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Sociologia della famiglia e dei servizi alla persona

Schema AGIL, Parsons, Donati

Prevede di identificare quattro dimensioni che sono presenti nei servizi. Parsons, che ha ideato questo schema, che è uno schema che serve per comprendere i fenomeni sociali, parte dalla domanda “come si fa a comprendere i fenomeni sociali? Quali sono le dimensioni che consentono il disvelamento dei fenomeni sociali?”. Cerca di uscire da una mera descrizione, per capire la natura di un determinato fenomeno.

Parsons utilizza questo schema in modo gerarchico, perché Parsons non è relazionale. Mette in fila queste categorie, in ordine gerarchico, le analizza e poi risponde ad alcuni quesiti. La differenza dell’approccio relazionale è che tutte queste dimensioni sono legate una con l’altra. L’effetto emergente è la sintesi di queste dimensioni.

  • A = Adaptation
  • G = Goals
  • I = Integration
  • L = Latency

A - risorse

Ogni fenomeno sociale ha bisogno di risorse per mettere in atto l’adattamento (A). Quando parliamo di risorse facciamo riferimento a:

  • Risorse umane: professionalità presenti nella struttura, tipologia di contratto, orario.
  • Risorse organizzative: struttura (numero e tipologia di locali, possibilità di accoglienza), suddivisione dei compiti (strutturazione, gerarchia) e attrezzatura.
  • Risorse economico-finanziarie: budget e sua provenienza.

G - obiettivi

Gli obiettivi possono essere:

  • Generali
  • Specifici

Questi due livelli vanno considerati congiuntamente.

I - norme e relazioni

È necessario capire quali sono le norme e le relazioni, che coprono sempre due aspetti:

  • Chi sono gli utenti e a che condizioni possono accedere, perché i servizi, al di là della loro lungimiranza non sempre presente, hanno delle condizioni d’accesso.
  • Le relazioni della struttura con l’interno (regole interne, sistema gerarchico, lavoro d’équipe) e con l’esterno (rete con altri servizi).

L - cultura

La cultura di un servizio, di un operatore, non è visibile. È necessario chiederla ed interpretarla. La cultura è l’area della latenza e l’area che supporta il servizio. La cultura è la motivazione dell’operatore, ma anche a livello generale la cultura che un determinato servizio esprime. La cultura comprende i valori di fondo (idea di persona, idea di servizio, idea di famiglia).

Gli approcci sociologici allo studio della famiglia

Per osservare e interpretare la famiglia è necessario rispondere ad alcune domande:

  • Come viene osservata la famiglia in sociologia?
  • In che misura gli approcci sociologici sono adeguati al loro oggetto?
  • Esiste un sistema o punto di vista osservante più adeguato di altri?

Un approccio parte da premesse ontologiche ed epistemologiche. Ha una sua essenza e una sua scienza che origina dall’essenza. È una strategia originale di acquisizione delle conoscenze che passa attraverso l’attribuzione di una peculiare rilevanza a certe dimensioni piuttosto che altre. Io a partire da una concezione che ho della realtà sociale, poi metto in atto una strategia che mi consente di raggiungere il mio obiettivo di carattere conoscitivo. In sociologia ho due obiettivi, spiegare e comprendere. Usa proprie metodologie di investigazione. Usa un proprio linguaggio interpretativo.

Il passaggio dalla società moderna alla società post-moderna ha alcuni indicatori. Due sono fondamentali: la fine delle grandi narrazioni condivise e la globalizzazione. Quando si parla di società globale, si intende una società formata da tanti elementi, culture. Ciò è visibile nei processi migratori. Nella società post-moderna vi è un crescente individualismo. Noi siamo in una società in cui il processo di individuazione è molto marcato.

Approccio struttural-funzionalista (Parsons, 1902-1979)

Combina una visione funzionalista della realtà sociale con una visione strutturale. Il nucleo centrale del funzionalismo è il problema dell’integrazione. Quali sono gli elementi che ci consentono di comprendere cos’è una società e quali sono gli elementi che consentono ad una società di stare insieme.

