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gruppo di riferimento per una persona un gruppo al quale questa non partecipa ma del quale

condivide i fini e sente di poter facilmente accettare le regole.

Il termine ruolo è usato per indicare l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si

aspetta da una persona che del gruppo fa parte. Un altro modo per dire che i ruoli sono

comportamenti attesi è che esistono norme di comportamento che valgono per i membri del gruppo

e che regolano i loro rapporti.

specifico quando riguarda un insieme di comportamenti limitato e precisato;

Un ruolo è detto

diffuso quando i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno definito.

Un individuo ha diversi ruoli: possiamo distinguere i gruppi in totalitari se impegnano il

comportamento di tutti o quasi i ruoli di un individuo, segmentali in caso contrario. Il carcere è un

gruppo totalitario, la famiglia un gruppo segmentale.

I gruppi primari sono di piccole dimensioni, a ruoli diffusi con contenuti affettivi e molto

personalizzati (sempre la famiglia). I gruppi secondari sono di più grandi dimensioni, ruoli specifici,

relazioni più fredde e spersonalizzate (ad esempio aziendali).

Il ruolo è uno schema di comportamento che si impara e poi si tende a seguire. E’ però importante

indicare un principio fondamentale per l’analisi dei gruppi: i ruoli sono schemi per l’interazione ma

il contenuto di un’interazione non può mai essere completamente compreso nella definizione dei

ruoli. Un ruolo è sempre interpretato da chi agisce e la sua stessa definizione può cambiare in

seguito all’interazione.

Norme, valori, istituzioni

Le Norme sociali sono regole di comportamento che ci si aspetta vengano seguite in determinate

situazioni. Esistono diversi tipi di norme: le leggi, codici deontologici, ecc.

Le leggi valgono nell’ambito territoriale entro il quale esercita la sua sovranità l’autorità che le ha

emesse: fanno riferimento alle stesse norme tutti coloro che si riconoscono in una certa cultura; altri

sistemi di norme valgono solo per gli appartenenti a un gruppo più ristretto: è il caso dei codici

deontologici degli ordini professionali.

In generale una norma, se rispettata tende a suscitare una reazione positiva mentre se non lo è

suscita una sanzione negativa più o meno forte a seconda del valore ad essa socialmente attribuito.

La presenza di una sanzione permette di distinguere le norme sociali dalle norme tecniche.

Rispetto alle norme, i valori indicano orientamenti più astratti, dai quali le norme stesse discendono,

o dei quali sono specificazioni. Possiamo anche intendere le norme come obbligazioni e i valori

come guide capaci di orientare i comportamenti nell’ambito consentito dalle norme (fini ultimi

dell’azione).

Spesso quello che appare un conflitto di valori è in realtà un conflitto di norme, mentre si condivide

il valore relativo: per esempio è condiviso il valore della vita ma non quando la vita effettivamente

cominci.

Alcuni valori sono più condivisi di altri e ci si può chiedere se esista un nucleo di valori universali.

Ad esempio il rispetto della vita, la libertà, l’uguaglianza, la dignità della persona fanno

probabilmente parte di un grappolo di valori universali. La loro violazione suscita reazioni sempre

più decise. Quando un valore diventa universale aumenta la sensibilità degli esseri umani alle

situazioni nelle quali viene negato.

Valori e norme rappresentano dei vincoli all’azione ma definiscono anche il campo delle opzioni tra

le quali gli individui sono liberi di scegliere. L’assenza di norme (anomia) priva gli individui di

punti di riferimento, scatena comportamenti sregolati e induce alla disgregazione sociale.

istituzioni si intendono modelli di comportamento che in una determinata

Nelle scienze sociali per

società sono dotati di cogenza normativa. Oltre ad apparati con funzioni di interesse pubblico, sono

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istituzioni anche il linguaggio, il matrimonio, il fidanzamento, il tabù dell’incesto etc. Affinché un

modello di comportamento possa essere considerato un’istituzione è necessaria la presenza di un

elemento normativo in qualche misura vincolante. In realtà un modello di comportamento sorretto

da un sistema di regole può essere più o meno istituzionalizzato e il grado di istituzionalizzazione

può cambiare.

I valori e le norme che li specificano e le istituzioni come modelli normativi di comportamento

costituiscono il nucleo centrale di una cultura. Probabilmente anche alcuni comportamenti sociali

umani sono dettati da informazioni depositate nel patrimonio genetico, tuttavia non vi è dubbio che

la specie umana ha sviluppato forme di organizzazione sociale che si fondano principalmente sulla

cooperazione ottenuta attraverso la comunicazione e il linguaggio e sull’accumulazione di

informazioni che vengono trasmesse mediante processi di apprendimento. L’insieme di queste

informazioni costituiscono appunto la cultura. La cultura comprende gli artefatti, i beni, i processi

tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono trasmessi socialmente.

Potere e conflitto

Il potere è per la sociologia un fenomeno di relazione. Una specie di energia sociale di cui un attore

dispone nel condizionare l’azione di un altro. La più nota definizione è quella di Weber secondo la

quale potere è la possibilità di trovare obbedienza a un comando che abbia un determinato

contenuto. A ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza da parte del

soggetto più debole, non fosse altro perché comportarsi in modo diverso sarebbe troppo costoso.

Nel linguaggio corrente, e in genere in quello sociologico, si usa il termine potere per indicare la

possibilità di condizionare il comportamento di altri anche senza azioni dirette o comandi (ad

esempio si dice che chi detiene i mezzi di produzione ha il potere nei confronti dei lavoratori).

Un tipo di potere particolare è il potere legittimo o autorità: riguarda relazioni nelle quali sono

previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori.

La legittimazione del potere è un modo di incanalare l’energia per i bisogni del funzionamento della

società. Relazioni di autorità sono previste in tutti i gruppi, sia primari che secondari.

Se ogni regola di autorità lascia margini di incertezza ciò non fa altro che aprire un campo di

conflitti, adattamenti e contrattazioni fra i soggetti, che sono parte normale dell’interazione

all’interno di ogni gruppo. A seconda delle circostanze e dei suoi modi, il conflitto può distruggere

una relazione sociale, oppure essere funzionale al suo mantenimento.

Di seguito alcuni esempi di proprietà formali del conflitto:

a) Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo.

