12/03/19
(Ciofani)
Fotopolimerizzazione a due fotoni
La fotolitografia tradizionale (approfondita nel corso di bionanotecnologie) è un
processo utilizzato in ambito elettronico che si basa su un film chimico,
substrato reattivo dal punto di vista chimico e una sorgente irradiante che va a
modificare le proprietà chimiche di questa resina. È u processo fondamentale
che consente di realizzare strutture molto precise e complesse ma con una
seire di limitazioni fra cui: siamo costretti a lavorare in una situazione
bidimensionale, non si riescono a ottenere costrutti 3D se non con processi
molto complessi e non troppo efficienti. La litografia è uno dei 4 processi
fondamentali di lavorazione nanotecnologica top-down, essenzialmente da un
substrato chimico (resist) sensibile a una determinata lunghezza d’onda (in
genere si lavora nell’UV) e quando viene colpito da questa radiazione cambia le
sue proprietà di solubilità. Per andare a microstrutturare una superficie
realizzata con questo resist ci occorre una maschera attraverso la quale passa
un fascio di luce che avrà la geometria che noi vogliamo realizzare sul resist. La
luce passa attraverso questa maschera, variando le proprietà chimiche del
resist in tutte le zone che vengono colpite. Questo processo ha una serie di
difficoltà che rendono impegnativo ottenere delle strutture a una risoluzione
molto alta o strutture complesse tridimensionali. A seconda della tipologia del
resist possiamo rendere solubile o insolubile il substrato. Dopo questo processo
si fa un bagno in un solvente che elimina le porzioni di resist superflue. La
prima difficoltà di questo processo sta nella realizzazione della maschera che
deve essere trasparente alla radiazione. Servono materiali ad alta prestazione
mentre il pattern deve essere in grado di schermare il passaggio della luce.
Inoltre non si possono ottenere delle strutture che sono più piccole della
lunghezza d’onda del fascio luminoso problema della risoluzione. Infine
rimane sempre il problema della tridimensionalità, con degli strati troppo spessi
di resist non si riesce a selezionare un punto ben preciso, quando la radiazione
incontra la superficie del resist polimerizza solo il primo strato che incontra
dopo di che viene fermata. Anche con resist molto spessi se ne lavora solo la
superficie. Anche avendo una radiazione luminosa in grado di attraversare il
resist vado a colpire tutto lo spessore del resist senza riuscire a variarne le
proprietà chimiche di tutto il volume ma solo di quella parte che viene colpita
dalla radiazione luminosa. A seconda delle proprietà del resist si parla di
fotoresist positivo se questo diventa solubile dopo l’esposizione, durante il
processo di sviluppo il fotoresist positivo che non è stato colpito dalla
radiazione luminosa rimane mentre quello che è stato colpito viene lavato via.
Il fotoresist negativo ha il comportamento opposto, quando viene esposto
diventa insolubile, durante il lavaggio viene via tutta la porzione di resist che
non è stata colpita durante la radiazione luminosa.
La fotopolimerizzazione a due fotoni nasce dalla necessità di superare
l’impossibilità di realizzare strutture 3D, la macchinosità del processo
fotolitografico, la presenza della maschera che è difficilmente realizzabile.
Alcuni tentativi son stati fatti per superare questi limiti e alla fine la
fotolitografia a due fotoni si è dimostrata la scelta vincente per superare questi
limiti. La fotolitografia a due fotoni impiega una diversa sorgente luminosa:
utilizziamo una sorgente luminosa nell’infrarosso e nel vicino infrarosso a patto
1
però di utilizzare dei laser a due fotoni, che siano in grado di far arrivare al
substrato due fotoni in un tempo molto ristretto in modo che il substrato veda
questi due fotoni arrivare contemporaneamente. È un processo non lineare,
non siamo più legati ai limiti della diffrazione ottica andando oltre alla
lunghezza d’onda utilizzata. Si lavora con due fotoni a una lunghezza d’onda
tale per cui la maggioranza dei materiali con cui si lavora sono trasparenti. Il
materiale per cambiare le sue proprietà chimiche deve percepire l’arrivo di
questi due fotoni nello stesso momento, attraverso un sistema di lenti a valle
del laser si riesce a indirizzare il fascio laser in un box ben preciso all’interno
del resist in modo che solo quel box subisca la modificazione delle proprietà
chimiche. Diventa possibile con un sistema confocale indirizzare i fotoni in un
box preciso del materiale. I due fotoni sono nel vicino infrarosso, arrivando
contemporaneamente hanno lo stesso pacchetto energetico che avrebbe un
singolo fotone alla metà della lunghezza d’onda, riusciamo quindi a lavorare
materiali sensibili nell’ultravioletto ma che riusciamo a penetrare in profondità
ottenendo delle strutture tridimensionali. Lavorando un laser che può essere
focalizzato anche lungo l’asse z non è più necessaria la maschera. Il tempo
dell’operatore è molto ridotto rispetto alla stereolitografia, il tempo di
lavorazione però può essere molto molto lungo, limite principale di questa
tecnologia. Per realizzare superfici estese o complesse sono necessari dei
tempi di lavorazione molto lunghi, anche 3-4 giorni.