Parsons vive in una società americana, in cui vi sono grandi differenze di etnie, culture, religioni. Per Parsons la società è un sistema. È qualcosa che eccede la persona, il singolo ambito. La società comprende tanti ambiti, che sono funzionali. Ognuno di questi ambiti ha uno scopo. Ad esempio, il sottosistema politico, il sottosistema economico, il sottosistema culturale. Hanno un compito nella visione parsonsiana, e a questo compito devono corrispondere. Nel momento in cui un sottosistema non funziona più, il sistema comincia ad avere al suo interno degli aspetti di criticità.

La famiglia è un sottosistema specializzato e differenziato del sistema societario, generale, in un assetto fortemente organico. La famiglia non è la società. È concepita analiticamente come struttura di status-ruoli che svolgono funzioni specializzate, assegnate dalla società. Il ruolo è l’aspetto dinamico dello status. Il comportamento familiare è visto come risposta a un insieme di aspettative complementari connesse alle posizioni. Complementare è un termine fondamentale nella visione di Parsons, contrario di “reciproco”. Parsons non ci parla mai di reciprocità.

Per Parsons le risorse (A) sono intese come status, posizione della stratificazione sociale. Lo scopo (G) della famiglia è quello di stabilizzazione della personalità adulta e socializzazione dei bambini. Parsons parla di socializzazione primaria, che è quella agita in famiglia, e di socializzazione secondaria, che è quella agita a scuola. Il primo veicolo della socializzazione primaria è il linguaggio. Il linguaggio è già una norma, è il modo in cui una società si trasferisce attraverso le generazioni. I ruoli (I) sono complementari. Per cultura (L) si intende la cultura familiare, caratterizzata dalla gratuità, dalla cura.

La differenza dei ruoli sessuali interni alla famiglia ne costituisce la struttura ed è connessa alle sue funzioni principali:

  • Socializzazione dei figli
  • Stabilizzazione della personalità adulta

Il sistema famiglia è concepito come un sistema di status-ruoli ordinato gerarchicamente secondo le due coordinate di età (potere superiore nei genitori, minore nei figli) e di sesso (asse strutturale-espressivo).

Approccio fenomenologico

Deriva da W. Dilthey (1833-1911) e M. Weber (1864-1920), filtrato attraverso la fenomenologia di E. Husserl (1859 – 1938) e A. Schutz (1899 – 1959). La differenza fondamentale che c’è con Parsons è l’attenzione al mondo vitale. Mette l’accento sugli elementi significativi e intenzionali, quindi soggettivi e intersoggettivi, della famiglia. Il livello dell’intenzionalità e la concezione di famiglia come mondo simbolico vengono considerati gli aspetti su cui dobbiamo soffermarci quando guardiamo alla famiglia.

La famiglia è un mondo simbolico che deve essere interpretato (non secondo un senso individualistico, ma secondo il senso intenzionato dell’agire del soggetto e tra soggetti). Quando parliamo di senso facciamo riferimento alla dimensione della cultura per Parsons. La definizione di famiglia non è data, ma emerge dai mondi della vita quotidiana delle persone, attraverso relazioni interpersonali.

Tutti i momenti della vita familiare sono costruzioni sociali, ossia costruzioni di regole significative di vita nelle quali e attraverso le quali il mondo familiare prende sostanza. La famiglia non è tanto un insieme di legami sociali, quanto un modo di annettere significato alle relazioni interpersonali. La famiglia si rivela attraverso il discorso familiare. Emerge qui l’importanza del linguaggio. La famiglia primo oggetto di quell’atteggiamento naturale (natural attitude) che costituisce il mondo della vita come mondo delle relazioni significative date per scontate che ereditiamo dal passato, viviamo nel presente e troveremo anche domani.

La famiglia è un progetto interpretativo, che si fa attraverso le parole e la conversazione. È una “pratica descrittiva” che genera un discorso da cui prende corpo un’organizzazione, che costituisce il significato della vita familiare.

Approccio critico

È un approccio che sviluppa una concezione critica della società, e in questa critica si colloca anche il discorso sulla famiglia. La scuola di Francoforte è una scuola interdisciplinare, con sociologi e psicologi fra cui T. Adorno (1903-1969), M. Horkheimer (1895-1973), H. Marcuse (1899-1979), E. Fromm (1900-1980), J. Habermas (1929 - ). Questi autori condividono l’approccio di fondo.

