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Analiticamente, una domanda è assolutamente elastica quando il suo coefficiente angolare b tende a

 e quindi la derivata prima della funzione rispetto all’imposta è uguale a 0, ovvero una variazione

dell’imposta comporta una variazione del prezzo pari a zero.

OFFERTA RIGIDA ed OFFERTA INFINITAMENTE ELASTICA

Nel caso di offerta rigida le imprese venderanno la stessa quantità Q a qualsiasi livello di prezzo.

m

L’introduzione dell’imposta, quindi, non modificherà la curva di offerta.

In questo modo l’imposta ricade completamente sul produttore sia nel caso in cui l’incidenza legale

sia sul consumatore che sul produttore.

infinitamente infinitamente

P P

rigida elastica

O O

C C A

A

D

Pm Pm B

Pm - T B

E D D

C C

Qm Q Q Qm Q Q

C C

Nel caso di una curva di offerta infinitamente elastica, il produttore è disposto ad offrire quantità

infinite di bene ad un solo prezzo P . Con l’introduzione dell’imposta il produttore fa ricadere

m

completamente sul consumatore l’imposta riducendo le quantità prodotte. La curva di domanda si

contrae spostandosi verso il basso.

In conclusione, rispetto ad un’imposta sul consumatore:

- quanto più aumenta l'elasticità della domanda tanto minore sarà l'effetto

dell'imposta sul consumatore.

- se la domanda è anelastica l'effetto dell'imposta ricade interamente sul consumatore.

- quanto più elastica è l'offerta tanto più l'imposta ricadrà sul consumatore e

viceversa.

IMPOSTE AD VALOREM

Mentre l’introduzione di un’imposta specifica comporta lo spostamento parallelo delle curve, con

un’imposta ad valorem, in quanto legata al valore e non alla quantità, si modificano sia l’intercetta

che la pendenza delle curve (coefficiente angolare). 52

Con l’introduzione dell’imposta ad valorem, la curva di

P domanda, al netto dell’imposizione, si sposta verso il basso e

riduce la sua inclinazione.

L’imposta non modifica le preferenze del consumatore

(espresse dalla D ) ma modifica ciò che il produttore riceve,

c 1C.

rappresentato dalla curva D

Pg C A O C

Pc La quantità di bene si riduce da Q a Q . Per il consumatore, il

c m

P prezzo aumenta da P a Pg (di un ammontare inferiore

c

E D

m all’imposta, che è la differenza tra Pg e P )

C

B m

il prezzo incassato dal produttore è uguale alla disponibilità a

1C

D pagare Pg per la quantità Q meno l'imposta. Il prezzo

m

effettivamente ricevuto dal produttore si è ridotto passando da

P a P

C m.

L’area ABCE rappresenta il gettito di imposta:

-

Qm Q Q la differenza Pg - P ricade sui produttori

C

C - la differenza P – P ricade sui consumatori

C m

INCIDENZA DI UN’IMPOSTA SPECIFICA IN REGIME DI MONOPOLIO

dal lato della domanda

Il monopolista fissa il prezzo sulla base dell’uguaglianza tra ricavi e costi marginali.

P costituisce il prezzo corrispondente a tale condizione, determinato attraverso la proiezione della

m

quantità stabilita dal monopolista sulla curva di domanda.

Il profitto del monopolista sarà pari all’area P ABP (che rappresenta un extraprofitto).

m c

Ipotizziamo l’introduzione di un’imposta specifica dal lato della domanda.

La curva di domanda si sposta verso il basso, parallelamente alla precedente, di un ammontare pari

all’imposta T. Lo spostamento della funzione di domanda influisce sulla curva dei ricavi marginali

che si sposta anch’essa verso il basso (il ricavo marginale è la derivata prima della funzione di

domanda = ricavi medi). 53

P D CMe

Pg CMa

Pm A

Pc B 1

D

RMa

1

RMa

Qm Q Q

C

Il consumatore paga il prezzo Pg al lordo dell’imposta.

P D

CMe

Pg E CMa

Pm F

G C

Pc 1

D

1 RMa

RMa

Qm Q Q

C

Anche se si ha una riduzione dei ricavi totali (pari a P FCG), il monopolista continua ad ottenere un

m

extraprofitto su di una quantità inferiore. Il consumatore paga un prezzo pari a P , mentre il

g

monopolista riceve P . L’imposta viene traslata completamente sul consumatore

m

(infatti, P – P = T).

g m 54

Dal punto di vista analitico:

PRIMA DELL’IMPOSTA DOPO L’IMPOSTA

la domanda è pari a: Q = a – bP la domanda è pari a: Q = a – b ( P + T)

d d

in quanto nel prezzo è inclusa l’imposta.

P = (a – Q )\b

d P = (a – bT – Q) \ b

Cma = eQ + d Cma = eQ + d

R P Q

tot = 2

R = (a-Q) Q \ b = a\b Q – Q \ b 2

R = (a – bT – Q) Q \ b = (a – bT) Q \ b– Q \ b

tot tot

(derivando rispetto alla quantità) (derivando prima rispetto alla quantità)

Rma = a \ b – 2Q \ b Rma = (a – bT - 2Q)\b

Rma = (a – 2Q)\b STUDIO FUNZIONE DOMANDA

STUDIO FUNZIONE DOMANDA Q = 0 P = (a – bT)/b

Q = 0 P = a/b d

d P = 0 Q = a - bT

P = 0 Q = a d

d STUDIO FUNZIONE Rma

STUDIO FUNZIONE Rma Q = 0 Rma = (a-bT) /b

Q = 0 Rma = a \ b o

P = 0 Q = (a-bT) / 2

o

Rma = 0 Q = a \ 2

INCIDENZA DI UN’IMPOSTA SPECIFICA IN REGIME DI MONOPOLIO

dal lato dell’offerta

L’introduzione dell’imposta fa spostare la curva dei costi marginali verso l‘alto, parallelamente, in

misura pari all’imposta stessa. Allo stesso modo si sposterà la curva dei costi medi.

P CMe

Pg CMa

Pm F

G C D

E RMa

Qm Q Q

C 55

Le quantità si riducono da Q a Q e si ha un innalzamento del prezzo da P in P

C m m g.

Gli effetti dell’imposta sul produttore sono uguali agli effetti di un’imposta sul consumatore, si ha,

cioè, traslazione dell’imposta sul consumatore.

N.B. con un’imposta ad valorem che grava sul consumatore, la curva dei ricavi marginali e della

domanda ruotano invece di traslare parallelamente verso il basso.

Nel caso in cui l’imposta ad valorem ricada sul monopolista la curva di ricavi medi e ricavi

marginali cambiano la loro inclinazione, determinando una quantità massimizzante inferiore.

IMPOSTA SUI PROFITTI DELLE SOCIETA’

IN CASO DI MONOPOLIO

L’obiettivo di massimizzazione del profitto muove le scelte del monopolista.

La condizione di massimizzazione non viene modificata dall’introduzione dell’imposta. Ciò implica

che, date le curve di costi e ricavi marginali, il monopolista continuerà a massimizzare il proprio

profitto in Qm, sopportando interamente l’onere dell’imposta.

I consumatori, infatti, continueranno a corrispondere il prezzo P corrispondente alla quantità Q

g g.

Il produttore non può traslare l’imposta sul consumatore.

P CMe

F CMa

Pg G C

Pm D

RMa

Qg Q

Dal punto di vista analitico, si osserva come le condizioni di massimizzazione del profitto non

mutano all’introduzione dell’imposta. 56

PRIMA DELL’IMPOSTA DOPO L’IMPOSTA

Il massimo profitto sia ha quando si massimizza la Il massimo profitto sia ha quando si massimizza la funzione:

funzione: R (1-T) = [R (Q) – C(Q)] (1-t)

n L

R = R (Q) – C(Q)

n L ossia :

ossia : dR \ dQ (1-t) = dR \ dQ (1-t) - dC\ dQ (1-t) = 0

n L

dR \ dQ = dR \ dQ - dC\ dQ = 0

n L dR \ dQ = dC\ dQ

L

dR \ dQ = dC\ dQ

L

IMPOSTA SUI PROFITTI DELLE SOCIETA’

IN CASO DI CONCORRENZA PERFETTA

La stessa situazione si ha in regime di concorrenza perfetta:

PRIMA DELL’IMPOSTA DOPO L’IMPOSTA

Il massimo profitto sia ha quando si massimizza la Il massimo profitto sia ha quando si massimizza la funzione:

funzione: R (1-T) = [PQ – C(Q)] (1-t)

n

R = PQ – C(Q)

n ossia :

ossia : dR \ dQ (1-t) = P (1-t) - dC\ dQ (1-t) = 0

n

dR \ dQ = P - dC\ dQ = 0

n P = dC\ dQ

P = dC\ dQ

Poiché le imprese sono price taker, non si modificano né le curve dei costi, né quelle dei ricavi.

Nessuna impresa è incentivata a variare il livello di produzione e, quindi, il prezzo pagato dai

consumatori.

L’imposta ricade interamente sui produttori (non c’è traslazione).

:

INCIDENZA DELL’IMPOSTA IN CASO DI OLIGOLPOLIO

TESI DI BAUMOL – WILLIAMSON

La teoria nasce da un’osservazione più completa e moderna delle caratteristiche che qualificano la

grande impresa, come l’azionariato diffuso e le problematiche di coordinamento degli obiettivi tra

proprietà e management.

Tale teoria introduce il concetto di profitto minimo atteso, alternativo alla massimizzazione del

profitto considerato come unico dalla teoria classica.

L’ipostazione teoria fa perno sulle asimmetrie informative che si realizzano tra azionisti (proprietà)

e management all’aumentare della dimensione e complessità dell’attività di impresa.

La conclusione a cui gli autori Baumol e Williamson giungono è che, quando l’obiettivo

imprenditoriale non è costituito dalla massimizzazione del profitto ma dalla massimizzazione delle

57

vendite, la traslazione avviene sia in caso di imposta sulle quantità, sia in caso di imposta sul

4

profitto quando queste influiscano sul profitto minimo atteso dagli azionisti.

Tale teoria ricorre ad una analisi condotta in un regime di oligopolio, dove poche grandi imprese

offrono la totalità del prodotto. L’obiettivo di ogni oligopolista è la massimizzazione delle vendite,

5

ossia massimizzare la quota di mercato . Le strategie delle singole imprese dipenderanno, quindi, da

quelle avversarie.