Marx definisce questi gruppi classi per sé. Alla proprietà in questione si riferisce il concetto

introdotto da Summer di in-group ovvero di gruppo di appartenenza, caratterizzato da coesione

interna e ostilità nei confronti di specifici altri gruppi, definiti rispetto ai prime come out-groups.

b) I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità sono capaci di limitare i

conflitti, ma se questi esplodono, tendono a essere di particolare intensità e anche distruttivi

delle relazioni di gruppo.

c) Il conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna.

E’ il caso del capro espiatorio che è un membro del gruppo al quale si dà sempre la colpa se

qualcosa non funziona. Può accadere anche che un gruppo il quale abbia sconfitto un nemico ne

inventi un altro per poter sopravvivere.

d) Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti.

Spesso un conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e

mettendosi alla prova. Se un gruppo non reprime ma tollera i conflitti al suo interno, prevedendo

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regole e procedure per la loro espressione, allora è probabile che i conflitti diano luogo a progressivi

adattamenti della sua struttura assicurandone la persistenza attraverso una continua modificazione

delle forme di interazione. Gruppi a struttura rigida possono reggere nel tempo reprimendo i

conflitti; quando però questi si accumulano ed esplodono, allora è anche probabile che i gruppi si

disgreghino, non essendo capaci di adattarsi.

Comportamento collettivo

Si distingue dal gruppo il comportamento collettivo. Questa espressione si riferisce a un insieme di

individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e interagiscono fra loro in situazioni senza

sicuro riferimento a ruoli definiti e stabilizzati.

due tipi più importanti di comportamento collettivo sono:

I • Il panico: è una reazione collettiva spontanea, che si manifesta in genere con una fuga, ma

anche all’opposto con l’immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in

corso o annunciato come immediato.

L’incertezza, l’aspettativa del danno, la sensazione di inadeguatezza conducono a perdita di

controllo delle proprie reazioni e questo è rafforzato dal vedere reazioni simili negli altri.

Si innescano spesso comportamenti irrazionali e asociali.

• La folla: è un insieme di persone riunite in un luogo, che reagiscono ad uno stimolo

sviluppando umori e atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire forme di azione

collettiva.

La folla può esprimere comportamenti violenti ma anche pacifici e gioiosi.

Mentre il panico esprime orientamenti individualistici (essendo in un certo senso la negazione

di relazioni sociali), la folla esprime atteggiamenti e comportamenti solidaristici.

Nella folla le persone si rafforzano in un atteggiamento comune ricevendo in risposta dagli

altri lo stesso stimolo (reazione circolare).

Distinguiamo tra:

• Folla attiva: l’attenzione e i sentimenti degli individui sono orientati all’esterno, su persone

o cose definite, che diventano l’obiettivo di azioni in genere conflittuali e a volte violente .

• Folla espressiva: è lo sfogo di tensioni sociali e psicologiche con comportamenti inconsueti

coma balli, canti, sbornie o l’espressione di un comune senso di gioia, di un dolore, di una

credenza.

Le reti

Una persona può essere isolata , in relazione, con poche altre persone; in relazione diretta o indiretta

tramite conoscenti di conoscenti. La network analysis è un campo di ricerca che considera con

apposite tecniche e in riferimento a proprietà via via messe in luce, le reti di relazioni fra le persone.

Un carattere importante delle reti è se sono a maglia a larga o a maglia stretta. Una rete è a maglia

tanto più stretta quanto più le persone che un individuo conosce si conoscono anche fra loro.

I legami fra le persone collegate nelle reti variano per intensità, durata, frequenza e contenuto.

Quanto al contenuto possono essere limitate ad un solo carattere (una persona è frequentata solo per

lavoro) o sommare più caratteri (lavoro e amicizia).

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Una situazione particolare è quella di chi appartiene a due reti collegate fra loro solo attraverso una

persona.

Il concetto di rete sembra sovrapporsi a quello di gruppo ma non è così: le persone che fanno parte

di una rete possono infatti neppure conoscersi e non sapere di farne parte; d’altro canto, se riferito

alla rete personale di un individuo, il concetto fa vedere come questo possa muoversi fra gruppi

tessendo sue relazioni. L’idea di rete offre dunque un diverso punto di vista, untile nell’analisi dei

società in mutamento.

I gruppi organizzati

Uno dei caratteri più evidenti della società moderna è la grande diffusione di associazioni e

organizzazioni . In entrambi i casi si tratta di gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati scopi,

basati su regolamenti chiaramente stabiliti. Si tratta dunque di gruppi secondari formali.

Associazioni: le persone partecipano al gruppo perché ne condividono i fini, sentendoli come

propri, dal momento che corrispondono a propri ideali o interessi.

Un insieme di persone che ritiene di avere di avere interessi o ideali simili può dar vita a una

associazione per difenderli o realizzarli assieme.

Organizzazioni: le persone partecipano al gruppo per un lavoro, remunerato di solito in denaro. Il

motivo della partecipazione è strumentale, e solo in certi casi o in parte può verificarsi anche

un’identificazione più o meno sentita con i fini dell’organizzazione ma questa resta comunque un

fatto secondario.

Associazioni e organizzazioni hanno in comune il fatto di essere degli attori artificiali che una volta

costituiti cominciano ad avere una vita propria. Anche definiti attore collettivo.

Le associazionismo secondo Alexis de Tocqueville: ai suoi occhi le associazioni dovevano essere

considerate un segno di vitalità della società e un antidoto contro un pericolo interno alla

democrazia: quello che gli individui diventino però anche deboli nei confronti di uno stato che ha

accentrato i poteri di controllo.

La mancanza di un libero tessuto associativo e al contrario la forza eccessiva dei legami familiari e

del clientelismo vale a dire dei legami personali di dipendenza da un personaggio locale influente,

sono stati spesso indicati come un segno della difficoltà di modernizzazione in Italia nel

Mezzogiorno. forma moderna di organizzazione è burocrazia.

Il termine che Weber usa per definire la

I principali caratteri distintivi della burocrazia sono i seguenti:

• Una divisione stabile e specializzata di compiti studiata in vista degli scopi dell’organizzazione e

stabilita da regole che prescrivono come comportarsi a seconda delle situazioni.

