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• Nel rapporto di lavoro esiste parità e la relazione è volontaria: non

esistono differenze di potere tra lavoratori e datori di lavoro, e sono volontarie,

in quanto per entrambi i contraenti l’esito è migliore di ogni altra opzione.

Sono stati anche inseriti degli interventi correttivi nel paradigma classico: cioè la

concorrenza imperfetta e l’inserimento della propensione al rischio. Nel

mercato del lavoro non si realizza mai un equilibrio di concorrenza.

Le spiegazioni che derivano da questi assunti spesso non sono complete.

Gli assunti dell’analisi sociologica invece sono:

• L’agire è influenzato dalle relazioni sociali: ogni individuo agisce in un

contesto in cui le posizioni lavorative, gli interessi materiali, i valori culturali e le

reti personali creano solidarietà all’interno dei gruppi e contrapposizione tra i

gruppi. La collocazione di un individuo nella struttura sociale ha profonde

implicazioni sulle sue preferenze e strategie di azione, in contrasto con l’assunto

economico che postula preferenze esogene.

• Il mercato del lavoro è parte della società e non solo del sistema

economico, società con tutte le sue disuguaglianze, i suoi rapporti di potere, i

suoi conflitti. Il mercato del lavoro costituisce ancora il meccanismo centrale

della distribuzione sociale, oltre a reddito e lavoro, distribuisce anche prestigio e

potere e determina le posizioni sociali.

• Le motivazioni all’azione sono multidimensionali: l’azione non si limita

quindi solo a motivazioni pecuniarie, ma ci sono anche altri obiettivi:

approvazione, prestigio, potere. Non sempre queste motivazioni sono

compatibili con le scelte razionali economiche.

Ci sono inoltre alcuni temi controversi riguardo gli approcci micro o macro sociologici. I

primi accettano l’enfasi sulla razionalità, ma sottolineano il ruolo della tradizione, dei

consumi e delle abitudini. Gli approcci macro sociologici sottolineano l’importanza dei

condizionamenti sociali, ovvero l’influenza dei sistemi di posizioni e dei rapporti sociali.

L’individuo non sceglie, ma i suoi comportamenti sono determinati dai sistemi di

posizioni e di rapporti sociali in cui è inserito.

Le peculiarità del mercato del lavoro

Tesi: il mercato del lavoro non è un vero e proprio mercato. Argomentazione: 2

considerazioni:

• Il lavoro è una merce con caratteristiche particolari. Per prima cosa, non

si perviene mai a una cessione completa della forza lavoro. Lo scambio è

articolato in due fasi: l’accordo di cessione e l’impiego della forza lavoro nel

ciclo produttivo. Il conflitto può sorgere nelle condizioni di cessione e nelle

modalità di impiego. È importante una negoziazione reiterata alla buona

disposizione. La forza lavoro è una merce particolare. Nel mercato del lavoro

infatti il venditore non cede mai pienamente il controllo sull’uso della merce

venduta. Assumendo un lavoratore l’impresa deve controllare sempre che esso

si impegni nella sua mansione, assicurandosela esercitando pressioni legittime,

bisogna indurre il lavoratore a lavorare. Queste transazioni che avvengono nel

mercato del lavoro sono governate da una logica di interazione e integrazione

sociale. Le imprese preferiscono lavoratori meno capaci, ma più disponibili, o

più capaci, e meno affidabili ecc..

• Tale risorsa viene scambiata secondo regole distintive, ovvero diversa da

quelle canoniche del mercato. Per prima cosa, il prezzo (cioè il salario), non

svolge mai un’azione di riequilibrio tra domanda e offerta. Le relazioni tra attori

sono strutturalmente asimmetriche, in più i soggetti non agiscono in modo

razionale. La persistenza della disoccupazione nei paesi sviluppati si spiega con

il fatto che il livello dei salari è sempre superiore a quelli di equilibrio, perché

deve assicurare ai lavoratori un decoroso tenore di vita. Le retribuzioni non

sono determinate all’interno del sistema economico, ma da

consuetudini e fattori sociali oltre che dai sindacati e dal potere

pubblico.

Chi possiede la sola capacità di lavorare non ha molta scelta, mentre gli

imprenditori invece possono essere meno impazienti nell’acquistare forza

lavoro. Da questa asimmetria strutturale nasce una relazione di potere delle

imprese sui lavoratori, solo l’intervento dello stato ha riequilibrato i rapporti con

sussidi di disoccupazione. La diversa composizione dei regimi di welfare e

sostegno familiare è il principale fattore utilizzato per spiegare il diverso

andamento del mercato del lavoro in paesi diversi.

Le decisioni dei lavoratori non adottano comportamenti fondati sulla

razionalità. Le decisioni non possono essere trattate con il modello delle scelte

razionali, quindi non si può parlare propriamente di mercato del lavoro. Le decisioni

cruciali prese in condizioni di scarsa informazione e incertezza, e tensione emotiva,

avvengono in modi ben diversi. È importante anche la ricerca di prestigio sociale, nelle

scelte occupazionali.

I risultati degli economisti sono modelli quantitativi, adatti alla previsione degli

andamenti occupazionali. I risultati dei sociologi sono modelli quali-quantitativi, utili

alla comprensione dei profili occupazionali e all’identificazione delle conseguenze

sociali. In entrambi i casi la crescente disponibilità di statistiche ufficiali alimentano

tanto l’analisi comparativa, quanto quella longitudinale.

Il valore aggiunto dell’analisi sociologica

Problema di ricerca 1: perché elevati tassi di esclusione e marginalità dal

mercato del lavoro non provocano forti tensioni sociali in Italia?

Risposta: secondo il profilo degli inclusi/esclusi e nel loro accesso a reti di protezione

sociale formale o informale.

Giustificazione degli economisti: gli insider (i lavoratori adulti) sono superprotetti

dalla legislazione e dalla contrattazione collettiva e impediscono agli outsiders (giovani

e donne) di essere assunti al loro posto. La soluzione è una maggiore flessibilità. La

protezione dei primi in caso di perdita del lavoro e la scarsa sindacalizzazione dei

secondi stempera le fonti di conflitto sociale.

Giustificazione dei sociologi: è una spiegazione pluridimensionale. La premessa è

che il mercato del lavoro italiano è solo apparentemente rigido, che risulta solo nelle

grandi imprese, mentre il tessuto economico è composto prevalentemente da

microimprese.

Il profilo dei lavoratori adulti: bassa scolarità e elevata esperienza è più funzionale alla

domanda di occupazione delle microimprese. La mancanza di politiche attive del

lavoro induce gli adulti ad essere più flessibili nella ricerca di un lavoro (sono più

“disperati” e accettano tutto). Le famiglie italiane inoltre finanziano lunghi periodi di

disoccupazione dei giovani purché si inseriscano in modo congruente ai livelli di

istruzione. I giovani istruiti sono meno disperati e resterebbero a lungo nell’attesa del

posto buono, perché consapevoli del fatto che se accettassero un lavoro scadente,

rischierebbero di restare bloccati ai gradini inferiori della gerarchia occupazionale. Uno

squilibrio tra titolo di studio e livello del posto nella gerarchia occupazionale è vissuto

anche come un declassamento sociale. Le donne poi sono mosse più da ragioni

strumentali (il reddito integrativo) più che non da motivazioni espressive. I sociologi

non possono ignorare che ogni lavoratore è un uomo o una donna, un capofamiglia o

un figlio, e che sono inseriti in una rete di relazioni sociali e familiari. Gli insiders sono i

capifamiglia. Gli outsiders sono donne e giovani. Oltre a questo, c’è stato un

crescente sfasamento tra domanda di lavoro qualificata e offerta di lavoro

istruita. Il nostro è un sistema produttivo a bassa innovazione tecnologica, dominato

da imprese tradizionali piccole che non offrono una domanda di lavoro qualificato in

misura sufficiente a rispondere alle attese di giovani generazioni sempre più istruite.

Problema di ricerca 2: che relazione c’è tra instabilità occupazionale e ciclo

di vita?

Risposta: la flessibilità ha un ruolo marginale nella creazione di occupazione, ma

modifica sensibilmente gli stili di vita e gli assetti societari. L’instabilità

occupazionale non è caratteristica esclusiva della società della conoscenza, a

differenza di quanto si pensa.

L’inserimento flessibile rappresenta un second best e può celare un “effetto

trappola”. I giovani che cominciano a lavorare in posizioni instabili corrono infatti il

rischio di ritrovarsi bloccati o intrappolati in queste posizioni, molto più che gli altri

giovani che hanno iniziato a lavorare con un contratto a tempo indeterminato.

In assenza inoltre di sistemi di welfare adeguati che proteggano dai rischi del lavoro

instabile, i giovani preferiscono rimanere a vivere in famiglia, per far fronte a periodi

senza lavoro.