E’ possibile rappresentare graficamente la curva dei costi e dei ricavi totali dell’impresa

oligopolistica. La curva dei ricavi totali non sarà infinitamente crescente come avviene in un regime

monopolistico. Il punto G, detto punto di Cournot, rappresenta la quantità che permette

il massimo profitto, ossia punto in cui è massima la distanza tra le curve

P\C di ricavi e costi totali.

ricavi totali E’ possibile rappresentare il livello di profitto dell’impresa oligopolistica

per ogni livello di bene prodotto, corrispondente alla curva E.

In F, dove Rtot = Ctot, il profitto sarà nullo. Il punto di massimo della

curva corrisponderà alla quantità G.

costo totale di

produzione L’obiettivo della direzione, in mancanza di vincolo da parte degli

E azionisti di remunerazione minima del capitale, porterebbe alla quota

massima di mercato, ossia il livello massimo di ricavi, corrispondente

E’ M alla quantità di bene F.

Introducendo il vincolo di remunerazione minima del capitale,

rappresentato dalla curva M, nel punto F questo non viene soddisfatto

1

(punto di remunerazione nulla). Il punto G rappresenta la quota di

G G’’ G’ F mercato massima nel rispetto del vincolo.

O quantità Introducendo l’imposta sui profitti, la curva dei profitti si abbassa in E’.

L’imposta porterà alla riduzione della quota di mercato da G’ a G’’,

Imposta specifica sulla quantità sempre nel rispetto del vincolo di remunerazione minima.

Con la riduzione della quantità si avrà un corrispondente aumento di

prezzo. L’imposta viene traslata sui consumatori.

Nel caso di un’imposta sul profitto la curva si riduce in ampiezza simmetricamente:

P\C ricavi totali costo totale di

produzione

E

E’ M

G G’’ G’ F

O quantità

Imposta sui profitti

4 Con obiettivo di max profitto, l’imposta sulle quantità si trasla sempre e comunque, mentre quella sul profitto non

viene mai traslata.

5 Nelle imprese oligopolistiche l’obiettivo della direzione è la massimizzazione delle quote di mercato al fine sia di

proporre un’immagine aziendale solida agli azionisti sia perché esse costituiscono la base per la loro remunerazione,

tenendo presente, in ogni caso, l’obiettivo di remunerazione minima del capitale fornito dagli azionisti, che viene a

costituire un vero e proprio vincolo. 58

MODELLI DI EQUILIBRIO GENERALE

HARBERGER

I modelli di equilibrio generale prendono in considerazione come i diversi mercati interagiscano

dopo l’introduzione di un’imposta, al fine di analizzarne le conseguenze.

Uno dei modelli più noti è stato proposto da Harberger.

Egli parte da alcune ipotesi semplificatrici:

- Le imprese producono il loro output con due soli fattori, capitale e lavoro.

- i settori si distinguono in base all’alta densità di capitale utilizzato nella produzione e ad

alta intensità di lavoro.

- Capitale e lavoro sono perfettamente mobili da un settore ad un altro.

- ci ritrova in regime di concorrenza perfetta

- l’offerta complessiva dei fattori è fissa

- i consumatori hanno le stesse preferenze

Sulla base delle ipotesi formulate, si osserva che un’imposta sui beni dipende sia dal reddito che dal

livello di consumi. Data la quantità fissa totale dei fattori produttivi e la loro perfetta mobilità,

l’imposta che ricade sul reddito equivale ad un’insieme di imposte su capitale e lavoro.

La validità di tale analisi viene meno quando:

- l’introduzione dell’imposta và a modificare le preferenze dei consumatori

- quando sussistano barriere all’uscita da un investimento

- quando si ha offerta totale variabile dei fattori produttivi.

IMPOSTA PERSONALE SUL REDDITO

l’imposta personale sul reddito è connessa alla produzione di reddito dell’individuo.

La sua caratteristica principale è la progressività.

Posto T(Y) il gettito ed Y la base imponibile:

- l’aliquota media è l’ammontare dell’imposta per ogni euro di imponibile, ossia l’imposta che

l’individuo paga mediamente sul suo reddito. Viene calcolata come il rapporto tra gettito ed

imponibile :

t = T(Y)\Y

a

- l’aliquota marginale è l’aliquota pagata sull’ultimo euro del reddito di un individuo, ossia

quell’imposta che viene pagata per un euro in più dell’imponibile Y. Viene calcolata come rapporto

incrementale tra il gettito e la base imponibile:

t = dT(Y)\dY

m

Nel caso di un criterio impositivo proporzionale l’aliquota media e l’aliquota marginale

coincidono.

Per ogni lira in più si avrà un aumento del gettito pari a:

t = t

a m 59

aliquota

T progressiva L’imposta progressiva cresce più che proporzionalmente, mentre

quella regressiva cresce meno che proporzionalmente.

aliquota 

t = dT(Y)\dY > 1 progressiva

proporzionale m 

t = dT(Y)\dY < 1 regressiva

m

aliquota

regressiva

reddito In una imposta di tipo progressivo il carico fiscale

cresce più rapidamente di quanto cresca il reddito.

∆T > ∆Y

aliquota

T progressiva

∆T T(Y)

L’aliquota media non dà informazioni sulla

progressività. E’ necessario ricorrere al concetto di

aliquota marginale.

L’aliquota marginale aumenta con l’aumentare

della base imponibile.

∆Y

N.B. il grafico si riferisce ad una progressività

continua. Esistono altri tipi di proporzionalità

come quella per scaglioni o per classi.

reddito

In un’imposta regressiva, invece, l’aliquota

imposta marginale diminuisce con l’aumentare della base

T regressiva imponibile.

T(Y)

reddito 60

PROGRESSIVITA’ PER CLASSI

Nella progressività per classi le aliquote si presentano come crescenti man mano che si passa da una

classe di reddito a quella successiva, più elevata.

La caratteristica è che l’aliquota applicata sul reddito è quella associata alla classe di appartenenza.

Un’aliquota di questo tipo può portare alla violazione dell’equità verticale quando il reddito si

attesta sui limiti della classe e, quindi, di giustizia tributaria.

Per i redditi di classi superiori, ma prossimi ai redditi della classe inferiore, l’aliquota marginale

sulle differenze di reddito risulta essere superiore al 100%.

Ciò provoca effetti disincentivanti sul lavoro, sul risparmio o sull’investimento degli individui con

redditi di poco inferiori al limite superiore.

Es. Y = 100.000 Y = 100.100 Per 1 euro in più

T = 10.000 T = 20.020

a a

1 classe 2 classe di reddito T

aumenta di

reddito netto reddito netto 10.020

t= 10% t= 20% 90.000 79.980

100.000 €

PROGRESSIVITA’ PER SCAGLIONI

Nella progressività per scaglioni si ha, invece, il rispetto del criterio di equità verticale e giustizia

tributaria, in quanto la maggiore aliquota si applica solo alla parte di imponibile che supera il

minimo dello scaglione a cui l’aliquota si riferisce (è solo l’incremento, cioè, ad essere soggetto alla

maggiore aliquota).

ricorrendo ad un esempio numerico: 1° scaglione reddito eccedente il 1° scaglione

a a

1 scagl. 2 scagl. Y = 100.100

Y = 100.000 T = (10% 100.000) + (20% *100 )

T = 10.000

t= 10% t= 20% T = 10.000 + 20 = 10.020

100.000 € in caso di progressività per classi

T = 20.020

PROGRESSIVITA’ PER DEDUZIONE

La deduzione viene effettuata dalla base imponibile. L’aliquota formale si applica alla base

imponibile al netto del minimo esente.

L’aliquota media diventa progressiva:

T = t ( Y-M )

dove t rappresenta l’aliquota teorica o nominale ed M la deduzione.

t = t ( Y-M ) \ Y = t ( 1 – M\Y)

a 61

t non è, in questo caso, funzione del solo reddito.

a

Per i redditi elevati, infatti, l’incidenza della deduzione sul reddito diminuisce, e l’aliquota media

tende verso l’aliquota nominale.

Per i redditi bassi, invece, l’incidenza della deduzione sul reddito aumenta, e l’aliquota media si

riduce.

Rispetto all’aliquota marginale:

2 2

dT\dY = [tY – t (Y-M)] \ Y = tM \ Y

dT\dY > 0

Questo sistema favorisce, quindi, i redditi bassi.

PROGRESSIVITA’ PER DETRAZIONE

L’aliquota formale si applica alla base imponibile e dal gettito ricavato si detrae un minimo esente.

L’aliquota media diventa progressiva:

T = t Y- D

dove t rappresenta l’aliquota teorica o nominale e D la detrazione.

t = ( tY- D ) \ Y = t – D\Y

a

Per i redditi elevati, infatti, l’incidenza della detrazione sul reddito diminuisce, e l’aliquota media

tende verso l’aliquota nominale.

Per i redditi bassi, invece, l’incidenza della detrazione sul reddito aumenta, e l’aliquota media si

riduce.

L’aliquota marginale: 2 2

dT\dY = [tY –( tY-D)] \ Y = D \ Y

dT\dY > 0

Questo sistema favorisce, quindi, i redditi bassi.

CURVA DI RAFFEL

Nel sistema progressivo ∆T\∆Y > 1, ossia si ha una crescita più che proporzionale.

Nel contesto dei fenomeni economici determinati dal sistema fiscale, la tendenza generale rilevabile

è quella per cui il contribuente cerca di ridimensionare l’onere fiscale riducendo il sacrificio

derivante dall’imposta.

Da queste considerazioni Raffel definisce un modello grafico con il quale definisce la rlazione

esistente tra gettito ed aliquota.

Quando la progressività raggiunge un’aliquota confiscatoria, può risultare disincentivante anche a

livello globale.

Laffer individua un’aliquota t oltre la quale il gettito diminuisce. L’aliquota così individuata

a

massimizza il gettito per lo stato. 62

T entrate tributarie t A aliquota

Il modello fa riferimento ad un sistema fiscale semplificato dove la base imponibile e l’aliquota

sono uniche, prescindendo, inoltre, da politiche distributive.

Infatti all’aumentare della sua complessità, ossia un sistema fiscale in cui sussistono più tipologie di

contribuenti e di basi imponibili, il modello risulta non verificato.

.

DEFINIZIONE DI REDDITO

La definizione di reddito risulta strumentale alla definizione di base imponibile.

Assumere una determinata configurazione di reddito significa individuare le differenti categorie che

definiscono, ciascuna, una base imponibile.

Il reddito può essere inteso come:

- prodotto

- entrata

- consumo

- reddito come prodotto

In tale configurazione, la base imponibile è costituita dalla remunerazione dei fattori produttivi

R = salari + profitti + interessi + rendite

p

La motivazione di tale configurazione poggia sul fatto che ogni parte del prodotto contiene una

quota parte dei servizi pubblici. Lo Stato viene, cioè, considerato alla stregua di un fattore

produttivo, base logica per cui l’imposta và commisurata al prodotto.