La famiglia è necessaria per alcune funzioni primarie (socializzazione), ma è negativa per gli effetti di conservazione culturale, di autoritarismo e di diseguaglianza sociale. La famiglia è l’ambito in cui si può formare la personalità autoritaria. La famiglia è realtà mediata socialmente sino alla sua struttura più intima. Horkheimer, negli Studi sull’autorità e la famiglia, sottolinea la contraddittorietà della famiglia moderna. In questa famiglia ci sono due poli, uno dominante (uomo), l’altro dominato (donna). La subordinazione della donna dipende soprattutto da motivi economici.

L’inserimento della donna nel mondo del lavoro equivale ad un ruolo compensatorio e surrogato. Vale a dire, l’accesso delle donne nel mondo del lavoro non è equivalente all’accesso degli uomini nel mondo del lavoro. Nella società capitalistica avanzata la donna diviene una professionista, perdendo naturalezza e affettività. È come se le madri perdessero naturalezza e si professionalizzano, ossia diventano capaci di fare le madri. L’emancipazione femminile richiede non la transizione ad una nuova forma di famiglia (irrealizzabile), ma il recupero dei valori femminili positivi, che sono quelli che possono rigenerare la famiglia.

Approccio femminista / di genere

L’approccio femminista ha una storia abbastanza lunga. L’itinerario dei Gender Studies non coincidono con il dibattito portato avanti dalla Gender Theory. Il femminismo nasce con una volontà emancipativa delle donne nei confronti di una sudditanza iniqua tra i generi. Fino a quando sesso e genere erano sinonimi, l’identità di genere era intesa come integrazione ordinata di tutti gli aspetti che la compongono: genetici, gonadici (presenza di testicoli o di ovaie), fenotipici (forma del corpo), psicologici (psiche maschile e femminile), culturali (educazione) e sociali (ruoli).

Dagli anni Cinquanta del secolo scorso il termine «genere» non ha più avuto l’equivalenza con la parola «sesso», si è verificato uno slittamento semantico che è importante conoscere: sono comparsi i «generi Kinsey», i generi GBLT (GBLT fa riferimento all’acronimo di Gay, Bisessuale, Lesbico, Transessuale, descrizione dei comportamenti sessuali nei famosi Rapporti Kinsey). È poi comparsa «l’identità di genere», secondo la definizione di John Money, (1921-2006) psicologo americano, che la intende come la percezione di sé come maschio o femmina, cioè separando l’oggettività dell’essere di un certo sesso (maschio o femmina) dalla soggettività del «sentire» di appartenere a quel sesso, consapevolezza considerata il puro esito di una costruzione culturale, il frutto della educazione ricevuta e perciò modificabile.

Nel 1954, Money ha introdotto il concetto di gender role, «ruolo di genere», inteso come manifestazione pubblica dell’identità di genere: al di là di ciò che io sento, il ruolo rappresenta ciò che mostro agli altri di me rispetto all’identità sessuata. La riflessione sul gender ha poi portato allo sviluppo della sex-gender theory, avanzata dagli anni ’70 in ambito angloamericano (psicologico, sociologico e antropologico - cfr. G. Rubin) che propone una distinzione netta tra sesso biologico (sex) e identità sessuale attribuita (gender) culturale, sociale e storica, dando luogo ad un dualismo, a una contrapposizione di fondo tra natura e cultura.

Ci sono tre approcci fondamentali che identificano lo sviluppo del femminismo, come interpretazione delle relazioni uomo-donna e quindi poi interpretazione di cosa è la famiglia. Si parte da una volontà di ridefinire la relazione uomo-donna per superare la disuguaglianza, e si arriva quindi a reinterpretare anche la famiglia. Non si parte da una reinterpretazione della famiglia.

Una prima interpretazione delle differenze sessuali e di genere ha posto al centro della propria riflessione il dato biologico, come elemento essenziale per la definizione del soggetto “donna” e come base per la trasformazione della condizione sociale femminile. Coloro che condividono questo approccio (S. De Beauvoir, 1949; M. Daly, 1978) - definibile come culturalismo essenzialista – sottolineano l’importanza della funzione riproduttiva per la sopravvivenza della società, che rende la donna protagonista nella sua valenza materna e indicano nella diversità biologica l’elemento determinante e valorizzante la sua identità. La femminilità è ricondotta alle qualità biofisiche.