Inoltre l’instabilità occupazionale, in assenza di politiche attive del lavoro e di una

cultura della flessibilità, crea precarietà esistenziale. L’incertezza del lavoro e del

reddito costringono i giovani a un continuo rinvio delle decisioni cruciali della vita:

sposarsi, avere figli, e distrugge la loro capacità di fare progetti per il futuro. Un lungo

slittamento dell’ingresso della vita adulta inoltre può sconvolgere quella funzione di

sostegno verso i propri figli che ora svolgono i nostri genitori.

Problema di ricerca 3: le relazioni sociali mediano l’incontro tra domanda e

offerta di lavoro?

Risposta: il capitale sociale è una risorsa nella ricerca di un lavoro o di occasioni di

miglioramento della posizione professionale. Il lavoro si cerca in tanti modi, ma si trova

per lo più grazie alle relazioni personali. A seconda dei contesti possono risultare

più importanti i legami forti o i legami deboli. La capacità di creare e mobilitare

relazioni sociali è più importante del semplice avere accesso a una rete relazionale. In

virtù della sua disomogenea distribuzione, il capitale sociale può generare nuove

forme di diseguaglianza e contribuire alla riproduzione delle posizioni di potere.

Il capitale sociale inoltre svolge un ruolo importante per ottenere un adeguato status

lavorativo, ma non nei paesi in cui vi è un forte e attivo intervento pubblico volto a

favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Secondo Granovetter i legami più efficaci sono quelli deboli, relazioni spesso

occasionali, che gettano ponti tra ambienti diversi e fanno circolare le informazioni sui

posti vacanti e sulle persone in cerca di lavoro. Spesso però non è così, dipende da

molti fattori. In una società aperta come quella americana sono per lo più importanti i

legami deboli, in Italia hanno un peso rilevante le chiuse appartenenze familiari.

Unità 3

La famiglia e i sistemi di welfare nell’economia

dei servizi

Sommario

• Ruolo economico della famiglia

• Sistemi di regolazione economica e modelli di famiglia

• Famiglia e regimi di welfare

• Misure di riconoscimento economico e giuridico del lavoro familiare

Il ruolo economico della famiglia è un’attività lavorativa sostanziale (in

particolare il “lavoro di cura”) ma non è retribuito: entra così in interazione

con il lavoro di mercato e con i servizi offerti dal welfare state.

Il ruolo economico della famiglia

La famiglia produce beni e servizi per l’autoconsumo e lo scambio. C’è una progressiva

concentrazione sul lavoro di cura e assistenza personalizzata dei membri della

famiglia.

Le attività riproduttive o componenti strutturali della famiglia sono:

• Il lavoro domestico tradizionale, cioè l’attività di riproduzione materiale dei

membri della famiglia (procreazione, allevamento, nutrimento, alloggio,

abbigliamento..)

• L’attività di socializzazione di minori e adolescenti

• Assistenza ai malati e ai membri non autosufficienti della famiglia

• Attività connesse con la dimensione dell’affettività e della stabilizzazione

caratteriale dei membri della famiglia

L’elemento comune di queste attività è la gratuità: sono tutte attività non retribuite e

esterne al mercato del lavoro. Non sono attività monetizzate, sono invisibili alle fonti

statistiche ufficiali, rientrano solo nella “contabilità satellite” che calcola il lavoro non

monetarizzato. Il quadro macroeconomico non tiene conto del lavoro svolto dalla

famiglia. Questo dipende da un orientamento culturale radicato e diffuso nella società

contemporanea, secondo il quale il “lavoro vero” è quello retribuito, che non ha nulla a

che fare con le attività gratuite svolte tra le mura domestiche.

Questa invisibilità è:

• Un fatto recente, avvenuto solo dopo la rivoluzione industriale, con l’avvento

del capitalismo e la mercificazione del lavoro, quando esso si separa

culturalmente dalle attività svolte all’interno dell’economia domestica.

L’avvento della grande industria ha egemonizzato ideologicamente l’immagine

del lavoro, qualificando come tale esclusivamente quello erogato sul mercato e

remunerato con un salario. È infatti difficile riuscire a percepire la condizione

lavorativa delle persone come qualcosa che oltrepassa l’impegno contrattuale.

È importante abbracciare la diversità delle forme non mercificate del lavoro, le

quali sono le più vitali per l’umanità. La teoria economica ha depurato

l’economia da ogni condizionamento sociale: ha assunto che il salario è

determinato esclusivamente dalla competizione che si determina sul mercato

del lavoro, senza alcun riferimento al ruolo di riproduzione della forza lavoro

svolta in famiglia.

• Un fenomeno in crescita: l’aumento delle attività extramercato (attività

riproduttive, formazione e ricerca del lavoro, volontariato..)

Con il passare del tempo si assiste a una progressiva perdita delle funzioni

economiche da parte della famiglia a favore di agenzie ad essa esterne, come la

scuola o gli ospedali. Avviene quindi una cessione da parte della famiglia di attività di

produzione per l’autoconsumo a favore di organizzazioni esterne specializzate nella

produzione per il mercato. Nonostante questo numerose attività sono ancora svolte

dalla famiglia, come l’attività di cura e assistenza personalizzata ai membri della

famiglia.

Sistemi di regolazione e modelli di famiglia

La famiglia, in quanto istituzione, è parte integrante dei sistemi di

regolazione economica. L’organizzazione e il ruolo della famiglia variano a seconda

del contesto spazio-temporale considerato. Diversi sistemi di regolazione portano a

diversi modelli di famiglia, e viceversa.

Nella società rurale pre-moderna la famiglia patriarcale era un’importante unità di

produzione. Produceva al suo interno i beni necessari per il suo consumo, attrezzi da

lavoro, costruzione dell’abitazione, produzione tessile.. era una famiglia e un’azienda

di produzione agricola e manifatturiera. Il lavoro di socializzazione dei bambini era

distribuito tra tutti i membri proprio come il mantenimento economico dei vecchi.

Con l’avvento e lo sviluppo della società industriale, la famiglia ha perso i compiti di

produzione agricola e artigianale e anche parte dei compiti di socializzazione dei

minori e cura dei membri in stato di bisogno. Questo processo è stato lento e

graduale, a parte in Inghilterra.

La famiglia pian piano si organizzò in tutta Europa nelle forme della moderna famiglia

nucleare. Abbandona le funzioni per l’autoconsumo e si attiva solo più nella

socializzazione dei minori e assistenza dei non autosufficienti.

L’affermazione della grande industria porta una riorganizzazione complessiva

della società, la condizione salariata si diffonde e si sviluppano le assicurazioni sociali

a tutela del lavoratore, mutano i consumi e lo stile di vita, insieme con l’organizzazione

dei tempi di vita e di lavoro, e si approfondisce la divisione di genere del lavoro

all’interno della famiglia stessa. Si attribuisce all’uomo capofamiglia il ruolo di

principale procacciatore di reddito e alla donna quello di casalinga, responsabile del

complesso delle attività lavorative familiari. Questo è il modello della famiglia a

un solo reddito, o male breadwinner family.

Il sistema fordista di regolazione sociale, dominato dalla grande industria, privilegia

l’occupazione dei capifamiglia maschi, la famiglia è di tipo nucleare e si fa carico

dell’assistenza ai propri membri, esiste poi il welfare state assicurativo, che copre, con

il pacchetto delle assicurazioni sociali, il capofamiglia occupato con continuità nel

corso della sua vita e per suo tramite offre protezione sociale ai membri dipendenti

della famiglia. In questo modo le fonti di insicurezza sociale vengono esternalizzate.

Nello schema di regolazione fordista il ruolo della famiglia è integrato da quello di altre

due istituzioni:

• Il mercato del lavoro, dominato dal ruolo della grande industria. Mercificazione

del lavoro del capofamiglia

• Il welfare state, che offre copertura dai rischi della perdita di lavoro per il

capofamiglia e prestazioni indirette agli altri membri

Grazi a tutto questo nasce il ceto medio, grazie alla stabilità economica e il benessere

sociale. La famiglia subisce quindi un processo di demercificazione del lavoro.

Le caratteristiche del sistema fordista si riassumono così:

• Struttura monogamica fondata sul matrimonio

• Legame di coppia e di filiazione

• Rigida divisione di genere del lavoro

• Condizione salariata del capofamiglia

• Assicurazioni sociali per il lavoratore dipendente e per i suoi famigliari

• Stili di vita e consumi urbani

Il welfare state “iniziale” svolge più un’opera di demercificazione che di

defamiliarizzazione. Il lavoro svolto nella famiglia non entra inizialmente nel raggio

della protezione offerta dal welfare state (che si limita a assicurazione contro malattia,

infortunio, disoccupazione e vecchiaia).

Fase post-industriale

I processi di deindustrializzazione e lo sviluppo del settore dei servizi comportano una

radicale modificazione nella struttura dell’occupazione. Nella società terziaria è

importante notare la crescita dei servizi sociali e personali, che interagiscono con i

compiti svolti dalla famiglia come istituzione di welfare.