Il concetto di reddito come prodotto mantiene, però, esclusi i redditi derivanti da plusvalenze

patrimoniali o capital gains. Non vengono, cioè, considerati nel calcolo della base imponibile gli

incrementi dei cespiti patrimoniali.

La base imponibile, inoltre, non include le eredità o donazioni in quanto queste, di fatto, non

costituiscono remunerazione dei fattori, non essendo legati alla produzione.

Assumere tale configurazione implica, quindi, la necessità di applicare sistemi integrativi di

tassazione che colpiscano i redditi che rimangono esclusi.

- reddito come entrata (o definizione di reddito su base esaustiva) 63

Musgrave definisce il reddito come quella parte di ricchezza consumabile lasciando invariato il

patrimonio iniziale. Il reddito, quindi, è pari alla somma dei consumi e della variazione patrimoniale

∆W.

RI = C + ∆W

Ciò, però, significa tassare anche quel reddito che solo potenzialmente potrebbe essere consumato.

Rispetto alla configurazione come prodotto, considerando la variazione aggiuntiva rispetto alla

situazione precedente, la base imponibile comprenderà i trasferimenti di ricchezza (essendo entrate

aggiuntive).

- reddito come consumo (Kaldor)

Costituiscono reddito reale solo i servizi creati dal capitale e dagli individui che danno una

soddisfazione diretta agli individui che li usano. Per cui:

RI = C

L’imposizione deve ricadere sul consumo effettivo (rispetto alla precedente che colpiva anche il

consumo solo potenziale).

Non rientrano in questo concetto i trasferimenti di ricchezza nel tempo. Essi rientreranno solo

quando consumati.

IMPOSTA SU BASE ESAUSTIVA E IMPOSTA SULLA SPESA

EFFETTI DI EQUITA’

Dal confronto tra le due configurazioni risulta che le due imposte sono equivalenti, anche se non in

modo perfetto.

Vengono tassate stesse quantità di reddito anche se in tempi differenti (rispetto al verificarsi di

esborsi e pagamenti).

L’equivalenza non perfetta trova ragione nel considerare il differente valore che la ricchezza ha nel

corso del tempo. Infatti l’imposizione che ricade su spese per beni durevoli risulta essere più

onerosa.

EFFETTI DI EFFICIENZA

Mentre si può parlare di equivalenza per ciò che attiene agli effetti sull’offerta di lavoro, ciò non è

valido per il risparmio.

Variazioni dell’imposta sulla spesa, infatti, incentivano o disincentivano i consumi e, come riflesso,

il risparmio. Ciò, invece, non accade in presenza di imposta su base esaustiva.

La scelta del concetto di reddito, allora, modifica le preferenze della società. Ogni comportamento

dello Stato influisce sul comportamento degli individui che hanno come obiettivo quello di

minimizzare il carico fiscale, anche rispetto al tempo.

PROBLEMATICHE LEGATE ALL’APPLICAZIONE DELL’IMPOSIZIONE SU BASE

ESAUSTIVA (REDDITO COME ENTRATA) 64

L’applicazione di una base imponibile di tipo esaustivo presenta alcuni problemi per le forme non

monetarie di reddito che non transitano per il mercato, come l’autoconsumo per gli agricoltori, i

lavoro di riparazione fatti in proprio, di cui non è possibile l’imposizione.

Ciò genera problemi di tipo allocativo, ad esempio incentivando lo sviluppo di un’economia

sommersa, e di tipo distributivo, ad esempio nella misura in cui il lavoro domestico avvantaggia un

nucleo familiare che percepisce un solo reddito da lavoro.

Una delle forme più diffuse di remunerazione non monetaria è la corresponsione di parte del reddito

da lavoro in natura (benefits), anche se le legislazioni fiscali si stanno muovendo in tal senso al fine

di inserire questo tipo di remunerazione nel sistema d’imposizione.

Altro problema è rappresentato dai capital gains. La loro mancata tassazione frena la distribuzione

di dividendi con effetti distorsivi nei mercati finanziari. Ciò comporta problemi sia di tipo

allocativo, in quanto sottratti all’imposizione, sia di tipo distributivo in quanto la misura dei capital

gains è legata all’andamento del reddito: ne trarranno maggior vantaggio, quindi, gli individui con

redditi più elevati.

TEORIE DELL’IMPOSIZIONE OTTIMALE

ECCESSO DI PRESSIONE – REGOLA DI RAMSEY

L’imposizione può comportare la modifica delle preferenze individuali. Tale situazione corrisponde

ad una perdita di benessere espressa da ciò che viene detto eccesso di pressione, un sacrificio che

non si traduce in gettito fiscale.

Nella costruzione di un sistema fiscale è necessario trovare un insieme di imposte che riducano al

minimo le modificazioni delle preferenze individuali.

Lo studio di tali problematiche riconosce l’esigenza di analizzare le differenti tipologie di imposte

al fine di individuarne il grado di distorsione e, di conseguenza, l’entità dell’eccesso di pressione.

Lo sviluppo della tesi di Ramsey prende in considerazione :

- la tipologia di imposta

- l’elasticità della domanda

- le caratteristiche dei costi di produzione

tre aspetti determinanti per l’equilibrio di un settore rispetto agli effetti economici delle imposte.

Un’imposta che non modifica le preferenze, non distorsiva o neutra, è costituita dall’imposta in

somma fissa (come previsto dall’economia del benessere).

- per ciò che attiene un’imposta ad valorem sui consumi

Si assume come ipotesi semplificatrice che la curva di offerta si presenti come rigida alle variazioni

di prezzo, rappresentata graficamente da una curva orizzontale.

Il beneficio viene misurato dalla rendita del consumatore (surplus) che è pari alla differenza tra ciò

che il consumatore è disposto a pagare, per ogni quantità acquistata, ed il prezzo effettivamente

pagato. 65

P Il consumatore subisce, per effetto

dell’innalzamento del prezzo, una perdita di

surplus pari all’area Pm B C Pc.

B Pm B A Pc corrisponde alla misura del

Pm gettito fiscale che rappresenta il beneficio

O t futuro che lo Stato corrisponderà alla società

per mezzo della produzione\fornitura di beni

Pc A C e servizi pubblici, per cui si avrà una perdita

O netta pari al triangolo ABC.

D

Q Q

Qm Q C

n

La perdita netta di benessere deriva dall’effetto distorsivo dell’imposta sulle preferenze dei

consumatori, rappresenta, cioè, l’eccesso di pressione.

E’ possibile osservare che l’eccesso di pressione:

- cresce al crescere dell’aliquota

- cresce al crescere dell’elasticità della domanda

Al crescere dell’aliquota da t a 2t, l’eccesso di pressione da AED diventa pari ad A’E’D.

Graficamente si osserva un aumento più che proporzionale. Infatti, per costruzione, l’area AED

rappresenta 1\4 dell’area A’E’D.

L’aumento è pari al quadrato dell’aliquota (si passa cioè da 2t a 4t).

P A’

(1+2t)P A 2t

(1+t)P t O t

P E’ E D O

Q Q

Qm Q C

n 66

- elasticita’ della domanda

Supponiamo di avere due curve di domanda con elasticità differenti.

PP’ è pari all’imposta che determina un eccesso di pressione AED in presenza della domanda d e

1

A’E’D con una curva di domanda d .

2

L’eccesso di pressione che l’imposta determina con la curva di domanda d è maggiore rispetto alla

2

curva di domanda d . Ciò significa che quanto più è elevata l’elasticità della domanda, maggiore

1

sarà la fuoriuscita dal mercato, ossia il cambiamento delle preferenze.

Algebricamente:

∆P = P(1+t) – P = Pt

∆Q = (∆Q\∆P ) ∆P

L’elasticità della domanda è data dalla variazione percentuale della quantità (∆Q\Q) rispetto alla

variazione percentuale del prezzo (∆P\P).

η = (∆Q\Q) \ (∆P\P) = (∆Q\∆P) (P\Q)

risolvendo per ∆Q

(∆Q\∆P) = η(Q\P)

∆Q = η ∆P (Q\P)

se ∆P = tP

è possibile calcolare l’area del triangolo corrispondente all’eccesso di pressione.

AE = ∆P = tP

ED = ∆Q

L’area AED = (AE * ED)\2 quindi è possibile scrivere:

AED = tP η ∆P (Q\P) \ 2 = tP η tP (Q\P)

2

AED = 1\2 ( Pt η Q) 67

L’eccesso di pressione dipende, quindi, dal quadrato dell’aliquota e dall’elasticità della domanda.

Secondo le indicazioni di Ramsey, per ridurre gli effetti in termini di eccesso di pressione generati

da aliquote elevate è possibile, ricorrere ad un paniere di beni più ampio con aliquote più basse.

Inoltre è preferibile colpire beni che presentano domanda rigida.

E’ possibile osservare come le conclusioni a cui giunge Ramsey siano in contrasto con quanto

affermato dalla teoria della costituzione in merito alla possibilità di sfruttamento esercitato dal

Leviatano in caso di beni a domanda rigida, ovvero alla protezione costituzionale di tali beni.

IMPOSTE SUL REDDITO

TESI DEL BARONE

In un primo momento si è affermato che le imposte sul reddito non modificano le scelte individuali

in termini di rapporto tra l’utilizzo delle risorse. Più recentemente, invece, tale posizione è cambiata

verso l’affermazione che anche in questo caso le preferenze degli invidi si modificano.

Posto di avere una curva di utilità dell’individuo

U = U(x,y)

ed il vincolo di bilancio costituito dal suo reddito:

R = P X + P Y

x Y

SMS = P \ P

x Y

Con un’imposta in somma fissa T si va a ridurre l’ammontare del reddito.

R-T = P X + P Y

x Y

SMS = P \ P

x Y

L’inclinazione del vincolo non si modifica, lasciando invariato il prezzo dei beni sia in termini

assoluti che in termini relativi.

L’unico effetto è la riduzione del reddito stesso.

Lo stesso accade con un’imposta tR 68

R-tR = P X + P Y

x Y

SMS = P \ P

x Y

Misurando il benessere attraverso le curve di indifferenza:

Partendo dalla curva di indifferenza raggiungibile

dall’individuo in assenza di imposte, secondo la tesi del

Barone ci si sposta dal punto E in E’’, con stessa inclinazione

pari al SMS ma con quantità inferiori.

bene

Y Prendendo, invece, in considerazione un’imposta sui consumi

del bene x che generi lo stesso gettito fiscale KE’ :

-si avrà uno spostamento della retta di bilancio FG

- il nuovo vincolo di bilancio avrà stessa intercetta verticale e

passerà per il punto E’ (infatti, un’imposta sui consumi del

A bene x non modifica i consumi del bene Y).