Si parte dal substrato che in genere è un vetrino, si deposita il fotoresist e si
dice alla macchina la struttura che vogliamo realizzare e si da il via. Il laser
disegna la struttura tridimensionale, al termine abbiamo la struttura 3D
desiderata e si procede allo sviluppo col lavaggio. I vantaggi sono l’assenza di
maschera, possibilità di strutture tridimensionali e con una definizione che va
oltre il limite della lunghezza d’onda del laser. Gli svantaggi principali sono la
lentezza della tecnica e il costo della macchina (mezzo milione di euro). Questi
due inconveniente hanno rallentato un pochino la diffusione di questi sistemi
ma si stanno comunque diffondendo (5 in Italia).
Sono stati sviluppati dei fotoresist che derivano da polimeri naturali modificati
in modo da poter essere lavorati con i due fotoni (collagene e gelatina
modificati e resi reattivi all’ultravioletto).
La macchina è lenta ma ha un sistema di automatizzazione molto sviluppato, si
possono programmare anche 10 strutture diverse e andarle a recuperare dopo
una settimana. Le applicazioni sono molte, è nata per applicazioni in fotonica,
microfisica. Vengono utilizzati anche dei materiali per ottenere delle maschere
che poi servono da … per la lavorazione di materiali che non possono essere
impiegati in questo processo. Vengono realizzate delle maschere con un resist
e poi viene depositato l’oro all’interno di queste maschere per ottenere delle
risoluzioni molto buone non ottenibili con i metodi tradizionali.
Il problema della lentezza della macchina si ripercuote sulla possibilità di
ottenere strutture abbastanza grandi in tempi accettabili, la macchina essendo
molto complessa è molto sensibile anche alle variazioni ambientali
(temperatura e umidità) ed è molto difficile tenere costanti questi parametri
15/03/19 2
(Tonda Turo)
Ci interessa ottenere dei supporti biomimeticità per influenzare la
differeziazione cellulare. quello che si perde completamente sono i fattori
solubili che non sono legati a una struttura quindi nella fase di
decellularizzazione questa parte viene rimossa. La matrice decellularizzata
deve essere colonizzata dalle cellule prima di essere impiantato nel paziente.
Fegato decellularizzato e ricellularizzato e poi impiantato all’interno di un
animale, la ricellularizzazione si osserva che il tessuto viene ripopolato con
un’organizzazione anche abbastanza complessa. Anche nell’approccio di
ricellularizzazione ci sono una serie di variabili: il metodo di ricellularizzazione
comporta diversi valori del numero di cellule che vanno a ripopolare il tessuto
(fino a 100 milioni di cellule). L’ECM decellularizzata può anche non mantenere
la struttura 3D ottenendo delle matrici decellularizzate, che contengono i
componenti ma non viene mantenuta la micro e la macro struttura. Si ottiene
una polvere multiproteica. È stato il primo approccio di matrici decellularizzate,
vengono poi processati attraverso tecnologie avanzate come il 3D printing
realizzando degli idrogeli che diventano un ambiente estremamente utile per la
sopravvivenza cellulare. questo approccio è uno dei più utilizzati nello sviluppo
di strutture 3D tramite 3D printing, ottenendo questa polvere dal tessuto
specifico e poi utilizzarlo come la base per la costruzione dello scaffold. La
possibilità di poter partire da una matrice decellularizzata patologica ci
permette di creare dei modelli più affini al tessuto originale anche a livello
patologico.
