Indicate la differenza tra Keynesiani e monetaristi sull’analisi del ruolo della moneta
nel sistema economico.
I keynesiani mettono enfasi sul ruolo speculativo invece i monetaristi mettono enfasi sul
ruolo transattivo: la moneta è un semplice mezzo di scambio senza alcuna influenza sui
fenomeni reali del sistema economico; se non quello di determinare il livello dei prezzi. Il
reddito reale è determinato dall’offerta dei fattori produttivi e dalla produttività, la moneta
si stende sopra questo come un velo. E l’olio che fa girare gli ingranaggi del motore, non
un suo componente chiave.
Domanda di moneta
Ammontare di riserve monetarie che gli agenti economici desiderano detenere, in un
determinato periodo di tempo, per compiere transazioni commerciali e finanziarie. Keynes
distingue a seconda dei fini che muovono gli individui la domanda di moneta in : 1)
moneta transattiva detenuta allo scopo di far fronte agli sfasamenti temporali tra i flussi
delle loro entrate e delle loro uscite. 2) precauzionale detenuta a scopo di far fronte ad
improvvisi mutamenti nella situazione economica degli individui o dell’intera nazione, essa
copre dal rischio di un’inaspettata mancanza di liquidità. 3) moneta speculativa
costituita dall’ammontare di moneta investita in titoli o in altre attività la cui redditività
dipende dalle aspettative formulate dagli agenti economici riguardo l’andamento del tasso
di interesse.
Offerta di moneta
Variabile esogena per i monetaristi, nel qual caso esso dipende esclusivamente dalle
decisioni prese dalle autorità monetarie; una variabile endogena dai Keynesiani,
influenzata dall’andamento delle altre variabili del sistema economico. Sia i neoclassici che
i monetaristi propensano per la prima ipotesi, la moneta non influisce sulle variabili reali
del sistema ma solo sul livello generale dei prezzi. Keynes ritiene che la moneta e le forze
reali del sistema siano intimamente correlate: una politica monetaria troppo restrittiva può
creare sfiducia negli operatori, spingendoli ad abbandonare le attività reali in favore della
liquidità (trappola della liquidità). Se la quantità di moneta influenza gli investimenti reali
esogena.
essa non può essere considerata una variabile
Indicate le differenze tra Keynesiani e monetaristi per quanto riguarda la politica
economica
Branca della scienza economica che studia l’intervento dello stato nel sistema economico
e suggerisce gli strumenti da realizzare affinché siano raggiunti alcuni obiettivi considerati
socialmente desiderabili. La teoria economica classica insegnano che lo stato migliore
è quello che governa meno, poiché i processi automatici del mercato assicurano da solo
l’efficiente impiego e l’ottimale distribuzione delle risorse finanza naturale. I privati
siano in grado di assicurare la piena occupazione dei fattori produttivi e quindi il massimo
livello possibile del reddito nazionale. Lo stato non deve modificare né il preesistente
rapporto tra i redditi dei membri della collettività, ne la distribuzione del reddito di ognuno
fra consumo e risparmio, ne i rapporti di produzione fra i vari impieghi. La politica
economica stabilisce essenzialmente ciò che lo stato non deve fare affinché l’economia,
come sistema economico autoregolatesi, possa funzionale nell’interesse generale.
Keynes dimostrò che il sistema capitalistico abbandonato a se stesso non è in grado di
assicurare la piena occupazione delle forze lavoro. Porta ad un radicale mutamento della
visione del ruolo dello stato nella vita economica di un paese. La sua scuola studia i
problemi legati all’instabilità propria di un’economia di mercato e dalla insufficiente
domanda di lavoro ed ha costituito la base teorica degli investimenti di politica fiscale e
politica monetaria adottati fino agli anni 70.
Mettere in luce la differenza tra keynesiani e monetaristi per quanto riguarda i fattori
che determinano il reddito nazionale.