Nella società post-industriale o terziaria i servizi alla persona si sostituiscono ai

trasferimenti monetari (tipici della società fordista), si riduce l’intervento del

welfare state e la famiglia è costretta a recuperare una serie di attività di cura. La

transizione è più rapida nei sistemi economici liberisti o de-regolati (usa e Inghilterra,

anni 80), e più lenta nell’Europa continentale e meridionale (anni 90).

Avviene anche una trasformazione dei ruoli sociali delle donne che spingono a

entrare nel mondo del lavoro e sviluppare una propria carriera lavorativa. Oltre a un

fatto sociale e culturale ci sono interessi economici, legati alla necessità di alzare il

reddito familiare per sostenere il costo dei figli.

Nascono quindi altri due modelli di famiglia: la famiglia nucleare a doppio reddito

(dual-earner family) e la famiglia a un reddito e mezzo, in cui la donna ha un

lavoro part time.

La famiglia a doppio reddito prevede:

• Una struttura monogamica flessibile

• Un legame di coppia e di filiazione

• La condivisione delle attività produttive e riproduttive

• Accesso a un sistema di welfare sussidiario

• Stili di vita e consumi sostenibili

La defamiliarizzazione dei compiti riproduttivi non sembra avanzare, nell’attuale

società dei servizi, con la stessa forza dimostrata dalla mercificazione dei compiti

produttivi della famiglia, avvenuta nel corso dello sviluppo industriale. Una parte non

trascurabile dei compiti riproduttivi resta affidata alla famiglia, a volte ricorrendo

all’aiuto della famiglia estera. Le difficoltà che incontra tale processo sono causate

dall’inadeguata disponibilità di servizi sociali. In molti paesi l’offerta pubblica di questi

servizi non si espande come sarebbe necessario, e quella privata è troppo costosa per

molte famiglie.

Un altro problema alla defamiliarizzazione è il rischio della riduzione della qualità

dei servizi. La difficoltà di migliorare la produttività per le caratteristiche stesse dei

servizi alla persona, che non possono essere immagazzinate, devono avere un

radicamento specifico nel territorio, c’è una compresenza produttore/consumatore,

l’alta intensità relazionale..

Oltre a questo ci sono anche cause di ordine economico strutturale. La “malattia dei

costi” che deriva dalla difficoltà che incontrano i servizi a rispondere all’aumento dei

salari ricorrendo all’innovazione tecnologica e alla crescita della produttività.

Per risolvere questo problema si ricorre a vari modi, ad esempio in Italia nel settore dei

servizi domestici si ricorre spesso all’offerta di lavoro immigrata, irregolare e

sottopagata. In Scandinavia invece si aumenta la pressione fiscale, che può

raggiungere il 53% del PIL.

Nei paesi in cui un aumento delle tasse è impossibile, si ricorre anche

all’esternalizzazione dei servizi, ricorrendo a varie forme di convenzione o appalto a

favore delle imprese private o delle associazioni cooperative e volontarie del terzo

settore.

Un’altra soluzione ha conosciuto un rapido sviluppo: il voucher system o “mercato

sociale dei servizi” si fonda sulla capacità dello stato di mobilitare la domanda di

servizi provenienti dalle famiglie tramite la distribuzione dei voucher (un trasferimento

monetario) o degli assegni di cura, orientandola verso fornitori accreditati e in

competizione tra di loro.

Si sono sviluppate anche le imprese no profit, associazioni sociali volontarie. Le

ispirazioni dei volontari permettono loro di accettare una maggiore flessibilità e

retribuzioni più basse.

Ci sono inoltre dei contributi figurativi, il congedo genitoriale e parentale che consente

la conservazione del posto di lavoro, il finanziamento di forme di cooperazione tra

famiglie: un trasferimento monetario e un riconoscimento e counceling. In questo

modo le famiglie cooperano tra di loro per soddisfare spesso la domanda di servizi alla

prima infanzia.

Il principale risultato del welfare state è la demercificazione del lavoro. Per

contro, non si assiste a una defamiliarizzazione delle attività di cura. Il

welfare tutela i rischi del mercato: i costi della produzione della forza lavoro sono in

parte coperti dallo stato, che si fa carico dei principali rischi sociali (malattia,

disoccupazione, infortunio, vecchiaia). Il welfare state inoltre garantisce dei servizi alla

persona: assicura una parziale copertura delle attività riproduttive associale alla cura

dei soggetti fragili (minori, anziani, malati).

La copertura dei rischi è differenziata a seconda del contesto spazio-temporale e dai

diversi regimi di welfare.

I modelli ipotizzati da Titmus si distinguono:

• Il welfare residuale: lo stato si impegna al minimo, limitandosi a fornire

interventi di tipo temporaneo in risposta a bisogni individuali e solo quando gli

altri canali di intervento (famiglia e mercato) non riescono ad attivarsi, è una

sorta di assistenza.

• Il welfare istituzionale: la protezione sociale pubblica costituisce il cardine di

questo modello. Lo stato fornisce prestazioni di tipo universale, e tutti interventi

a sostegno del benessere, è una sorta di sicurezza sociale.

Gli interventi possono essere a base universalistica o a base meritocratica.

Invece Andersen distingue altri tre modelli:

• Il welfare liberale: tipico degli USA e dell’Inghilterra, in cui i programmi sono

limitati, e si limitano all’assistenza ai bisognosi.

• Il welfare conservatore-corporativo: tipico dell’Europa continentale e

meridionale, che prevede robusti programmi assicurativi a base occupazionale,

mentre il settore privato ha un ruolo meno importante.

• Il welfare socialdemocratico: tipico dei paesi scandinavi, che consistono in

programmi universali di elevata qualità, sono prestazioni universali offerte a

tutta la popolazione in base al principio della cittadinanza sociale.

In entrambi i casi la famiglia è considerata un soggetto che interagisce con lo stato e

con il mercato in qualità di agenzia informale di welfare. La capacità del welfare di

produrre defamiliarizzazione delle attività di cura può essere valutata tramite sei

indicatori:

• Attività informale di cura

• Misure di conciliazione dei tempi

• Trasferimenti monetari per figli a carico

• Servizi per l’infanzia

• Pensioni per gli anziani e i disabili

• Assistenza per gli anziani e i disabili

La defamiliarizzazione delle attività di cura è precondizione dell’inserimento

professionale delle donne. In Europa tale possibilità è spesso garantita in modo

disomogeneo da soluzioni alternative all’intervento del welfare state.

• In Francia e Svezia: servizi sociali + ripartizione paritaria dei carichi familiari +

impiego pubblico delle donne

• In Inghilterra: basso costo dei servizi domestici privati

• Nell’Europa mediterranea: reti parentali + part time delle donne

• In Italia: economia sommersa, presenza immigrata

Infine ora si cerca di personalizzare sempre di più i servizi offerti del welfare, in alcuni

casi c’è la tendenza ad associare o coinvolgere i membri della famiglia nell’erogazione

del servizio. Si rivaluta il ruolo della famiglia nel soddisfacimento della domanda

sociale. È più esatto parlare di un riconoscimento pubblico di alcuni compiti di

socializzazione e di cura svolti dalla famiglia in funzione complementare rispetto ai

servizi sociali pubblici, il cui ruolo non viene certo meno.

Unità 4

Modernizzazione, sviluppo economico e mutamento sociale

Sommario

• Concetto di modernizzazione

• La dicotomia tradizione-modernità

• I limiti della dicotomia tradizione-modernità

• Il sottosviluppo nell’economia mondo

• La riscoperta del ruolo dello stato e dell’élite politiche nazionali

• Capitale sociale e sviluppo nella globalizzazione

La modernizzazione è un processo dinamico e multidimensionale, associato

allo sviluppo economico, al mutamento socio-culturale e alle trasformazioni

politiche di un sistema sociale territoriale. È un concetto aperto e molto sfumato.

Le tre dimensioni chiave (sviluppo economico, mutamento socio-culturale,

trasformazioni politiche) possiedono una complessa interdipendenza e molte relazioni.

La modernizzazione è promossa e ostacolata da una pluralità di fattori molto ampi e a

loro volta sfumati. Inoltre le determinanti possono avere un’origine interna o esterna.

La modernizzazione ha una meta? È molto difficile da stabilire, si utilizzano indicatori

di sviluppo.

Inoltre c’è molta variabilità storica dei processi di transizione.

Il fenomeno è stato studiato fin dalle origini della sociologia. Il dibattito è

particolarmente vivace nel secondo dopoguerra e si concentra sui problemi della

decolonizzazione del terzo mondo. Le teorie hanno un elevato gradi di generalizzabilità

e sono in grado di interpretare le dinamiche dei paesi avanzati.

La dicotomia tradizione-modernità

Negli anni 50 e 60 gli studiosi hanno una visione dicotomica dello sviluppo. La

modernità è considerata il prodotto di una netta cesura con la tradizione.

Lo sviluppo è quindi la negazione della tradizione, fuoriuscita dai contesti tradizionali,

grazie all’azione di complessi processi interni o esterni al contesto di riferimento.