• Una struttura gerarchica: chi occupa una posizione ha i poteri per compiere gli atti che a quella

posizione competono, può dare ordini ad altri che da lui dipendono mentre deve obbedire agli ordini

di chi è suo superiore diretto.

• Competenza specializzata per ogni posizione.

• Remunerazione in denaro in modi previsti per una certa posizione, pagata dall’organizzazione e

mai dai clienti di questa.

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La burocrazia si è diffusa nel mondo moderno perché si presta “alla più universale applicazione a

tutti i compiti e ciò per precisione, continuità, rigore e affidamento”. Il motivo della sua efficienza

sta fondamentalmente nel fatto che nella burocrazia potere e controllo sono esercitati sulla base

della conoscenza e della competenza. In questo senso si tratta di un’organizzazione razionale.

Purtroppo possiamo constatare che spesso la burocrazia non è efficace né efficiente e questo perché

rendendo più minuziose e stringenti le regole diminuisce la capacità di adattamento alla varietà

imprevedibile con cui i problemi si presentano.

La burocrazia di Weber si basa su un principio fondamentale: la prevedibilità dei comportamenti

ottenuta attraverso la loro standardizzazione. Per ottenere un determinato risultato è possibile

individuare una serie di operazioni successive, ognuna delle quali è standardizzata, vale a dire è

fissata una volta per tutte.

Teoria delle configurazioni organizzative di Mintzberg. Si definiscono cinque configurazioni

tipiche:

• Struttura semplice: il controllo è esercitato direttamente dal vertice, il quale accentra tutte le

funzioni di direzione (una piccola azienda artigiana).

• Burocrazia meccanica: coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia

(produzione di automobili).

• Burocrazia professionale: coordina dipendenti con un lungo tirocinio di formazione esterno

all’organizzazione; una volta assunti verifica la loro capacità professionale (medici di un ospedale).

• Struttura divisionale: il coordinamento si ottiene, in questo caso, fissando obiettivi generali e

compatibili fra loro a settori con funzioni diverse (le divisioni), che poi sono indipendenti nelle loro

scelte sul come raggiungerli.

• Adhocrazia: gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e

lavorano insieme fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli di gerarchia e regole precisate,

ai quali sono assegnati compiti che richiedono alta professionalità, ma anche capacità di inventarsi

procedure e regole, perché si tratta di battere strade nuove (gruppo di scienziati).

Non esiste un unico modo migliore per progettare un organizzazione. Anche all’interno di

un’organizzazione parti diverse tendono a organizzarsi in modo diverso.

La razionalità organizzativa e i suoi limiti

Secondo Weber la burocrazia è razionale perché impone agli attori che ne fanno parte di

comportarsi in modo razionale.

Conseguenze inattese della burocrazia proponendosi la massima efficienza a volte ottiene

inefficienza.

Simon e il concetto di razionalità limitata: è impossibile avere una conoscenza completa e una

previsione di tutte le conseguenze che discendono da un’eventuale scelta, così come è impossibile

avere in mente tutte le alternative. Questa è la condizione normale in cui si prendono decisioni.

La razionalità è sempre limitata e mira ad ottenere non i massimi risultati possibili in astratto, ma

risultati soddisfacenti. La razionalità limitata è la razionalità possibile e concretamente perseguibile

in normali condizioni di incertezza.

Distinzione tra:

• Razionalità sinottica: è la razionalità che consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano

conto di tutti i dati rilevanti, in relazione ad obiettivi condivisi e chiari, predisponendo i mezzi

necessari ai fini, i quali possono essere poi realizzati senza cambiare programma e senza più intoppi.

Solo raramente ci si può avvicinare a condizioni del genere.

16 • Razionalità incrementale: sconta il caso normale dell’incertezza ambientale e si riferisce ad attori

che, come spesso succede, non hanno all’inizio idee assolutamente chiare ed esattamente coincidenti.

Essa riconosce dunque, definiti alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi,

la possibilità di trovare in un momento successivo mezzi e occasioni che prima non si vedevano o

non erano disponibili, di cambiare dunque anche obiettivi per strada, cercando accordi e soluzioni

soddisfacenti.

Quanto più l’ambiente è stabile e prevedibile, tanto più è possibile pensare in termini di razionalità

sinottica. Quanto più l’ambiente è instabile, tanto più è necessaria una razionalità incrementale per

poter ottenere dei risultati.

Distinzione tra:

• Razionalità funzionale: è quella di chi si adatta a ordini ricevuti eseguendoli senza errori, o a

procedure ed obiettivi stabiliti, senza discuterli.

• Razionalità sostanziale: è quella di chi cerca di comprendere come diversi aspetti di una situazione

siano collegati fra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli in base ai propri criteri di

giudizio, anche rispetto ad altre possibilità. È un vero e proprio atto di coscienza.

Se confrontare il rapporto fra mezzi e fini è un problema tecnico, che può essere risolto verificando

la scelta fra fini diversi è un problema culturale o politico, che

che non ci siano errori di calcolo,

richiede una discussione su cosa sia preferibile, e procedure condivise per definire e far accettare

una scelta.

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Capitolo 4: Cultura, linguaggio e comunicazione

Il concetto di cultura e il problema delle origini del linguaggio

La capacità umana di produrre e usare il linguaggio nasce con l’homo sapiens sapiens apparso in

Europa circa 42.000 anni fa.

Ipotesi sull’origine del linguaggio:

• Ipotesi monogenetica: sostiene che le lingue attuali sono prodotte per differenziazione da

un’unica lingua.

• Ipotesi poligenetica: sostiene la pluralità dei ceppi linguistici originari.

Le lingue attualmente parlate sono il risultato di un processo di differenziazione linguistica che è

avvenuto nel corso degli ultimi millenni.

Grandi pensatori (come Aristotele e Cartesio) sostenevano l’ipotesi il linguaggio è innato.

Noam Chomsky e l’idea della grammatica universale: le analogie strutturali che si riscontrano in

tutte le lingue, fanno ritenere che vi sia una grammatica universale innata, fatta di regole che

permettono di collegare il numero limitato di fonemi che gli organi vocali della specie umana sono

in grado di produrre.

Sulla base della grammatica universale si svilupperebbero poi, per processi secondari di

differenziazione, le grammatiche delle singole lingue particolari.

Le funzioni e le forme del linguaggio

Il linguaggio svolge sia una funzione cognitiva che una funzione comunicativa.

