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Rousseau (Contratto sociale e visione generale sull'autore)

Appunti di Storia delle dottrine politiche su Rousseau (Contratto sociale e visione generale sull'autore) basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Arienzo dell’università degli Studi di Napoli Federico II - Unina. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia delle dottrine politiche docente Prof. A. Arienzo

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arti sempre più sofisticate, ma che cerca una condizione naturale del vivere che implica che i corpi

stessi esprimano una certa forza. Rousseau credeva allora che la cultura fosse un elemento negativo?

Per quanto potrebbe sembrare così dagli ultimi elementi, in realtà, come in Machiavelli, la riscoperta

dei principi primi non è un semplice ritorno alla dimensione originaria, bensì una ri-attuazione di quei

principi. Si pone il problema di un passaggio come la negazione di Hegel per acquisire un elemento di

composizione diversa. Rousseau elabora lo stesso processo: posto che la rottura della condizione

naturale è un dato acquisito, un vero ritorno in natura non è immediatamente possibile, quindi

possiamo recuperare quella libertà originaria in un contesto nuovo, quello politico-civile, che costituisce

la grande operazione del Contratto sociale, ossia recuperare quella condizione di libertà naturale

libertà civile.

traducendola in In altre parole, il modo in cui recuperare quella ricchezza culturale che la

società ha messo a disposizione attraverso un processo di riscoperta di dimensione naturale.

La filosofia per Rousseau è il saper vivere, riprendendo gli esempi classici, come la logica stoica, per

cui la filosofia è forma di vita. Rousseau non è solo un autore di filosofia, è un soggetto che ha tentato

di rappresentare la propria esistenza come forma di vita filosofica, autoriflessiva nelle Confessioni.

Riesce? No, è una singolarità sofferente, abbandona figli e moglie (diceva di non sentirsi in grado di

educarli e di non avere un tenore di vita tale da garantirgli una vita dignitosa) eppure ci prova e lo

racconta nelle Confessioni, in cui si denuda. Ed è questo l’invito di Rousseau per gli altri, ossia

denudarsi attraverso un processo di effettiva riscoperta di un sé originario, posto che esista (secondo

Arienzo l’autoriflessione produce questa dimensione originaria, non esiste ex-ante, è l’operazione che

la produce: come Hobbes crea il popolo, Rousseau crea un vero sé nell’operazione autoriflessiva. In

realtà il vero sé non esiste primariamente, non c’è un vero sé a cui dobbiamo tornare, e questo

costituisce la grande contraddizione di Rousseau).

DOMANDE/RISPOSTE: Rousseau risente del proprio vissuto e non crede in una reale uguaglianza per

tutti, in quanto alcuni arrivano ad essere trasparenti, altri no.

Risposta con confronto con Hobbes: benché condividano alcuni punti, in fondo gli esiti sono

assolutamente diversi. Potremo ricostruire le ragioni per cui Hobbes si innamora di Euclide. L’idea di

Hobbes è che esiste un metodo separato dal soggetto che esercita questo metodo: esiste un sapere

scientifico, in quale, se adeguatamente utilizzato permette attraverso un processo di esatta deduzione

dai principi primi geometricamente definiti, compone quell’artificio che è lo Stato, in quanto opero

secondo un meccanismo così rigoroso, poi dico che mi interessa il piano pubblico-politico e della parte

interna dei soggetti non importa granché. Rousseau è l’opposto: non posso mettere in campo un

metodo separato dal soggetto, non posso fare una filosofia speculativa, la filosofia deve essere pratica

di vita. La vera ricchezza del mio pensiero è aver vissuto il mio pensiero, fatto di sofferenze e rotture; è

quello che mi permette di cogliere ciò che gli uomini sono veramente e i limiti, in fondo, che la politica

incrocia. Fermo restando che può non piacerci la risposta di Rousseau, il tentativo estremo di una

pienezza del sé a sé che lo fa vivere in una condizione di costante prostrazione: rappresenta un po' il

quadro di Tiziano, di un soggetto costantemente proiettato in un futuro che non è in grado di vivere il

presente. Però ci fa capire degli elementi importanti della politica: Rousseau, pur tematizzando un

processo di composizione convenzionale della politica (contratto sociale), ci mette sull’avviso che

prima o poi questa politica dovrà fare i conti con i soggetti, con le parti più interne e sofferenti, deve

dare una rappresentazione a questa dimensione. Rousseau ci prova in maniera estrema. Il problema,

però, è reale: c’è qualcosa che nella dimensione convenzionale della politica, se la politica è artificio, i

soggetti perdono e non è solo la libertà (fosse stata solo la libertà, Hobbes avrebbe risposto che la

libertà è acquisizione, per cui sei libero di fare quello che vuoi entro le leggi dello stato). Non è solo

questo.