K Considerando la curva di indifferenza tangente in E’, si

F osserva come l’imposta sui consumi provochi una maggiore

perdita di benessere nel passaggio da E ad E’, rispetto al punto

E’’.

E’ E 1

I

E’’ 2

I

3

I bene

G B X

IMPOSTE SUL REDDITO (da lavoro) ED effetti sull’OFFERTA DI LAVORO

L’equilibrio nel mercato del lavoro si ha quando domanda ed offerta si eguagliano. L’imposizione

dei redditi da lavoro porta alla modificazione di tale equilibrio.

Rappresentando graficamente domanda ed offerta di lavoro:

W imposta che grava offerta di lavoro

sull’impresa degli individui

B A

C Domanda di

lavoro

imposta che grava dell’imprenditore

sui lavoratori quantità di fattore

lavoro

All’aumentare del salario chiesto W si riduce la domanda di lavoro da parte degli imprenditori, che

sarà quindi rappresentata da una retta inclinata negativamente. 69

All’aumentare del salario W offerto dalle imprese, aumenta l’offerta di lavoro da parte degli

individui. La curva di offerta sarà, quindi, rappresentata da una curva inclinata positivamente.

La relazione esistente tra variazioni del salario e del lavoro è una relazione inversa.

Con l’introduzione di un’imposta la remunerazione ricevuta dai lavoratori diminuisce. Ciò porta

alla riduzione del lavoro che essi offrono. Analizzando dal punto di vista grafico all’introduzione

di un’imposta sul lavoro, la curva di domanda effettiva si sposta verso il basso (pari all’entità

dell’imposta). La nuova curva di domanda esprime il salario realmente percepito dai

lavoratori (e realmente offerto dalle imprese). Ci si trova in una situazione di eccesso di

offerta. Ciò provoca una riduzione del livello salariale W per raggiungere un nuovo punto di

equilibrio a cui corrisponde una minore occupazione (quantità di L).

Le imprese subiscono un onere derivante dall’imposta pari a BC. Attraverso le dinamiche del

mercato del lavoro, parte dell’onere ricade sui lavoratori.

INCIDENZA DELL’IMPOSTA SUL LAVORO CON OFFERTA RIGIDA

Prendendo In considerazione un caso limite, dove si ha un’offerta di lavoro completamente rigida,

l’imposizione viene a ricadere completamente sui lavoratori, in quanto l’impresa sostituisce il

lavoro, ora più costoso, con il capitale. La domanda dell’imprenditore si riduce di conseguenza.

W l’imposta ricade

sui lavoratori offerta di lavoro

degli individui

B A

C Domanda di

lavoro

dell’imprenditore

quantità di fattore

lavoro

INCIDENZA DELL’IMPOSTA SUL LAVORO CON OFFERTA VARIABILE NEL

TEMPO

Rispetto ad una curva di tipo lineare, le caratteristiche differenti del mercato primario e secondario

del lavoro in funzione delle mansioni, responsabilità o altre caratteristiche è più verosimile, rispetto

al lungo periodo che permette flussi in entrata ed uscita tra occupati e disoccupati, una curva

d’offerta di lavoro che abbia un andamento crescente rispetto all’aumentare del livello salariale fino

ad un livello per cui l’offerta diventa rigida per poi contrarsi per livelli di reddito molto elevati.

Tale andamento trova la sua origine nel rapporto inverso esistente tra lavoro e tempo libero.

Oltre un determinato livello salariale il beneficio legato al tempo libero è tale da sostituirsi al tempo

lavorativo. (O, ancora, rispetto ad un nucleo familiare con un membro che percepisca un salario

elevato permette agli altri componenti di non lavorare). 70

W

W L’effetto dell’imposta dipenderà dall’elasticità

0 della curva di offerta di lavoro degli individui.

Nel tratto di flessione all’indietro, l’effetto

1

W dell’imposta, spostando la curva di domanda da

D L 1L

D in D , riduce il livello salariale W che

L

passa in W , che è l’ammontare di salario che

1

1L

D l’individuo percepisce.

La variazione salariale risulta essere maggiore

dell’entità dell’imposta. Inoltre i livelli di

occupazione sono aumentati.

O L 1L

Q L

Q

L

W Nel tratto elastico della curva di offerta l’effetto

dell’imposta porta ad una riduzione del salario

pari all’ammontare dell’imposta.

O La quantità di lavoro (occupati) si riduce.

L

D L

1L

D Nel tratto rigido dell’offerta l’effetto

dell’imposta sul salario porta ad una sua

W riduzione di ammontare maggiore dell’imposta

0 stessa. In questo caso si ha, a differenza delle

1

W altre ipotesi, un aumento della quantità di

lavoro di equilibrio.

1L Q L

Q L

W D L

W 0 1L

D

1

W O L 1L

Q L

Q

L

ECCESSO DI PRESSIONE

Ipotizzando che A sia un punto di equilibrio in assenza di imposte a cui corrisponde un salario s.

Per effetto dell’imposizione.si determina un altro punto C di equilibrio a cui corrisponde un livello

salariale più basso pari a (1-t)s.

Data la relazione diretta tra salario ed ore lavoro, queste ultime si riducono.

Il valore perso dall’economia, ossia quel sacrificio a cui non corrisponde un gettito fiscale è pari

all’area ABC.

L’eccesso di pressione si viene a determinare dal lato dell’offerta (a differenza delle ipotesi di

Ramsey che considerava un eccesso di pressione determinato dal lato della domanda). 71

W offerta di lavoro

eccesso di degli individui

pressione

B

s imposta A

(1-t)s C quantità di fattore

lavoro

EFFETTI DI UN’IMPOSTA NELLA SCELTA TRA LAVORO E TEMPO LIBERO

Ogni individuo sceglie in merito al rapporto tra tempo lavorativo e tempo libero.

Tale scelta poggia sul criterio marginalista di massimizzazione dell’utilità derivante dalle differenti

combinazioni di tempo libero e lavoro che vengono a rappresentarne il vincolo.

Rappresentando tali combinazioni su di un sistema di assi cartesiani, in cui le ascisse rappresentano

il tempo libero e, secondo una logica complementare le ore lavoro, e le ordinate il reddito percepito

sulla base delle ore lavoro.

Reddito

per offerta di lavoro

settimana degli individui

B

G E

reddito A

Pendenza = s

tempo libero F lavoro Q ore libere

Il punto D rappresenterà, quindi, il massimo reddito raggiungibile corrispondente ad ore di tempo

libero pari a zero. Allo stesso modo in T l’individuo non percepisce reddito in quanto le ore

lavorative sono pari a zero. Infatti, DT è determinato dalla dotazione di tempo dell’individuo, ed

esprime il vincolo per un determinato livello di salario.

La scelta ottimale ricadrà su quella combinazione tangente alla più alta curva di utilità

dell’individuo per un dato livello salariale.

L’inclinazione della retta è data dal tasso di conversione delle ore libere in reddito, ossia il salario

percepito dall’individuo.

EFFETTI DELL’IMPOSIZIONE 72

L’imposizione determina un abbassamento dell’intercetta verticale del vincolo. Il reddito percepito

dall’individuo sotto forma di salario passa da s ad (1-t)s.

Rispetto al punto T, l’imposta non ha effetto in ragione del fatto che l’individuo non percepisce un

salario in ragione di una quantità di ore lavoro pari a zero.

La pendenza del nuovo vincolo sarà pari a (1-t)s.

Si possono verificare due effetti che si combinano, influendo sul rapporto tra ore lavoro e tempo

libero. EFFETTO SOSTITUZIONE

Il lavoratore, ad un livello salariale più basso, si troverà

su di una curva di utilità inferiore.

Il nuovo punto che massimizza la sua utilità sarà pari ad

Reddito E’.

L’imposizione ha provocato un effetto di sostituzione

tra lavoro e tempo libero.

s D offerta di lavoro

degli individui

(1-t)s H E E’ A

T Q ore libere

riduzione delle ore lavoro EFFETTO REDDITO

In questo caso, dopo l’imposizione, l’individuo aumenta le ore

lavorative al fine di mantenere lo stesso livello di reddito

precedente.

Reddito

D offerta di lavoro

degli individui

s H E

E’

(1-t)s A Q ore libere

aumento delle ore lavoro 73

IMPOSTA SUL REDDITO DA CAPITALE SUL RISPARMIO

Un’imposizione sul reddito da capitale và a ridurre ciò che costituisce il rendimento derivante dal

risparmio.

Assume, quindi, rilevanza l’analisi delle decisioni che portano ad un determinata combinazione di

consumo presente e consumo futuro, ossia il risparmio presente.

La differenza tra consumo presente e consumo futuro è data dal costo opportunità, ossia il costo di

detenere o meno capitale, rappresentato dal tasso i. La differenza tra consumo presente e consumo

futuro sarà, quindi, data da (1+i). Ipotizzando che la scelta tra consumo

presente e futuro, date le preferenze

dell’individuo, ricada in A.

OI rappresenta il consumo presente ed I M il

0 0

consumo rinviato al futuro su cui l’individuo

consumo percepirà un interesse. Il consumo futuro sarà

futuro (C )

1 pari, quindi, a (1+i)I M.

0

N paniere delle

dotazioni

D

I + (1+i)R

0 (1+i)R

I 1 R B (1+i)B

I - (1+i)R

0 F consumo presente

(C )

0

I -R I I +B M

0 0 0

La scelta che guida il comportamento dell’individuo avviene in funzione del tasso di interesse.

S = I – C in cui I è la dotazione al tempo t e C il consumo al tempo t .

0 0 0 0 0

Ciò che non viene consumato oggi rappresenterà il consumo futuro.

Quindi, la dotazione iniziale è pari alla somma di consumo presente e risparmio (consumo futuro).

Il consumo futuro sarà pari alla somma della dotazione futura più i consumi rinviati aumentati

dell’interesse percepito.

C = I + (1+i) S

1 1

sostituendo il risparmio in termini di consumo presente:

C = I + (1 + i) (I - C )

1 1 0 0

C + C (1 + i) = I + (1 + i) I

1 0 1 0

Con un consumo presente pari a zero:

C = 0 => C = I + (1 + i) I => Punto ( N ), intercetta verticale del vincolo

0 1 1 0

con un consumo futuro pari a zero: 74

C = 0 => C = I + I / (1 + i) => Punto ( M ) del vincolo sulle ascisse

1 0 0 1

ossia l’individuo consuma in t interamente il reddito presente I ed un ammontare di debito pari al

0 0

valore attuale del reddito futuro I / (1 + i).