I monetaristi il reddito nazionale effettivo è sempre uguale al reddito nazionale
potenziale, quello massimo producibile impiegando tutti i fattori produttivi disponibili,
poiché qualunque quantità prodotta trova sbocchi sul mercato grazie alla flessibilità dei
prezzi, l’offerta crea la propria domanda. Ciò che vincola il livello di reddito nazionale
effettivo è quindi ciò che determina il livello di reddito potenziale. Sull’analisi di lungo
periodo, sui fattori che determinano l’accumulazione del capitale e la crescita della forza
= ( )
Y A f L , K , H , N
lavoro disponibile. A= tecnologia, L= lavoro, K= capitale fisico, H=
capitale umano, N= risorse naturali
Ci può essere anche un secondo modo per analizzare i fattori che determinano il reddito. Il
reddito può essere visto come il prodotto di due grandezze, cioè il numero degli occupati
per la quantità di prodotto che ognuno di essi produce in media. Y= pL ,
= ( ),
xY A f xL , xK , xH , xN x=1/L , Y/L = A f (1, K/L, H/L, N/L)
Per i keynesiani è la domanda aggregata a determinare il reddito nazionale effettivo e
questa è di norma inferiore a quello potenziale in quanto il sistema è inferiori non solo o
non tanto perché i prezzi siano rigidi o esistano imperfezioni del mercato, i prezzi possono
anche essere giusti ma gli agenti possono non rispondere in modo adeguato agli stimoli di
prezzo per mancanza di fiducia. La fiducia dei consumatori e degli investitori sia così
scarsa che anche prezzi o tassi d’interesse bassi possono non essere sufficienti ad
alimentare un adeguato livello di domanda di consumi e beni di investimento; i
consumatori possono decidere di rimanere liquidi piuttosto che spendere. le determinanti
del reddito nazionale sono quindi le componenti della domanda aggregata, i consumi, gli
investimenti, la spesa pubblica il saldo di esportazione e importazioni Y=DA. La scarsità di
risorse per aumentare la quota di produzione di capitale si rende necessario ridurre la
produzione per il consumo corrente, ossia per aumentare gli investimenti occorre ridurre i
consumi e aumentare il risparmio, quindi l’austerità, la frugalità sono fattori positivi poiché
la premessa dell’investimento. La spesa pubblica non ha un ruolo positivo perché aumenta
il consumo corrente e riduce gli investimenti oppure causa inflazione. Il bilancio dello stato
deve essere tenuto in pareggio.
Mettere in luce le differenze tra keynesiani e monetaristi per quanto riguarda i fattori
che determinano il tasso di cambio.
Nessuno conosce le leggi che regolano andamento del tasso di cambio
Le due teorie economiche principali cosa dicono?
La teoria neoclassica con la teoria della parità dei poteri d’acquisto (PPA)
ipotizza la preminenza dei flussi di beni e servizi quali determinanti di E. Se oggetto di
scambio tra paesi fossero solo merci e servizi il tasso di cambio non potrebbe
discostarsi molto dal rapporto tra i prezzi nei paesi considerati. PPA sostiene che il
tasso di cambio si muove principalmente in risposta a differenze nell’andamento
dei prezzi interni (differenziali d’inflazione) tra due paesi o aree in modo da
mantenere costante il tasso di cambio reale
exp =1
PPA sostiene che
o P w
la visione di tipo Keynesiano afferma che E (tasso di cambio nominale) è maggiormente
influenzato dai movimenti finanziari (MC) piuttosto che dai flussi di beni e servizi. i MC
(movimenti finanziari) sono influenzati dal differenziale tra tassi d’interesse interni e
tassi mondiali. (i−i )
MC=f
o w
I MC (movimenti finanziari) sono cioè funzione positiva di questo differenziale,
o inoltre i MC (movimenti finanziari) sono anche influenzati delle variazioni attese
a
dei tassi di cambio, (variazioni attese dei tassi di cambio).
e
a
(i−i )
MC=f , e
o w
a >i−i
Se , ossia, se ci sono aspettative di svalutazione del tasso di cambio
e
o w
ci può essere fuga di capitali anche se il differenziale tra i tassi è positivo.
