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Premessa

La storia d’impresa studia la varietà e le trasformazioni che le forme d’impresa hanno sperimentato nel lungo periodo. Le forme d’impresa sono le interazioni di diverse variabili come l’assetto proprietario, la struttura organizzativa, la strategia ecc. Le forme d’impresa cambiano nello spazio e nel tempo. Non c’è una one best way, una forma d’impresa migliore in assoluto. Le forme d’impresa migliori dipendono dal settore, dal periodo ecc. Le forme d’impresa impattano sulla realtà circostante a livello politico, sociale, culturale, istituzionale e economico. L’impatto a livello economico è sia a livello micro sia a livello macro. L’impresa quindi ha un’influenza sul contesto ma anche viceversa.

Il padre della storia d’impresa è Chandler. La storia d’impresa serve a comparare modelli nel tempo e nello spazio e a prendere decisioni sulla base di quanto successo in passato.

L’impresa

L’impresa è:

  • Una persona giuridica: è il crocevia tra soggetti diversi (i vari stakeholder).
  • Un organo direttivo: c’è un sistema di governance.
  • Il luogo dove interagiscono capacità, know-how, attrezzature e capitale, è il luogo dove si concretizzano le rivoluzioni tecnologiche.
  • La cellula che si incarica della capacità innovativa.

L’imprenditore si caratterizza per l’intraprendenza personale, la capacità di innovare e per avere come alter ego il manager. Nella tradizione continentale l’imprenditore è visto come protagonista, nella tradizione anglosassone invece è visto come coordinatore. Ci sono varie teorie sull’imprenditore e l’impresa che analizzano le dinamiche di crescita dell’impresa nel 20° secolo.

Teorie sull'impresa e l'imprenditore

1) Nella teoria neoclassica l’impresa dispone di informazione perfetta, opera in maniera efficiente minimizzando i costi marginali; l’impresa è price taker, non è capace di influenzare i mercati in cui opera e la tecnologia è esogena. Le imprese che rispondevano a questa teoria erano quelle poco integrate che operavano su una singola fase del processo produttivo, era un sistema price oriented altamente competitivo e con scarse innovazioni tecnologiche. Questo tipo d’impresa non è orientata alla crescita.

2) Il dinamismo: le imprese sono unità complesse che evolvono nel tempo differenziandosi per strutture e dinamiche interne. Le imprese tendenti alla crescita dimensionale sono quelle che operano nei settori ad alta intensità di capitale o di lavoro e che possono sfruttare economie di scala. In realtà la crescita non è un percorso meccanico, le imprese reagiscono differentemente ai cambiamenti tecnologici esogeni o endogeni, alle differenti culture.

3) Schumpeter vede l’imprenditore come un soggetto che rompe l’equilibrio e impone le sue idee. L’imprenditore diventa tale grazie all’innovazione ed è mosso dalla gioia del creare. Identifica l’imprenditore in una sorta di superuomo con azione energica e razionalità utilitaristica. L’impresa ha come motore di crescita economica la propensione competitiva e il disequilibrio è più importante dell’omogeneità fra imprese. L’impresa di Schumpeter si contrappone a quella neoclassica e si caratterizza per l’innovatività. Le imprese crescono sfruttando le loro capacità superiori, innovando e consolidando il loro vantaggio competitivo. Schumpeter vede l’imprenditore come un eroe al centro dello scenario economico e vede l’innovazione come fondamentale in quanto è alla base del profitto imprenditoriale e permette alle imprese di non adattarsi alla domanda ma di imporre il loro prodotto sul mercato.

Cipolla critica Schumpeter perché dice che non è sufficiente correlare l’incremento della produzione a quello della quantità di input, ciò che conta è il fattore lavoro e la creatività che ne deriva.

4) Smith e Ricardo enfatizzano le funzioni organizzative-manageriali, non parlano di imprenditore ma di employer, undertaker, capitalist. Secondo loro il processo economico avanza per forza propria, la funzione più importante dell’imprenditore è fornire capitale mentre Ricardo sottolinea l’automatismo dei movimenti economici.

5) Cantillon: è il primo a usare il termine imprenditore e lo definisce in modo ampio, l’imprenditore è l’iniziatore, il creatore, il responsabile. È colui che vive di rendita, non ha uno stipendio fisso ed è capace di assumersi rischi. È un individuo capace di fronteggiare l’incertezza.

