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Riassunto Legge 328

Appunti di diritto regionale piegazione dettagliata della legge, scritta a lezione sotto spiegazione della professoressa e basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Poggi, dell'università degli Studi di Torino - Unito. Scarica il file in PDF!

Esame di Diritto regionale docente Prof. A. Poggi

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verso i vbasso e orizzontale perchè vi è il terzo settore, privati che gestiscono per

conto del sistema pubblico una determinata prestazione.

Su questa legge pesa il sistema delle risorse finanziarie; la legge 328, il sistema

funziona se si ha un ripensamento del finanziamento del sistema sociale. Fino a

quando il nostro sistema finanziario continuerà ad essere un sistema di finanza

derivata, lo Stato che dà le risorse il sistema non funzionerà. Se attuassimo il sistema

del federalismo fiscale, per cui ciascun territorio raccoglie le risorse e le ridistribuisce

sul proprio territorio il sistema potrebbe diventare maggiormente efficiente. Cio che è

fondamentale di questa legge sono i LEP, si garantisce il sistema solidale previsto nella

Costituzione, in tutti gli ambiti. I LEP dovrebbero essere definiti in tutti i campi, sociale,

economico, istruzione, ecc, lo Stato che definisce le linee essenziali e poi le Regioni, i

Comuni che si differenziano tra loro.

Dopo la legge 328, le Regioni anzichè esercitare la loro competenza residuale in

materia di servizi sociali, si sono limitati ad applicare la legge 328 del 2000. Vi è

inerzia. Le leggi regionali in materia di servizi sociali approvate ricopiano parti della

legge 328/00. O semplicemente sono intervenuti a disciplinare solo particolari settori.

Non tutte le Regioni hanno approvato leggi in ambito di servizi sociali. Le Regioni non

hanno utilizzato questa loro competenza: da un lato perchè mancano le risorse

finanziarie per esercitarla, dall'altro perchè la legge 328 è stata talmente innovativa

che si è preferito non scardinarla, nel non intervenire si è constatata la sua validità.

Non vi è stata una capacità innovativa in ambito sociale.

Questo dato ha un aspetto positivo e negativo: positivo perchè se le Regioni non

intervengono rimane un sistema disciplinato in maniere uniforme, non ci sono

differenziazioni territoriali per quanto riguarda il settore dei servizi sociali, è come se la

competenza fosse totalmente in mano allo Stato, anche se la materia dei servizi sociali

è di competenza residuale delle Regioni; negativo perchè le Regioni, i Comuni

potrebbero intervenire, specialmente in questo momento di contigenza economica,

cercando soluzioni alternative, innovative. Trovare nuove linee direttive, oltre a quelle

previste dalla 328.

Servizi per la prima infanzia

Normativa in continua evoluzione. In Regione Piemonte 3,4 progetti di legge in

discussione su questo tema.

Le politiche per la prima infanzia all'interno del sistema dei servizi sociali sono un

tema importante e molto delicato, che crea una serie di problemi. Queste politiche

sono un tema importante sia per i paesi in cui vi è un welfare familiarizzante, un

welfare in cui si ritiene che sia la famiglia a doversi fare carico della cura, del sostegno

dei soggetti della prima infanzia ma è anche importante in paesi con un welfare

defamiliarizzante. Anche l'UE sulle politiche per la prima infanzia è intervenuta in anni

recenti; questo è dimostrazione di come questo settore dei servizi sociali quindi è

particolarmente delicato e importante. È un settore particolarmente importante poichè

è legato alla famiglia in generale ma non solo, è contemporaneamenete legato alle

politiche per il lavoro, a favorire l'occupazione femminile in ambito lavorativo. Legato

anche ad un discorso demografico (tasso bassissimo di natalità dovuto in parte anche

al fatto che vi è una carenza per i servizi della prima infanzia) . Le politiche volte ad

aumentare e ad implementare questi servizi agiscono anche sul tasso demografico e

sulla natalità. Le politiche per la prima infanzia hanno avuto nel tempo un'evoluzione

importante; se inizialmente i servizi per la prima infanzia erano orientati

esclusivamente agli adulti, in particolare ai genitori lavoratori, oggi quando si parla di

servizi per la prima infanzia si pensa a politiche orientate verso il bambino, non sono

più servizi orientati solo verso gli adulti, mettono al centro il bambino. Bambino visto

non solo più come oggetto di assistenza ma anche un soggetto portatore di diritti.