Un secondo approccio, rifacendosi alle teorie femministe di matrice marxista, ha reificato l’identità di genere e la diversità biologica, sottolineando come proprio quest’ultima sia da sempre alla base delle disuguaglianze sociali; l’essenza della soggettività perciò va individuata non solo nel dato fisico, ma nell’attività umana concreta. Più precisamente, l’identità di genere è strettamente correlata alla divisione sessuata del lavoro, sulla base della quale vengono definiti ruoli maschili e femminili distinti, nell’ambito sia della famiglia, sia del contesto sociale. Si tratta, come si può intuire, di ruoli contrassegnati da diseguaglianze, che potranno essere superate solo nel contesto di una nuova organizzazione sociale e, quindi, familiare.

Un terzo approccio al tema delle differenze di genere ha trovato la propria origine nell’esigenza e nel desiderio di interrogarsi sul legame tra gender e struttura psichica dell’individuo, per poter “collocare” la sessualità all’interno delle differenze di genere, sollecitando le femministe ad approfondire le basi della psicanalisi. Oggi ci troviamo di fronte a due prospettive: costruzionismo e decostruzionismo. L’ipotesi costruzionista si fonda sull’idea che “l’unico processo responsabile dell’esistenza dei due generi è la costruzione sociale: non c’è un prius biologico di cui rendere conto”. Secondo i sostenitori di questo approccio, le distinzioni tra maschile e femminile, presenti in ogni società e riferite alla corporeità, vengono plasmate dalla realtà sociale alla quale appartengono.

Per quanto concerne il pensiero decostruzionista, esso sostiene, nell’intento di raggiungere un’adeguata soluzione dei problemi sottesi alle differenze di genere, la necessità di destrutturare i processi simbolici, culturali o linguistici che definiscono il maschile e il femminile. Per costruirmi socialmente devo abbattere i vecchi stereotipi di cui io stesso posso essere stato convinto.

In definitiva, nell’ambito del percorso teorico descritto, mentre i primi tre approcci sono improntati ad una visione naturalista delle differenze di genere, il costruzionismo e il decostruzionismo si rifanno ad una prospettiva culturalista. Nel complesso, in queste riflessioni sembra evidente quella dicotomia natura/cultura che, nella sua radicalità, secondo Scola ha portato a rendere superabile la differenza sessuale, mettendo in discussione le stesse radici antropologiche dell’unità duale uomo-donna.

Peraltro, le prospettive interpretative sin qui delineate, inscrivibili in una matrice in senso lato femminista, attente agli aspetti più problematici della condizione delle donne, hanno indotto i gender studies ad occuparsi solo del genere femminile, ignorando quello maschile o prendendolo in considerazione in termini di dominio e oppositivi.

A partire dagli anni Ottanta, sulla base della considerazione del rischio che la sottovalutazione o la visione “rivendicazionista” delle differenze possa portare all’annullamento delle differenze stesse, emerge tuttavia lentamente la consapevolezza del fatto che il genere, oltre che un codice binario, è anche un codice che implica reciprocità. Questo approccio, espresso dalla corrente più avveduta del neo-femminismo post-radicale, sembra cominciare a tematizzare la necessità di superare la dialettica della distinzione uguaglianza-diseguaglianza tra i sessi, all’origine di distorsioni e patologie evidenti nell’attuale realtà sociale (omologazione nel rapporto tra maschile e femminile, circolarità entro ciascun gender).

Tuttavia, questo neo-femminismo, se, da un lato, ha iniziato a sottolineare la necessità di “pensare il gender nelle relazioni”, dall’altro dimentica di pensare il gender come relazione e, quindi, come dimensione identitaria che uomini e donne possono costruire solo nella relazione con l’altro. Una parte della cultura femminista ha perciò sentito l’esigenza di cominciare a pensare il gender con e attraverso le relazioni, secondo un codice simbolico relazionale, che fa riferimento all'

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuliabroggi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della famiglia e dei servizi alla persona e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Rossi Giovanna.
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