La centralità della questione della singolarità si trova nella differenza tra due termini: amor di sé e

amor proprio.

Il tentativo di individuare quei percorsi per cui ogni soggetto può vivere in una condizione di amore di

sé, una produzione di senso: scopro me stesso e attribuisco un vero senso a me stesso e mi prendo

il prendersi cura del proprio sé.

cura di ciò che sono: amor di sé indica Invece l’amor proprio è ciò che

prende i soggetti nella condizione rappresentata nel Discorso sulle scienze e sulle Arti, la condizione

dell’artificio, del lusso, per cui gli individui amano se stessi in quanto individui, in quanto separati

rispetto agli altri, vivono un proprio fatto di separazione e divisione: non è propriamente una condizione

narcisista (come quella del letterato che si mette a nudo e vuole che gli sia riconosciuto tale marito,

Rousseau parla del borghese, di un soggetto che vive in una condizione di separatezza tra la sfera

privata e quella pubblica, teso ad acquisire beni individuali, una condizione di successo in società

egoistico, separato dalla condizione vera di libertà, che è quella del cittadino, ossia il soggetto

“non abbiamo più cittadini, o se li abbiamo

dell’amore di sé è ancora una volta quel soggetto per cui

sono dispersi nelle campagne”. cittadino amore di sé “fisici,

Il è colui che vive in una condizione di ,

geometri, astronomi…” amor proprio

vivono in una condizione di , inseguono un successo

individuale che non entra in relazione con la condizione collettiva. Rousseau riprende la logica

repubblicana:

la gloria della res publica viene prima del successo individuale, anzi il vero successo individuale è

quello che realizza la gloria della res publica.

Rousseau cerca di realizzare questa produzione di senso (amor di sé) contro la condizione di

separatezza (amor proprio). musica.

Tutta questa riflessione cade nel tema della Quando pensiamo alla filosofia come forma di vita,

dobbiamo coglierlo come un percorso che attraversa tutti i suoi versanti, anche la musica. Quindi su

alienazione

ogni versante egli tenta di superare una condizione di . L’alienazione in Rousseau è la

separazione del sé dal sé, il processo per cui i soggetti cedono il loro vero essere a una condizione

sociale e civile che non li restituisce per la loro natura vera e propria, ma gliene restituisce solo una

parte separata. Il pittore, il chimico che trova una realizzazione in quanto pittore, chimico, non in

quanto Cittadino, come soggetto che realizza se stesso insieme agli altri, riscoprendo quelle dimensioni

originarie che sono proprie dei soggetti.

La questione di Rousseau è un attacco all’antropologia di Hobbes. Anche Rousseau descrive lo

Discorso sull’origine dell’inuguaglianza

stato di natura, lo fa in particolare nel e in un saggio che

ricostruisce le origini del linguaggio e delle lingue dalla condizione naturale, quella condizione naturale

in cui i soggetti primitivi hanno la capacità di esercizio di suoni che replicano i suoni della natura: c’è

un linguaggio originario, che si ritraccia soprattutto nella tradizione greca, per cui la lingua rappresenta

spirito di un popolo,

lo laddove le lingue contemporanee vivono una situazione di artificio e di radicale

separazione, per cui anche nella lingua dovremo tornare a rappresentare delle modalità attraverso cui i

popoli originariamente si esprimevano. Rousseau introduce diversi passaggi: il primo suono sarebbe la

realtà del bambino, la dimensione genetica, l’urlo del bambino intorno a cui si raccolgono le piccole

comunità disperse, nel soccorso, c’è questa condizione (molto simile a Locke) di soccorso naturale di

un individuo rispetto agli altri individui in una condizione di natura che giustifica una condizione

originaria di libertà. Nella condizione naturale, a differenza di Hobbes, gli uomini non confliggono tra

armonia.