Questa trasformazione incide sulle strutture che ospitano i bambini, soprattutto sugli

asili nido. L'Italia rispetto ad altri Paesi si attesta come un fanalino di coda perchè i

servizi per la prima infanzia sono notevolmente carenti. Questo è dovuto a una

molteplicità di fattori, non solo a come sono pensate le politiche: fattori economici,

sociali. Uno di questi fattori sociali che ha pesato sulle politiche per la prima infanzia è

dato sicuramente dal fatto che tradizionalmente in Italia si ha una forte concezione

familiare, un paese con un forte welfare familiarizzante, paese in cui la famiglia è vista

proprio come un microcosmo al cui interno i problemi dovevano essere risolti. La cura,

l'assistenza dei bambini era tutta erogata all'interno della famiglia, essa doveva

farsene carico, non lo Stato o gli enti pubblici. In Italia i bambini vengono presi in

considerazione nelle politiche soprattutto quando rientrano nell'età scolare, politiche

legate al sistema dell'istruzione, non tanto per i bambini al di sotto dei 6 anni.

Evoluzione giuridica delle politiche per la prima infanzia:

- 1925: approvazione legge 2277/1925 che istituisce l'ONMI, Opera Nazionale per la

Protezione della Maternità e dell'Infanzia. Epoca fascista; istituita perchè uno degli

obbiettivi del governo Mussolini era quello di aumentare il tasso demografico, il

numero maggiore di persone appartenenti allo Stato determina l'aumento del potere

della Nazione, costituisce potenza. Aumentare il tasso demografico e prevenire la

mortalità infantile. Scopi di quest'opera sono quelli di seguire innanzittutto le donne in

stato di gravidanza, specialmente donne ripudiate, o con problemi nel portare avanti

la propria gravidanza, durante il parto e prestare attenzione all'igiene e alla sanità dei

bambini in età di prima infanzia, circa fino al quinto anno d'età. Questo ente si faceva

anche carico di minori abbandonati, di famiglie in stato di bisogno, di minori con

prolemi fisici e/o psicologici. Questo ente operava tramite un comitato di patronato,

presente in ogni Comune. Questo comitato era composto dall'ufficiale sanitario, da un

maestro oppure un direttore didattico, vi era poi un sacerdote e una serie di patroni,

persone con particolari competenze in ambito pedagogico, medico, psichiatrico,

psicologico scelti dai dirigenti dell'ente ONMI. Interessante vedere come questo

patronato fosse stabilito in ciascun Comune, quindi si sottolinea l'avvicinamento di

questo tipo di servizi all'ente territoriale comune. In secondo luogo è interessante

vedere la composizione perchè in parte sicuramente la priorità nella composizione era

data alle finalità prioritarie, in particolare l'assistenza sanitaria, l'obiettivo era quello

sanitario. Dall'altra è interessante il fatto che al suo interno vi era già all'epoca la

presenza di una persona competente dal punto di vista pedagogico e didattico.

Emergeva già allora un'esigenza educativa all'interno di questi enti. Le principali

strutture con cui era organizzato quest'ente erano anzittutto consultori con un

cararattere prevalentemente sanitario, rivolto ai bambini fino ai 3 anni d'eta. Ci si

rivolgeva per motivi di salute e di igiene. Poi vi erano i dispensari, servizi rivolti al

sostegno all'alimentazione. Vi si rivolgevano madri che avevano difficoltà nell'allattare

o svezzare i figli. Altra struttura erano gli asili, per lattanti o per divezzi, bambini tenuti

a tempo pieno ma ci si rivolgeva a questi asili solo in casi eccezionali, come bambini

con particolari problemi di salute o bambini le cui madri non potevano allattarli e

quindi venivano portati in questi asili e tenuti a tempo pieno; altra struttuta sempre

appartenente a questo ente erano gli asili nido aziendali; in particolare questa legge

del 1925 prevedeva che le aziende con più di 50 dipendenti donne dovessero avere al

proprio interno questi cosiddetti asili. Peraltro questa struttura non era obbligatoria, la

legge la prevedeva ma non la rese obbligatoria, quindi non si sviluppò più di tanto. A

questa struttura vi potevano accedere esclusivamente le madri lavoratrici all'interno

dell'azienda. Erano semplici camere di allattamento. Unica finalità di nutrire i bambini.

Questa tipologia di asilo era esclusivamente aziendale. Altra struttura erano infine gli

asili nido a cararattere pubblico, definiti anche presepi. Scopo di questi asili era quello

di custodia dei bambini ed erano rivolti in particolare a famiglie che necessitavano di

un'assistenza sociale. Se le altre strutture hanno una finalità sostanzialmente di tipo

sanitario, questi asili avevano una finalità di custodia dei bambini, andavano incontro

ad esigenze di tipo sociale. Questa struttura permane fino agli anni '50-60. Poi vi è il

boom economico, una trasformazione economica sociale del paese notevole quindi si

fanno evidenti maggiori necessità da parte delle famiglie di dover trovare stutture

dover poter lasciare in custodia i figli dato anche l'aumento del tasso di occupazione

femminile. La Costituzione all'art 31 tutela il diritto alla maternità e prevede che La

Repubblica istituisca istituti volti a favorire e tutelare la maternità e la prima infanzia.

