia sconfitto un nemico ne

inventi un altro per poter sopravvivere.

d) Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti.

Spesso un conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e

mettendosi alla prova. Se un gruppo non reprime ma tollera i conflitti al suo interno, prevedendo

13

regole e procedure per la loro espressione, allora è probabile che i conflitti diano luogo a progressivi

adattamenti della sua struttura assicurandone la persistenza attraverso una continua modificazione

delle forme di interazione. Gruppi a struttura rigida possono reggere nel tempo reprimendo i

conflitti; quando però questi si accumulano ed esplodono, allora è anche probabile che i gruppi si

disgreghino, non essendo capaci di adattarsi.

Comportamento collettivo

Si distingue dal gruppo il comportamento collettivo. Questa espressione si riferisce a un insieme di

individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e interagiscono fra loro in situazioni senza

sicuro riferimento a ruoli definiti e stabilizzati.

due tipi più importanti di comportamento collettivo sono:

I • Il panico: è una reazione collettiva spontanea, che si manifesta in genere con una fuga, ma

anche all’opposto con l’immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in

corso o annunciato come immediato.

L’incertezza, l’aspettativa del danno, la sensazione di inadeguatezza conducono a perdita di

controllo delle proprie reazioni e questo è rafforzato dal vedere reazioni simili negli altri.

Si innescano spesso comportamenti irrazionali e asociali.

• La folla: è un insieme di persone riunite in un luogo, che reagiscono ad uno stimolo

sviluppando umori e atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire forme di azione

collettiva.

La folla può esprimere comportamenti violenti ma anche pacifici e gioiosi.

Mentre il panico esprime orientamenti individualistici (essendo in un certo senso la negazione

di relazioni sociali), la folla esprime atteggiamenti e comportamenti solidaristici.

Nella folla le persone si rafforzano in un atteggiamento comune ricevendo in risposta dagli

altri lo stesso stimolo (reazione circolare).

Distinguiamo tra:

• Folla attiva: l’attenzione e i sentimenti degli individui sono orientati all’esterno, su persone

o cose definite, che diventano l’obiettivo di azioni in genere conflittuali e a volte violente .

• Folla espressiva: è lo sfogo di tensioni sociali e psicologiche con comportamenti inconsueti

coma balli, canti, sbornie o l’espressione di un comune senso di gioia, di un dolore, di una

credenza.

Le reti

Una persona può essere isolata , in relazione, con poche altre persone; in relazione diretta o indiretta

tramite conoscenti di conoscenti. La network analysis è un campo di ricerca che considera con

apposite tecniche e in riferimento a proprietà via via messe in luce, le reti di relazioni fra le persone.

Un carattere importante delle reti è se sono a maglia a larga o a maglia stretta. Una rete è a maglia

tanto più stretta quanto più le persone che un individuo conosce si conoscono anche fra loro.

I legami fra le persone collegate nelle reti variano per intensità, durata, frequenza e contenuto.

Quanto al contenuto possono essere limitate ad un solo carattere (una persona è frequentata solo per

lavoro) o sommare più caratteri (lavoro e amicizia).

14

Una situazione particolare è quella di chi appartiene a due reti collegate fra loro solo attraverso una

persona.

Il concetto di rete sembra sovrapporsi a quello di gruppo ma non è così: le persone che fanno parte

di una rete possono infatti neppure conoscersi e non sapere di farne parte; d’altro canto, se riferito

alla rete personale di un individuo, il concetto fa vedere come questo possa muoversi fra gruppi

tessendo sue relazioni. L’idea di rete offre dunque un diverso punto di vista, untile nell’analisi dei

società in mutamento.

I gruppi organizzati

Uno dei caratteri più evidenti della società moderna è la grande diffusione di associazioni e

organizzazioni . In entrambi i casi si tratta di gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati scopi,

basati su regolamenti chiaramente stabiliti. Si tratta dunque di gruppi secondari formali.

Associazioni: le persone partecipano al gruppo perché ne condividono i fini, sentendoli come

propri, dal momento che corrispondono a propri ideali o interessi.