di loro, vivono in una condizione originaria di Ciò che determina l’uscita dallo stato di natura è

la scarsità. In questo Rousseau accoglie l’elemento di Hobbes, nei termini in cui questa condizione di

scarsità viene opposta dai popoli primitivi attraverso politiche cooperative, ma prima o poi emerge un

soggetto che sulla base di una prestanza fisica particolare o di un ingegno particolare, pianta dei paletti

e dice “questo è mio”: la libertà originaria viene meno. Eppure ciò che gli uomini portano dentro di sé,

secondo Rousseau, è la possibilità di realizzare una libertà naturale e l’obiettivo del Contratto sociale

deve essere quello di realizzare questa libertà naturale nella forma che gli è propria, propria di un

soggetto che aspira ad essere costantemente perfettibile (altro elemento importante: i soggetti vivono

in una spinta alla perfettibilità, soprattutto morale, per cui c’è un conatus interno che ci spinge ad

essere sempre migliori ed è quello che in una fase iniziale produce la corruzione dei costumi, per cui

questo renderci migliori è sempre attraverso le Arti, eppure prima o poi questo conatus ci spingerà a

riscoprire quella dimensione originaria del nostro vivere in comune, per cui possiamo acquisire una

libertà propriamente politico-civile che riattualizza la libertà naturale. In Rousseau è presente un

meccanismo circolare: la perfettibilità spinge al lusso, alle affettazioni, fino al punto in cui si dovrà

tentare di recuperare una condizione di libertà originaria).

manoscritto di Ginevra

Dal (bozza del Contratto sociale che contiene diverse differenze):

“Se nell’ordine civile può essere di qualche regola di amministrazione legittima e sicura prendendo gli

uomini come sono e leggi come possono essere. Tenterò di associare sempre in questa ricerca ciò che

il diritto permette con ciò che l’interesse prescrive, perché la giustizia e l’intimità non si trovano a

essere separate. Nato cittadino in uno stato libero e membro del corpo sovrano, per debole che possa

essere l’influenza della mia voce negli affari pubblici, il diritto di votare su essi basta per impormi il

dovere di istruirmi in proposito. Felice ogni volta che medito sui governi di trovar sempre le ragioni per

cui amo il mio paese”.

Contratto sociale, capitolo I:

“l’uomo è nato libero è ovunque in catene. Chi si crede padrone degli altri nondimeno è più schiavo di

loro. Com’è avvenuto questo mutamento? Non lo so. Che cosa può renderlo legittimo? Credo di dover

risolvere questo problema […] L’ordine sociale è un sacro diritto che serve di base a tutti gli altri.

Tuttavia questo diritto non proviene dalla natura, quindi è basato su una convenzione. Si tratta di

sapere quali sono queste convenzioni. Ma prima di arrivare a ciò, devo dimostrare ciò che ora ho

affermato” “l’uomo è nato libero e ovunque è in catene”

Nella prima affermazione si legge l’attacco: quella

condizione naturale di libertà in qualche modo tradita dalla condizione sociale che rende gli uomini

schiavi gli uni degli altri. Gli uni possono realizzarsi solo nel rapporto piena e piana degli uni con gli

Non lo so”.

altri. Ciò non accade. Perché questo è avvenuto? “ Sicuramente possiamo uscire fuori da

questa condizione di schiavitù solo attraverso una convenzione, un patto. Io assumo ciò che l’uomo è

in natura, ma devo riflettere su ciò che la condizione sociale può produrre sotto forma di sostanziale

convenzione. E da qui intentare di individuare i percorsi che compongono lo stato. Rousseau si muove

nel solco della tradizione di Hobbes e Locke, giusnaturalismo: c’è una condizione naturale, un diritto

naturale che gli uomini hanno su tutte le cose, allo stesso modo in cui lo abbiamo ritrovato in Hobbes e

Locke. Condivide con Hobbes l’idea per cui la condizione naturale è una condizione di relativa scarsità.

Conduce una rottura, condivide però con Locke l’idea che in fondo i soggetti ricercano innanzitutto il

rapporto con gli altri. L’urlo del bambino, la difficoltà della madre sono l’elemento in partenza che la

condizione in natura obbliga i soggetti a convenire in piccole comunità politiche. E questo primo

processo di composizione è quel processo in cui si realizza una dimensione naturale dell’associazione

degli uomini che vanno in scoperta della condizione politico-civile. Contrattualismo: questa

condizione di libertà non può che essere un processo, il patto, il contratto nella forma propriamente

politica, attraverso cui le volontà dei singoli si trasferiscono e realizzano la volontà pubblica. L’attività

associativa non può essere un’imposizione dall’alto, quindi rompe col modello di Hobbes.