6) Jean Babtiste Say dice che l’imprenditore è l’agente principale della produzione, è colui che mette in opera, crea prodotti e crea valore, giudica i bisogni e i mezzi per soddisfarli. L’imprenditore riesce a combinare i vari elementi in un’unica visione tesa alla creazione di un prodotto.

7) Marshall colloca l’imprenditorialità all’interno della routine gestionale, contrappone imprenditore, colui che prende le decisioni, e manager, colui che ha un potere delegato; dice che la remunerazione dell’imprenditore è il giusto guadagno per aver amministrato l’impresa, l’imprenditore è simile all’organizzatore, ad un contabile. Per Marshall l’imprenditore non è una persona eccezionale ma è una persona che è quotidianamente inserita nell’impresa e fa funzionare l’organizzazione.

8) Kirzner studia la relazione tra economia e conoscenza e si concentra sull’attenzione, l’abilità di riconoscere le opportunità che nascono dall’errata allocazione delle risorse sul mercato. Casson poi definisce il talento più importante per un imprenditore la sua capacità di prendere decisioni appropriate riguardanti il coordinamento delle risorse in condizioni di scarsità.

9) Mill dice che il profitto dell’imprenditore è la remunerazione alla rinuncia al consumo per l’investimento in impresa, alla capacità di assumersi rischi, alla funzione di sovraintendenza (l’imprenditore deve sovraintendere l’impresa, ciò lo potrebbe fare anche il manager ma c’è il rischio di opportunismo).

10) Begheot identifica l’imprenditore quale forza motrice, vedeva l’imprenditore come la mente guida del processo produttivo, un capo carismatico e con un senso di gerarchia folle.

11) I Buddenbrook: ci sono tre generazioni di imprenditori, la prima è formata da imprenditori che seguono l’istinto, la seconda da imprenditori che si basano sulla gerarchia, struttura la forma dell’impresa, la fa crescere; la terza generazione è formata da imprenditori che son tali per dovere, per non far perdere prestigio alla famiglia.

12) Weber mette al centro della scena l’imprenditore che agisce basandosi sull’etica razionale. Per Weber l’imprenditore è portatore di una razionalità strumentale che lo rende capace di mettere in relazione gli obiettivi con i mezzi per raggiungerli.

13) Sombart vede l’imprenditore come forza motrice dell’economia, l’imprenditore è al centro del capitalismo, ha una forza prorompente capace di rompere gli equilibri. L’imprenditore con la sua energia e la sua creatività dà vita ai fattori economici di lavoro e capitale. L’imprenditore può essere un tecnico, un commerciante o un finanziere.

14) Taylor vede l’imprenditore come colui che stabilisce le regole e l’amministrazione. Si limita l’iniziativa individuale, gli operai sono spogliati di tutto il potere decisionale.

15) Berle e Means: vedono le imprese come degli autocrati economici e suggeriscono che si dovrebbero preoccupare della responsabilità sociale. Enfatizzano la centralità dell’organizzazione, associata alle routine, rispetto all’imprenditorialità, associata alla creatività. Dopo la crisi della grande impresa negli anni 70 invece si inizia a pensare che l’innovazione proviene dall’interno dell’impresa tramite l’apprendimento e non procede secondo una trasmissione dall’alto al basso dell’organizzazione.

16) Drucker analizza le imprese dopo la seconda guerra mondiale, in questo periodo cominciarono ad affermarsi le grandi imprese integrate verticalmente, multidivisionali e guidate dai manager. Drucker studia le determinanti della crescita delle imprese, studia le decisioni di fondo delle imprese e l’architettura organizzativa ottimale. La tecnologia è motore di crescita. Drucker analizza la figura dei manager come coordinatori delle risorse umane, l’impresa invece è un organismo vivente in sé che vive più dei manager e che è in grado di apprendere.

17) Jensen e Meckling analizzano la teoria dell’agenzia studiando i problemi del rapporto tra azionisti e manager.