Un insieme di persone che ritiene di avere di avere interessi o ideali simili può dar vita a una

associazione per difenderli o realizzarli assieme.

Organizzazioni: le persone partecipano al gruppo per un lavoro, remunerato di solito in denaro. Il

motivo della partecipazione è strumentale, e solo in certi casi o in parte può verificarsi anche

un’identificazione più o meno sentita con i fini dell’organizzazione ma questa resta comunque un

fatto secondario.

Associazioni e organizzazioni hanno in comune il fatto di essere degli attori artificiali che una volta

costituiti cominciano ad avere una vita propria. Anche definiti attore collettivo.

Le associazionismo secondo Alexis de Tocqueville: ai suoi occhi le associazioni dovevano essere

considerate un segno di vitalità della società e un antidoto contro un pericolo interno alla

democrazia: quello che gli individui diventino però anche deboli nei confronti di uno stato che ha

accentrato i poteri di controllo.

La mancanza di un libero tessuto associativo e al contrario la forza eccessiva dei legami familiari e

del clientelismo vale a dire dei legami personali di dipendenza da un personaggio locale influente,

sono stati spesso indicati come un segno della difficoltà di modernizzazione in Italia nel

Mezzogiorno. forma moderna di organizzazione è burocrazia.

Il termine che Weber usa per definire la

I principali caratteri distintivi della burocrazia sono i seguenti:

• Una divisione stabile e specializzata di compiti studiata in vista degli scopi dell’organizzazione e

stabilita da regole che prescrivono come comportarsi a seconda delle situazioni.

• Una struttura gerarchica: chi occupa una posizione ha i poteri per compiere gli atti che a quella

posizione competono, può dare ordini ad altri che da lui dipendono mentre deve obbedire agli ordini

di chi è suo superiore diretto.

• Competenza specializzata per ogni posizione.

• Remunerazione in denaro in modi previsti per una certa posizione, pagata dall’organizzazione e

mai dai clienti di questa.

15

La burocrazia si è diffusa nel mondo moderno perché si presta “alla più universale applicazione a

tutti i compiti e ciò per precisione, continuità, rigore e affidamento”. Il motivo della sua efficienza

sta fondamentalmente nel fatto che nella burocrazia potere e controllo sono esercitati sulla base

della conoscenza e della competenza. In questo senso si tratta di un’organizzazione razionale.

Purtroppo possiamo constatare che spesso la burocrazia non è efficace né efficiente e questo perché

rendendo più minuziose e stringenti le regole diminuisce la capacità di adattamento alla varietà

imprevedibile con cui i problemi si presentano.

La burocrazia di Weber si basa su un principio fondamentale: la prevedibilità dei comportamenti

ottenuta attraverso la loro standardizzazione. Per ottenere un determinato risultato è possibile

individuare una serie di operazioni successive, ognuna delle quali è standardizzata, vale a dire è

fissata una volta per tutte.

Teoria delle configurazioni organizzative di Mintzberg. Si definiscono cinque configurazioni

tipiche:

• Struttura semplice: il controllo è esercitato direttamente dal vertice, il quale accentra tutte le

funzioni di direzione (una piccola azienda artigiana).

• Burocrazia meccanica: coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia

(produzione di automobili).

• Burocrazia professionale: coordina dipendenti con un lungo tirocinio di formazione esterno

all’organizzazione; una volta assunti verifica la loro capacità professionale (medici di un ospedale).

• Struttura divisionale: il coordinamento si ottiene, in questo caso, fissando obiettivi generali e

compatibili fra loro a settori con funzioni diverse (le divisioni), che poi sono indipendenti nelle loro

scelte sul come raggiungerli.

• Adhocrazia: gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e

lavorano insieme fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli di gerarchia e regole precisate,

ai quali sono assegnati compiti che richiedono alta professionalità, ma anche capacità di inventarsi

procedure e regole, perché si tratta di battere strade nuove (gruppo di scienziati).

Non esiste un unico modo migliore per progettare un organizzazione. Anche all’interno di

un’organizzazione parti diverse tendono a organizzarsi in modo diverso.

La razionalità organizzativa e i suoi limiti

Secondo Weber la burocrazia è razionale perché impone agli attori che ne fanno parte di

comportarsi in modo razionale.