Convenzionale: nel senso che non è natura la forma di associazione politica, nella natura sono le

precondizioni dell’associazione politica, il fatto che gli individui condividano un linguaggio, passioni,

una volontà generale, un’istanza di perfettibilità, tutto ciò che troviamo nella natura è ciò che regge

come precondizione, ma la forma politica non può che essere convenzionale, deve reggersi di volta in

sull’accordo delle singole parti.

volta E allora dalla libertà di natura alla libertà civile, l’uscita dallo stato

di natura in Rousseau è la rottura radicale con lo stato di natura. Mentre in Hobbes l’uscita dalla

condizione di natura è in fondo la trasposizione sul piano politico, sovranazionale della condizione

individuo unico,

naturale. I singoli individui della condizione naturale si compongono come lo stato

come identità artificiale di vita, ogni singolo stato si contrappone agli altri stati nella condizione dello

stato di natura. Per Rousseau non è così. Rousseau è uno dei primi autori che tematizza l’unità politica

dell’Europa, tematizza la condizione di un accordo politico tra gli stati di Europa. Non è un caso che

Rousseau fosse amatissimo da Kant. La libertà immediata si deve realizzare sotto forma particolare,

che è la libertà mediata dalle leggi nella condizione repubblicana.

La condizione dello stato di natura

Aristotele

In non possiamo parlare di stato di natura, nei termini in cui ζοον politicon, l’ente sociale, il

cittadino è una dimensione naturale, ma questa dimensione naturale è naturalmente l’espressione di

quei rapporti propri che si istituiscono tra il padre di famiglia e i figli, l’uomo e la moglie, l’uomo e i

servi, quindi la famiglia, il villaggio e la città. C’è una condizione sociale che è naturale, non c’è uno

stato di natura separato e differente dallo stato civile: lo stato civile è lo stato naturale. In Aristotele si

assiste ad una piena naturale comprensione di un cittadino in quanto cittadino sociale. Nell’ ethos

dell’individuo si manifesta lo stato naturale, che è l’essere parte di una polis, di essere un cittadino, in

quanto relazione di quella serie di rapporti che partono dall’uomo al servo e via dicendo. Non c’è uno

stato di natura scisso da quello civile, bensì una condizione naturale intesa come quella condizione che

realizza il bene comune: quindi è lo stato civile. L’essere cittadino nasce con l’individuo, l’individuo

fuori dalla polis non è in grado di realizzare quel ben di vivere perché non si realizza un buon vivere se

non all’interno di una polis. Ovviamente non è così per tutti. Se in fondo per Aristotele la condizione

civile è la condizione naturale e qui la natura è l’espressione, la spinta a una piena realizzazione del

bene, in tutti questi altri autori della modernità tra cultura e natura c’è un solco gigantesco. Il problema

diventa l’uscita da uno stato di mancanza, di limite, è il recupero di una condizione civile, che però si

separa da quella naturale.

Rousseau, Hobbes e Locke attuavano questa distinzione .

Hobbes

In il metodo ci permette di definire una condizione naturale in uno stato di natura, che è quella

nella quale gli individui senza un limite, rappresentato da un bene comune, operano. Hobbes non si

pone il problema se quella condizione naturale esista o meno, forse in parte negli Indiani d’America,

esperimento mentale che il metodo geometrico euclideo

ma la condizione naturale in Hobbes è quell’

ci permette di rappresentare. Lo stato di natura è un’operazione teorica, in quanto prodotto di un

esperimento mentale, che ci permette di costruire l’autorità dello stato. Posto che siamo in grado di

individuare in maniera assiomatica sulla base del metodo scientifico come gli uomini sono fatti,

possiamo immaginare (esperimento mentale), noi possiamo costruire le modalità in cui i soggetti si

rapportano gli uni agli altri. Non è un’operazione teorica molto diversa dal lanciare una pallina in uno

spazio vuoto e vedere qual è l’effetto che genera. Noi possiamo definire le regole del comportamento

degli individui: quando queste regole si danno nella condizione di un’assenza di un potere comune noi

sappiamo dire come si determina lo stato di natura. Lo stato civile è quella condizione in cui questi

comportamenti assiomaticamente definiti degli individui vengono regolati da un potere comune. In

Hobbes dunque c’è una separazione tra uno stato di natura e uno stato civile, nei termini in cui lo stato

di natura è una sorta di esperimento mentale che giustifica e legittima la costruzione di un potere

comune. Il metodo euclideo ci permette di rappresentare la fisica dei corpi naturali e quindi gli individui

in quanto espressione composta di questa fisica dei corpi naturali, gli individui confliggono gli uni con

gli altri, in questo confliggere dovranno, siccome sono passioni e ragione, che a loro volta sono

movimenti interni dei soggetti, dovranno trovare una composizione politica che è lo stato del

Leviatano. Se si parte da principi di fondo, con un metodo deduttivo e assiomatico si arriva allo stato

del Leviatano. Hobbes -> lo stato di natura come condizione teorica (che serve a legittimare

scientificamente la costruzione di un’unità politica).