I vari approcci si fondano sulla dicotomia, ma sono comunque dei diversi modelli

interpretativi.

La teoria degli stadi di sviluppo

Le variabili sono endogene, di natura economica.

Questa teoria isola una serie di stadi dello sviluppo dei sistemi economici e spiega tale

sviluppo in termini di successivi passaggi da uno stadio all’altro. Esistono leggi naturali

che presiedono allo sviluppo sociale. Il percorso di sviluppo ha carattere universale, il

processo è irreversibile ed è frutto di dinamiche accumulative.

Il processo di modernizzazione è articolato in cinque fasi fondamentali. La società

tradizionale è il punto di partenza, con una struttura di tipo agricolo, a basso livello

procapite. L’organizzazione sociale è di tipo gerarchico e le strutture politiche sono

assolutistiche.

Seguono poi l’insorgere di condizioni essenziali per il decollo (scienza e istruzione,

imprenditori e trasferimento di capitali a usi produttivi), il decollo (investimenti

produttivi, nuovi settori, organizzazione industriale, stato-nazione), il passaggio alla

maturità (diversificazione produzione e razionalizzazione dei processi) e infine nascita

della società del consumo di massa (diffusione servizi sociali e beni di consumo

durevoli).

L’approccio psicologico

Le variabili sono endogene e legate alla personalità degli attori individuali.

Sorge in polemica con le analisi puramente economiche del processi di sviluppo e

considera di fondamentale importanza lo studio del tipo di personalità che

contraddistingue gli attori sociali.

Si vede nello sviluppo una forte motivazione al successo tra gli attori sociali, con la

seguente formazione di forti personalità imprenditoriali. Le persone e i gruppi con un

alto need for achievement forniscono le capacità umane strategiche per lo sviluppo

economico e ne garantiscono l’esito. Si ha quindi un’apertura al cambiamento, un

bisogno di realizzazione degli individui. Ruolo della socializzazione primaria, quella che

viene insegnata ai bambini.

L’approccio diffusionistico

Le variabili sono esogene e di natura culturale. Questo approccio rimprovera di

considerare la modernizzazione un processo indotto unicamente da forze endogene

della società e di trascurare il ruolo dei fattori esogeni. Si pone l’accento sul

trasferimento di elementi culturali dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati e

sulla dinamica dei processi di acculturazione che ne scaturiscono.

Si trasferiscono fenomeni di urbanizzazione, l’alfabetismo, la partecipazione ai mezzi

di comunicazione di massa, la partecipazione economica e politica, c’è più accesso

all’informazione ecc..

Questa propensione alla mobilità è stimolata dall’istruzione e dai mezzi di

comunicazione di massa, assicuro l’armonizzazione tra i mutamenti delle istituzioni

economiche, politiche, culturali e i comportamenti individuali.

L’analisi strutturale - funzionale

Le variabili sono esogene ed endogene, connesse all’architettura del sistema

sociale e alle sue modalità di funzionamento. Si cerca di prendere in

considerazione una più ampia gamma di variabili endogene e esogene alla base delle

dinamiche di modernizzazione. È un approccio realmente interdisciplinare allo studio

dello sviluppo. Si analizzano i fattori che garantiscono l’ordine sociale.

L’obiettivo dello struttural-funzionalismo è quello di determinare le condizioni di

funzionamento e i meccanismi di integrazione del sistema sociale.

Questo approccio segue due filoni che analizzano la dinamica delle relazioni sociali in

base a due schemi diversi:

• Delle variabili strutturali (pattern variables)

• Della differenziazione – integrazione strutturale

Le variabili strutturali sono le alternative di scelta relazionale che si presentano

all’attore prima di compiere un’azione. Possono essere tipiche di una società arretrata

o esclusive di una società moderna.

Sono:

• L’ascrizione (orientarsi verso altri attori sulla base delle loro qualità ascritte

come sesso, parentela, razza ecc..) o sulla base delle loro prestazioni, e quindi

la “realizzazione”, tipica delle società moderne.

• Il particolarismo e l’universalismo. Nel primo caso la scelta avviene su relazione

basate su situazioni particolari, contestuali (come focalizzate su determinati

attori o gruppi), nel secondo caso ricade su relazioni basate su norme generali.

• L’ultima alternativa è tra “diffusione” e “specificità”. La scelta concerne la

gamma di richieste relazionali, cioè i contenuti della relazione. Se il numero e il

genere di richieste sono ampi abbiamo una relazione di tipo diffuso (amicizia),

mentre se la gamma è limitata la relazione è di tipo funzionalmente specifico

(come nelle prestazioni professionali).

Le relazioni di tipo ascrittivo, particolaristico e funzionalmente diffuso sono tipiche

delle società arretrate o “tradizionali”. Le relazioni basate sul principio di prestazione,

universalistico e funzionalmente specifico connotano le società moderne. Il passaggio

alla modernità avviene con la sostituzione del primo insieme di relazioni con il

secondo.

Il secondo filone di studi è la differenziazione-integrazione strutturale. È un processo

indotto dalla modernizzazione per cui una struttura di ruoli multi-funzionali e di

organizzazioni scarsamente specializzate si trasforma in una struttura di ruoli

differenziati e di organizzazioni specializzate e più autonome. Da persone tuttofare a

persone che svolgono compito specifico.

Esistono quattro assi di differenziazione:

• Delle attività economiche dalla struttura comunitaria

• Delle attività familiari dalle attività economiche

• Del sistema di valori secolari dai precetti religiosi

• Dei sistemi di stratificazione dai sistemi tradizionali ascritti e scarsamente

mobili

È il contatto tra le strutture delle società relativamente modernizzate e le strutture di

società relativamente non modernizzate che mette in moto il processo di

modernizzazione. La modernizzazione può essere definita come un processo generale

indotto dalle società sviluppate.

I limiti della dicotomia tradizione-modernità

La seconda metà degli anni 60 è segnata da una profonda critica ai limiti della

dicotomia tradizione-modernità assunta dai filoni di pensiero fino ad allora dominanti.

Questa critica è portata avanti da studiosi che teorizzano il cosiddetto approccio

storico-comparativo. Questo porta a un atteggiamento decisamente ottimistico che

predica l’esistenza in ogni società arretrata di risorse valorizzabili ai fini dello sviluppo,

risorse latenti che devono essere attivate e mobilitate nel processo di

modernizzazione.

Questa teoria ha tre assunti chiave:

• I contesti tradizionali hanno assetti variabili: i contesti tradizionali non

possono essere ridotti alle spiegazioni precedenti, sono realtà ben più

complesse e in ogni società bisogna riuscire a individuare gli elementi che si

oppongono allo sviluppo. Esistono anche elementi tradizionali compatibili con la

modernizzazione. Inoltre non esistono prerequisiti universali dello sviluppo, dato

che questi mutano in relazione alla posizione geografica. Bisogna individuare il

modo in cui i paesi arretrati riescono a sostituire i prerequisiti che erano

presenti nei paesi già sviluppati. Si deve operare in termini di uno schema di

sostituzione dei prerequisiti dell’industrializzazione che permetta di individuare

agenti istituzionali nuovi e sostitutivi di quelli comunemente presenti

nell’esperienza storica dei paesi già sviluppati.

• I percorsi di modernizzazione sono differenziati e multi direzionali: gli

stadi di sviluppo non sono definiti a priori e non si susseguono

deterministicamente. Alcuni stadi possono essere saltati. E il sottosviluppo non

è il risultato di un accidentale ritardo storico: bisogna considerare il ruolo dei

fattori di freno più la presenza di conflitti nei paesi.

• Gli esiti dei processi sono altrettanto eterogenei: non esiste uno stadio di

modernizzazione “completa” e “unica”. La convergenza istituzionale non esiste

e la differenziazione strutturale può dar origine a soluzioni alternativa a quelle

in essere nelle società occidentali (relativismo), come nei paesi orientali.

Il sottosviluppo nell’economia-mondo

Gli anni 70 sono caratterizzati dall’egemonia della teoria della dipendenza.

Questa teoria rappresenta una secca reazione all’ottimismo presente nelle

teorie precedenti.

Le possibilità di sviluppo dei paesi arretrati dipendono dal superamento dei

condizionamenti economici alla base del sottosviluppo. Si tratta di una

prospettiva che pone al centro dell’analisi i fattori causanti del sottosviluppo,

imputandoli ai processi di sfruttamento territoriale posti in essere dai paesi avanzati a

danno di quelli sottosviluppati.

In questa teoria le variabili esogene sono quindi considerate fattori negativi per lo

sviluppo.

Il commercio internazionale tra paesi sviluppati e sottosviluppati è ampiamente

responsabile del progressivo squilibrio territoriale esistente fra le due aree.

C’è un forte divario di potere di contrattazione che porta a una modalità di

scambio iniqui tra risorse naturali e manufatti. Inoltre i profitti generati dagli

investimenti stranieri non vengono reimpiegati in sede locale, ma esportandoli

nei paesi di origine dei capitali.