In questi anni 50-60 a fronte del boom economico si constata la carenza di questo

ente, dei servizi per la prima infanzia. Quindi nel 1950 viene approvata la legge 860

che è volta a tutelare economicamente e fisicamente le lavoratrici madri. È una legge

che ha come finalità non la tutela dei bambini ma la tutela delle lavoratrici madri. In

questa legge ritroviamo le stesse basi che avevamo nella legge del 1925, questa legge

ha lo stesso approccio nei confronti della prima infanzia che si ritrova nella legge del

1925. Si obbliga i datori di lavoro delle aziende con più di 30 lavoratrici donne a

istituire le camere di allattamento all'interno dell'azienda (nel 1925 la camera di

allattamento era solo prevista, non obbligatoria ed era prevista solo nelle aziende con

più di 50 dipendenti, nella legge del 1950 si abbassa il tasso di occupazione femminile,

più di 30 dipendenti lavoratrici e viene resa obbligatoria l'istituzione di queste camere

di allattamento). Alternativamente il datore di lavoro poteva o predisporre un asilo

nido aziendale nelle adiacenze dell'azienda oppure poteva sovvenzionare gli asili nido

pubblici, gestiti dall'ONMI.

Questi asili continuano ad essere rivolti alle madri lavoratrici, non a tutte le madri.

Alla fine degli anni '60 abbiamo una serie di rivolte studentesche, la nascita del

movimento femminista volti a dare attuazione ai diritti sanciti in Costituzione, tra cui

anche il diritto di tutela della maternità e dell'infanzia. A seguito di questi movimenti si

rende quindi necessario anche per questo settore ripianificare tutto il sistema.

Necessario studiare un piano organico di asili nido e questa pianificazione si ha con la

legge 1044/71. Legge importante perchè lo Stato stabilisce una pianificazione

quinquennale per istituire degli asili nido comunali. Lo Stato stanzia semplicemnte una

serie di risorse finanziarie, finanzia l'istituzione degli asili senza dettare ulteriori linee

guida per l'istituzione di questi asili. Le risorse vengono stanziate alle Regioni e le

Regioni svolgono la funzione principale di programmare sul territorio regionale i servizi

per la prima infanzia, erogando e dando in gestione i servizi ai Comuni. La Regione si

limita a programmare i servizi sul territorio regionale, a definire i criteri strutturali e

organizzativi dei nidi, ma la gestione è lasciata completamente in mano ai Comuni. in

parte questa struttura organizzativa è simile alla modalità di struttura presente anche

oggi. Questa struttura però ha il limite al vertice della piramide, a livello statale. Il

fatto che lo Stato non detti linee generali, principi fa si che negli anni si creino divari

enormi da Regione a Regione.

Invece la legislazione degli anni venti era antiquata per quanto riguarda le finalità ma

comunque era una legislazione accentrata, che faceva si che le strutture fossero

uguali su tutto il territorio nazionale; con l'ONMI si avevano sì finalità maggiormente

sanitarie, ma l'erogazione del servizio era uguale su tutto il territorio nazionale; con

questo piano quinquennale la situazione cambia perchè semplicemente lo Stato

finanzia le Regioni, e la gestione spetta ai Comuni.

Questa legge cambia la percezione e la finalità di questi servizi: se fino al 1971 questi

servizi erano visti come centri di custodia, assistenza per le madri lavoratrici, servizi

aziendali con questa legge diventono veri e propri servizi sociali pubblici, e non più

legati solo alle aziende o rivolti solo alle madri lavoratrici. Servizi rivolti non solo alle

madri lavoratrici ma a tutte le madri. Inizia a cambiare la prospettiva con cui si guarda

a questa tipologia di servizio. Vengono istituiti all'incirca 3800 asili nidi in Italia. Nel

1975 viene sciolto l'ONMI. Fino a quell'anno permangono entrambe le strutture. Tutte

le strutture, risorse vengono attribuite ai Comuni, passano ad una gestione

esclusivamente comunale. Dopo il '71 cambia poco fino alla riforma del titolo V. Il

primo problema che bisogna risolvere è quello di capire in quale materia rientrano i

servizi per la prima infanzia.