Le operazioni fondamentali del pensiero nelle quali si estrinseca la funzione cognitiva trovano tutte

corrispondenza nelle strutture del linguaggio. Pensare qualcosa vuol dire nominarla cioè stabilire un

rapporto tra un significante ed un significato.

Il linguaggio non serve solo a pensare il mondo ma anche a comunicare agli altri il nostro pensiero.

Affinché abbia luogo un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi: un emittente, un

ricevente, un canale, un codice e un messaggio.

L’emittente deve tradurre quello che vuole comunicare in una serie di segni o suoni seguendo le

prescrizioni del codice del canale utilizzato e confezionare così il messaggio; il ricevente, a sua

volta, deve utilizzare un codice analogo per decifrare il messaggio. È evidente che il codice deve

essere condiviso da emittente e ricevente.

Il concetto di condivisione del codice indica due aspetti:

1. Il linguaggio è una convenzione sociale, un patto implicito stabilito all’interno di una

comunità.

18 2. Il linguaggio è formato da un insieme di norme che definiscono quali sono i modi

ammissibili di confezionare i messaggi affinché questi possano essere recepiti con successo

dal ricevente.

Non c’è linguaggio quindi senza una comunità di parlanti che adottano anche se in forma implicita

un patto per stabilire il codice della comunicazione.

Ogni uomo nasce in un mondo già strutturato dalle istituzioni del gruppo al quale appartengono i

suoi genitori e il linguaggio è una di queste istituzioni, forse la più importante di tutte.

L’acquisizione delle competenze linguistiche inizia molto presto: il neonato, già nel primo anno di

vita, è in grado di produrre spontaneamente quasi tutti i fonemi delle lingue del mondo.

L’acquisizione del linguaggio richiede un’assidua, prolungata e costante interazione sociale, prima

con la madre e poi, via via, con cerchie sempre più ampie di parlanti.

Tuttavia la lingua che apprendiamo naturalmente come la lingua madre non è solo una delle tante

lingue che si parlano sulla terra, ma è anche una delle tante varianti della lingua che si parla nel

nostro paese.

La variabilità dei linguaggi umani

È difficile che due lingue possano convivere a lungo nello stesso territorio, prima o poi l’una

diventerà la lingua dominante e soppianterà l’altra. Si verificherà comunque contaminazione

linguistica, nella lingua che avrà preso il sopravvento resteranno tracce consistenti della lingua

caduta in disuso.

Si può dire che l’unificazione linguistica del paese sia stata il prodotto prima della scuola di base

obbligatoria e poi dell’esposizione dell’italiano standard dei mezzi di comunicazione di massa.

Le lingue sono fenomeni sociali dinamici, che variano nello spazio e nel tempo. Le variazioni,

tuttavia, non sono soltanto territoriali e diacroniche. Anche nello stesso momento e nella stessa

popolazione, le lingue variano a seconda della collocazione dei parlanti nello spazio sociale.

Tra le varie informazioni che trasmettiamo al nostro interlocutore ci è anche la nostra collocazione

nello spazio socioculturale, vale a dire nella stratificazione sociale. Vi sono differenze significative

nel modo di esprimersi degli appartenenti alle diverse classi sociali.

Sono state rilevate forti discrepanze tra le forme di comunicazione richieste dalla scuola e le

pratiche linguistiche spontaneamente adottate dagli alunni, in particolare quelli provenienti dalla

classe operaia (lingua e disuguaglianze).

Rapporto tra linguaggio e genere: diversità tra linguaggio maschile e linguaggio femminile. Certe

espressioni, o addirittura certi toni della voce, possono essere prescritte o vietate a seconda che il

parlante sia uomo o donna e che gli interlocutori, o gli ascoltatori, siano dello stesso o dell’altro

sesso o misti.

Variante (più evidente nei tempi passati) tra linguaggio urbano e linguaggio contadino. Il

linguaggio dei contadini è stato tradizionalmente bollato come particolarmente rozzo e primitivo,

soprattutto dagli abitanti delle città.

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Importanti nel mondo moderno sono le varianti legate ai gruppi professionali. I linguaggi

specialistici (o linguaggi tecnici) sono il prodotto della crescente specializzazione del sapere e delle

conoscenze. I linguaggi specialistici, oltre a garantire la comunicazione tra gli addetti ai lavori,

monopolizzano le forme di sapere mediante un linguaggio inaccessibile a chi non è stato addestrato

per comprenderlo.

In generale possiamo dire che ogni barriera sociale è anche una barriera linguistica.

Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto

Il linguaggio varia anche in relazione alla situazione sociale nella quale avviene la comunicazione.

Ognuno di noi, infatti, cambia registro linguistico a seconda dell’interlocutore o che ha di fronte, del

mezzo che usa e della specificità del contesto.

Distinzione tra:

• Linguaggio privato: quando parliamo tra amici o in famiglia non stiamo molto attenti alla

correttezza delle forme grammaticali e sintattiche. La conversazione è molto più calata nella

dimensione “qui ed ora”, fa molta più attenzione ai segnali non verbali di approvazione o

disapprovazione degli interlocutori. Quello che conta è farsi capire dalle persone con la quale si sta

parlando.

• Linguaggio pubblico: è molto più formale ed impersonale. In genere è rivolto ad un pubblico e non

ad una serie di persone ben individuate. Richiede un maggiore controllo formale.

Distinzione tra:

• Comunicazione orale: al di là del contenuto del messaggio si aggiungono una serie di elementi meta

comunicativi che sono invece assenti nella comunicazione scritta. Il tono e l’intensità della voce, il

dosaggio delle pause e tutta la gamma del linguaggio gestuale accompagnano il messaggio verbale e

forniscono all’interlocutore una serie di messaggi aggiuntivi con i quali interpretare il messaggio

verbale.

• Comunicazione scritta: usa un registro molto più rigido del parlato. Il tipo di linguaggio usato

dipende molto dalle situazioni (scrivere una pagina di diario è diverso da scrivere un curriculum!).

La comunicazione scritta riflette, più di quella orale, la distanza sociale tra coloro che comunicano,

la formulazione del messaggio e la sua ricezione sono quasi sempre differiti nel tempo. Consente un

livello molto maggiore di intenzionalità. Mancano gesti meta comunicativi.