1

∂C / ∂C = (1 + i)

1 0

Pendenza = Costo opportunità del consumo presente rispetto al consumo futuro

Quindi conviene risparmiare fino a che il tasso di rendimento (i) è maggiore della propensione

consumare.

L’individuo massimizza la sua utilità quando è massima U(C ;C ) nel rispetto del vincolo

1 0

C + C (1 + i) = I + (1 + i) I

1 0 1 0

Utilizzando il metodo di Lagrange per trasformare un problema di massimo condizionato in

massimo semplice:

Z = U(C ;C ) + λ [C + C (1 + i) - I + (1 + i) I ]

1 0 1 0

1 0

dC \dZ = U’(C ) + λ (1 + i)

0 0

dC \dZ = U’(C ) + λ

1 1

Graficamente:

Consumo

futuro

C 1 E 1 A

I 1 0 C I consumo presente

0 0 75

Se I è il reddito percepito dall’individuo al tempo t , il punto A è il punto in cui l’individuo

0 0

consuma interamente il proprio reddito.

Si ipotizza che l’individuo consumi solo parte del proprio reddito pari a I – C

0 0

I rappresenta il reddito che l’individuo percepirà al tempo t .

1 1

La differenza tra I - C costituisce l’interesse sul risparmio al tempo t .

1 1 0

La scelta sarà conseguenza della tangenza tra curva di utilità e vincolo di bilancio.

Utilizzando il rapporto tra derivate:

U’(C ) \ U’(C ) = 1+i = SMS = pendenza del vincolo di bilancio

0 1

IMPOSTA PROPORZIONALE

Una prima possibilità è rappresentata da un’imposizione proporzionale sui rendimenti del capitale.

S = I – C

0 0

C = I + [1 + i (1-t) ] S

1 1

C = I + [1 + i (1-t) ] (I - C )

1 1 0 0

C = I + [1 + i (1-t) ] I - [1 + i (1-t) ] C

1 1 0 0

C + C [1 + i (1-t) ] = I + [1 + i (1-t) ] I

1 0 1 0

consumi redditi

Con un consumo presente pari a zero:

C = 0 => C = I + [1 + i (1-t) ] I => Punto ( P), intercetta verticale del vincolo

0 1 1 0

con un consumo futuro pari a zero:

C = 0 => C = I + I / [1 + i (1-t) ] => Punto ( Q) del vincolo sulle ascisse

1 0 0 1

ossia l’individuo consuma in t interamente il reddito presente I ed un ammontare di debito pari al

0 0

valore attuale del reddito futuro I / [1 + i (1-t)].

1

dC \dC = SMS = 1 + i (1-t) che rappresenta il costo opportunità del consumo presente

1 0 C0,C1

rispetto al consumo futuro.

L’individuo massimizza la sua utilità quando è massima U(C ;C ) nel rispetto del vincolo

1 0

C + C [1 + i (1-t) ] = I + [1 + i (1-t) ] I

1 0 1 0

Utilizzando il metodo di Lagrange per trasformare un problema di massimo condizionato in

massimo semplice:

Z = U(C ;C ) + λ [C + C [1 + i (1-t) ] - I + [1 + i (1-t) ] I

1 0 1

1 0 0

dC \dZ = U’(C ) + λ [1 + i (1-t) ]

0 0

dC \dZ = U’(C ) + λ

1 1 

U’(C ) \ U’(C ) = [1 + i (1-t) ] = SMS = pendenza del vincolo di bilancio

0 1

Il SMS tra consumi presenti e futuri si è modificato per effetto dell’imposta proporzionale, ciò

significa che l’individuo ha modificato le sue scelte. Ci si trova in una situazione di eccesso di

pressione in ragione della distorsione provocata dall’imposta. 76

La nuova retta di bilancio passa per A, che rappresenta

Consumo la condizione di uguaglianza del reddito nel tempo t 0.

futuro Ha inclinazione minore per effetto dell’imposta

proporzionale i i ( 1-t).

N Il risparmio si riduce in quanto i consumi presenti

E aumentano da C in C’ .

0 0

1

C Si è in presenza di un effetto sostituzione tra consumo

1 P presente e futuro.

E t

C’ 1 A

I 1 Consumo

presente

0 C C’ I M Q

0 0 0

Consumo La nuova retta di bilancio passa per A, che rappresenta

futuro la condizione di uguaglianza del reddito nel tempo t 0.

Ha inclinazione minore per effetto dell’imposta

proporzionale i i ( 1-t).

N E In questo caso si ha una riduzione dei consumi presenti

1

C a favore dei consumi futuri.

1 P La ragione può essere trovata nell’obiettivo di

E mantenere lo stesso tenore di vita nel periodo futuro.

t

C’ 1 A

I 1 Consumo

presente

0 C’ C I M Q

0 0 0

IMPOSIZIONE SUI DIVIDENDI DELLE SOCIETA’ DI CAPITALE

In assenza di imposte, l’azienda deve scegliere tra distribuzione o meno dei dividendi.

Anche in questo caso l’imposta provoca eccesso di pressione.

Si ha, inoltre, il problema della doppia imposizione dei dividendi, in capo alla società ed in capo

all’individuo.

Ciò influisce sulla convenienza alla distribuzione o meno degli utili.

Se da un lato il reinvestimento aumenta il valore del patrimonio aziendale (maggiore

capitalizzazione dell’azienda), dall’altro gli azionisti desiderano la distribuzione dei dividendi.

L’investimento degli utili può aumentare la produttività aziendale anche se non sempre rispetta un

criterio di efficienza delle scelte. Inoltre, gli utili non distribuiti possono migliorare la posizione

debitoria aziendale anche se può essere più conveniente l’indebitamento in ragione dello

sfruttamento della leva finanziaria e fiscale. 77

L’imposta sulle società di capitale è neutrale nei confronti delle scelte distributive se il carico

fiscale non varia al variare della quota degli utili distribuiti.

L’analisi viene svolta secondo tre sistemi fondamentali:

- sistema classico

- sistema di integrazione completa

- il credito di imposta

SISTEMA CLASSICO

Posto che t sial’aliquota applicata sull’utile U e che t sia l’aliquota che grava sui dividendi UD,

p

l’analisi mira ad individuare come il carico fiscale per ogni unità di utile si modifichi al crescere

della distribuzione di utili.

L’ammontare complessivo dell’imposta è dato da:

T = t UD + tU

p

Esprimendo i dividendi come percentuale d degli utili netti:

UD = d(U-tU)

UD = d (1-t) U

Sostituendo:

T = t UD + tU

p

T = t d (1-t) U + tU

p

dividendo per U:

T\U = t d (1-t) + t = τ che rappresenta il carico fiscale per unità di utile.

p

τ è una funzione crescente (derivata prima =0): all’aumentare della percentuale di utili distribuiti,

aumenta il carico fiscale.

derivando rispetto a d:

τ’ = t d (1-t) poiché 0 < t < 1 τ’>0

p

In assenza di distribuzione di dividendi:

d = 0 τ = t

invece, distribuendo completamente gli utili:

d = 1 τ = t (1-t) + t

p

Nel sistema classico il carico fiscale è proporzionale alla quota di utili distribuita.

METODO DEL CREDITO DI IMPOSTA

Per evitare una doppia imposizione degli utili è necessario tenere conto dell’imposta t sugli utili che

verrà a costituire un credito di imposta rispetto a t .

p

Anche se si realizza una riduzione della doppia imposizione non sia ha completa eliminazione di

questa, a meno che ci sia completa distribuzione degli utili. 78

Con il sistema del credito d’imposta, il socio percettore dei dividendi può dedurre dal proprio debito

di imposta personale sul reddito l’imposta già pagata dalla società.

L’obiettivo dell’analisi è dimostrare che anche con questo sistema sussiste una doppia imposizione.

T = t U ; dove U = UTILE IMPRESA

1

UD = d U (1-t) dove UD = utile netto distribuito

d = % utile netto distribuito

U (1-t) = UN (utile netto)

PRIMA IPOTESI : riguarda il caso in cui si ha completa distribuzione degli utili, per cui:

d=1;

UD =UN = U (1-t) risolvendo per U, ossia esprimendo gli utili in termini di utili netti distribuiti

U = UD /(1-t)

T = t U = UD t \ (1-t)

1

PONENDO :

t \ (1– t) = c che rappresenta il credito di imposta, per cui, con d=1, si avrà:

T = c UD = c U(1-t)

1

L’imposta personale T sarà pari a:

2

T = t [(1-t) U + c U(1-t)] - c U(1-t)

2 p

dove (1-t) U è l’utile netto distribuito e c U(1-t) è il credito di imposta , la cui somma costituisce

la base imponibile.

L’imposizione complessiva T è data da :

T = T + T

1 2

T = cUD + tp (UD + cUD) – cUD

T = tp (UD + cUD)

T = t [(1-t) U + c U(1-t)]

p

esprimendo in funzione di ogni unità di utile :

T \U = t [(1-t) + c (1-t)] poichè c = t \ (1-t)

p

T \U = t [(1-t) + (1-t) * t\(1-t)]

p

T \U = t p

T = t U

p

SECONDA IPOTESI : riguarda il caso in cui NON si ha distribuzione degli utili, per cui:

d = 0 79

T = tU

1

T = T + T

1 2

T = tU

T\U = t

si può concludere, quindi, che se:

t > t conviene non distribuire utili. Ne saranno avvantaggiati gli azionisti di maggioranza (ossia

p

con pacchetti azionari consistenti, che per il loro livello di reddito alto avranno un’aliquota

personale più alta).

t < t conviene distribuire utili (individui con aliquota personale più bassa, con livello basso di

p

reddito)

FINANZA DECENTRATA

Un bene pubblico definito come locale, sebbene abbia caratteristiche di non rivalità e non

escludibilità queste si presentano come limitate rispetto ad un territorio definito.

Guardando al meccanismo di allocazione di questi beni, esso deve assumere connotazioni differenti,

che tengano conto della loro caratteristica di territorialità.

Al riguardo, i meccanismi politici non sembrano adeguati come corretti strumenti per la rilevazione

delle preferenze. Sono necessari meccanismi compensativi che prevedano, cioè, la presenza di più

classi di governo sia di tipo centrale che locale.

Si fa riferimento a modelli di decentramento che si configurano sotto due criteri:

- secondo un criterio funzionale, è il caso di attribuzione ad enti con competenza nazionale

di una sola funzione e di una determinata autonomia finanziaria. (Es. ministeri). 80

- secondo un criterio territoriale, in base al quale il settore pubblico viene articolato in una

serie di enti che hanno giurisdizione basata sul territorio. (Es. regioni, comuni)

Il criterio funzionale e territoriale possono anche essere combinati tra loro.