Locke

In no. In Locke la condizione è diversa perché entra la tradizione cristiana: gli individui nella

condizione di natura hanno dei diritti inalienabili, mai messi in discussione. Libertà intesa come

garanzia della sopravvivenza, conservazione del corpo, dei propri cari e dei propri beni. Il problema

lockiano è come però questa condizione di beni da mero possesso diventi un’effettiva proprietà. Lo

all’origine

stato di natura in Locke è una condizione antropologicamente vera (quelle delle Americhe: “

ogni stato è America”), ossia una condizione in cui le comunità politiche condividono naturalmente in

armonia le loro ricchezze originarie. Quando questa cosa si rompe per una serie di percorsi storici, si

tratta di recuperare una condizione civile separata da quella naturale, ma nel farlo riservare ai singoli

degli elementi di diritti naturali e di proprietà che altrimenti andrebbero persi. In questo si distingue da

Hobbes perché nel passaggio resta soltanto l’auto sopravvivenza, mentre Locke conserva altri elementi

della condizione naturale, ossia la proprietà. In Hobbes dunque, il passaggio deve garantire solo la

sicurezza, in Locke va garantita la proprietà, senza la quale la sicurezza non ha alcun senso.

Rousseau è su un piano ancora diverso. C’è una condizione naturale? Si, Rousseau cerca di formarla

antropologicamente, è uno studioso attento a diversi antropologi e cerca di capire come gli uomini

erano effettivamente. Ma quello che a lui interessa è sostanzialmente recuperare una condizione civile

con la dimensione di libertà naturale che è propria di tutti gli uomini e che è il proprio di tutti gli uomini:

non siamo in grado di realizzare una vera condizione di pienezza civile smettendo ciò che noi siamo.

contraddizione

Come questa libertà naturale diventa civile costituisce il nucleo della di Rousseau.

Capitolo VI, “Patto sociale”, Contratto sociale

“Suppongo che gli uomini siano giunti al punto, in cui gli ostacoli, che nuocciano alla loro

conservazione nello stato di natura, prendano con la loro resistenza il sopravvento sulle forze, che

ciascun individuo possa impiegare per mantenersi in tale stato” . La condizione nella quale gli individui

si trovano nello stato di natura è tale che i singoli non sono più in grado di conservarsi in quello stato,

per cui sono obbligati a fare un passaggio propriamente politico.

“Il problema è allora trovare una forma di associazione, che difenda e protegga con tutta la forza

comune la persona ed i beni di ciascun associato; e per la quale ognuno, unendosi a tutti, non

obbedisca tuttavia che a se stesso, e resti altrettanto libero come prima ”. Ecco l’obiettivo: trovare una

forma di associazione che protegga la persona e i beni di ciascuno. Noi ci associamo e ci impegnano a

far sì che con la nostra forza comune difenda la libertà dei singoli in modo che ognuno, unendosi a tutti

obbedisca a sé. In questo si avvicina a Locke, ma è assolutamente lontano da Hobbes, perché

l’elemento verticale non c’è: tutti si associano a tutti, l’associazione orizzontale garantisce la

costruzione del potere comune. Manca il sovrano, la spada che garantisca la tenuta del patto. Mentre

per Hobbes la tenuta del patto si ha nel momento in cui ognuno di noi si vincola agli altri, si impegna a

rispettare l’impegno con gli altri, ma sa che c’è un’autorità verticale che farà rispettare questo patto,

per Rousseau ognuno di noi si vincola all’altro e si impegna a rispettare questo altro, sapendo che la

totalità farà rispettare il patto: il legame è orizzontale. In parte anche in Locke, ma ciò che distingue

questo patto da quello lockiano è il fatto in Locke il patto riserva uno spazio più ampio ai singoli

rispetto a quanto fa Rousseau. Il potere comune in Locke non può disporre delle proprietà dei singoli e

soprattutto non pone il problema, come scrive Rousseau, di rimanere liberi come prima. In Locke la

libertà civile che si acquisisce è una libertà rappresentativa, ossia si trasferisce ad una autorità

l’esercizio del potere comune. Nel caso di Rousseau i soggetti non devono trasferire la loro autorità ad

un’altra autorità, la devono riservare per se stessi. Mentre in Locke c’è un processo di patto orizzontale

e un processo di trasferimento dal basso verso l’alto, in Rousseau c’è la pretesa che questa dimensione

resti orizzontale. Hobbes: dimensione orizzontale/verticale insieme, Locke: dimensione orizzontale/

trasferimento in alto con alcune riserve, Rousseau: la dimensione orizzontale resta orizzontale.