Linguaggio, comunicazione e interazione sociale

Esistono molteplici modi per comunicare lo stesso contenuto (ad esempio interazione faccia a

Per quanto variabile e soggettiva, tuttavia, la comunicazione verbale segue sempre

faccia).

determinate regole che dipendono dal contesto sociale nel quale avviene l’interazione e dalla

posizione sociale relativa degli interlocutori.

In contesti altamente formalizzati vigono regole molto precise su chi ha il diritto di iniziare, di

interrompere e di concludere l’interazione. Si parla di situazioni asimmetriche quando vige

asimmetria tra gli interlocutori, asimmetria che si esprime nelle regole che governano chi può dire,

che cosa, a chi, come e quando.

In situazioni asimmetriche le regole della cortesia suggeriscono che chi è in posizione dominante

abbassi leggermente il proprio status e/o innalzi quello dell’interlocutore per metterlo

maggiormente a proprio agio.

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Nell’interazione tra pari vige una maggiore reciprocità, cioè l’interazione non è deformata dalle

differenze di status.

Turno di parola: avvicendamento dei partecipanti in una conversazione. Quando qualcuno sta

parlando una norma di cortesia dice di non interromperlo e di attendere che finisca per prendere la

parola.

Analisi conversazionale: è l’analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo. È in grado di

mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in particolare dei rapporti di

potere, l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le dinamiche che

vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle.

Le comunicazioni di massa

Viviamo nell’era della comunicazione di massa (televisione, libri etc.).

La nascita della comunicazione di massa può essee fatta risalie al alla fine del 1800 (1900 per paesi

come l’Italia). Prima libri, giornali e riviste erano un consumo di elite.

Storicamente il concetto compare associato ad attributi tendenzialmente negativi: la massa è

amorfa.

In sociologia vi è un’importante tradizione di pensiero (teoria critica della società di Marcuse) che

ha assunto un orientamento critico nei confronti della cultura di massa e dei mezzi di

comunicazione che la veicolano. Questi sono visti essenzialmente come strumenti di manipolazione

in mano ad interessi economici e politici che se ne servono per fini di profitto. Per questi autori le

società moderne sono inevitabilmente destinate all’appiattimento e all’omologazione.

Ma queste interpretazioni non tengono conto che la massa è un’entità ampiamente differenziata e

che quindi anche differenziati gli effetti che su di essa esercita la comunicazione. In tempi più

recenti il concetto di massa è stato sostituito con quello più neutro di pubblico.

Come nasce una notizia?

1. Vengono scelti i fatti da trasformare in notizia.

messaggio.

2. Confezionamento del

3. Trasmissione del messaggio.

4. Il destinatario sceglie il mezzo di informazione che più lo soddisfa.

Vi sono fatti che sono candidati a diventare notizia altri invece non raggiungono neppure questo

status. Chi ha più visibilità più ne avrà. I fatti devono essere ricostruiti scegliendo quegli aspetti che

sembrano più rilevanti. Ma in una società dove vi sia sufficiente libertà di informazione vi è una

destinatario può, entro certi limiti, scegliere a quale

pluralità di testate tra le quali scegliere, il

mezzo esporsi. E’ vero che le comunicazioni di massa sono prevalentemente unilaterali ma è pur

sempre possibile per il ricevente troncare la comunicazione e passare ad un altro canale. La massa

non è quindi una spugna che assorbe l’intero flusso delle notizie che le vengono propinate ma un

tessuto con trame molto differenziate che filtrano i messaggi in modi e misure diverse.

L’influenza dei media e la rivoluzione telematica

Per studiare i media e i loro effetti bisogna coglierne le varie fonti di variabilità. Un modo efficace

per descrivere e spiegare un atto comunicativo è quello di rispondere alle seguenti domane:

• Chi? Si riferisce all’emittente.

• Dice che cosa? Riguarda i contenuti dei messaggi trasmessi.

• Attraverso quale canale? Riguarda il tipo di mezzo e il tipo di linguaggio utilizzati.

21 • A chi? Definizione dei destinatari e delle loro caratteristiche.

• Con quale effetto? Riguarda le risposte comportamentali dei destinatari.

Gli effetti della comunicazione non variano soltanto a seconda della segmentazione del pubblico

lungo le consuete dimensioni socio-demografiche (età, sesso, classe sociale, livello di istruzione,

condizione professionale etc.), ma anche a seconda delle reti di relazione nelle quali gli individui

sono inseriti.

Flusso di comunicazione a due stadi: tra emittente e ricevente vi è spesso un elemento intermedio

costituito dalle relazioni di gruppo. Le persone bene informate sono coloro che ricevono e

trasmettono ad altri le informazioni, ma non le trasmettono così come le hanno ricevute bensì

integrandole con i loro schemi interpretativi.

Lo studio sugli effetti dei media non si limita però al campo della politica, anzi il settore dove vi è

una maggiore quantità di studi e ricerche è quello della pubblicità. I bisogni dei consumatori e le

loro preferenze sono senz’altro in certa misura manipolabili ma i consumatori non sono né del tutto

sovrani né del tutto manipolabili. La pubblicità non è esclusivamente uno strumento di marketing

delle imprese per assicurare ai loro prodotti quote di mercato. Gli introiti pubblicitari costituiscono

una delle fonti di reddito principali e in certi casi esclusive dei mezzi di comunicazione di massa.

Un altro campo sul quale si sono sviluppate accese discussioni riguarda il rapporto tra media e

violenza.

Rivoluzione telematica: creazione e diffusione di reti di calcolatori elettronici connessi mediante

diversi canali di trasmissione e capaci di dialogare tra loro tramite un linguaggio comune, il TCP/IP.

Quattro sono le caratteristiche fondamentali dei nuovi media: selettività, interattività, multimedialità

e virtualità. A queste se ne potrebbe aggiungere una quarta, la virtualità, la possibilità di creare dei

mondi artificiali coi quali entrare in rapporto e interagire.

Gli effetti di questa rivoluzione sono pervasivi, si insinuano in ogni ambito della quotidianità

Nascita del telelavoro e della teledemocrazia.

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Capitolo 5: Controllo sociale, devianza e criminalità

Socializzazione e controllo sociale

In tutte le società viene fatto ogni sforzo per assicurare la conformità alle norme. Si parla di

controllo sociale per definire i metodi usati per fare in modo che i membri di un gruppo rispettino

le norme e le aspettative di questo gruppo.