Conseguenze inattese della burocrazia proponendosi la massima efficienza a volte ottiene

inefficienza.

Simon e il concetto di razionalità limitata: è impossibile avere una conoscenza completa e una

previsione di tutte le conseguenze che discendono da un’eventuale scelta, così come è impossibile

avere in mente tutte le alternative. Questa è la condizione normale in cui si prendono decisioni.

La razionalità è sempre limitata e mira ad ottenere non i massimi risultati possibili in astratto, ma

risultati soddisfacenti. La razionalità limitata è la razionalità possibile e concretamente perseguibile

in normali condizioni di incertezza.

Distinzione tra:

• Razionalità sinottica: è la razionalità che consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano

conto di tutti i dati rilevanti, in relazione ad obiettivi condivisi e chiari, predisponendo i mezzi

necessari ai fini, i quali possono essere poi realizzati senza cambiare programma e senza più intoppi.

Solo raramente ci si può avvicinare a condizioni del genere.

16 • Razionalità incrementale: sconta il caso normale dell’incertezza ambientale e si riferisce ad attori

che, come spesso succede, non hanno all’inizio idee assolutamente chiare ed esattamente coincidenti.

Essa riconosce dunque, definiti alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi,

la possibilità di trovare in un momento successivo mezzi e occasioni che prima non si vedevano o

non erano disponibili, di cambiare dunque anche obiettivi per strada, cercando accordi e soluzioni

soddisfacenti.

Quanto più l’ambiente è stabile e prevedibile, tanto più è possibile pensare in termini di razionalità

sinottica. Quanto più l’ambiente è instabile, tanto più è necessaria una razionalità incrementale per

poter ottenere dei risultati.

Distinzione tra:

• Razionalità funzionale: è quella di chi si adatta a ordini ricevuti eseguendoli senza errori, o a

procedure ed obiettivi stabiliti, senza discuterli.

• Razionalità sostanziale: è quella di chi cerca di comprendere come diversi aspetti di una situazione

siano collegati fra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli in base ai propri criteri di

giudizio, anche rispetto ad altre possibilità. È un vero e proprio atto di coscienza.

Se confrontare il rapporto fra mezzi e fini è un problema tecnico, che può essere risolto verificando

la scelta fra fini diversi è un problema culturale o politico, che

che non ci siano errori di calcolo,

richiede una discussione su cosa sia preferibile, e procedure condivise per definire e far accettare

una scelta.

17

Capitolo 4: Cultura, linguaggio e comunicazione

Il concetto di cultura e il problema delle origini del linguaggio

La capacità umana di produrre e usare il linguaggio nasce con l’homo sapiens sapiens apparso in

Europa circa 42.000 anni fa.

Ipotesi sull’origine del linguaggio:

• Ipotesi monogenetica: sostiene che le lingue attuali sono prodotte per differenziazione da

un’unica lingua.

• Ipotesi poligenetica: sostiene la pluralità dei ceppi linguistici originari.

Le lingue attualmente parlate sono il risultato di un processo di differenziazione linguistica che è

avvenuto nel corso degli ultimi millenni.

Grandi pensatori (come Aristotele e Cartesio) sostenevano l’ipotesi il linguaggio è innato.

Noam Chomsky e l’idea della grammatica universale: le analogie strutturali che si riscontrano in

tutte le lingue, fanno ritenere che vi sia una grammatica universale innata, fatta di regole che

permettono di collegare il numero limitato di fonemi che gli organi vocali della specie umana sono

in grado di produrre.

Sulla base della grammatica universale si svilupperebbero poi, per processi secondari di

differenziazione, le grammatiche delle singole lingue particolari.

Le funzioni e le forme del linguaggio

Il linguaggio svolge sia una funzione cognitiva che una funzione comunicativa.

Le operazioni fondamentali del pensiero nelle quali si estrinseca la funzione cognitiva trovano tutte

corrispondenza nelle strutture del linguaggio. Pensare qualcosa vuol dire nominarla cioè stabilire un

rapporto tra un significante ed un significato.