Condizione di equilibrio nei MC tra paesi:
o a a
(
i=i se e svalutazioni)=0 allorai=i e
w w
Il tasso di interesse interno va cioè confrontato con il rendimento totale sui tioli esteri pari
.
alla somma del tasso di interesse e la variazione attesa del tasso di cambio
Benefici dell’ingresso dell’Italia nell’euro.
L’entrata dell’Italia nell’euro, che in parte compensa la perdita della capacità di svalutare
la moneta, è il minor costo del debito pubblico. Si paga poco il petrolio perché l’euro è
forte ma inibisci le esportazioni. Quando si è attratti da titoli ad alto rendimento esteri
bisogna sempre valutare il rischio del tasso di cambio. L’Italia è un paese che aveva negli
anni ’80 un’inflazione più alta di quella dei paesi concorrenti come la Germania, allora la
lira perdeva competitività perché i costi salivano più di quelli della Germania. Tuttavia, c’è
la possibilità di recuperare grazie alla svalutazione della lira, perché le nostre merci
costavano meno. Le merci che prima erano troppo care per gli stranieri tornavano ad
essere conveniente grazie alla svalutazione. Ora facendo parte dell’euro non è più
possibile svalutare la moneta per guadagnare competitività. Si può ricorrere allora alla
riduzione dei costi per guadagnare nuovamente competitività anche se la Fiat deve
lavorare anche sulla qualità. A metà degli anni ’90 l’Italia aveva un differenziale positivi
rispetto alla Germania, però ad un certo punto c’è stato una fuga di capitali dall’Italia
perché si temeva una svalutazione della lira, come poi è realmente avvenuto. Non bisogna
quindi guardare solo il differenziale ma anche le aspettative di svalutazione.
Mettere in luce le differenze tra Keynesiani e Monetaristi per quanto riguarda i fattori
che determinano l’occupazione.
Per i monetaristi il reddito effettivo è sempre uguale al livello di reddito potenziale, cioè
quello massimo producibile impiegando tutti i fattori produttivi disponibili. Qualunque
quantità prodotta trova sbocchi sul mercato grazie alla flessibilità dei prezzi, l’offerta crea
la propria domanda. La flessibilità del salario sul mercato del lavoro garantisce
eguaglianza tra domanda e offerta di lavoro; se c’è occupazione, cioè eccesso di offerta di
lavoro, la riduzione del salario garantisce il ritorno alla piena occupazione; questo spiega
l’enfasi sulle riforme del mercato del lavoro. Piena occupazione non significa che tutti
lavorano, ma equilibrio sul mercato del lavoro tra domanda e offerta. La disoccupazione
volontaria e la disoccupazione strutturale, quest’ultima generata da modificazione di lungo
periodo relative a strutture economiche, sociali, demografiche che possono comportare ad
esempio la richiesta di competenze diversa da parte delle aziende. L+K- - >Y
Per i Keynesiani un livello di equilibrio del reddito nazionale che non corrisponde a quello
di piena occupazione è perfettamente plausibile: infatti non è la produzione ad influire
sulla domanda ma è quest’ultima a determinare il livello produttivo e quindi il reddito
nazionale. Il modello IS-LM lo conferma, l’equilibrio del mercato dei beni e della moneta,
ma non del lavoro, determinando un equilibrio di disoccupazione. Non esistono forze
interne al sistema che assicurino il ritorno alla piena occupazione. Obiettivo della politica
fiscale e monetaria è quello di raggiungere la piena occupazione aumentando la domanda
aggregata da cui dipende la domanda di lavoro da parte delle imprese.