In ogni società il controllo sociale si realizza principalmente attraverso due processi: uno interno e

l’altro esterno.

Il controllo sociale interno si realizza attraverso la socializzazione. La socializzazione è il processo

attraverso il quale ogni società, per assicurare la propria continuità, cerca di trasmettere a coloro che

vi entrano per la prima volta la sua cultura.

Si distingue la socializzazione:

• primaria: avviene nei primi anni di vita del bambino ed è rivolta alla formazione delle competenze

di base.

• secondaria: inizia quando una persona entra nella scuola e mira alla formazione delle competenze

specifiche necessarie per lo svolgimento dei vari ruoli sociali.

Se la maggior parte della gente rispetta le norme non lo fa per non incorrere in sanzioni ma lo fa

ha interiorizzato quelle norme e le considera giuste e naturali.

perché

Per qualche motivo il processo di socializzazione può fallire o non essere sufficiente: allora entra in

azione il processo esterno di controllo sociale e il ricorso alle punizioni e alle ricompense.

Le punizioni e le ricompense sono reazioni sociali alla violazione delle norme:

• Le punizioni sono rivolte a scoraggiare queste violazioni.

• Le ricompense sono rivolte ad incoraggiare l’adesione alle aspettative sociali.

Il concetto di devianza

Definiamo devianza ogni atto o comportamento (anche se solo verbale) di una persona o di un

gruppo che viola le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a qualche forma di

sanzione.

Poiché le risposte della collettività variano considerevolmente nello spazio e nel tempo, un atto può

essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socioculturale in cui ha luogo. In

particolare:

• un comportamento considerato deviante in un paese può essere accettato o addirittura considerato

molto positivamente in un altro (concezione relativistica della devianza).

• un comportamento può essere considerato deviante in una situazione, ma non in un’altra del tutto

diversa.

23

Viene definito reato un comportamento che viola una norma del codice penale e che comporta una

sanzione penale (multa, arresto o reclusione).

Solo una piccola parte degli atti devianti costituisce un reato.

Lo studio della devianza

Notevoli sono i problemi che si incontrano nello studio dei reati. I sociologi si basano spesso sulle

statistiche giudiziarie relative alle denunce e alle condanne. Il numero dei reati ufficiali (considerati

tali dalla polizia e dalla magistratura) rappresenta solo una parte di quelli reali, effettivamente

compiuti. Ve ne sono infatti altri che, pur essendo stati commessi, restano nascosti e non vengono

registrati. Questi ultimi costituiscono il cosiddetto numero oscuro dei delitti.

Negli ultimi venti anni i ricercatori di vari paesi sono riusciti a ovviare a questi problemi

conducendo indagini periodiche per interviste su grandi campioni della popolazione (le cosiddette

“inchieste di vittimizzazione”) al fine di individuare quali fra le persone intervistate abbiano subito

in un determinato periodo di tempo alcuni reati. Purtroppo però solo i reati che si possono studiare

con queste inchieste sono solo quelli dei quali l’individuo ha conoscenza diretta.

Le teorie della criminalità

Le principali teorie sulla criminalità formulate sono sei.

Le spiegazioni biologiche

Esistono numerose teorie che riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e

biologiche degli individui.

Mentre un tempo i sostenitori di queste teorie erano rigidamente deterministi, essi oggi ritengono

che la presenza di certi tratti biologici faccia solo aumentare la probabilità che una persona

commetta dei reati.

Cesare Lombroso (1835 – 1909) fu uno dei primi studiosi che appoggiò questa teoria. Egli

considerava la costruzione fisica come la più potente causa di criminalità. Il delinquente nato

possedeva caratteristiche fisiche quali la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati,

gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, la barba rada.

Lombroso sostenne che il delinquente nato presentava delle caratteristiche ataviche, simili cioè a

quelle degli animali inferiori e dell’uomo primitivo, che rendevano difficile o impossibile il suo

adattamento alla società moderna e lo spingevano a commettere reati.

La teoria biologica moderna, attribuisce la tendenza a commettere reati di vario tipo alla cosiddetta

sindrome XYY. Gli esseri umani hanno normalmente 46 cromosomi ma, alcune persone, ne hanno

47. Se il cromosoma in più è un cromosoma X allora non succede nulla di rilevante, mentre se il

cromosoma in più è un cromosoma Y allora è molto probabile che questi individui commettano

reati.

Le teorie biologiche non sono riuscite ad affermarsi tra gli studiosi della criminalità.

24

La teoria della tensione

Emile Durkheim pensava che certe forme di devianza fossero in parte dovute all’anomia cioè alla

mancanza delle norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali.

Negli anni Quaranta, Robert Merton ha sostenuto che la devianza è provocata dalle situazioni di

anomia (mancanza di norme sociali), che a loro volta nascono da una tensione fra la struttura

culturale e la struttura sociale.

Struttura culturale: definisce le mete verso le quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle.

Struttura sociale: consiste nella distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a

tali mete con quei mezzi.

Per adattarsi ai valori culturali proposti nella situazione prodotta dal contrasto fra le mete e i mezzi

per raggiungerle, gli individui possono scegliere fra cinque diverse forme di comportamento:

• Conformità: consiste nell’accettazione sia delle mete culturali sia dei mezzi previsti per

raggiungerle. Comportamento corretto.

• Innovazione: la strada scelta da coloro che rubano, imbrogliano o ingannano gli altri, cioè da chi

aderisce alle mete, ma rifiuta i mezzi normativamente prescritti. Comportamento deviante.

• Ritualismo: è il modo di adattamento di chi abbandona le mete, ma resta attaccato alle norme e ai

mezzi. Comportamento deviante.

• Rinuncia: si rinuncia sia ai fini che ai mezzi (mendicanti, senza tetto, tossicodipendenti).

Comportamento deviante.

• Ribellione: consiste nel rifiuto sia delle mete che dei mezzi e della loro sostituzione con altre mete

ed altri mezzi. Comportamento deviante.

La teoria del controllo sociale

Si basa su una concezione pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole.

L’uomo è per natura portato più a violare che a rispettare le norme. La maggior parte delle persone

non commette reati perché sono frenate dal farlo.