Il linguaggio non serve solo a pensare il mondo ma anche a comunicare agli altri il nostro pensiero.

Affinché abbia luogo un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi: un emittente, un

ricevente, un canale, un codice e un messaggio.

L’emittente deve tradurre quello che vuole comunicare in una serie di segni o suoni seguendo le

prescrizioni del codice del canale utilizzato e confezionare così il messaggio; il ricevente, a sua

volta, deve utilizzare un codice analogo per decifrare il messaggio. È evidente che il codice deve

essere condiviso da emittente e ricevente.

Il concetto di condivisione del codice indica due aspetti:

1. Il linguaggio è una convenzione sociale, un patto implicito stabilito all’interno di una

comunità.

18 2. Il linguaggio è formato da un insieme di norme che definiscono quali sono i modi

ammissibili di confezionare i messaggi affinché questi possano essere recepiti con successo

dal ricevente.

Non c’è linguaggio quindi senza una comunità di parlanti che adottano anche se in forma implicita

un patto per stabilire il codice della comunicazione.

Ogni uomo nasce in un mondo già strutturato dalle istituzioni del gruppo al quale appartengono i

suoi genitori e il linguaggio è una di queste istituzioni, forse la più importante di tutte.

L’acquisizione delle competenze linguistiche inizia molto presto: il neonato, già nel primo anno di

vita, è in grado di produrre spontaneamente quasi tutti i fonemi delle lingue del mondo.

L’acquisizione del linguaggio richiede un’assidua, prolungata e costante interazione sociale, prima

con la madre e poi, via via, con cerchie sempre più ampie di parlanti.

Tuttavia la lingua che apprendiamo naturalmente come la lingua madre non è solo una delle tante

lingue che si parlano sulla terra, ma è anche una delle tante varianti della lingua che si parla nel

nostro paese.

La variabilità dei linguaggi umani

È difficile che due lingue possano convivere a lungo nello stesso territorio, prima o poi l’una

diventerà la lingua dominante e soppianterà l’altra. Si verificherà comunque contaminazione

linguistica, nella lingua che avrà preso il sopravvento resteranno tracce consistenti della lingua

caduta in disuso.

Si può dire che l’unificazione linguistica del paese sia stata il prodotto prima della scuola di base

obbligatoria e poi dell’esposizione dell’italiano standard dei mezzi di comunicazione di massa.

Le lingue sono fenomeni sociali dinamici, che variano nello spazio e nel tempo. Le variazioni,

tuttavia, non sono soltanto territoriali e diacroniche. Anche nello stesso momento e nella stessa

popolazione, le lingue variano a seconda della collocazione dei parlanti nello spazio sociale.

Tra le varie informazioni che trasmettiamo al nostro interlocutore ci è anche la nostra collocazione

nello spazio socioculturale, vale a dire nella stratificazione sociale. Vi sono differenze significative

nel modo di esprimersi degli appartenenti alle diverse classi sociali.

Sono state rilevate forti discrepanze tra le forme di comunicazione richieste dalla scuola e le

pratiche linguistiche spontaneamente adottate dagli alunni, in particolare quelli provenienti dalla

classe operaia (lingua e disuguaglianze).

Rapporto tra linguaggio e genere: diversità tra linguaggio maschile e linguaggio femminile. Certe

espressioni, o addirittura certi toni della voce, possono essere prescritte o vietate a seconda che il

parlante sia uomo o donna e che gli interlocutori, o gli ascoltatori, siano dello stesso o dell’altro

sesso o misti.

Variante (più evidente nei tempi passati) tra linguaggio urbano e linguaggio contadino. Il

linguaggio dei contadini è stato tradizionalmente bollato come particolarmente rozzo e primitivo,

soprattutto dagli abitanti delle città.

19

Importanti nel mondo moderno sono le varianti legate ai gruppi professionali. I linguaggi

specialistici (o linguaggi tecnici) sono il prodotto della crescente specializzazione del sapere e delle

conoscenze. I linguaggi specialistici, oltre a garantire la comunicazione tra gli addetti ai lavori,

monopolizzano le forme di sapere mediante un linguaggio inaccessibile a chi non è stato addestrato

per comprenderlo.

