Scenari macroeconomici (parte non blended)
Prima videolezione
L'ultima lezione abbiamo visto gli effetti delle politiche monetarie e fiscali in economia chiusa, sia in presenza di effetti ricchezza che in assenza. Abbiamo visto come gli effetti ricchezza potevano cambiare l'esito della politica fiscale e monetaria. Ora facciamo un passo avanti. Finora abbiamo ipotizzato che i prezzi fossero fissi. Il prodotto veniva determinato dalla domanda, che poteva variare a seconda della politica monetaria e dalla presenza o meno di effetti di ricchezza. Ora ci chiediamo che cosa succede quando si muovono anche i prezzi.
Curva di offerta neoclassica
Affrontiamo da prima un caso critico: la curva di offerta neoclassica (curva di offerta verticale). Le ipotesi neoclassiche consistono nella perfetta mobilità di prezzi e salari nominali e di perfetto e rapido aggiustamento dell'offerta alla domanda sul mercato del lavoro. In questo modo il livello di produzione è determinato univocamente dall'equilibrio sul mercato del lavoro. Vediamolo in termini grafici e consideriamo il mercato del lavoro. Esso è dato dall'offerta di lavoro, messa a disposizione dai lavoratori, e dalla domanda di lavoro, richiesta di lavoro fatta dalle imprese. Il salario è espresso in termini reali perché i lavori sono sensibili al salario espresso appunto in termini reali (quanti beni posso acquistare con il salario). Esso è dato dal salario nominale (W = wedge) diviso i prezzi (P). Le due curve si incontrano per un certo salario e una certa quantità di lavoro, per cui avremo L* e W/P*.
Questo vuol dire che la quantità di fattore impiegato, quindi la produzione, a parità di altre condizioni, è sempre pari a L*. Se per qualche ragione dovessero salire i prezzi e quindi abbassarsi il salario reale, succede che si determina un eccesso di domanda di lavoro e questo fa salire nuovamente il salario nominale riportando il salario reale al livello di prima. Da questo punto di vista siamo dunque fissi. Nel grafico sotto, vi è la IS e la LM, tipiche del mercato del lavoro. Esse si incrociano ad un livello Y* che è funzione di L*; siccome quest'ultimo abbiamo detto essere fisso, anche la Y* sarà fissa. Quindi la produzione è interamente determinata da un'offerta che in realtà è verticale (curva rossa AS). Da questo Y* non ci si può muovere.
Consideriamo una politica fiscale espansiva. Una politica fiscale espansiva produce uno scostamento verso l'alto della curva IS, quindi IS’. Questo vuol dire che la domanda aggregata tende ad aumentare, dato che ho aumentato la spesa pubblica che è una componente della domanda aggregata. Però siccome l'offerta è fissa, la produzione non può aumentare, e questo produce solamente un incremento dei prezzi. Un incremento dei prezzi produce una riduzione del valore reale della moneta detenuta, per cui la LM torna indietro, perché era così disegnata per un certo livello di prezzo. Essa arriva fino ad LM’, cioè fino a quando la produzione non è la stessa di prima, con un tasso di interesse nominale che è più alto di prima. Si raggiunge nuovamente l'equilibrio ad un tasso più alto ma sempre ad Y*.
Cos'è successo? È successo che la spesa pubblica attraverso l'aumento dei prezzi ha completamente spiazzato gli investimenti privati. Dall'altra parte, sul mercato del lavoro, la perfetta sensibilità dei salari nominali ha ripristinato l'equilibrio riportando il salario reale al livello precedente, dopo che l'aumento dei prezzi aveva fatto scendere il salario reale provocando un eccesso di domanda di lavoro ma dato che il salario nominale è perfettamente sensibile, i lavoratori hanno chiesto salari più alti e si è ritornati al punto di partenza, con salario reale costante ma salari nominali e prezzi più elevati.