18) Coase dice che l’impresa è l’artificio legale destinato a risolvere i conflitti tra i vari attori, lui si domanda perché esiste l’impresa e analizza i costi di transazione, le imprese servono per minimizzare i costi di mercato. Se i costi di mercato aumentano la dimensione delle imprese cresce. La teoria di Coase verrà poi ripresa da Williamson che dice che i costi di transazione aumentano al crescere di: opportunismo, razionalità limitata, asimmetria informativa e specificità delle risorse.

19) Penrose vede l’impresa come un insieme di risorse coordinate, sono il frutto di competenze e conoscenze accumulate nel tempo; la crescita dipende dall’abilità dell’imprenditore di sfruttare al meglio le risorse e di crearne di nuove.

20) Nelson e Winter dicono che il successo delle organizzazioni dipende dal ripetere le routine di successo. Gli agenti economici sono caratterizzati da razionalità limitata e soggetti ad apprendimento cumulativo. In un ambiente tale le routine riducono l’incertezza e permettono di ripercorrere i sentieri conosciuti: path dependence. Ciò spiega la resistenza al cambiamento. Anche in questo modello il successo dell’organizzazione dipende dall’abilità del management di sfruttare le risorse accumulate in azienda. L’idea che l’impresa sia un deposito di competenze si distacca definitivamente dalle teorie neoclassiche.

21) Hymer e Marris dicono che la crescita dell’impresa e la nascita dell’impresa multidivisionale dipende dallo sfruttamento del vantaggio competitivo interno, i manager espandono i confini dell’impresa per acquisire nuove risorse e migliorare il controllo sulle risorse esistenti. Marris analizza la diversificazione delle aziende americane negli anni 60-70 e crea le premesse per la teoria dell’agenzia.

22) Chandler dice che tecnologia e mercati determinano i comportamenti delle grandi imprese: la tecnologia influenza l’organizzazione che influenza le performance. Le imprese della seconda rivoluzione sono tali perché la tecnologia impone una grande organizzazione: nascono le ferrovie e i telegrafi. Le performance delle imprese sono commisurate alla capacità della struttura di adeguarsi alle spinte tecnologiche. Chandler diceva che i paradigmi tecnologici (i principi scientifici che impongono traiettorie dominanti) determinano l’attività e la competitività delle imprese e la loro organizzazione. Alla fine del 19° secolo era nato un nuovo tipo d’impresa che aveva promosso lo sviluppo internazionale, nel 20° secolo queste imprese si concentrano negli stessi settori e uniformano i comportamenti, ciò dà via all’innovazione e ai processi di apprendimento e formazione delle capacità organizzative. Con la seconda rivoluzione nascono le reti e il triplice investimento. Chandler distingue tra imprenditore, colui che ha la responsabilità di allocare le risorse ai massimi livelli dell’impresa, dal manager, colui che agisce all’interno di un sistema di risorse creato dall’imprenditore. L’imprenditore deve creare una gerarchia manageriale. Chandler scrive 3 libri:

  • Strategia e struttura (1962): le necessità legate alla tecnologia impongono un’innovazione organizzativa che fa evolvere la grande impresa, la funzione organizzativa e l’innovazione organizzativa. Si va verso l’integrazione verticale e la multidivisionalizzazione. Le diverse divisioni sono autonome e il vertice si limita ad allocare le risorse e assegnare obiettivi, per crescere c’è bisogno di un nuovo modello organizzativo, la delega del potere.
  • La mano visibile (1977): le imprese non crescono grazie alla mano invisibile del mercato ma grazie alla mano visibile dei manager. La mano visibile è l’investimento in capitale fisso, il coordinamento amministrativo.
  • Dimensione e diversificazione (1990): Chandler osserva USA, Germania e Inghilterra. Osserva come i diversi comportamenti delle imprese impattano su mercati, istituzioni, culture e come questi impattano sulle imprese. Analizza il triplice investimento, studia le scelte imprenditoriali e le capacità organizzative. Chandler arriva alla conclusione che il modello americano è perfetto e che le altre nazioni sono vincenti laddove copiano il modello americano.