In Italia, prima dell’avvio del processo di devolution, gli enti con competenza territoriale non

avevano né autonomia finanziaria né autonomia impositivi. Il governo centrale provvedeva a fornire

risorse di cui gli enti usufruivano ed allocavano territorialmente.

Con la devolution, ad un processo di snellimento delle spese e risorse agli enti territoriali si è

affiancata l’attribuzione di maggiore autonomia sia in termini impositivi che in termini di

autonomia finanziaria.

In effetti il processo tende ad uno stato federale che, rispetto ad uno stato unitario dove le differenti

funzioni vengono attribuite agli enti da un governo centrale di livello superiore e di fatto gli enti

vengono a costituire appendici del governo centrale, vede attribuite le sue funzioni a livello

costituzionale le cui modifiche implicano il consenso degli enti coinvolti.

Si è passato, quindi, da un concettosi stato unitario, che si articola in enti, ad un concetto di stato

formato dall’unione degli enti territoriali.

Si può affermare che una struttura federalista rappresenta un compromesso tra una struttura

centralizzata, in ragione di politiche valevoli per l’intero territorio nazionale, ed una struttura

decentralizzata, con politiche la cui validità è limitata al territorio di pertinenza.

TEORIA DEL FEDERALISMO FISCALE

Rispetto al federalismo territoriale che, di fatto, costituisce la base per l’applicazione dello stesso, il

federalismo fiscale viene a configurarsi diversamente.

Gli obiettivi principali della concezione teorica del federalismo fiscale sono:

rispetto ad un’analisi di tipo normativo:

- quello di definire i vantaggi in termini di efficienza di un sistema decentrato, tenendo

conto degli interventi del governo centrale diretti a correggere le eventuali inefficienze e le

problematiche legate ad obiettivi di tipo perequativo.

- individuare quali funzioni attribuire al governo centrale e quali alle giurisdizioni locali

rispetto ad un’analisi di tipo positivo:

- definire la dimensione ottima delle giurisdizioni locali, in termini di efficienza della

struttura in relazione alla dimensione ideale.

- esaminare gli effetti del decentramento sulla spesa pubblica.

VANTAGGI DEL DECENTRAMENTO

Il decentramento, proprio in ragione dello stretto legame con il territorio, favorisce il

coinvolgimento del cittadino all’attività politica, aumentando, al tempo stesso, la capacità di

controllo sull’attività di governo.

La divisione del lavoro e la specializzazione permettono, inoltre, di ottenere maggiori livelli di

efficienza, la realizzazione di programmi differenziati che meglio rispondano alle esigenze locali

(vedi OATES che dimostra l’aumento di efficienza e soddisfazione).

Una migliore efficienza amministrativa trova ragione anche nel fatto che lo stretto contatto con il

territorio permette una migliore rappresentazione e soddisfazione dei bisogni dei cittadini.

La divisione in più enti, infine, permette di ottenere, indirettamente, uno strumento di disciplina del

settore pubblico in ragione del confronto tra le diverse amministrazioni locali che devono tenere 81

presente, nello svolgimento della loro attività, delle implicazioni in termini di mobilità residenziale

e degli investimenti verso le giurisdizioni più efficienti.

SVANTAGGI DEL DECENTRAMENTO

Con una divisione di un governo centrale sussistono però alcune problematiche legate alle difficoltà

di realizzazione di politiche distributivo, per le quali si rende necessario un potere decisorio

centrale.

In tale logica, si può incorrere alla mancata tutela delle minoranze e dei gruppi più deboli. Infatti, a

livello locale, si terrà conto di una maggioranza che, a livello nazionale, potrebbe non essere tale. I

Gruppi di minoranza, in ragione di una differente distribuzione territoriale, potrebbero ottenere un

peso maggiore a livello nazionale, venendo a costituire una “massa critica” a livello nazionale.

Un altro aspetto riguarda il confronto tra le amministrazioni locali che potrebbe sfociare in una vera

e propria concorrenza fiscale che porterebbe ad un abbassamento del gettito e, conseguentemente,

del livello di servizio pubblico. Si innescherebbe un mercato di tipo oligopolistico dove un

abbassamento del prezzo ha come obiettivo quello di conquistare una maggiore domanda.

Naturalmente l’esistenza di un governo centrale poggia su motivazioni altrettanto valide.

Esse sono motivazioni di natura fiscale, monetaria rispetto alla domanda globale ed al debito

pubblico.

Ad esempio, un governo centrale assume ruolo essenziale nell’attuazione di politiche di

stabilizzazione monetaria, riducendo i costi legati alle fluttuazioni.

O, ancora, il potere contrattuale derivante dalla sua posizione lo configura come un ente forte che

permetterebbe di ottenere migliori condizioni nell’emissione di debito pubblico.

La realizzazione del decentramento si accompagna a maggiori costi strutturali e di controllo degli

enti che andrebbero a scomparire in un governo centralizzato.

OATES

TEOREMA DEL DECENTRAMENTO

Il tema centrale della letteratura in merito al federalismo fiscale è la problematica relativa

all’attribuzione delle funzioni ai diversi enti.

Oates afferma che un sistema federalista potrebbe rappresentare la forma di governo ottimale che

accomuna i vantaggi di una struttura di governo decentrata e di una struttura centralizzata, qualora

sia in grado di assegnare in maniera ottimale le funzioni pubbliche ai governi di diverso livello.

Il decentramento decisionale permetterebbe, così, una spesa coerente con le preferenze locali,

mentre la mobilità residenziale garantirebbe un sistema competitivo di allocazione delle risorse.

Una premessa che viene a rappresentare una condizione necessaria al raggiungimento di un livello

di efficienza delle funzioni svolte, riguarda la condizione per cui l’area geografica entro la quale

un’attività svolta da una giurisdizione manifesta i suoi effetti, deve coincidere con i confini

territoriali della giurisdizione stessa. Non ci deve essere, cioè, un traboccamento dei servizi

pubblici: L’area di chi desidera e riceve il beneficio deve corrispondere esattamente all’area in cui

vengono distribuiti.

Il modello formulato da Oates poggia su di alcune ipotesi:

- che ci sia immobilità della popolazione

- che ci sia omogeneità interna delle preferenze

- ed eterogeneità interlocale

- che non si realizzino economie di scala, ossia che si abbiano rendimenti costanti di

produzione. 82

Date queste ipotesi, è possibile rappresentare le differenti curve di domanda di ogni collettività.

All’interno di ogni singola collettività, ogni individuo ha la stessa curva di domanda (in ragione

dell’ipotesi di omogeneità interna), mentre saranno differenti le curve di domanda delle diverse

collettività (in ragione dell’ipotesi di eterogeneità tra i gruppi).

Ogni giurisdizione fornirà una determinata quantità di bene pubblico.

P D D D

A B C f

g e h

d costi

c

Q Q Q Q bene

1 2 3

Un governo centrale dovrebbe fornire indiscriminatamente la quantità Q corrispondente ad una

2

quantità mediana o intermedia. (quantità che fa convergere le preferenze verso l’elettore mediano).

Rispetto alle singole giurisdizioni :

- la collettività A ha una perdita di benessere gdc in ragione della quantità di bene pubblico

non desiderata.

- la collettività B ha una perdita di benessere pari a fed poiché la quantità fornita è inferiore

a quella domandata.

In una tale situazione, e se le ipotesi rimangono valide, la fornitura decentralizzata risulta più

efficiente di quella centralizzata.

La misura del beneficio di una struttura decentralizzata è legata all’elasticità della domanda di beni

pubblici ed all’eterogeneità tra le giurisdizioni. In presenza di una domanda rigida, o di minima

eterogeneità, la perdita di benessere dovuta ad una struttura centralizzata si riduce.

MODELLO DI TIBOUT

Il modello mette in luce il ruolo della mobilità rispetto a differenti giurisdizioni nell’espressione

delle preferenze degli individui (di cui rappresenta uno strumento).

A differenza dell’espressione di un voto, che comporta costi in termini di sacrificio delle minoranze,

la mobilità permette un diritto di uscita che elide tali costi.

Le autonomie locali rischiano, però, in caso di eterogeneità della domanda all’interno della

comunità, la creazione di ghetti per effetto stesso del diritto di uscita. (es. ricchi\poveri).

Il modello di Tibout si basa su alcune ipotesi:

- che vi siano molteplici giurisdizioni con governi indipendenti che offrono combinazioni di

beni e servizi pubblici ed imposte.

- che vi sia eterogeneità tra le giurisdizioni

- che ci sia informazione perfetta dell’offerta delle giurisdizioni

- che non vi sia alcun effetto di traboccamento

- che ci si trovi in presenza di rendimenti di scala costanti

- che l’offerta si adegui rapidamente alla domanda

- che ci sia perfetta mobilità 83

Sulla base di queste ipotesi, Tibout osserva come la mobilità residenziale produca una situazione di

quasi mercato dove i residenti scelgono sulla base dei servizi offerti assimilando le giurisdizioni ad

imprese che offrono prodotti diversi a prezzi diversi.

Per quanto queste affermazioni rimangano vere sulla base delle ipotesi fatte queste si presentano

come difficilmente realizzabili, dando una validità al modello solo di tipo teorica.

Inoltre, l’analisi di Tibout, tace in merito alle dimensioni dell’ente.

DIMENSIONE DELLE GIURISDIZIONI

TEORIA ECONOMICA DEI CLUB – BUCHANAN

Buchanan sviluppa la sua teoria sulla base di un’analogia esistente tra giurisdizioni e club.

Supponendo che gli individui possano godere di perfetta mobilità tra le giurisdizioni, queste

possono essere assimilate ad organizzazioni, o club, che forniscono servizi a carattere collettivo ai

propri membri che hanno preferenze omogenee riguardo all’attività del club. L’omogeneità interna

viene assicurata dalla stessa mobilità, ma si può riscontrare anche nel caso in cui la numerosità dei

club ne permette una diffusione capillare tale da annullare problemi di mobilità (realizzando una

omogeneità interna).

Nella sua analisi Buchanah perviene alla definizione :

- della dimensione ottima del club (numero dei membri)

- e del livello di produzione dell’attività tipica del club.

Questi due aspetti si presentano come interconnessi. Infatti, la definizione di una dimensione

ottimale trae come base logica la definizione del livello produttivo ottimale.

Rappresentando graficamente costi e benefici legati al livello dell’attività rispetto ad differenti

dimensioni dei club:

benefici\costi B Supponendo che ci si trovi in una situazione di rendimenti

i di scala costanti, è possibile rappresentare le curve dei

B costi come rette, la cui inclinazione diminuisce

j all’aumentare della dimensione del club;

il costo, cioè, viene ripartito su di un numero maggiore di

B m membri.