I controlli sociali che impediscono alle persone di violare le norme sono:

• Interni: diretti (imbarazzo, senso di colpa) ed indiretti (attaccamento psicologico emotivo agli altri

ed il desiderio di non perdere la loro stima e il loro affetto).

• Esterni: le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare e impedire i

comportamenti devianti.

Il pensiero di Travis Hirschi: una persona compie un reato quando il vincolo che lo lega alla

società è molto debole, fino quasi a spezzarsi.

La teoria della subcultura

Una persona commette un reato perché si è formata in una subcultura criminale, che ha valori e

norme diverse da quelle della società generale e che vengono trasmessi da una generazione all’altra

(la devianza socialmente appresa).

Per spiegare questo fenomeno la scuola di Chicago sostenne che in alcuni quartieri vi erano norme e

valori favorevoli a certe forme devianza e questo patrimonio culturale veniva trasmesso ai nuovi

arrivati nell’interazione che aveva luogo nei piccoli gruppi e nelle bande di ragazzi.

Sutherland è uno dei maggiori criminologi americani contemporanei. Secondo questo

Edwin

studioso il comportamento deviante non è né ereditario né inventato dall’attore, ma appreso

attraverso la comunicazione con altre persone.

25

Nella società contemporanea coesistono numerose culture che prescrivono agli individui forme di

comportamento radicalmente diverse. Ogni uomo, nel corso della propria vita, entra a contatto con

alcune di queste culture. Quanto più una persona frequenta ambienti in cui prevale la tendenza a

violare le norme, tanto più è probabile che questa persona diventi deviante.

Chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente. In questo sento, le

motivazioni del suo comportamento non sono diverse da quelle di chi rispetta le leggi. Gli individui

non violano le norme del proprio gruppo, ma solo quelle della società generale.

La teoria dell’etichettamento

Per capire la devianza è necessario tenere conto non solo della violazione, ma anche della creazione

e dell’applicazione delle norme; non solo dei criminali, ma anche del sistema giudiziario e delle

altre forme di controllo sociale.

La devianza non è altro che il prodotto dell’interazione tra coloro che creano e fanno applicare le

norme e coloro che invece infrangono le norme.

Ne è prova che nella nostra società ad un altissimo numero di persone succede almeno una volta

nella vita di violare una norma in modo più o meno grave. Ma un conto è commetetre un atto

deviante un altro è suscitare per questo una reazione sociale.

Edwin Lemert distingue tra:

• devianza primaria: ci si riferisce a quelle violazione delle norme che hanno agli occhi di colui che

le compie un rilievo marginale e che vengono di conseguenza presto dimenticate.

• devianza secondaria: ci si riferisce a quelle violazione delle norme che suscitano una reazione di

condanna da parte degli altri, che lo considerano un deviante e questa persona riorganizza la sua

identità e i suoi comportamenti sulla base delle conseguenze prodotte dal suo atto.

Un individuo scoperto a commettere un reato viene etichettato dalla società come un deviato.

Ulteriori sue infrazioni delle norme provocheranno reazioni sociali sempre più forti che lo

indurranno a proseguire la carriera di deviante.

La teoria della scelta razionale

I reati sono considerati come il risultato di un’azione intenzionale adottata attivamente dagli

individui. L’individuo è infatti un essere razionale che agisce seguendo i propri interessi, ricercando

il piacere e fuggendo il dolore e che è capace di scegliere liberamente se violare o rispettare una

norma (azione deviante come azione intenzionale).

Se una persona decide di commettere un reato è perché si attende di ricavarne benefici maggiori di

quelli che avrebbe ricavato con attività lecite.

I motivi che spingono ad un’attività illecita sono gli stessi che spingono a quella lecita: la ricerca

del guadagno, del potere, del prestigio e del piacere.

Colui che trasgredisce va incontro a vari tipi di costo: esterni pubblici, esterni privati ed interni.

Quelli esterni pubblici sono dati dalle sanzioni legali inflitte dallo stato. Quelli esterni privati sono i

cosiddetti costi di attaccamento che derivano dalle sanzioni informali degli altri significativi. Quelli

interni nascono dalla coscienza.

Forme di criminalità

L’attività predatoria comune

26

Attività predatoria comune: insieme di azioni illecite condotte con la forza o con l’inganno per

impadronirsi dei beni mobili altrui che comportano un contatto fisico diretto fra chi compie l’azione

e una persona o un oggetto.

Ne fanno parte due gruppi:

• Quelli compiuti di nascosto, evitando la vittima o facendo in modo che non si accorda di quanto sta

avvenendo (taccheggio).

• Quelli compiuti con la violenza, strappando qualcosa di dosso ad una persona (scippo) o

prendendogliela con la minaccia (rapina).

Negli anni ’60 è iniziato in tutti i paesi occidentali un periodo di fortissimo aumento del numero di

questi reati. Per la frequenza di alcuni di questi il punto più alto è stato raggiunto in molti paesi

verso il 1991.

Gli omicidi

Distinzione tra:

• omicidio colposo: è l’omicidio non voluto dall’agente, che si verifica a causa di negligenza,

imprudenza, imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.

• omicidio doloso: è l’omicidio di chi agisce con la volontà di uccidere, premeditato.

Gli USA sono il paese occidentale che ha il tasso di omicidio più elevato. Ma in generale è nei paesi

in via di sviluppo, caratterizzati da forti diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza che la

frequenza con cui questo reato viene commesso è maggiore.

Contrariamente a quello che si pensa, in Europa vi è stata una tendenza plurisecolare alla

diminuzione del tasso di omicidio.

Un’importante ricerca storica ha messo in luce che nel periodo seguente alle guerre del nostro

secolo vi è stato di solito un aumento degli omicidi nei paesi che vi hanno partecipato. Questo si è

verificato più spesso in quelli che durante la guerra hanno subito maggior perdite di vite umane.

Non è dunque sbagliato dire che la curva del tasso di omicidi ha avuto un andamento ad U a

condizione però che si aggiunga che in molti paesi occidentali pur essendo cresciuto negli ultimi

venticinque trent’anni questo tasso resta molto più basso di un secolo fa.

La teoria che appare oggi maggiormente in grado di spiegare questo fenomeno è quella del

processo di civilizzazione. Nel tempo le buone maniere hanno sostituito la violenza e la

sopraffazione lasciando il posto alla civiltà.