L’unica soluzione sarebbero dei progetti di cooperazione economica tra i paesi

sottosviluppati al fine di aumentarne il potere di contrattazione e arrivare così a una

reale cooperazione e solidarietà internazionale.

Negli anni 70 si sviluppa anche la teoria del sistema-mondo. L’avvento del

capitalismo dà vita a un’economia di mondo, stabilmente strutturata in tre livelli.

Emerge con la formazione del mercato capitalistico europeo e si espande

successivamente nel resto del globo. Tale economia si basa su una divisione del lavoro

che gerarchizza i vari paesi in un centro, una semiperiferia e una periferia.

• Centro: controlla la rete di scambio

• Semiperiferia: ha accesso a uno sviluppo dipendente

• Periferia: esclusa dal sistema di transazione

Tra centro e periferia sono in atto i processi di sfruttamento territoriale. I paesi

collocati nella semiperiferia occupano una posizione intermedia tra centro e periferia.

La semiperiferia segnala la presenta di processi di mobilità tra i paesi facenti parte del

sistema-mondo che resta però stabilmente strutturato in un centro, una semiperiferia

e una periferia.

Per i paesi della periferia è possibile avere al più accesso a percorsi di sviluppo

dipendente.

La riscoperta del ruolo dello stato e dell’élite politiche nazionali

Negli anni 80 si assiste al vivace sviluppo economico “export oriented” e auto

sostenuto dei paesi dell’Asia orientale e sud-orientale (Corea del Sud, Taiwan, Hong

Kong, Singapore..). La tesi precedente che prevede l’impossibilità di un reale sviluppo

economico autonomo per le aree sottosviluppate risulta perciò confutata (teoria dello

sviluppo dipendente: confutata). Si sviluppa quindi la nuova political economy

comparata. Si rifà all’approccio storico-comparativo ma sa coniugare meglio le

specificità storico-locali con le interdipendente internazionali.

Gli interessi del capitale internazionale non sono necessariamente

contrapposti agli interessi del terzo mondo. Le relazioni economiche tra centro e

periferia possono strutturarsi come gioco a somma positiva. Questo esito positivo è

connesso alla capacità di negoziare la natura dei loro legami con i paesi sviluppati pur

in un quadro di disuguaglianza di potere tra gli stati.

Un risultato positivo dipende:

• Dalla capacità degli stati di negoziare la natura dei legami internazionali

• Dalla capacità di porre in essere politiche economiche funzionali allo sviluppo

(non con un’onnipotenza statale, non c’entra la forza, quanto con una sua

presenza coerente ed efficace)

L’autonomia strategica e l’efficacia burocratica convivono spesso nei paesi di cui

stiamo parlando. Sono l’esito di una combinazione variabile tra:

• I rapporti di forza tra le classi sociali

• La natura delle relazioni politiche arrivate dallo stato con i gruppi di interesse e i

movimenti sociali

• Il grado di autonomia e di potere specifici, organizzazione interna dell’apparato

statale

• La posizione dello stato negli scenari internazionali

Il familismo e il clientelismo non sono sempre fattori negativi. È importante

però che il familismo sia più aperto ai membri non familiari. Il clientelismo e la

corruzione politica hanno spesso assunto un ruolo di scambio tra lo stato e i gruppi di

interesse che hanno permesso l’attuazione di politiche regolative e redistributive.

Lo sviluppo dipende inoltre dalla pluralità delle soluzioni culturali allo sviluppo. I paesi

asiatici sono connotati da legami ascrittivi, particolaristici, funzionalmente diffusi,

dominati da valori confuciani, buddhisti e islamici.

Il ruolo dei fattori politico-istituzionali va integrato con la capacità di adattamento dei

sistemi sociali locali all’innovazione economica capitalistica.

Capitale sociale e sviluppo nella globalizzazione

Negli anni 90 l’attenzione si sposta sulle dimensioni socioculturali della

modernizzazione. Si focalizza l’attenzione sulle variabili socioculturali alla base dei

processi di modernizzazione. Queste variabili vengono sintetizzate nel concetto di

capitale sociale, concetto che rimanda alle potenzialità cooperative insite in una data

società.

Si tratta di variabili endogene.

Secondo Putnam il capitale sociale comprende un reticolo di relazioni cooperative,

retto da fiducia e norme di reciprocità e caratterizzato da una certa stabilità nel

tempo.

L’attenzione rivolta ai caratteri della socievolezza e della cooperazione esistenti in una

data società sposta il fuoco dell’analisi dai fattori economici e politico-statali a quelli

socioculturali.

Si studiano i caratteri della cooperazione e dei potenziali effetti positivi indotti su quel

complesso processo che è la modernizzazione. Il metodo di analisi è il network

analysis, l’analisi di rete. Non necessariamente però questi effetti positivi per i

partecipanti si traducono in processi di innovazione tecnologica, politica e sociale

interni al reticolo. Un’elevata cooperazione può generare innovazione, ma anche

conformismo e conservatorismo.

Il problema di fondo quindi è precisare quali condizioni portano la cooperazione

all’innovazione piuttosto che al conformismo.

Un caso specifico: la questione meridionale

Le spiegazioni tradizionali degli anni 50-60 portano a enfatizzare la carenza di risorse

materiali e umane, la soluzione sarebbe aumentare le politiche di infrastrutturazione.

Le spiegazioni basate sui modelli degli anni 70 portano a uno sviluppo dipendente,

legato alla fornitura di manodopera al triangolo industriale, la soluzione sarebbe

assistere l’economia del sud

Negli anni 80 si spiega che il sottosviluppo è causato dal ruolo del capitale sociale, non

tanto carente, quanto di una natura non favorevole allo sviluppo: presenza di

familismo e clientelismo, importanti governance locali.

Unità 5

I sistemi socio-economici locali

Sommario

• Definizione

• Una specificità europea

• I sistema produttivi locali

• La governance dei sistemi produttivi locali

• La città come nodo dello sviluppo

Fino ad ora l’unità di riferimento delle teorie di modernizzazione era lo stato inteso

come stato nazione: era il solo attore veramente rilevante della politica economica e

quindi dello sviluppo. Nascono nello stesso periodo le teorie del sottosviluppo che

analizzano le relazioni tra i paesi sviluppati e quelli sottosviluppati.

A partire dagli anni 70 parte un’ondata di ricerche empiriche sullo sviluppo locale. In

questa prospettiva gli attori agiscono in uno spazio sub-nazionale; è un fenomeno

tipicamente europeo.

Queste teorie nascono nel periodo in cui si afferma la globalizzazione e i rapporti di

mercato che avevano interessato progressivamente vaste aree del pianeta riguardano

ormai tutta la sua popolazione. Appaiono sempre meno rilevanti le frontiere nazionali.

Si tratta di una tendenza inaspettata, come abbiamo detto, e per certi aspetti

paradossale: attori e sistemi locali di dimensioni relativamente piccole e con proprietà

molto specifiche acquistano (o recuperano) rilievo in un’epoca in cui globalizzazione

ed europeizzazione sembrerebbero produrre la supremazia di attori e di sistemi sovra-

e trans-nazionali, e una tendenziale uniformizzazione delle proprietà necessarie per

competere sulla scena internazionale

Vi sono due ordini di fattori per i quali la globalizzazione lungi dal cancellare la

rilevanza locale può esaltarla:

1. Ordine di fattori offensivo: i sistemi produttivi locali che dispongono di

vantaggi competitivi localizzati possono farlo in uno spazio incomparabilmente

più vasto che in passato.

2. Ordine di fattori difensivo: le pressioni competitive e omologanti

caratteristiche della globalizzazione si scaricano specialmente su sistemi locali

che si sentono minacciati nella loro posizione economica ma anche nelle loro

caratteristiche identitarie, e che reagiscono quindi con atteggiamenti di

arroccamento.

Ma che cos’è il locale?

Il sistema socio-economico locale è un attore collettivo, dalla cui azione

dipendono i livelli di sviluppo locale, che un certo spazio sub-nazionale, la

comunità e gli attori presenti in esso possono raggiungere.

Un sistema socio-economico locale quindi è titolare di:

• Obiettivi

• Strategie

Questi obiettivi e strategie hanno natura istituzionale, ovvero sono socialmente

accettati in quel momento ed in quella cultura.