Il livello ottimo di attività sarà definito sulla base della

C distanza massima tra la curva dei benefici e la curva dei

i costi, per ogni livello dimensionale.

C In quel punto l’inclinazione delle curve è la stessa, ossia i

j benefici marginali eguagliano i costi marginali.

C m Tutti i punti che rispettano tale condizioni possono essere

rappresentati da una curva L che esprime i livelli di

ott

attività ottima data la dimensione del club.

X X X

i j m livello di attività 84

I benefici marginali si presentano come decrescenti al

crescere della dimensione del club, in ragione del fatto

che dimensioni eccessive, dato il livello di attività, danno

luogo ad un effetto di congestione.

I costi, invece, sono decrescenti rispetto alla dimensione:

all’aumentare del numero di membri il costo per

individuo decresce.

Quindi, dato il livello di attività produttiva, la dimensione

ottima viene determinata dalla distanza massima tra i

costi ed i benefici derivanti dall’appartenenza ad un club.

benefici\costi In quel punto l’inclinazione delle curve è la stessa, ossia i

benefici marginali eguagliano i costi marginali.

C C C

xk xh xn Tutti i punti che rispettano tale condizione possono essere

rappresentati da una curva D che esprime la dimensione

ott

ottima per un dato livello di attività.

dimensione del club B xn L’incrocio delle curve di dimensione ottima e di attività

ottima permette di determinare contemporaneamente

B xh dimensione ed attività ottima del club.

B xk

X X X

h k n

dimensione del club D ott L ott

j X livello di attività

j

E’ da sottolineare, però, che la presenza di un elevato numero di giurisdizioni può portare ad un

eccessivo frazionamento, tale che la dimensione ottima del club non verrà raggiunta. 85

Gli equilibri che si ottengono saranno instabili. Questa, infatti, può derivare anche dall’ingresso di

soggetti a basso reddito che modificano le condizioni di ottimalità.

ALTRE RAGIONI DEL DECENTRAMENTO

Esistono altre ragioni, oltre a quelle di tipo economico, che giustificano il decentramento sulla base

di osservazioni a carattere etico, ideologico e politico.

Per ciò che attiene le ragioni a carattere ideologico esse fanno riferimento al principio di

sussidiarietà, sancito costituzionalmente dall’art. 5 della costituzione, che può realizzarsi in senso

verticale, prevedendo l’intervento di un livello superiore che viene a configurarsi come una sorta di

“rete di protezione” (come accade nei casi di intervento dellUE nel caso in cui i singoli stati membri

non riescano a raggiungere determinati obiettivi) ed orizzontale, dove venga previsto, ad esempio,

l’affidamento di funzioni ad enti locali, più vicini ai bisogni della collettività, che si integrano ed

affiancano ad alcune organizzazioni (onlus) che offrono una pluralità di servizi spinti da un “dovere

morale”.(è il caso delle principali funzioni di Welfare).

Quando un ente locale si trovi in una situazione di impossibilità di offerta del servizio, anche in

termini di risorse, l’accordo con tali organizzazioni permette comunque la soddisfazione dei bisogni

in oggetto.

Per ciò che riguarda le ragioni politiche, è da sottolineare come un ente locale che goda di

autonomia finanziaria e tributaria si trovi in una posizione di vicinanza maggiore rispetto alla

collettività. L’amministratore locale deve, però, rispondere in via diretta ad essa.

Il decentramento, quindi, permette di ottenere uno stretto legame tra collettività e rappresentante

politico.

FONTI DI FINANZIAMENTO DEGLI ENTI LOCALI

Le fonti di finanziamento dei governi locali, quando sussista un governo centrale, sono costituiti

prevalentemente da trasferimenti verso gli enti.

Con l’applicazione della devolution il finanziamento viene raccolto dagli stessi enti locali attraverso

tariffe pubbliche, tasse ed imposte.

tariffe e tasse

L’ente, attraverso l’applicazione di un prezzo, soddisfa i bisogni della giurisdizione in funzione

della loro domanda di beni e servizi pubblici. (acqua, luce, gas…).

La tassa viene applicata su quei servizi che hanno rilevanza in termini di effetti esterni. Ciò avviene,

ad esempio, per i beni meritori come l’istruzione dove l’individuo paga un prezzo definito a livello

politico, ossia una tassa. La parte di costo eccedente viene coperta attraverso le imposte.

TRIBUTI LOCALI

Per beni non escludibili, a cui non è possibile l’applicazione di un prezzo, il finanziamento deriva

dall’imposizione. Nel caso in cui l’ente goda di piena autonomia fiscale e finanziaria, è suo compito

definirne modalità ed aspetti. 86

In Italia non ci si trova in un regime di completa autonomia degli enti locali, che non possono

stabilire imposte ed aliquote se non sulla base di range stabiliti a livello di governo centrale.

Le autonomie locali hanno differenti modalità di gestione delle imposte:

- tributi propri

Per ciò che attiene i tributi propri, gli enti locali hanno autonomia sulla definizione di aliquote e

sulla base imponibile.

IRAP è imposta diretta che ricade sulle attività produttive, coerente col principio del beneficio. Il

gettito è stato attribuito alle regioni che hanno la possibilità di aumentarne l’aliquota. La diversa

distribuzione della base imponibile ha svantaggiato alcune regioni non essendo previsti meccanismi

di correzione che compensino le differenze.

ICI ha come base imponibile il valore catastale degli immobili e segue anch’essa il criterio del

beneficio. Le regioni possono definirne l’aliquota in un range di oscillazione (4-7%).

- sovraimposte

per cui la base imponibile ed aliquota viene definita dal governo centrale, mentre viene lasciata

all’autonomia locale la possibilità di applicare una sovrimposta in termini di maggiorazione

dell’aliquota stessa.

- addizionale,

che non viene calcolata sulla base imponibile ma sul gettito.

- compartecipazioni,

costituite da quote di gettito definite a livello centrale e devolute al governo di livello inferiore.

IRPEF La legge Bassanini ha introdotto, nel 97, addizionali sull’IRPEF e compartecipazioni

sull’IVA. Il vantaggio che gli enti locali hanno tratto da tali risorse è stato ridotto dal taglio dei

trasferimenti.

vantaggi e svantaggi della disciplina finanziaria

Il principio alla base dell’applicazione dell’imposta locale è la commisurazione del sacrificio ai

benefici che l’individuo riceve.

Il principio impositivo che si basa sulla capacità contributiva viene, invece, demandato ad un

governo centrale affinché questi possa applicare politiche redistributive che coprano l’intero

territorio.

Gli enti locali hanno una responsabilità finanziaria diretta. Infatti, nel caso in cui sia il governo

centrale a finanziare gli enti locali, si incorre nel rischio che questi ultimi utilizzino in modo

inefficiente le risorse messe a disposizione, con effetti esplosivi sui livelli di spesa pubblica.

L’autonomia limita queste inefficienze e contiene la spesa proprio in ragione della responsabilità

diretta degli enti, permettendo, inoltre, la realizzazione di programmi locali.

Uno dei principali svantaggi, evidenziati anche da Tibout, è costituito dalla possibilità che si

inneschi una corsa al ribasso (free riding) in ragione di una concorrenza fiscale tra enti.

Una tale situazione può portare all’impossibilità di fornitura di determinati beni per i quali non sia

possibile coprirne i costi attraverso un gettito adeguato.

Sussiste, quindi, un costo di tipo “sociale” legato all’autonomia locale.

L’autonomia locale spinge verso ciò che viene definita esportazione delle imposte. Essa consiste

nel far ricadere l’imposta sui non residenti. E’ il caso, ad esempio, di parcheggi a pagamento che

prevedano l’esenzione per i residenti. Si ha esportazione delle imposte, in genere, quando un

territorio gode di rendite da posizione. 87

Se da un lato tale modalità di imposizione permette di ridurre gli effetti negativi di una maggiore

imposizione sull’elettorato, dall’altro crea effetti distorsivi in funzione della corretta corrispondenza

di costi – benefici.

L’autonomia locale può presentare anche altri tipi di problematiche legate alla disomogeneità in

termini di distribuzione territoriale della base imponibile.

Alcuni territori risulteranno più avvantaggiati di altri nella misura in cui avranno un gettito più

elevato in ragione , ad esempio, di reddito medio elevato dei residenti, oppure un indice di unità

abitativa più elevato rispetto agli altri territori.

Musgrave suggerisce, a tal proposito, di destinare l’imposizione di quei fattori ad elevata mobilità ai

governi centrali, come l’imposizione dei redditi, mentre lasciare autonomia impositiva agli enti

locali su quei fattori che sono immobili.

TRASFERIMENTI

l’esistenza dei trasferimenti agli enti locali trovano giustificazione in motivazioni di carattere

distributivo, a garanzia dei livelli essenziali dei servizi e del finanziamento delle infrastrutture,

nonché di intervento in caso di effetti di spill-over.

I trasferimenti possono avere:

- carattere generale, concessi senza alcun vincolo di destinazione e che hanno funzione

prevalentemente redistributive. Considerate le preferenze di una collettività un trasferimento senza

vincolo comporta un aumento della spesa, date le preferenze della collettività. (effetto reddito).

spesa per

tutte le altre

funzioni

A B R spesa per

una data

funzione

- carattere specifico ossia un trasferimento con destinazione vincolata. Sono, in genere, più adatti a

finanziare investimenti o all’eliminazione delle esternalità. I trasferimenti specifici possono avere o

meno un massimo prefissato.

In termini di effetti economici, un trasferimento senza vincolo massimo porta congiuntamente ad un

aumento della spesa pubblica, nonché ad un effetto di sostituzione. La retta di bilancio dell’ente si

sposta verso destra, con un’inclinazione più ampia. 88

spesa per

tutte le altre

funzioni

A B R spesa per

una data

funzione

Un finanziamento con vincolo massimo, richiede un cofinanziamento da parte dell’ente per la

realizzazione del progetto. La retta di bilancio si presenta come una spezzata, ad un aumento

iniziale dell’inclinazione si spezza nel punto in cui il trasferimento non aumenta più per diventare

parallela alla retta di bilancio in assenza di trasferimenti.

spesa per

tutte le altre

funzioni

A B R spesa per

una data

funzione

TRASFERIMENTI GENERALI – TECNICHE DI RIPARTO

- Con un riparto ugualitario, ossia dove sia previsto un ammontare determinato per

abitante, non rappresenta un meccanismo incentivante per il police maker ad un utilizzo

efficiente delle risorse.