“Le clausole di questo contratto si riducono tutte a una sola: cioè l'alienazione totale di ciascun

associato, con tutti i suoi diritti, a tutta la comunità” . Locke non sarebbe affatto d’accordo: ciascun

associato aliena i propri diritti alla comunità. È per questo motivo che è stato letto in una tradizione

totalitaria. Eppure non è proprio così, almeno non è nelle intenzioni dell’autore. Certamente

quell’istanza di autogoverno repubblicana che spinge Rousseau a rendere il cittadino virtuoso il

cittadino nella comunità, è una dimensione politica classica che non vive quella rottura moderna.

Saremo ingenerosi se interpretassimo questa chiusura comunitaria come dimensione totalitaria. È

certamente vero che questa dimensione di una relazione diretta tra il singolo e la comunità per noi è

problematica, tanto più che in Locke noi abbiamo una composizione costituzionale per cui la “volontà

generale” si esprime secondo il potere legislativo: il potere legislativo è separato da quello esecutivo

ed è superiore a quello esecutivo. In Rousseau avviene la stessa operazione per cui il potere legislativo

è esercitato ed è superiore a quello esecutivo ed è strettamente legato a quello legislativo e tuttavia

questo potere legislativo di esprime in maniera diretta, non rappresentata, non secondo una

separazione politica tra la comunità e l’espressione politica e si esprime a maggioranza, senza quelle

riserve costituzionali che si trovano in Locke: in Locke la maggioranza può legittimamente prendere

una serie di decisioni interpretando l’interesse collettivo, ma sempre in rispetto di quella condizione di

libertà individuale, che si esprime come sicurezza per sé, per la propria famiglia e per i propri beni. In

Rousseau questa totalità si esprime necessariamente come una maggioranza in assemblea. Ma questa

maggioranza in assemblea è il sovrano che non ha limiti: non c’è una legge costituzionale a cui è

subordinata. Nonostante il pensiero di Rousseau non si limita al “Contratto sociale”, possiamo cogliere

l’alienazione totale di ciascun individuo a tutta la comunità

la contraddizione di Rousseau nel punto “ ”:

Rousseau smentisce quell’assoluta singolarità, ma lo fa perché vuole realizzare quel cittadino, che

realizza sé stesso nella comunità politica.

“Perché, in primo luogo, se ciascuno si dà tutto intero, la condizione è uguale per tutti; e se la

condizione è uguale per tutti, nessuno ha interesse a renderla gravosa per gli altri” . Qual è l’elemento

che distingue ancora? Mentre in Locke il soggetto cede una parte importante della propria dimensione

politica, perché pongono un limite a questo governo, in Rousseau ciò non accade: tutti conservano la

piena partecipazione alla cosa pubblica e quindi vi è l’istanza per cui non c’è un governante che si

contrappone al governato, perché governato e governante coincidono. Rousseau vuole realizzare il

pieno autogoverno dei singoli.

“Infine ciascuno, dandosi a tutti, non si dà a nessuno ” - perché se io mi do a tutti, non mi do ai singoli

“e siccome non c'è associato, sul quale non si acquisti lo stesso diritto che gli si cede su noi

individui –

stessi, si guadagna l'equivalente intero di ciò che si perde, e più forza per conservare ciò che si ha “si

”:

acquista lo stesso diritto che si cede su noi stessi” perché acquisto il diritto su tutto che prima non

avevo e che condivido con gli altri, cedendo un diritto su di me. Si guadagna l’equivalente di ciò che si

perde, come se per Rousseau fosse l’equivalente di ciò che ho perso: ciò che si guadagna è il diritto

n aumento di forze per conservare ciò che

immediato di esercizio di un potere naturale sulle cose. E “u

si ha”: se io prima volevo garantire la mia autoconservazione sulla base delle mie forze, ora posso far

valere la forza del tutto, dell’uno.