Cosa succede se varia l'offerta di moneta? Non ha effetti né sul prodotto né sul tasso di interesse. È una cosa inutile. Le grandezze nominali nel modello neoclassico non hanno alcun effetto. Ad esempio se io aumento l'offerta di moneta la LM si sposta verso destra diventano LM’’. Se i prezzi non variassero, il nuovo equilibrio sarebbe nel nuovo punto (Yhp) ma l'incremento di domanda non produce una variazione della produzione, perché l'offerta è fissa Y*, produce solo una pressione verso l'alto dei prezzi. Questa pressione verso l'alto, una salita dei prezzi, riduce il rapporto M/P (saldi monetari reali), questo significa ridurre l'offerta di moneta. Quindi riducendosi l'offerta di moneta la LM’’ si sposta e si ferma quando non c'è più la pressione verso l'alto sui prezzi, ossia non vi è più un eccesso di domanda (il prodotto è tornato ad Y*). L'esito finale è che io ho li stessi saldi monetari in termini reali, quindi è aumentato M ma anche P; ho lo stesso tasso di interesse reale i; ho lo stesso prodotto di prima Y*.
Sul mercato del lavoro è successo la stessa cosa successa prima: l'aumento di domanda aveva generato un eccesso di domanda di lavoro però la pressione verso l'alto dei salari ha fatto tornare il salario reale al valore di prima.
Cause di variazione della produzione
Dato questo scenario neoclassico, le uniche cause possibili per una variazione della produzione sono quelle che spostano l'offerta aggregata (AS). Va modificato L* ma per fare ciò servano variazioni di tipo reale. Ad esempio se io riduco l'imposizione fiscale sul lavoro, produco un incremento sia della domanda sia dell'offerta di lavoro che si incroceranno in un punto tipo E(1) e questo sposterà l'offerta aggregata L* verso un output maggiore (L*hp). Oppure posso immaginare un aumento della produttività del lavoro, per cui a parità di altre condizioni, se c'è un'innovazione tecnologica che aumenta la produttività del lavoro, essa sposta verso destra la domanda di lavoro (Ld), perché la stessa quantità di lavoro è pagata in modo superiore dalle imprese perché più produttiva. Questo quindi produce lo spostamento verso destra della domanda di lavoro, quindi il nuovo equilibrio sarà lungo la vecchia curva di offerta (Ls) ma con la domanda di lavoro spostata E(2).
Vediamo quindi che le uniche possibilità sono di tipo reale, cioè un miglioramento della tecnologia o una riduzione dell'imposizione fiscale. Ovviamente questo ipotizza che valga la neutralità del debito pubblico, se un aumento del debito pubblico non venga considerato da sofferti che hanno una maggiore quantità di titoli pubblici, come un incremento della loro ricchezza (poiché si tradurrebbe in una tassazione futura). Nel caso in cui non valga questa situazione di neutralità, una variazione del livello del prezzo potrebbe far variare il valore reale della ricchezza ed influenzare l'offerta di lavoro (ipotesi particolari). In ipotesi normali il modello neoclassico immagina una curva di offerta sostanzialmente verticale, quindi insensibile sicuramente a variazioni nominali (come aumento di moneta), ma anche un effetto nulla delle variabili fiscali che si scaricherebbero solo a danno degli investimenti privati, dove aumenta la spesa pubblica.
Scenario neoclassico
Questo era lo scenario neoclassico, che diceva: attenzione non provate ad usare la politica monetaria fiscale per ottenere degli effetti reali in termini di PIL, perché il PIL è determinato dalle condizioni reali dell'economia: l'offerta è rigida. Ci sono però altri casi in cui è possibile immaginare delle offerte che non siano così rigide.
Il modello keinesiano
Il primo caso che consideriamo in modo esplicito è il “modello di tipo keinesiano”. Come funziona tale modello? Esso assume che i salari nominali non si adattano (come nel modello neoclassico), sono rigidi e assume equilibrio ad un livello dei prezzi tale che il salario reale implichi un certo livello di disoccupazione. I keinesiani dicono che non è vero che si è in una perfetta condizione del lavoro, dove tutti coloro che vogliono lavorare trovano lavoro dato un salario e tutto il paese che cerca lavoratori li trovi ad dato il salario che offrono e non di più.
In questo modello il mercato del lavoro funziona in modo diverso. Ipotizza che il salario nominale dati i prezzi sia fissato nel punto W/P*; per qualche ragione non ci si muove da quel punto. Le possibili ragioni le indagheremo successivamente e riguardano il modo in cui funziona il mercato del lavoro. Se siamo in questa situazione, con salari nominali rigidi e un salario reale superiore a quello di equilibrio, ovviamente avremo una forma di disoccupazione volontaria, cioè con questo salario reale il lavoro offerto sarebbe L(s), mentre quello domandato dalle imprese L(d): tutta la parte in mezzo è disoccupazione (u).