La definizione di un sistema socio-economico locale può essere individuata a tre livelli:

1) Socio grafico: Scaturisce dall’individuazione burocratica e amministrativa o

convenzionale dei confini territoriali entro il quale il sistema è iscritto. Riconosce

un’area omogenea rispetto ad una o più variabili scientificamente o

politicamente rilevanti. È il risultato di policy o della legislazione. È rilevante per

il mondo accademico e per i policy maker. Il sistema locale viene definito

secondo caratteristiche che permettono di delimitare analiticamente i confini

che lo separano da un ambiente territoriale più vasto indipendentemente dalla

consapevolezza e dagli atteggiamenti delle persone che vi risiedono. I confini e

le caratteristiche vengono qui individuati sulla base di interessi di ricerca o di

policy: un certo dialetto, un certo numero di immigrati permettono di isolare un

certo sistema locale dal territorio più grande in cui è inserito

2) Livello dell’identità collettiva: è riconosciuto sulla base dell’esistenza di

un’identità comune e/o di rappresentazioni collettive, che danno luogo ad

atteggiamenti positivi o negativi. È fondata su un insieme di proprietà rilevanti:

senso di appartenenza, istituzioni e convenzioni legate a un prodotto, modello di

produzione.. Potremmo dire che esiste un sistema locale per sé quando le

persone al suo interno hanno consapevolezza della loro appartenenza e

sviluppano in proposito atteggiamenti positivi o negativi. Ricerche fondanti

sullo sviluppo locale sono state quelle che hanno tematizzato e messo in

relazione l’omogeneità statistica e socio grafica di un territorio con il senso di

appartenenza dei suoi abitanti. In queste ricerche prevale l’attenzione per la

dimensione interna dell’identità e non viene sempre presa in adeguata

considerazione la dimensione sterna.

3) Livello della regolazione dei sistemi locali: si individuano i principi o la

combinazione dei principi (stato mercato comunità) sulla base dei quali le

risorse vengono prodotte e distribuite. È sempre più ricorrente il termine

governance: le decisioni che hanno effetti sul sistema provengono da una

sempre più complessa interazione tra un numero variabile ma tendenzialmente

crescente di attori

Il sistema socio-economico locale è embedded nel contesto istituzionale.

Il sistema socio-economico locale

Contempla dimensioni interne (come la collettività si percepisce) ed esterne (come la

collettività viene percepita). Può essere correlata ad aspetti naturali o artificiali,

dipende dalla possibilità di costruire l’identità dell’area in tempi rapidissimi.

Il sistema socio-economico può:

• Basarsi su identità forti o deboli a seconda che sia legata o meno ad un

ordinamento sociale o giuridico capace di erogare sanzioni

• Essere collegato ad appartenenze multiple

• Dar vita a atteggiamenti omogenei verso una certa questione e/o attivare

meccanismi decisionali o di azione collettivi

La regolazione sociale deriva dall’esistenza di principi e meccanismi che orientano

la produzione e la distribuzione delle risorse. Può essere organizzata nella forma del

government, in via più autoritaria, o della governance, una complessa interazione tra

un numero variabile e crescente di attori.

L’interesse della sociologia per questi sistemi socio-economici locali è soprattutto

rivolto:

• Alle variazioni economiche che individuano il contesto

• Alle proprietà economiche su cui si fonda la rappresentazione collettiva

• Alle modalità di regolazione del sistema, in particolare in merito alla produzione

di beni pubblici e al loro impiego per lo sviluppo locale

Una specificità europea

Esiste una tesi secondo la quale la formazione della società capitalistica è

originata dalle economie locali.

I sistemi socio-economici locali si configurano come una dimensione sommersa della

nascita degli stati-nazione, e nascono dalla capacità di innovazione dei diversi spazi

sub-nazionali.

3 motivazioni storiche:

• Lo stato nazione ha avuto una limitata propensione o capacità interventista e

centralizzatrice

• Nel dopoguerra c’è stata una crescente influenza delle istituzioni sovranazionali

nel dopoguerra

• Un’altra causa è l’emergere di nuove aspirazioni: gli attori locali cercano di

aumentare le loro competenze, la loro visibilità politica e le risorse: fenomeno

della regionalizzazione. Oltre a questo, le istituzioni europee ambiscono a

conquistare legittimazione e potere attraverso il riconoscimento di autonomie

locali e l’uso dei fondi strutturali

La tesi della centralità delle economie locali è stata confermata dal fatto che esse sono

particolarmente visibili e importanti dove lo stato nazione si è formato tardi come in

Italia e in Germania.

Anche la comunità europea ha dato rilievo e ha promosso lo sviluppo locale.

Le aree obiettivo 2 sono aree a livello provinciale dove sono presenti tre requisiti: un

tasso di disoccupazione superiore alla media comunitaria, una percentuale di

occupazione industriale superiore alla media comunitaria, una flessione

dell’occupazione industriale.

I sistemi produttivi locali

Sono territori definiti dalle specificità delle risorse prodotte ed allocate. I

modi di produzione dipendono dalle caratteristiche, non solo economiche, della società

nella quale l’economia è radicata. Il ruolo viene “scoperto” o meglio valorizzato dalla

crisi del modello fordista, e dall’aumento del dinamismo delle reti di piccole imprese

collocate in contesti territoriali specifici.

I sistemi produttivi locali sono interesse della sociologia economica e posso essere

definiti come territori che sono caratterizzati da specificità di risorse in essi

prodotte e dalla specificità del modo in cui tali risorse vengono prodotte e

allocate: il modo di produzione e allocazione dipende dalle caratteristiche, non solo

economiche, della società locale nella quale l’economia è radicata. In principio questi

sistemi produttivi erano i distretti industriali.

Negli anni 60-70 abbiamo assistito alla crisi del modello fordista e a un declino che

taluni giudicano irreversibile della grande impresa industriale a struttura gerarchico

funzionale.

I vantaggi di una produzione su larga scala possono essere conseguiti sia da una

grande impresa integrata, sia da una pluralità di piccole imprese vicine, ciascuna delle

quali è specializzata in una fase del ciclo di produzione.

I tipi di sistema produttivo locale possono essere 3:

• Distretti industriali caratterizzati da una forte integrazione tra piccole e

medie imprese spazialmente concentrate e settorialmente specializzate.

• Imprese a rete: piccole e medie imprese concentrate nello stesso sistema

territoriale, in rapporto di fornitura con grandi imprese clienti.

• Clauser empirici di piccole e medie imprese settorialmente specializzate con

mercati frammentati e instabili.

I Clauser sono una concentrazione geografica di imprese interconnesse, di produttori

specializzati, di fornitori di servizi, di imprese in settori adiacenti, e di istituzioni

connesse in un determinato settore che competono ma anche cooperano.

Possiamo notare una sovrapposizone col distretto per quanto riguarda la

concentrazione geografica la specializzazione merceologica, la coesistenza di

concorrenza e cooperazione. La cooperazione può avvenire in maniera indiretta

tramite l’uso di risorse comuni.

La “scoperta” dei distretti avvenne secondo l’economista toscano Becattini che

analizzò i sistemi localizzati di piccole imprese della Toscana riprendendo alcune

nozioni dall’economista inglese Marshall (1981). Marshall rileva che :

“… i vantaggi della produzione su larga scala possono in generale essere conseguiti

sia raggruppando in uno stesso distretto un gran numero di piccoli produttori, sia

costruendo poche grandi officine. Infatti per molti tipi di merci è possibile suddividere

il processo di produzione in parecchie fasi, ciascuna delle quali può essere eseguita

con la massima economia in un piccolo stabilimento …”

Rileva inoltre che nel distretto si respira una particolare atmosfera, per la quale “i

segreti del mestiere non sono più segreti, ma stanno per così dire nell’aria”, “il buon

lavoro è correttamente apprezzato, i meriti delle invenzioni e dei miglioramenti

relativi al macchinario e all’organizzazione degli affari in genere vengono

prontamente discussi.”

Il distretto industriale quindi è un’entità socio-territoriale caratterizzata

dalla compresenza attiva, in un’area territoriale circoscritta,

naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone

e di una popolazione di imprese industriali. Nel distretto, a differenza di quanto

accade in altri ambienti (ad esempio la città manifatturiera), la comunità e le imprese

tendono, per così dire, ad interpenetrarsi a vicenda.

I distretti sono replicabili: si creano spontaneamente, con caratteristiche uniche ed

irripetibili, ad opera del congiunto interagire di mercato e società. Le politiche locali

possono solo accompagnarne la crescita.

I distretti hanno contiguità territoriale: non è un requisito indispensabile, ma agevola

la nascita e la crescita.

I distretti sono anche riconosciuti giuridicamente nella legge 317/1991: “Si definiscono

distretti industriali le aree territoriali locali caratterizzate da elevata concentrazione di

piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra presenza delle imprese e la

popolazione residente nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle

imprese. L’individuazione viene delegata alle regioni.”

Regolazione dei sistemi socio-economici locali

La necessità di regolazione è propria di ogni sistema sociale, e quindi anche

delle società locali di cui ci stiamo occupando; in queste ultime, peraltro, attori

e meccanismi della regolazione non sono soltanto endogeni, ma possono arrivare

dall’esterno.

Ultimamente si è diffuso il concetto di governance. Mentre il government fa

riferimento a un unico attore istituzionale (si parla così di “governo locale”), la

governance indica una modalità di regolazione in cui le decisioni che interessano tutto

il sistema sono il risultato di una complessa interazione tra attori di diversa natura

istituzionale: politica, amministrativa, economica, associativa, comunitaria.