Materia di tutela del lavoro, materia di istruzione o materia di servizi sociali? In parte

in aiuto subentra la legislazione statale.

Nel 2001 viene approvata una legge che, oltre a stanziare nuove risorse finanziarie per

le Regioni, per la prima volta vede queste strutture non solo come strutture di

sostegno a genitori lavoratori, come strutture di custodia dei bambini ma come

strutture volte anche alla socializzazione e alla formazione, all'apprendimento dei

bambini. Propri in questi primi anni del 2000 si continua a constatare una carenza dei

servizi per la prima infanzia rispetto alla domanda di questi servizi da parte delle

famiglie.

Contemporaneamente sempre nel 2000 l'UE interviene riguardo alle politiche per la

prima infanzia. L'UE non interviene quasi mai perchè è un'organizzazione che ha

finalità prettamente economiche e politiche, non di tipo sociale. Ma nel 2000

interviene invitando gli Stati membri, suggerendo loro di impegnare almeno l'1% del

proprio PIL a favore dei servizi per la prima infanzia. Interviene perchè in realtà la

finalità dell'UE è quella di raggiungere come obbiettivo il 33% di tasso di occupazione

femminile. La finalità dell'Unione non è tanto quella di implementare il servizio per la

prima infanzia ma è una finalità di tipo economico che, secondo l'Unione, può essere

perseguita solo se vengono implementati i servizi per la prima infanzia.

Strettovlegame tra le politiche per il lavoro e la famiglia e le politiche per la prima

infanzia. Non può obbligare gli Stati a investire sulle politiche sociali perchè l'UE

interviene solo su ambiti economico-politici.

In seguito a questo intervento, in Italia nel 2007 è stata approvata una legge

finanziaria che prevede un Piano straordinario di interventi per lo sviluppo dei servizi

per la prima infanzia. Questo Piano prevedeva uno stanziameto ingente di risorse

finanziarie da parte dello Stato nei confronti delle Regioni per implementare i servizi

per la prima infanzia. Dal 2007 al 2009. Contemporaneamente le Regioni dovevano

impegnarsi a cofinanziare questo intervento. Impone alle Regioni di devolvere anche

loro parte notevole del proprio bilancio in quella direzione. La finalità era quella di

aumentare il numero di servizi sul territorio, cercare di raggiungere gli standard

europei di servizi per la prima infanzia e di tentare di definire i livelli essenziali di

quantità e qualità relativi a questo settore. Determinare i livelli comporterebbe

raggiungere un ravvicinamento tra tutte le Regioni. Al termine del 2009 Lo Stato ha

rispettato il suo Piano. Sul fronte regionale non si è avuta la medesima situazione:

alcune Regioni hanno stanziato quel che dovevano, altre addirittura una somma

maggiore mentre altre Regioni non sono neanche riuscite ad ottenere in tutti gli anni il

finanziamento da parte dello Stato perchè non avevano soldi con cui cofinanziare

questo piano strategico. La disuguaglianza tra Regioni si mantiene tale.

Per quanto riguarda il problema di capire in quale ambito, in quale materia oggi

possiamo far rientrare i servizi per la prima infanzia sicuramente utili ritornano due

sentenze della Corte Costituzionale.

Quando c'è un problema di definizione della materia, di definizione della competenza è

la Corte Costituzionale ad intervenire.

La prima sentenza è la 467/2002 che interviene su una legge statale con cui lo Stato

istituiva una indennità di accompagnamento per minori invalidi. Devolveva questa

indennità solo a minori e invalidi che frequentassero o la scuola materna, o scuole di

grado superiore alla scuola materna oppure gli istituti rivolti a minori invalidi.

Escludeva esplicitamente dall'assegnazione i minori che frequentassero l'asilo nido. La

Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla base dell'art 3 della Cost, perchè si

riteneva che questa legge violasse il principio di uguaglianza. la Corte si è pronunciata

stabilendo come incostituzionale questa legge dello Stato. Per quale motivo? Lo Stato,

chiamato davanti alla Corte, si era difeso dicendo che gli asili nido non sono istituti

formativi ma fungono solo da strutture di custodia dei bambini e di tutela del lavoro.

La Corte con questa sentenza dichiara come in realtà gli asili nido abbiano anche una

funzione formativa. Non hanno una semplice funzione di sostegno alle famiglie e di

custodia, hanno anche una funzione formativa.

L'altra sentenza importante è la 370 del 2003. Con questa sentenza la Corte si

pronuncia su una legge statale che aveva istituito un fondo finanziario rivolto agli asili


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione (SAVIGLIANO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saretta.chiaramonte di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto regionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Poggi Annamaria.

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