Nei periodi postbellici si verificavano bruschi aumenti del numero di omicidi. A questo fenomeno

sono state fornite almeno tre diverse spiegazioni:

• Disorganizzazione sociale: i periodi bellici sotto ponevano la gente alla perdita della casa e di altre

proprietà, ai rapidi ed imponenti spostamenti migratori, alla rottura dei matrimoni e alla

disgregazione delle famiglie.

• Fattori di natura economica: la scarsità dei beni e la disoccupazione dominavano nei periodi

postbellici.

• Legittimazione della violenza: fornita dal governo durante la guerra.

I reati dei colletti bianchi

Tangentopoli è nata nel 1992. Con questa espressione i giornali italiani hanno chiamato l’inchiesta

giudiziaria condotta a partire dai magistrati della procura della repubblica presso il tribunale di

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Milano e poi estesa ad altre città italiane. Questa inchiesta ha portato alla luce un diffuso sistema di

corruzione nel quale erano coinvolte alcune centinaia di parlamenti italiani, molti settori

dell’amministrazione centrale dello stato, enti locali e numerosi imprenditori e manager.

I Reati dei colletti bianchi sono reati commessi da una persona rispettabile e di elevata condizione

sociale nel corso della sua occupazione (politici, settori amministrativi statali, imprenditori,

manager). La violazione deve avvenire nel corso dell’attività professionale di questa persona.

Distinguiamo tra:

• reati nell’occupazione: commessi da individui nello svolgimento del loro lavoro per ricavarne un

vantaggio personale.

Appropriazione indebita chi si appropria del denaro o di una cosa altrui di cui abbia il

o possesso per qualsiasi motivo.

Insider trading speculazione sui titoli di una società attuata da chi dispone di informazioni

o riservate.

Corruzione del pubblico ufficiale un pubblico ufficiale, in cambio di una somma di

o denaro che non gli è dovuta, compie un atto contrario ai doveri di ufficio.

un

Concussione pubblico ufficiale, abusando dei suoi poteri, induce indebitamente

o qualcuno a dare del denaro a lui o ad un’altra persona.

• reati di organizzazione: compiuti in nome e per conto di un’organizzazione, sia essa pubblica o

privata.

Frodi di vario tipo commesse nelle aziende private pubbliche quando nelle relazioni nei

o bilanci o in altre comunicazioni riportano fatti non corrispondenti al vero sulla costituzione e

sulle condizioni economiche della società.

Reati che mettono a repentaglio la salute dei cittadini per esempio l’immagazzinamento e

o lo smaltimento rischiosi di materiali chimici e radioattivi o il mancato rispetto delle norme di

sicurezza sul lavoro.

La criminalità organizzata criminalità organizzata. Di

Non vi è accordo completo fra gli studiosi riguardo alla definizione di

solito con questa espressione si intende un insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti

(vendita di droga, gioco d’azzardo, prostituzione, commercio di armi) e che si infiltrano nelle

attività economiche lecite.

Le imprese criminali, per la maggior parte, mirano all’acquisizione sia di profitti finanziari che del

potere politico. In genere, per agire, esse hanno bisogno di consistenti capitali, da investire sia nelle

attività economiche illegali che in quelle legali.

Le imprese criminali devono disporre anche di una forza militare, cioè di gruppi di persone

adeguatamente armate, capaci e disposte a eliminare fisicamente i vecchi e i nuovi nemici.

Gli autori dei reati e le loro caratteristiche

I sociologi hanno studiato le caratteristiche socio-demografiche di coloro che compiono i reati.

Per lungo tempo hanno concentrato la loro attenzione sulla classe sociale di appartenenza. Più

recentemente il loro interesse si è spostato all’analisi dell’età e del genere.

La classe sociale

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Prima i sociologi sostenevano che i reati (ad eccezione dei colletti bianchi) venissero compiuti da

persone appartenenti alle classi sociali più svantaggiate.

Al giorno d’oggi si sostiene che fra classe sociale e criminalità non vi è alcuna relazione o ve ne è

una assai debole.

Il genere

In tutti i paesi è molto più probabile che sia un maschio piuttosto che una femmina a violare una

tipo di reato.

norma penale. Vi sono tuttavia importanti differenze a seconda del

La percentuale delle donne sui condannati:

• È aumentata nel caso delle truffe e dell’appropriazione indebita.

• È rimasta costante nel caso delle rapine.

• È diminuita nel caso degli omicidi.

L’età

Studi hanno rilevato le curve dei reati per tassi di età:

• Furto e rapina: la curva cresce rapidamente per la preadolescenza e l’adolescenza, raggiunge il

picco verso la maggiore età e successivamente, cala bruscamente.

• Omicidi: sono compiuti di solito da persone molto giovani.

• Assegni a vuoto: il picco è raggiunto molto dopo il raggiungimento della maggiore età e la curva poi

scende molto lentamente.

Secondo il codice penale italiano non sono propriamente reati quelli commessi prima di avere

raggiunto il quattordicesimo anno di età. A rubare si inizia però di fatto molto prima persino a otto o

nove anni. Si continua a farlo per qualche anno. Poi a poco a poco una volta uscita dall’adolescenza

la grande maggioranza abbandona questa attività.

Le ricerche hanno messo in luce che nell’ultimo secolo e mezzo vi è stato un abbassamento di

cinque o sei anni dell’età a cui più frequentemente si commettono questi reati.

Devianza e sanzioni

Le sanzioni sono il mezzo con cui, in ogni società, viene mantenuta la conformità delle norme.

Esse possono essere: negative o positive, formali o informali, severe o lievi.

Distinzione tra:

• sanzioni formali: comminate da organi o gruppi specializzati ai quali è stato affidato il compito di

assicurare il rispetto delle norme.

• sanzioni informali: spontanee o poco organizzate provenienti dai familiari, gli amici, i colleghi di

lavoro, i vicini, i conoscenti.

La severità delle sanzioni dipende anche dalla gravità dell’infrazione commessa.

Per il reato è prevista una pena cioè una sanzione che può limitare la libertà personale

dell’individuo. Nel caso di altri illeciti giuridici la sanzione incide prevalentemente sul patrimonio

di chi li ha commessi.

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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Bonino Roberto.

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