Il tipo di governance locale che si è andato affermando in Europa negli ultimi

trent’anni, e che è stata sostenuto e promosso dalle istituzioni europee, ha

caratteristiche accentuatamente cooperative. Si assume cioè che attori dagli interessi

diversi, o addirittura contrastanti (come nel caso delle associazioni di rappresentanza

dei lavoratori e dei datori di lavoro) possano – se opportunamente incentivati –

collaborare per il raggiungimento di obiettivi concordati: la formula utilizzata è quella

del partenariato.

L’affermarsi di forme di governance è correlata alla capacità di:

• combinare diversi tipi di legittimazione degli attori e diverse forme di

democrazia;

• produrre beni pubblici per la competitività;

• costruire capitale sociale.

La città come nodo dello sviluppo locale

A partire dal medioevo la città Europa costituisce nodo dello sviluppo locale. E’ in tale

contesto infatti che prendono corpo le innovazioni che promuovono l’avvento della

società capitalistica.

Negli assetti del boom economico il ruolo delle grandi città viene attenuato, anche se

non cancellato, dalla centralità dello Stato-nazione e dai progetti di sviluppo

convergente da quest’ultimo promossi.

Negli anni Ottanta si registra una riscoperta dell’effetto città, a seguito dei processi di

crisi e riconversione industriale.

Fenomeni:

• delle città delle reti;

• delle metropoli regionali.

Cambiamenti nelle modalità di governo delle aree metropolitane => nascita dei primi

piani strategici urbani, intesi come strumenti per lo sfruttamento dei vantaggio

competitivo locale.

Unità 6

Le trasformazioni dell’impresa e i contesti socio istituzionali

Sommario

• L’oggetto di studio

• L’impresa fordista

• La crisi del modello

• I processi di riorganizzazione

• Reti di impresa e catene di valore

• Impresa e contesto

• Il governo dell’impresa

Nell’economia di mercato l’impresa è l’unità fondamentale di organizzazione e di

esercizio delle attività economiche. Ci sono diverse prospettive interpretative

dell’impresa: può essere un soggetto economico che combina fattori tecnici e umani

per produrre o scambiare merci e ricavarne un profitto, può essere un complesso di

rapporti giuridicamente tutelati a tal scopo, può essere un’organizzazione con un

proprio governo e una gerarchia di ruoli e di rapporti di potere.

Lo studio dell’impresa è un approccio multidisciplinare.

Per la sociologia economica l’impresa è un’istituzione fondamentale della

società moderna che regola le relazioni sociali al suo interno e influisce

significativamente su quelle esterne. È produttrice di senso e di modelli cognitivi,

modella il tipo di società in cui è inserita. Fra impresa e società c’è appunto un legame

di reciprocità.

Questo tipo di impresa che condiziona il contesto economico e sociale è la grande

impresa, quella fordista. L’impresa fordista ha caratterizzato il panorama economico e

industriale di larga parte del novecento, ma a partire dagli anni ’70 si assiste a una

sua crisi una sua riconversione.

La grande impresa viene sostituita con delle vie di uscita, che riguardano la de

verticalizzazione, la modifica il downsizing e il ricordo al mercato, facendo nascere così

il concetto di “impresa a rete”.

L’impresa fordista

La grande impresa fordista si sviluppa negli USA all’inizio del ‘900 a seguito di rilevanti

processi di concentrazione tecnico-produttiva indotti dai progressi in campo

tecnologico e in quello della standardizzazione.

Questa concentrazione deriva da operazioni di concentrazione orizzontale, fusioni o

acquisizioni, e integrazione verticale del ciclo produttivo. Inoltre la grande impresa

vede anche il passaggio da un capitalismo imprenditoriale/familiare ad un capitalismo

azionario, in cui il controllo appartiene ai manager e la proprietà ai soci: separazione

proprietà e controllo.

Il tratto distintivo delle imprese fordiste è appunto l’organizzazione del lavoro

taylor-fordista, che rivoluziona le modalità del lavoro industriale studiando

scientificamente le operazioni lavorative, il loro tempo esatto per lo svolgimento e

riorganizzando così i lavoratori, in mansioni semplici e specifiche.

L’impresa fordista provoca un abbassamento enorme e repentino dei tempi e dei costi

di produzione e quindi dei prezzi finali sul mercato, dando così via all’epoca della

produzione e del consumo di massa.

Il modello entra in crisi negli anni 70. Le cause sono esogene ed endogene. Le cause

esogene sono gli shock petroliferi del ’73 e ’76, che aumentano i prezzi delle materie

prime, l’incertezza dei mercati finanziari a causa della svalutazione del dollaro,

l’instabilità dei cambi e dei tassi di interesse, la saturazione dei mercati di sbocco.. le

cause endogene sono soprattutto le forti proteste sociali, l’imposizione di vincoli

sindacali, l’instabilità e la differenziazione della domanda.

Il sistema fordista si rivela incapaci di reagire alla mutate condizioni del sistema in cui

opera.

I processi di riorganizzazione

Negli anni ’80 si individuano due sentieri di uscita dal fordismo:

• Il mero fordismo tecnologico: è una strategia seguita dall’industria

automobilistica a mezzo dell’applicazione massiccia della tecnologia elettronica,

automazione delle macchine resa possibile dagli sviluppi tecnologici.

• La produzione diversificata di qualità: è una strategia di flessibilità seguita

dall’industria tedesca a mezzo di rilevanti innovazioni nelle modalità di

organizzazione del lavoro e di gestione delle relazioni industriali.

Dagli anni ’90 si utilizza anche il modello della produzione snella di origine giapponese,

o lean production. Utilizza due metodi: il just in time e il kaizen.

Il just in time organizza la produzione in base al principio che ogni materiale o

componente deve pervenire alle postazioni di lavoro nell’esatto momento in cui è

necessario alla produzione. Nella produzione snella è il mercato a decidere la

produzione: l’intero flusso si avvia soltanto in base alla domanda a valle, flusso teso.

Il kaizen è il miglioramento continuo e l’eliminazione dei difetti e degli scarti. Tutto il

personale è chiamato a perfezionare a partire dall’eliminazione di ogni errore e

l’individuazione delle soluzioni più appropriate per evitarne la ricomparsa.

La produzione snella non elimina la catena di montaggio anzi estende il principio della

concatenazione lineare oltre i confini aziendali, in quanto i suoi valori orientano i

rapporti tanto con i dipendenti, quanto con i fornitori e i distributori. Viene ridisegnata

completamente la struttura organizzativa delle imprese, e nascono le imprese a rete.

L’impresa a rete nasce negli anni 90.

È un’insieme di unità finanziariamente indipendenti e in competizione tra di loro.

Vengono introdotti anche elementi di mercato nella gestione organizzativa: la teoria

dei costi di transazione. Secondo questa teoria si ricorre al mercato quando i costi

di acquisizione sono inferiori ai costi di produzione o esistono altre fonti di vantaggio.

Infatti ogni scambio di beni o servizi comporta dei costi: internalizzare un’attività,

ossia effettuarla in proprio (gerarchia) consente di risparmiare i costi relativi alla sua

contrattualizzazione con il mercato. Ma anche la soluzione interna comporta dei costi

legati ai macchinari e quindi la scelta a favore di uno o dell’altro dipende dal minor

costo di transazione.

Reti di imprese e catene di valore

L’avvento del post-fordismo non equivale alla vittoria del mercato sulla gerarchia. Le

imprese allacciano comunque relazioni strutturate in forma variabile, franchising,

subappalto, consorzi, joint venture.. Attraverso questi strumenti le imprese

organizzano l’ambiente di riferimento, lo sottraggono al mercato e sviluppano forme di

integrazione orizzontale.

I nodi sono delle unità autonome a differente grado di autoregolazione. I nodi sono

collegati fra di loro attraverso differenti modalità di relazione: le connessioni.

Un nodo è un distretto industriale, una regione economicamente avanzata, un

territorio che fornisce materie prime essenziali: ovunque insomma avvenga una fase

di produzione o smercio di portata internazionale. Tra loro i nodi sono collegati

dai connettori ovvero le imprese specializzate nel servizio dei trasporti e delle

comunicazioni: i corrieri internazionali, le compagnie aeree o ferroviarie, ma anche le

reti telefoniche, le compagnie che gestiscono satelliti. Tutti operatori economici che

trasportano da una parte all’altra del mondo merci o informazioni.

Si parla quindi di impresa a rete quando i nodi sono unità operative dotate di

elevata autonomia nella definizione degli obiettivi e delle strategie,

connesse da legami verticali e orizzontali.

Si parla di reti di imprese quando i nodi sono imprese indipendenti che

cooperano per il raggiungimento di uno scopo, regolando i loro rapporti in

forma contrattuale o consuetudinaria.