“Se dunque si escluda dal patto sociale ciò che non fa parte della sua essenza, si troverà ch'esso si

riduce ai termini seguenti: Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere, sotto

la suprema direzione della volontà generale; e noi riceviamo come corpo ancora ciascun membro come

parte indivisibile del tutto”

“Questa persona pubblica, che si forma così dall'unione di tutte le altre, prendeva altra volta il nome di

città (la polis) e prende ora quello di repubblica o di corpo politico, il quale è chiamato dai suoi membri

Stato, in quanto è passivo, sovrano in quanto è attivo, potenza nel confronto coi suoi simili (stato

contro stato). Riguardo agli associati, essi prendono collettivamente il nome di popolo, e si chiamano

particolarmente cittadini in quanto partecipi dell'autorità sovrana, e sudditi in quanto sottomessi alle

leggi dello Stato”: noi siamo contemporaneamente cittadini e sudditi, cittadini perché siamo noi

l’espressione diretta della sovranità dello stato, esercitiamo attivamente un potere, ma siamo sudditi

perché siamo assolutamente dipendenti dalla volontà generale, che si esprime con la legge generale,

questo è un punto fondamentale (senza il quale potremo considerare Rousseau un folle!). La collettività

non potrà mai intervenire individualmente sul singolo, bensì questa sovranità si esprime sotto forma di

sovrana

legge, la quale è assolutamente , e quindi non è mai il rapporto della volontà generale con la

singola volontà individuale, ma è sempre il rapporto della volontà generale con la generalità degli

individui che la compongono.

“Con il patto sociale abbiamo dato l'esistenza e la vita al corpo politico. Si tratta ora di dargli mediante

la legislazione il movimento e la volontà”: abbiamo composto comunità, come si muove questa

comunità politica che chiamiamo sovrano. [SCHEMA] La volontà generale ha un contenuto e una

forma: la forma della volontà generale è la legge. Le volontà singole compongono la volontà generale,

che non ha la somma, ma una dimensione organica, per cui il tutto che si genera, in quanto

espressione di interesse di una comunità unitaria è più delle singole parti, non è l’accordo tra le singole

parti a determinare la volontà generale, è il processo che la determina. Il contenuto della volontà

generale, espresso sotto forma della legge, non entra mai in una relazione singolare tra singolo e

volontà generale. Il contenuto deve essere sempre tale da cogliere tutti: questi cittadini quando

parte della volontà generale

realizzano sé stessi come sono cittadini (movimento verticale), quando la

volontà generale si esprime attraverso la legge come volontà su una serie di contenuti rende i singoli

sudditi, ma sono sempre sudditi di una volontà generale che comprende le volontà particolari. Quindi il

rapporto non è mai un rapporto di rimunerazione, ma di partecipazione. La logica di Rousseau sta nel

fatto che il singolo che si sottomette alla legge dovrà sempre sottostare ad un contenuto che assume

una forma liberale. Ciò che realizzerà nel contenuto particolare è il potere esecutivo o anche

governo. Ma il governo è subordinato alla volontà generale, in modo tale da non avere in assoluta

alcuna autonomia. A differenza di Locke e degli altri autori in cui la separazione dei poteri indica

sempre una loro autonomia, in Rousseau non accade questo, in quanto il potere esecutivo è un potere

mandatario, per cui i funzionari che esercitano la legge, possono essere di volta in volta richiamati dal

corpo politico. Non possono esercitarla contro la volontà generale dei cittadini. In Rousseau non si trova

una riflessione sul potere giudiziario, è ingoiato in quello esecutivo. Mentre in Locke e nel Federalist ci

si pone in un’ottica di divisione di potere il problema di quale potere esercita sul cittadino, in Rousseau

il problema non si pone, perché in fondo Rousseau è convinto del fatto che questo potere giudiziario

può essere rimandato a una serie di funzionari, che sono parte del governo e questo governo è sempre

volontà generale non si intende la somma delle

subordinato alla volontà generale. Dunque per

singole volontà, bensì il processo stesso, realizzando una volontà inscindibile dal singolo. La

deliberazione finale è l’atto attraverso cui si esprime la volontà, che si esprime sempre in termini

generali, mai in termini specifici. Nel momento in cui c’è una deliberazione a maggioranza essa è

espressione della volontà generale, la quale non falla mai.

Come si realizza il modello rousseauiano? È sempre una sorta di federazione. Immaginiamo uno stato,

che è organizzato in circoscrizioni (Rousseau non lo spiega in maniera così netta). Assemblea generale

di tutte le circoscrizioni e ognuna nomina dei portavoce (ognuno esprime la volontà delle singole parti).