Se le cose funzionano in questo modo, una variazione dei prezzi in aumento, abbassa il salario reale che riduce la disoccupazione ma aumenta la quantità di lavoro impiegato quindi aumento produzione. Risultato: nel mio modello ho una curva di offerta che è inclinata positivamente nei prezzi. Per cui, se fa esempio aumenta la domanda aggregata, perché aumenta la spesa pubblica, questa domanda aggregata produce sicuramente un incremento dei prezzi, ma quest'ultimo riduce anche il salario reale e genera un aumento di produzione perché aumenta la partita di lavoro impiegato, perché prima c'era disoccupazione.
Cosa succede in questo modello quindi? Che quando aumenta la domanda, sia perché è aumentata la spesa pubblica o anche per altre ragioni, si incrementa la produzione e si incrementano i prezzi. Praticamente in un grafico molto standard prezzi-quantità, la curva di offerta non è fissa (come la neoclassica) ma è inclinata positivamente nel prezzo. Qual è il problema di questo modello? Il problema è che prevede che i salari reali siano anti-ciclici (quando aumenta la domanda, è vero che aumenta la produzione ma si riducono i salari). Dal punto di vista empirico non è particolarmente confermata. Questo ci porta a considerare un secondo caso, opposto a quello keinesiano.
Modello con salari nominali flessibili
È opposto nel senso che questo secondo caso ci dice che i salari nominali sono flessibili, quello che è fisso sono i prezzi. Questo è quindi un caso che ipotizza una fissità del prezzo, per mille regioni. Ad esempio, perché la concorrenza sul mercato dei beni non è una concorrenza perfetta ma magari c'è qualcuno che fissa il prezzo. AD è l'offerta di domanda aggregata. MC è il costo marginale delle imprese che corrisponde all'offerta dell'impresa in un mercato concorrenziale. Se il prezzo è fissato (P sbarrato), superiore al livello in cui l'offerta concorrenziale incrocia la domanda aggregata, ho una situazione tipica dei mercati non perfettamente concorrenziali, ossia una situazione in cui il prezzo è superiore al costo marginale. Avrò una produzione Y*; le imprese producono volentieri, dal momento che hanno un prezzo superiore al costo marginale (MC). Finché il prezzo è al di sopra del costo marginale all'impresa conviene aumentare la produzione. Ovviamente non aumenterà più di Y* perché non ha domanda da soddisfare oltre quel punto.
La cosa interessante è che se, per qualche ragione, si riducessero i prezzi, l'impresa continuerebbe ad aumentare la produzione; non solo ma, visto che in questo modello i prezzi sono fissi e i salari nominali sono variabili, cosa succede se ad esempio aumento il salario? Sostanzialmente se aumenta il salario salgono i costi dell'impresa; però finché il prezzo è superiore ai costi, l'impresa continuerà a produrre quella quantità, dove il prezzo interseca la curva di domanda aggregata (linea verde tratteggiata). Quindi finché i costi non superano il livello di prezzo Psbarrato l'impresa continuerà a produrre Y*, quindi a richiedere la stessa quantità di lavoro.
Questo cosa vuol dire sul mercato del lavoro? Sul mercato del lavoro vuol dire che se io, dato Y* che corrisponde ad un certo quantitativo di lavoro L*, ho una domanda di lavoro fatta dalle imprese che è verticale fino ad un certo salario reale. Quando si supera questo livello, quindi quando i costi vanno oltre la linea tratteggiata, l'impresa comincia a voler diminuire la produzione (si troverebbe ad avere i costi marginali più alti del prezzo che è fissato). Quindi, la curva di domanda di lavoro ritorna ad avere inclinazione negativa.
Oltre alla curva di domanda di lavoro c'è anche quella dell'offerta di lavoro (Ls). Finché queste due curve si incrociano per valori di W/P più bassi di W/P*, la quantità di lavoro impiegata dalle imprese è sempre la stessa, pur salendo il salario nominale. A questo punto un incremento della domanda aggregata, al di sopra di un certo livello, produce un razionamento delle quantità: se la curva AD si sposta troppo verso destra, vuole portare il costo marginale sopra il prezzo (incrocio linea tratteggiata blu e curva MC); da quel punto in poi alle imprese non conviene più produrre perché il costo marginale andrebbe ad essere superiore al prezzo (essendo fisso).