In generale possiamo dire che ogni barriera sociale è anche una barriera linguistica.

Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto

Il linguaggio varia anche in relazione alla situazione sociale nella quale avviene la comunicazione.

Ognuno di noi, infatti, cambia registro linguistico a seconda dell’interlocutore o che ha di fronte, del

mezzo che usa e della specificità del contesto.

Distinzione tra:

• Linguaggio privato: quando parliamo tra amici o in famiglia non stiamo molto attenti alla

correttezza delle forme grammaticali e sintattiche. La conversazione è molto più calata nella

dimensione “qui ed ora”, fa molta più attenzione ai segnali non verbali di approvazione o

disapprovazione degli interlocutori. Quello che conta è farsi capire dalle persone con la quale si sta

parlando.

• Linguaggio pubblico: è molto più formale ed impersonale. In genere è rivolto ad un pubblico e non

ad una serie di persone ben individuate. Richiede un maggiore controllo formale.

Distinzione tra:

• Comunicazione orale: al di là del contenuto del messaggio si aggiungono una serie di elementi meta

comunicativi che sono invece assenti nella comunicazione scritta. Il tono e l’intensità della voce, il

dosaggio delle pause e tutta la gamma del linguaggio gestuale accompagnano il messaggio verbale e

forniscono all’interlocutore una serie di messaggi aggiuntivi con i quali interpretare il messaggio

verbale.

• Comunicazione scritta: usa un registro molto più rigido del parlato. Il tipo di linguaggio usato

dipende molto dalle situazioni (scrivere una pagina di diario è diverso da scrivere un curriculum!).

La comunicazione scritta riflette, più di quella orale, la distanza sociale tra coloro che comunicano,

la formulazione del messaggio e la sua ricezione sono quasi sempre differiti nel tempo. Consente un

livello molto maggiore di intenzionalità. Mancano gesti meta comunicativi.

Linguaggio, comunicazione e interazione sociale

Esistono molteplici modi per comunicare lo stesso contenuto (ad esempio interazione faccia a

Per quanto variabile e soggettiva, tuttavia, la comunicazione verbale segue sempre

faccia).

determinate regole che dipendono dal contesto sociale nel quale avviene l’interazione e dalla

posizione sociale relativa degli interlocutori.

In contesti altamente formalizzati vigono regole molto precise su chi ha il diritto di iniziare, di

interrompere e di concludere l’interazione. Si parla di situazioni asimmetriche quando vige

asimmetria tra gli interlocutori, asimmetria che si esprime nelle regole che governano chi può dire,

che cosa, a chi, come e quando.

In situazioni asimmetriche le regole della cortesia suggeriscono che chi è in posizione dominante

abbassi leggermente il proprio status e/o innalzi quello dell’interlocutore per metterlo

maggiormente a proprio agio.

20

Nell’interazione tra pari vige una maggiore reciprocità, cioè l’interazione non è deformata dalle

differenze di status.

Turno di parola: avvicendamento dei partecipanti in una conversazione. Quando qualcuno sta

parlando una norma di cortesia dice di non interromperlo e di attendere che finisca per prendere la

parola.

Analisi conversazionale: è l’analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo. È in grado di

mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in particolare dei rapporti di

potere, l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le dinamiche che

vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle.

Le comunicazioni di massa

Viviamo nell’era della comunicazione di massa (televisione, libri etc.).

La nascita della comunicazione di massa può essee fatta risalie al alla fine del 1800 (1900 per paesi

come l’Italia). Prima libri, giornali e riviste erano un consumo di elite.

Storicamente il concetto compare associato ad attributi tendenzialmente negativi: la massa è

amorfa.

In sociologia vi è un’importante tradizione di pensiero (teoria critica della società di Marcuse) che

ha assunto un orientamento critico nei confronti della cultura di massa e dei mezzi di

comunicazione che la veicolano. Questi sono visti essenzialmente come strumenti di manipolazione

in mano ad interessi economici e politici che se ne servono per fini di profitto. Per questi autori le

società moderne sono inevitabilmente destinate all’appiattimento e all’omologazione.