Queste sono articolazioni funzionali di una assemblea nazionale generale che raccoglie questi

portavoce delle diverse parti: l’assemblea nazionale. È qui che viene deliberata la legge. Il termine

deliberata perché innanzitutto si prevede un meccanismo per cui il rapporto tra chi esprime nella dieta

nazionale e quella delle singole circoscrizioni è continuo; di volta in volta può essere revocato e inviato

ai portavoce. Nell’assemblea generale viene deliberata la legge, il che significa che da qualche altra

parte ci sta un corpo di funzionari che la legge la pensa e la scrive, la porta nell’assemblea generale, la

quale, se la accetta, delibera e diventa la volontà generale dello stato. Sembra essere simile al

parlamento italiano, ma l’elemento che separa è l’assenza della dipendenza del mandato, non c’è una

separazione se non funzionale tra i poteri e manca un limite alla volontà generale. Questo era il

meccanismo che gli americani avevano realizzato inizialmente negli USA, ma avevano subito obiettato

il fatto che se si fossero comportati così la conquista da parte di altri sarebbe stata facile. Rousseau

tenta di attuare questo modello perché i cittadini possono esercitare su uno spazio ristretto un effettivo

governo e partecipare secondo questa modalità tipicamente repubblicana all’assemblea generale dello

stato. Quando, tuttavia, vorrà definire i progetti costituzionali della Corsica e della Polonia il

meccanismo sarà ridotto molto più banalmente alla definizione di un’assemblea generale nazionale che

esprime attraverso una serie di leggi il piano politico complessivo: della realizzazione istituzionale di

Rousseau bisogna coglierne i principi, non un’effettiva realizzazione, in quanto di fatto non è mai

avvenuta.

Rousseau ci rimanda ad un altro elemento: l’impianto complessivo non è molto distante da quello che

viviamo quotidianamente, in particolare la tripartizione popolo – cittadino – suddito. Il popolo è il

esito di un patto

soggetto detentore della volontà generale, tra i due, il popolo viene dopo: il popolo è l’

convenzionale. Rousseau coglie un altro elemento: una volta che noi abbiamo dato vita a questo corpo,

siamo cittadini e sudditi, cittadini come attori politici, ma anche sudditi. la nostra libertà politica è

sempre limitata e c’è sempre una relazione per cui questo potere politico che abbiamo costituito in

qualche modo ci sottomette. Anche nel modello che aspira alla massima libertà, che è quello di

Rousseau, egli coglie subito il fatto che il cittadino non può non essere anche suddito. Deve essere

suddito alla legge, ma suddito. Questa dimensione è propria ed ineliminabile anche della forma

democratica rousseauiana.

Il punto di partenza è che un autore come Hobbes si muove in un contesto in cui di fronte ha le guerre

di religione, per cui ha tangibile il fatto che la società è divisa. Lo stesso è Locke che ha di fronte l’esito

di una guerra civile tra parlamento e corona, quindi vive in un contesto, come Hobbes, di separazione.

Rousseau non si pone il problema di una composizione interna del popolo, anzi il tentativo è quello di

superare del tutto le composizioni interne, perché ci sono le singolarità con la loro istanza di libertà che

devono essere realizzate prima di tutto. È un modo diverso di pensare al corpo della politica, un corpo

totale e composto insieme. È come se Rousseau assumesse il dato che queste maggioranze sono

variabili e su ogni singolo punto si possono articolare diversamente.

Il Contratto sociale è frutto di un percorso intellettuale che non si realizza, va collocato in un processo

di ricerca che resta aperto.

24/10/2017

L’atto di associazione su cui Rousseau si è soffermato produce, al posto delle persone private dei

singoli contraenti. corpo morale collettivo

Un produce un corpo morale collettivo composto di tanti

membri quanti sono i volti dell’assemblea. Ognuno attraverso il patto passa da essere un contraente

singolo a un corpo morale collettivo. La dimensione morale è importante perché segna il passaggio da

libertà morale

una libertà naturale a una politica e civile, quindi è una che si costruisce e quindi un

corpo morale composto da tanti membri quanti sono i volti dell’assemblea: ognuno partecipa al corpo

collettivo. È dal patto che l’assemblea trae la propria volontà, il suo io comune. In fondo viene replicato

modello hobbesiano.

il Questa pluralità di soggetti si compone come unità politica, come soggetto

morale e compone un io comune: potremo quasi rappresentarlo come Hobbes ha presentato il


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alegifuni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Arienzo Alessandro.

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