Se la domanda aggregata diventa AD’, le imprese continuano a produrre fino al tratto blu, da lì in poi non producono più: ogni unità prodotto costa più di quanto incassano per venderla (si fermano). La produzione dell'impresa si fermerà nel punto Ymax (dove il prezzo è uguale al costo marginale), dopo il quale non ha più convenienza a produrre. Se i prezzi sono fissi vuol dire che Ymax corrisponde ad un salario nominale tale da avere un salario reale pari a quello che si aveva nel punto max, dove all'impresa non conviene aumentare la produzione.
Traduciamo questo sul mercato del lavoro. Ymax corrisponde a un salario reale pari a W/P*; vuol dire che man mano che aumentava la domanda aggregata, l'impresa aumentava la sua domanda di lavoro spostandola verso destra, per seguire la domanda aggregata, ma arrivata al punto in cui l'offerta di lavoro incrocia il gomito della curva e corrisponde a questa quantità di lavoro domanda dall'impresa L(Ymax), l'impresa smette di chiedere lavoro, anche se salgono i salari reali (impresa comincia a ridurre la sua domanda di lavoro).
Riassumendo: se aumenta la domanda aggregata AD passando alla AD’, succede che l'impresa aumenta la produzione perché il prezzo è sempre pari al prezzo barrato, ma lo aumenta solo fino al livello Ymax, perché oltre tale livello il costo marginale è superiore al prezzo, è fisso, per cui all'impresa non conviene produrre. Sul mercato del lavoro questo equivale allo spostamento della curva della domanda di lavoro: man mano che aumenta la domanda aggregata l'impresa domanda più lavoro ma fino ad un certo punto, ovvero al livello L(Ymax), rappresentato dalla curva rossa tratteggiata. Questo perché per salari reali superiori al livello indicato da W/P*, all'impresa non conviene più produrre.
Questo modello rispetto a quello visto prima ha i prezzi fissi; il mercato del lavoro è sempre in equilibrio (curva di domanda e offerta di lavoro si incrociano), ma quello che è interessante è che il salario reale è determinato sull'offerta di lavoro (Ls) perché abbiamo detto che man mano che aumenta domanda aggregata, la domanda di lavoro si sposta verso destra e spostandosi verso destra incrocia la Ls in punti via via più alti fino ad arrivare ad un lavoro impiegato che fornisce una produzione pari L(Ymax). Vediamo quindi che con l'aumento della domanda aumenta anche il salario reale. Nel modello precedente il mercato di lavoro non era in equilibrio, perché avevamo sempre un eccesso di offerta di lavoro, e quindi il salario reale diventava anti-ciclico (l'aumento della domanda faceva aumentare i prezzi che riduceva il salario reale).
In questo modello succede il contrario: è il mercato dei beni che non è in equilibrio concorrenziale perché il prezzo è fissato ad un livello superiore al costo marginale. L'aumento della domanda con il prezzo fissato, fa aumentare la produzione ma produce un incremento dei salari reali. Abbiamo quindi in questo caso che il prezzo è fisso ma il salario nominale diviso prezzo (W/P) diventa pro-ciclico, cioè nell'espansione di domanda esso aumenta.
Variante del modello
Una variante del modello appena visto è una variante che riguarda il mercato del lavoro. In questo modello rispetto al precedente non vi è disoccupazione, questo perché il mercato del lavoro a seguito dell'aggiustamento del salario nominale, è sempre in equilibrio, cioè la domanda è uguale all'offerta. C'è una complicazione, una generalizzazione di questo modello che porta ad avere però anche situazione di disoccupazione. Le motivazioni in dettaglio le spiegheremo quando parleremo del mercato del lavoro, però qui vediamo solamente una piccola cosa in più. Consideriamo solo il grafico del mercato del lavoro e rifacciamolo. Quello che succede è che ci sono delle ragioni per cui in realtà le imprese potrebbero voler fissare dei salari un po' più elevati di quello che verrebbe fuori dal semplice incontro tra l'offerta di lavoro (Ls) e la domanda di lavoro (Ld); perché questo potrebbe accadere?
Perché l'impresa potrebbe voler incrementare, per il dipendente, il costo di venir sorpreso “a battere la fiacca”; cioè se il dipendente è pigro, non lavora, con un certo salario se viene sorpreso e licenziato perderà quel salario; quindi se aumento quel salario aumento il suo costo del venire intercettato e licenziato, quindi diciamo che lo convinco a lavorare in modo più efficiente. Un altro motivo è per attirare i dipendenti migliori, perc...
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