C+I+X+G - - > pL - - > C+S
Se c’è disoccupazione per i neoclassici è quindi dovuta alla rigidità del salario provocata
dall’azione sindacale.
Piena occupazione
Livello del reddito nazionale che assicura il pieno impiego di tutti i fattori
produttivi ed in particolare della forza lavoro. Nell’ambito della teoria neoclassica
tale livello è sempre raggiunto dal sistema economico nel suo complesso in quanto vale la
legge degli sbocchi formulata da Say e generalmente accettata dai neoclassici. Per
Keynes un livello di equilibrio del reddito nazionale che non corrisponda a quello di piena
occupazione è perfettamente plausibile infatti non è la produzione ad influire sulla
domanda ma è quest’ultima a determinare il livello produttivo e quindi il reddito nazionale.
Del tutto opposta è l’interpretazione dei monetaristi e della nuova macroeconomia classica
al fenomeno della piena occupazione; secondo loro se non intervengono perturbazioni di
natura monetaria, il sistema economico si troverà ad operare spontaneamente in
condizioni di pieno impiego.
Disoccupazione
La disoccupazione e le cause che la originano costituiscono la faida tra neoclassici e
keynesiani. Per la teoria neoclassica un mercato di concorrenza perfetta e perfetto
funzionamento del meccanismo di aggiustamento dei prezzi anche il mercato del lavoro se
lasciato libero di agire troverà il suo equilibrio. In corrispondenza del salario di equilibrio le
imprese occuperanno esattamente il numero di persone che desidera lavorare per quel
dato salario; eventuali lavoratori rimasti fuori dal mercato potrebbero però essere disposti
ad offrire il loro lavoro ad un salario più basso rispetto a quello di equilibrio, salari più bassi
incentivano le imprese ad aumentare la loro domanda di lavoro e pertanto la
disoccupazione diminuisce. Si persegue fino all’eccesso di offerta di lavoro, la
disoccupazione può raggiungere un livello pari a zero, se ciò non accade significa che ci
sono dei lavoratori che non sono disposti a lavorare perché ritengono che il salario sia
troppo basso. L’eventuale disoccupazione si chiama di tipo volontario. Pur in presenza
di una situazione di equilibrio sul mercato del lavoro esiste una parte di lavoratori disposta
a lavorare solo per un salario superiore a quello che si determina dall’incontro tra
domanda ed offerta. La teoria keynesiana dice che i salari non siano perfettamente
flessibili con la conseguenza che il meccanismo di aggiustamento dei prezzi che garantisce
l’equilibrio non può funzionare: poiché i salari non possono scendere al di sotto di un
determinato livello, inevitabilmente si creano squilibri sul mercato del lavoro, nel senso
che vi sono lavoratori disposti a lavorare ma data l’insufficiente domanda effettiva le
imprese non sono disposte ad occuparli. Le imprese si basano sulle previsioni di vendita,
se sono ottimiste aumentano la domanda effettiva e quindi si riduce la disoccupazione, ma
se le previsioni sono negative ridurranno l’offerta di lavoro. Per Keynes la disoccupazione
è di tipo involontario perché riguarda i lavoratori che sarebbero disposti a lavorare per il
salario corrente ma non riescono a farlo perché la domanda di lavoro da parte delle
imprese è gia soddisfatta.
La nuova microeconomia si basa sulla disoccupazione di ricerca, intesa come
conseguenza di un comportamento razionale dei lavoratori a assimilata ad un
investimento in informazione. La ricerca di lavoro sarebbe una sorta di auto-impiego volto
a raccogliere informazioni sulle opportunità offerte dal mercato in termini di occupazione e
di salario. Il tempo necessario a far si che domanda e offerta di lavoro si incontrino, infatti,
determina la disoccupazione parziale. I soggetti impegnati nella attività di ricerca s
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Risposte esame Macroeconomia
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Macroeconomia Domande e Risposte
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Domande e risposte Macroeconomia
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Domande e risposte di Macroeconomia