Ma queste interpretazioni non tengono conto che la massa è un’entità ampiamente differenziata e

che quindi anche differenziati gli effetti che su di essa esercita la comunicazione. In tempi più

recenti il concetto di massa è stato sostituito con quello più neutro di pubblico.

Come nasce una notizia?

1. Vengono scelti i fatti da trasformare in notizia.

messaggio.

2. Confezionamento del

3. Trasmissione del messaggio.

4. Il destinatario sceglie il mezzo di informazione che più lo soddisfa.

Vi sono fatti che sono candidati a diventare notizia altri invece non raggiungono neppure questo

status. Chi ha più visibilità più ne avrà. I fatti devono essere ricostruiti scegliendo quegli aspetti che

sembrano più rilevanti. Ma in una società dove vi sia sufficiente libertà di informazione vi è una

destinatario può, entro certi limiti, scegliere a quale

pluralità di testate tra le quali scegliere, il

mezzo esporsi. E’ vero che le comunicazioni di massa sono prevalentemente unilaterali ma è pur

sempre possibile per il ricevente troncare la comunicazione e passare ad un altro canale. La massa

non è quindi una spugna che assorbe l’intero flusso delle notizie che le vengono propinate ma un

tessuto con trame molto differenziate che filtrano i messaggi in modi e misure diverse.

L’influenza dei media e la rivoluzione telematica

Per studiare i media e i loro effetti bisogna coglierne le varie fonti di variabilità. Un modo efficace

per descrivere e spiegare un atto comunicativo è quello di rispondere alle seguenti domane:

• Chi? Si riferisce all’emittente.

• Dice che cosa? Riguarda i contenuti dei messaggi trasmessi.

• Attraverso quale canale? Riguarda il tipo di mezzo e il tipo di linguaggio utilizzati.

21 • A chi? Definizione dei destinatari e delle loro caratteristiche.

• Con quale effetto? Riguarda le risposte comportamentali dei destinatari.

Gli effetti della comunicazione non variano soltanto a seconda della segmentazione del pubblico

lungo le consuete dimensioni socio-demografiche (età, sesso, classe sociale, livello di istruzione,

condizione professionale etc.), ma anche a seconda delle reti di relazione nelle quali gli individui

sono inseriti.

Flusso di comunicazione a due stadi: tra emittente e ricevente vi è spesso un elemento intermedio

costituito dalle relazioni di gruppo. Le persone bene informate sono coloro che ricevono e

trasmettono ad altri le informazioni, ma non le trasmettono così come le hanno ricevute bensì

integrandole con i loro schemi interpretativi.

Lo studio sugli effetti dei media non si limita però al campo della politica, anzi il settore dove vi è

una maggiore quantità di studi e ricerche è quello della pubblicità. I bisogni dei consumatori e le

loro preferenze sono senz’altro in certa misura manipolabili ma i consumatori non sono né del tutto

sovrani né del tutto manipolabili. La pubblicità non è esclusivamente uno strumento di marketing

delle imprese per assicurare ai loro prodotti quote di mercato. Gli introiti pubblicitari costituiscono

una delle fonti di reddito principali e in certi casi esclusive dei mezzi di comunicazione di massa.

Un altro campo sul quale si sono sviluppate accese discussioni riguarda il rapporto tra media e

violenza.

Rivoluzione telematica: creazione e diffusione di reti di calcolatori elettronici connessi mediante

diversi canali di trasmissione e capaci di dialogare tra loro tramite un linguaggio comune, il TCP/IP.

Quattro sono le caratteristiche fondamentali dei nuovi media: selettività, interattività, multimedialità

e virtualità. A queste se ne potrebbe aggiungere una quarta, la virtualità, la possibilità di creare dei

mondi artificiali coi quali entrare in rapporto e interagire.

Gli effetti di questa rivoluzione sono pervasivi, si insinuano in ogni ambito della quotidianità

Nascita del telelavoro e della teledemocrazia.

22


PAGINE

40

PESO

241.57 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Bonino Roberto.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Sociologia

Elementi di sociologia
Appunto
Sociologia generale – Elementi
Appunto
Elementi di sociologia
Appunto
Criminologia - il bullismo a scuola
Appunto