- secondo la possibilità di finanziamento, commisurato sulla base del gettito effettivo o

sulla capacità fiscale potenziale dei beneficiari (secondo una stima, cioè, di quale potrebbe

essere il gettito effettuata in ragione di indicatori macroeconomici, dove la correttezza del

criterio dipende dal numero di variabili considerate) 89

- secondo il fabbisogno di spesa della collettività che presenta, però, il pericolo del

verificarsi di comportamenti opportunistici con conseguente crescita della spesa pubblica.

Combinando i diversi criteri di capacità finanziaria e dei bisogni è possibile limitarne i difetti.

RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE

Con la riforma del titolo V della costituzione è stata modificata la relazione istituzionale tra enti e

governo centrale. E’ stato attribuito potere di legificazione e solo alcune materie sono state

mantenute da parte del governo centrale.

Dopo il periodo bellico, sulla base dell’esigenza di unificazione, è stata formulata la costituzione

italiana. Negli anni 70, con la ricostruzione del sistema economico e finanziario, è stata attuata una

riforma tributaria con cui si è eliminato ogni forma di autonomia locale al fine di realizzare una

omogeneità dell’offerta dei servizi sulla base di un principio di uguale trattamento dei cittadini. Per

realizzare tale obiettivo era necessaria un’organizzazione e pianificazione centralizzata con

conseguente richiamo dei tributi al governo centrale. Tale riforma permetteva la definizione di

criteri oggettivi per la realizzazione dei trasferimenti.

Fino agli anni 90 l’accumulazione eccessiva di debito contratto per spingere l’economia (attuazione

di politiche di deficit spending keinesiane) ha dato la spinta verso un processo di decentramento per

il ritorno alle autonomie locali. Inoltre, con il trattato di Maastricht, lo Stato si è visto costretto a

realizzare un forte processo di privatizzazione, pur rimanendo il problema di risanamento della

finanza pubblica. La strada scelta è stata quella della devolution.

Nonostante questi provvedimenti, il carico fiscale globale è risultato accresciuto in ragione

dell’aumento dell’imposizione a livello locale.

Le regioni, nel periodo precedente la riforma, erano configurati come istituti completamente

burocratizzati. L’autonomia di cui sono state dotate ha aumentato il loro ruolo di gestione dei tributi

e della spesa, anche se di contro sono aumentate le responsabilità ad esse attribuite. Il ruolo delle

regioni viene ad essere critico nell’attuazione di politiche e coordinamento per lo sviluppo.

Un ruolo ampio, nell’ambito dei servizi locali, è stato attribuito ai Comuni.

L’obiettivo della riforma è stato indicato nel guadagno di efficienza legato all’attribuzione di uan

maggiore autonomia. Tanto che il comune è stato individuato come curatore degli interessi in prima

istanza, come ente più vicino alla collettività, ovviamente nel rispetto del principio di sussidiarietà.

Art. 119

Anche l’art. 119 è stato oggetto di modifica da parte del legislatore. Si è dato potere esclusivo ed

autonomo alle Regioni, dimostrando come queste siano diventate dei punti di riferimento.

Le Regioni incontrano un limite nella legiferazione nella violazione dei diritti soggettivi, tutelati a

livello di governo centrale.

L’art. 119 attribuisce autonomia finanziaria, sia nell’applicazione dei tributi che in termini di spesa.

Come correttivo a tale autonomia è stato istituito un fondo perequativo per i territori più deboli e

con minore capacità fiscale, di cui si discute della necessità di vincolo o meno. In merito, legato

all’art. 119 è il D.L. 56\2000 che riguarda il processo di devoluzione sanitaria. Sembra sussistere un

vincolo al fondo perequativo, in merito a capacità fiscale insufficiente, a far conseguire livelli

essenziali ed uniformi su tutto il territorio nazionale dei servizi sanitari.

Si discute, inoltre, sulle variabili da includere per la ripartizione del fondo perequativo. 90

TERZA FUNZIONE DELLO STATO

STABILITA’

Le determinanti del reddito Y di equilibrio (PIL) in un’economia chiusa, sono costituite dal livello

di consumi, della spesa pubblica e dagli investimenti:

Y = C+I+G

Il livello dei consumi è funzione diretta del reddito. Posto che sussista un livello di consumo

autonomo (che rimane anche con reddito pari a zero) è possibile esprimere i consumi C come: 91

C = c + c (Y-T)

0

Y = c + c (Y-T) + I + G risolvendo per Y si otterrà

0

Y = 1 \ (1-c) (c -cT + I + G)

0

Il reddito di equilibrio dipenderà, quindi, da:

- livello degli investimenti viene considerato come funzione del tasso di interesse che

rappresenta il costo del capitale preso a prestito e del rendimento ottenuto con

l’investimento stesso. Gli investimenti aumenteranno fino a quando il tasso di interesse

non superi il rendimento. All’aumentare degli investimenti il tasso di interesse è crescente,

mentre il tasso di rendimento è decrescente.

- Dal livello di consumi che è funzione del livello di reddito e della propensione marginale

al consumo c

- dal livello di spesa pubblica e dall’imposizione

La stabilità del reddito a livello macroeconomico dipenderà:

- Dall’equilibrio tra domanda ed offerta sul mercato dei beni

- dall’equilibrio tra domanda ed offerta sul mercato del lavoro, ossia la determinazione di un livello

di reddito Y a cui corrisponde il pieno impiego di tutti i fattori

Rispetto all’analisi Keinesiana dei mercati, possono sussistere condizioni in cui il reddito di

equilibrio non coincida con il reddito di pieno impiego.

Ciò è da attribuire alla particolare dinamica del mercato del lavoro dove è il livello salariale a

determinare il livello di equilibrio tra domanda ed offerta a cui può corrispondere un livello di

disoccupazione volontaria.

Immaginando che il reddito di equilibrio R sia inferiore al reddito di pieno impiego R .

p

Ci si viene a trovare in una situazione di eccesso di offerta (eccesso di produzione) che genera una

reazione delle imprese che riducono i livelli produttivi portando ad una riduzione corrispondente del

reddito. Una tale dinamica fa riferimento ad una situazione di recessione.

Ipotizzando che il reddito di equilibrio R sia superiore al reddito di pieno impiego R p.

Tale situazione esprime unicamente un effetto monetario, dovuto alla presenza di inflazione (non è

un effetto reale). Quando la domanda eccede l’offerta di pieno impiego si creano fenomeni

inflattivi. L’eccesso di domanda viene detto gap inflazionistico.

La mancata coincidenza del reddito di equilibrio con il reddito di pieno impiego viene determinata

da un eccesso di domanda o offerta generatisi sul mercato del lavoro.

L’inflazione ha origine da un eccesso di domanda (imprese) complessiva rispetto all’offerta di

pieno impiego.

La recessione, invece, ha origine da un eccesso di offerta complessiva sull’offerta di pieno impiego.

Assumendo che R sia differente da Y di pieno impiego:

 

- R > Y recessione Un aumento della spesa pubblica G o una diminuzione

dell’imposizione fiscale T provoca un aumento della domanda che si sposta verso l’alto.

 

- R < Y inflazione Una riduzione della spesa pubblica o un aumento delle imposte genera

una riduzione della domanda che si sposta verso l’alto. 92

Domanda Y offerta

D’

+ ∆G D

- ∆T

R Y reddito \ produzione

Domanda Y offerta

D

- ∆G D’

+ ∆T Y R reddito \ produzione

1) MANOVRE DI BILANCIO

INFLAZIONE

- In situazione di inflazione è opportuno un aumento delle imposte (in modo da sottrarre

moneta dal mercato attraverso la riduzione del reddito disponibile) o una riduzione della

spesa pubblica. Tale manovra porta ad un aumento del saldo di bilancio.

EFFETTO RESTRITTIVO Operando un aumento dell’imposizione fiscale l’effetto

moltiplicativo sulla variazione del reddito è determinato dal moltiplicatore delle imposte

dY\dT = c \ (1-c)

RECESSIONE

Gli effetti di una recessione vengono ridotti aumentando la spesa pubblica e riducendo

l’imposizione fiscale. Una tale manovra comporta l’aumento del disavanzo di bilancio. (politica del

deficit spendine keinesiana)

invece sia ha EFFETTO ESPANSIVO 93

dY\dG = 1\(1-c) costituisce il moltiplicatore della spesa ed esprime la variazione del reddito ad

una variazione unitaria della spesa pubblica. L’effetto moltiplicativo dipende dalla propensione

marginale al consumo secondo una relazione diretta.

2) MANOVRE DI BILANCIO

TEOREMA DI HAAVELMO

O TEOREMA DEL BILANCIO IN PAREGGIO

Afferma che è possibile ridurre un effetto recessivo attraverso un aumento della spesa pubblica e,

contemporaneamente, un aumento dell’imposizione. Si ha comunque un effetto netto positivo sul

reddito di equilibrio. Infatti:

∆Y = - c\(1-c) ∆T

∆G = 1 \ (1-c) ∆G

Posto che la variazione della spesa pubblica e dell’imposizione abbiano la stessa misura è possibile

scrivere:

∆equilibrio. Infatti:

∆Y = - c\(1-c) ∆T

∆G = 1 \ (1-c) ∆G

Posto che la variazione della spesa pubblica e dell’imposizione abbiano la stessa misura è possibile

scrivere:

∆Y = 1 \ (1-c) ∆G - c\(1-c) ∆T =1 \ (1-c) ∆G - c\(1-c) ∆G

∆Y = (1-c) \ (1-c) ∆G = ∆G

L’effetto espansivo netto è pari all’ammontare della variazione della spesa pubblica.

3) MANOVRE DI BILANCIO

MOLTIPLICATORE DELLA SPESA PER TRASFERIMENTI

Non tutte le variazioni della spesa pubblica o dell’imposizione generano lo stesso effetto espansivo

o restrittivo.

Posto che G siano dei trasferimenti a favore delle famiglie, questi andranno ad aumentare al misura

T

del reddito disponibile:

Y = c + c (Y + G - T) + I + G

0 t

dY\dG = c\(1-c)

T

Ciò significa che solo parte del trasferimento si traduce immediatamente in consumo generando

effetti espansivi sulla domanda. 94


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AUTORE

Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Scienza delle finanze contenenti i concetti più importanti della materia, tra i quali: il contributo di Adam Smith quale fondatore del pensiero economico classico, il mercato concorrenziale, la tripartizione di Musgrave (allocazione della fornitura dei beni, funzione redistributiva, funzione di stabilizzazione), il ruolo dello Stato nella fornitura dei beni, la teoria normativa e le condizioni di efficienza, l’economia del benessere.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Bondonio Piervincenzo.

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