Il modello di Chandler viene criticato perché troppo rigido, era un modello che andava bene fino al 1970, le forme organizzative hanno senso in funzione di tecnologia e del contesto in cui operano, tutto ciò aveva senso in quegli anni. Il modello di Chandler però non riesce a spiegare la nascita di piccole imprese, il caso italiano e la rivoluzione industriale. Williamson sostiene che lo spacchettamento dell’impresa sia più appropriato rispetto alla teoria di Chandler. Lui basa la sua teoria sul fatto che il ruolo dell’impresa è economizzare i costi di produzione e quelli di transazione, analizza la razionalità limitata e i comportamenti opportunistici. Chandler risponde che l’unità di analisi è l’impresa e non la transazione, che ciò che conta sono i vincoli tecnologici e le risorse umane, che la crescita è indotta dalla dimensione dei mercati e che le determinanti sono le capacità organizzative.

23) Un’altra teoria opposta a Chandler è la teoria evolutiva dell’impresa. Questa teoria è di Nelson e Winter e dice che l’attenzione è sull’innovazione produttiva e non sullo scambio. L’impresa è la protagonista del cambiamento tecnologico, pertanto i reparti di R&S devono sfornare un gran numero di innovazioni, le imprese che hanno più possibilità di sopravvivere sono quelle che si evolvono. I processi evolutivi avvengono per fasi, sono segnati da path dependency (paradigmi del cambiamento tecnologico, nella prima rivoluzione si sviluppa il vapore, nella seconda l’energia elettrica e nella terza il computer).

I paradigmi dello sviluppo economico

Nel sistema preindustriale prevaleva un’impresa con un basso livello di investimenti fissi, di fronte all’incertezza del mercato era meglio essere flessibili, era meglio investire più nel capitale circolante che in quello fisso. Si passa poi a un sistema più certo anche grazie ai mercati. In ogni rivoluzione cambiano le nazioni leader, le fonti di energia, i trasporti, le imprese e i prodotti.

Wilken cerca di misurare l’impatto dell’imprenditorialità sullo sviluppo economico, studiando i modelli di diversi paesi scopre che l’imprenditorialità ha un basso impatto nei modelli americano e inglese.

Prima dell’industria

Anche prima della prima Rivoluzione Industriale (RI) si erano sviluppate nuove combinazioni di capitale, lavoro e risorse naturali per rispondere alla domanda di beni e servizi. L’economia europea in epoca preindustriale era caratterizzata da:

  • Prevalenza assoluta nel settore primario: l’80% della popolazione doveva essere impiegato nel settore primario per garantire la sopravvivenza di tutti.
  • Modesto livello di urbanizzazione: le città erano poche e piccole salvo alcune eccezioni come Parigi, Londra e in Italia Napoli erano le città più grandi al mondo.
  • Scarsa crescita demografica: Malthus disse che la popolazione non riusciva a crescere più di un certo livello senza che ci fossero crisi riguardo alla disponibilità di risorse. Se la popolazione aumentava ma la produttività agricola non aumentava arrivavano le epidemie, la pestilenza, la guerra, la carestia e la morte (4 cavalieri dell’apocalisse). La popolazione dipendeva dalla produzione agricola che fluttuava in base a eventi climatici ecc. Dopo il 15° secolo a causa della diffusione di nuove tecniche della coltivazione di terreni iniziarono a crearsi dei surplus agricoli.
  • Alta polarizzazione nella distribuzione del reddito: c’era una forte disuguaglianza nella distribuzione del reddito.
  • Rigidità della struttura sociale: era difficile nascere contadino e morire artigiano.

Piano piano iniziano a verificarsi, a macchia di leopardo, miglioramenti nell’agricoltura, una rivoluzione commerciale e una modernizzazione istituzionale. L’impresa è un luogo in cui entrano gli input, capitale, lavoro, materie prime, energia, know-how ecc. ed escono come output beni e servizi per il consumo di individui o imprese. L’impresa in quanto luogo dove avviene la trasformazione da input ad output è sempre esistita, ciò che cambia è l’introduzione dei mercati degli input e dei prodotti finiti. Per quanto concerne gli input, il lavoro, i lavoratori erano vincolati alla terra, erano di proprietà del signore feudale, non potevano andare a vivere in città, il capitale, non c’era domanda e offerta di capitale si usavano le doti familiari, le materie prime, la terra restava di proprietà di chi era.

Le forme d’impresa in età preindustriale erano: La produzione agraria (il settore primario): l’impresa conta...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariagiovannamureddu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Business History e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano o del prof Binda Veronica.
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