La struttura 3D è data dalla fase di processing, il materiale è un materiale
similfisiologico. Questa è la strategia maggiormente applicata. Il principale
problema associato alla ricellularizzazione dello scaffold è quello che nella fase
di ricellularizzazione in vitro non si riesce a ottenere una distribuzione uniforme
delle cellule nello scaffold. Usando tecniche di 3D printing posso formare lo
scaffold layer by layer, le cellule sono distribuite all’interno dello scaffold nella
fase di processo e non devo fare una fase successiva di semina. Di fatto quello
che si cerca di fare è ottenere queste matrice in forma di polvere, ottenere
biomateriali utilizzabili nelle tecnologie 3d printing e viene sfruttata la
caratteristica di termosensibilità di questi materiali, la temperatura corporea è
superiore alla temperatura ambiente quindi sfruttando questa differenza si può
passare da una soluzione facilmente processabile quindi liquida a una soluzione
a 37 gradi con una maggiore viscosità in grado di mantenere una struttura
tridimensionale complessa. Diverse popolazioni cellulari, tessuto specifico.
Volendo ottenere un tessuto cartilagineo si utilizzano condrociti immersi in un
idrogelo di ECM derivata dalla cartilagine, per il tessuto cardiaco si inseriranno i
cardiomiociti in ECM cardiaca…
Inizialmente quindi venivano decellularizzati i tessuti ottenendo delle polverine
che venivano usate per colmare lacune tissutali, poi si è cercato di mantenere
la struttura e attualmente vengono utilizzati come biomateriali di partenza per
creare degli idrogeli tessuto-specifici.
L’ecm può essere mimata utilizzando degli scaffold, abbiamo visto la matrice
decellularizzata che però non riesce a ripercorrere le quattro caratteristiche ella
matrice fisiologica. Non si riesce a mantenere la parte delle proprietà fisico-
chimiche e i fattori solubili che vengono rimossi durante le fasi di
3
decellularizzazione quindi non si possono usare le matrici decellularizzate per
fare richiamo in vivo delle cellule una volta impiantato lo scaffold.
Osservando l’ECM vediamo che le cellule si trovano immerse in questa
struttura, sono completamente circondate da questa struttura principalmente
fibrosa che avvolgono e ricoprono completamente le cellule, con questa
struttura le cellule interagiscono. Bisogna andare verso delle tecnologie che ci
permettano di superare questi limiti, tra le tecnologie disponibili per mimare
l’ECM quella più utilizzata è la tecnologia dell’elettrospinning che prevede di
partire da una soluzione polimerica di materiale variabile e processarlo per
ottenere una struttura che mima l’ECM perché si ottengono delle fibre molto
piccole in conformazione random. Non è banale ottenere delle strutture che
mimino l’ECM perché la scala è molto piccola, è molto difficile raggiungere
delle definizioni nanometriche. Ci interessa arrivare a una scala nanometrica
perché le cellule sono immerse nella matrice perché formano nella
tridimensionalità della struttura dei legami in tutte le direzioni. I legami cellula
substrato rientreranno nelle dimensioni nanometriche quindi bisogna riformare
questa struttura per avere biomimeticità. Per questo motivo l’elettrospinning è
molto utilizzato perché si riescono ad ottenere queste scale con uno strumento
abbastanza banale che sfrutta una ddp: una soluzione polimerica caricata
all’interno di una siringa collegata a una pompa. La siringa è connessa a un
generatore di tensione che ha come polo opposto un collettore che può essere
piano o rotante che permettono di ottenere diverse orientazioni delle fibre
8random o allineate). La ddp che si genera permette di caricare la soluzione
polimerica e la direziona verso il collettore che la attrae e durante la fase di
volo le interazioni nella soluzione polimerica fanno si che il getto si rompa
formando delle fibre sempre più piccole. Quella che raggiunge il collettore è
una fibra rotta di dimensioni molto piccole. Nella fase di volo evapora il
solvente quindi sul collettore ottengo una matrice che ha rimosso il solvente ed
è composta solo da soluto, la componente di solvente viene fatta evaporare. il
processo è piuttosto semplice, non richiede un’attrezzatura particolarmente
complessa, il sistema è molto utilizzato anche per questo motivo.