La rete dei rapporti può essere:

• Simmetrica, senza un centro, paritetica: tutti i nodi sono uguali e l’insieme delle

relazioni è bilanciato

• Asimmetrica, accentrata e gerarchicamente ordinata: esistono uno o più

imprese più importanti delle altre

Nel secondo caso la pressione a ridurre i costi viene trasferita dai livelli superiori a

quelli inferiori della supply chain.

Le catene di fornitura raramente poi sono organizzate come un’unica rete. Ci sono

combinazioni multiformi di reti gestiti da diversi sistemi di governance.

• Catene del valore modulari: conoscenza codificata e regola formalmente

condivise

• Catene del valore relazionali: la conoscenza non può essere codificata, le

transazioni sono complesse, il potere dei fornitori elevato

• Catene del valore captive: la complessità della conoscenza e delle transizioni è

elevata, ma il potere dei fornitori è basso

Impresa e contesto

Le interazioni fra azione economica dell’impresa e contesto socio istituzionale sono un

tema molto dibattuto.

Ci sono vari scenari e sentieri di sviluppo dell’impresa. I fattori di contesto sono la

storia, le istituzioni, le caratteristiche geomorfologiche e sociali.. I percorsi di sviluppo

imprenditoriale dipendono dalla varietà delle forme di organizzazione economica. È

importante ricordarsi della tesi del radicamento sociale e della path indipendency.

Ci possono essere due sentieri:

• Convergenza: esiste un carattere universale delle strategie e organizzazione

della produzione. Il modello che risulta vincente dà luogo a un isomorfismo

competitivo, diffondendosi così dappertutto. Le condizioni di mercato sono

valide per tutte le imprese del contesto.

• Divergenza: esistono differenze continue e evidenti, riconducibili al fenomeno

del radicamento sociale, si crea quindi determinismo istituzionale: gli attori

economici si muovono in un clima di reciproca influenza.

Un fattore di successo per un’impresa è quindi la capacità di adattamento alla

variazione dei contesti istituzionali. I mutamenti possono avere una natura strutturale

e portata destrutturante.

Pian piano la differenziazione dei modelli organizzativi si riduce.

Nello studio del contesto di un’impresa è importante distinguere tra:

• Ambiente: è l’insieme degli attori rilevanti per recuperare risorse essenziali e

collocare le merci prodotte

• Il territorio: è il luogo spazialmente delimitato, caratterizzato da risorse e vincoli

Ambiente e territorio non sono indipendenti tra di loro.

Il governo dell’impresa

Con la globalizzazione si afferma il capitalismo finanziario. È un paradigma

qualificato da una nuova forma di governo dell’impresa, che si basa:

• Sul primato della creazione di valore per l’azionista

• Sulla centralità degli investitori istituzionali

In questo modello l’obiettivo è la massimizzazione dei vantaggi di breve

periodo, legati al prezzo delle azioni e al rendimento dei titoli.

Il paradigma è accreditato e riprodotto dai meccanismi di responsabilizzazione e

valutazione dei manager, nonché dai sistemi di remunerazione.

Nei nuovi assetti la proprietà non può più dirsi realmente distinta dal controllo,

perché:

• La proprietà interviene direttamente sulle strategie dell’impresa

• Gli interessi dei manager si identificano con quelli dei proprietari

• I manager stessi comprano quote rilevanti dell’impresa diventando proprietari

Che effetti ha questo governo?

Il rapporto tra imprese e territori viene continuamente rimesso in discussione, per

effetto delle decisioni gestionali: delocalizzazione, riorganizzazione, fusione..

Il legame di reciprocità tra impresa e società entra in corto circuito: le scelte

imprenditoriali sono sempre più create prevalentemente attraverso la leva finanziaria.

Unità 7

Consumo, merci e mercati

Sommario

• La definizione sociologica di consumo

• Modernità e consumi

• Modelli di capitalismo e regimi di consumo

• Preferenze individuali e gusti

• Produzione, distribuzione e consumo

La definizione sociologica di consumo: il consumo è un’azione sociale dotata

di senso.

Il consumo è un’azione: una sequenza intenzionale di atti, compiuti da un soggetto

(individuale o collettivo) attraverso la posa in essere di scelte tra varie alternative.

Questa scelta è elaborata in base a un progetto che vuol trasformare una situazione in

un’altra più gradita. Si tratta del ciclo di consumo.

Questo insieme di scelte può riguardare:

• Il fare

• Il subire

• Il tralasciare

Ed essere giustificato da:

• Un atteggiamento interno

• Una pressione esterna al soggetto

Bisogna tener conto di molti aspetti di questa azione:

1) L’importanza della personalità individuale

2) La rilevanza dei contesti e dei relativi modelli preferenziali

3) L’importanza degli stimoli proveniente dal referente: questi stimoli possono

essere legati ai caratteri intrinseci al referente dell’azione, o determinati da

processi di costruzione artificiale dell’attrattività

L’azione di consumo assume precisi significati sociali in relazione alle caratteristiche

della struttura sociale e al sistema di atteggiamenti e valori che connotano la cultura.

Quindi il consumo è un’azione culturalmente determinata. Codici e processi

simbolici individuali e di gruppo che orientano le azioni si collocano sempre in un

contesto culturale.

I requisiti fondamentali delle scelte e degli atti di consumo sono l’intenzionalità delle

scelte, la volontà di trasformazione della situazione attuale, uno scopo non

necessariamente utilitaristico, l’investimento dei consumatori nella motivazione delle

decisioni e dei comportamenti.

Il ciclo di consumo:

• Motivazioni di acquisto

• Decisione di acquisto

• Acquisizione

• Pratiche d’uso

• Smaltimento degli eventuali rifiuti

• Motivazioni di acquisto..

Lo studio dei consumi può avvenire secondo diversi approcci:

• Macrosociologi: il contributo dei consumi alla genesi e alla diffusione dei

processi di modernizzazione, la relazione intercorrente tra modelli di capitalismo

e regimi di consumo

• Microsociologi: analisi delle preferenze e dei gusti, studio del radicamento

sociale del consumo

Nell’approccio classico la genesi e lo sviluppo della società moderna è stata fin qui

spiegata come l’effetto della rivoluzione industriale, e del diffondersi della produzione

di massa. La rivoluzione industriale deriva da uno sforzo coloniale che ha portato a

una grande crescita di merci e manodopera, la mentalità ascetica viene sostituita da

una mentalità edonistica. Tutti, se possiedono il denaro sufficiente, possono acquistare

qualunque bene sul mercato. La moda e il meccanismo culturale dell’appropriatezza

diventano centrali.

La moda deriva dalla borghesia urbana, caratterizzata da una forte mobilità sociale, la

moda stessa è una forma di differenziazione culturale e sociale che si fonda sul rapido

cambiamento e sulla altrettanto rapida obsolescenza degli stili. Il concetto di consumo

vistoso viene usato per indicare quei consumi che sfuggono alla logica della

massimizzazione dell’utilità al minor costo tipica dell’impostazione economica

neoclassica. Accanto a logiche di consumo agiscono anche logiche posizionali.

L’ostentazione del buon gusto serviva a prendere le distanze dal lavoro e dalla sfera

pratica, tutto ciò che era troppo economico veniva visto come poco “colto”. Nelle

metropoli industriali tutti sono stranieri, per dimostrare il proprio status si ricorreva

all’ostentazione pubblica, all’emulazione e al consumo competitivo, è importante il

valore posizionale dei beni (Veblen).

Ma non sempre è vero: a volte proprio la semplicità è di moda. Quindi le azioni di

consumo non si rifanno solo alla logica dell’emulazione competitiva e mera funzione

della stratificazione sociale.

Contributi più recenti integrano questo quadro richiamando l’attenzione anche sulla

rivoluzione commerciale e comunicativa, la modernizzazione è un processo

multidimensionale.

Sombart più tardi spiega che l’accumulo di capitale non è più basato sull’economia

feudale ma sul commercio e lo sfruttamento delle colonie. Il capitalismo però è un

allargamento non solo geografico o quantitativo, ma anche qualitativo: entrano in

gioco i beni di lusso.

Approccio classico Approccio contemporaneo

Mercati nazionali Mercati internazionali (colonie)

Mentalità ascetica Mentalità edonistica

Leggi suntuarie (documento per Imperativo della distinzione

conoscere la moda in ogni tempo) + moda e grandi magazzini, pubblicità,

branding

Modelli di capitalismo e regimi di consumo

Esiste una stretta correlazione tra mutamenti della struttura organizzativa e sociale

dei consumi, ma non è affatto detto che la transizione alla modernità sia orientata alla

stessa meta. L’ipotesi di convergenza è sbagliata, e anche quella

dell’omologazione culturale (americanizzazione).

I mutamenti dei consumi sono stati spesso letti sotto la nozione di americanizzazione,

questo perché insieme al flusso di merci gli Stati Uniti sono stati “accusati” di

esportare anche valori e atteggiamenti. Lo sviluppo di una cultura globale del


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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Docente: Cugno Anna
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Francesca.Botta di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Cugno Anna.

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