L’elettrospinning quindi permette di mimare la morfologia della matrice, oltre
alla morfologia si deve curare la composizione che ha un effetto rilevante sulle
proprietà chimico-fisiche del susbstrato. I materiali processabili tramite
elettrospinning sono quasi tutti però si devono usare dei solventi che non
rimangono all’interno della struttura perché sono quasi tutti citotossici (esclusa
l’acqua). Si possono usare materiali di origine sintetica e di origine naturale
(gelatina, collagene…) che però hanno la problematica di non essere ripetibili
nella fornitura, si utilizzano dei materiali bioartificiali. Si possono anche
spinnare delle matrici più simili al tessuto osseo a cui vengono aggiunti fosfati
di calcio (idrossiapatite).
Per aggiungere degli stimoli solubili attraverso l’elettrospinning si può
implementare il sistema per avere una morfologia adeguata, ottenere la
composizione ottimale e aggiungere dei fattori solubili all’interno della
struttura. Con fattori solubili si intendono principalmente i fattori di crescita che
sono popolazoni di proteine che si trovano nell’ambiente extracellulare, non
sono legati a nulla, interagiscono coi recettori di membrana attivando una
cascata di eventi che raggiunge il nucleo attivando processi di codifica genica.
Sono dei messaggeri che interagiscono con la membrana dando informazioni di
attivare qualche processo interno. Questi fattori sono prodotti solitamente dalle
4
cellule che poi ne influenzano il comportamento. Un approccio alternativo è la
terapia genica che di fatto invece di permetterci di rilasciare nel sistema un
sistema che da una determinata informazione possiamo unserire nell’ambiente
un elemento che può essere integrato nel genoma cellulare delle cellule
presenti influenzandole a rilasciare dei fattori solubili. Infatti andando
semplicemente a inserire questi fattori solubili nello scaffold questi prima o poi
terminano. Andando a modificare le cellule in situ posso direttamente
influenzare questo processo rendendo le cellule produttrici del fattore di
crescita voluto. È minore la probabilità di terminare il fattore di crescita. Mentre
i fattori di crescita sono molecole da sole per la terapia genica l’elemento
funzionale di solito viene incorporato all’interno di un vettore perché questo
fattore deve entrare nel nucleo per avere un effetto quindi il vettore che lo
trasporta deve essere in grado di portarlo nel nucleo e di proteggerlo. Il
delivery genico deve essere fatto su DNA. Quello che è importante nella
definizione del processo ideale di incapsulamento di biomolecola (fattore di
crescita o vettore) è che questi fattori devono raggiungere il sito attivo
mantenendo la loro funzionalità, sono molecola molto sensibili alle condizioni
esterne e le modifiche dell’ambiente circostante possono andare a denaturarle,
l’obiettivo finale è quello di mantenere la bioattività di queste molecole. La
cinetica di rilascio inoltre deve essere tale da permettere di avere un effettivo
beneficio fisiologico, se non ottengo il quantitativo limite per avere un’attività
funzionale non riesco a influenzare una popolazione di cellule abbastanza alta
per attivare il processo rigenerativo. È fondamentale che si raggiunga il livello
minimo di funzionalità. Sapere quanto vale questa soglia è praticamente
impossibile, dal punto di vista teorico si prendono diversi quantitativi di
biomolecola, si trattano popolazioni cellulari e a diversi quantitativi vedo qual è
il uantitativo che da la risposta migliore una volta trovato il livello soglia posso
capire quanta biomolecola mettere, approcci sperimentale, non si ricava da
informazioni fisiologiche. Una vlta trovato questo livello soglia devo definire
una metodologia appropriata per inserire la biomolecola nello scaffold.
19/03/18
(Ciofani)
Ingegnerizzazione del tessuto nervoso
Il sistema nervoso svolge prevalentemente tre funzioni
Funzione sensoriale per monitorare l’ambiente sia esterno che interno
Una funzione motoria che ci permette il movimento
Funzionalità di integrazione, interpretazione dei segnali sensoriali che
arrivano dalle fibre afferenti, l’integrazione ad alta scala che ci permette
di decidere cosa fare attraverso il sistema motorio
Il sistema nervoso si può suddividere il due parti: sistema nervoso centrale e
periferico.
Il sistema nervoso centrale è costituito dal cervello e dal midollo spinale, a
partire dal sistema nervoso centrale dipartono tutti i sistemi che afferiscono al
sistema periferico che comprende tutto il tessuto neuronale nel sistema
centrale, tutte le strutture
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.