Teoria e tecnica psicometrica
Il problema della misurazione in psicologia
La psicometria si occupa dello sviluppo dei test psicologici e della ricerca sui metodi di misurazione delle variabili psicologiche, al fine di assessment psicologico. L’assessment è una procedura di valutazione dell’individuo, che ne descrive e spiega la condizione psicologica, al fine di fare diagnosi e proporre prognosi. È un processo che integra informazioni da numerose fonti: osservazioni comportamentali, valutazione del contesto socioculturale, interviste, documenti e referti medici e la somministrazione di test psicologici. Il processo quindi non si basa solo sulla somministrazione dei test, perché essi non misurano le persone, ma solo dei loro attributi o caratteristiche psicologiche, che non rendono conto della complessità della vita psicologica dell’individuo.
Scala di riferimento
Una scala di riferimento è una scala dove ogni elemento rappresenta uno standard, il cui numero corrispondente costituisce una misura. Per costruire una scala del genere bisogna: definire una classe di oggetti, ovvero unità di analisi possedenti la caratteristica che si vuole misurare, e definire una proprietà empirica di questi oggetti. In base alle prove empiriche si crea una serie di campioni che rappresentano la caratteristica da misurare. Il metodo di misurazione si basa sul confronto dell’oggetto da misurare con i campioni della scala di riferimento.
La relazione d’ordine fra le misure ottenute con la scala di riferimento corrisponde alla relazione d’ordine empirico che sussiste fra gli oggetti – le misure riproducono le relazioni empiriche. I punteggi ai test psicologici seguono questa logica: da soli, non significano nulla, ma assumono il significato attraverso il confronto con un riferimento.
I test misurano un attributo, caratteristica o proprietà di un’unità di analisi, che è ciò su cui è compiuta la misurazione. Una variabile è una caratteristica che si manifesta in due o più modalità; una costante è una caratteristica che si manifesta in una sola modalità. La quantità è una caratteristica misurabile; nelle scienze quantitative gli attributi sono misurabili quantitativamente quando possiedono una struttura quantitativa. Le manifestazioni particolari di quella quantità, e sono in relazione l’una rispetto all’altra per poter essere espresse tramite i numeri. Il risultato della misurazione è un simbolo, un numero. La qualità è caratteristica rilevabile, non misurabile: è il fatto che un’unità di analisi possieda una manifestazione della caratteristica diversa da quella di un’altra unità.
Struttura additiva
Una struttura additiva consiste nella possibilità – posto che possediamo un'unità di misura della proprietà – di confrontare due oggetti e di stabilire per esempio “quanta unità di misura” vada aggiunta (o sottratta) affinché i due oggetti siano uguali. Nelle variabili psicologiche è difficile avere una struttura additiva, perché non siamo in grado di stabilire quanto dovrebbe aumentare una certa caratteristica psicologica di una persona perché sia equivalente a quella di un'altra, nemmeno se possediamo i risultati del test di questa persona sulla caratteristica in analisi.
La psicofisica, con Fechner, è uno dei primi tentativi di misura psicologica, nata con lo scopo di individuare una relazione oggettiva tra stimolo fisico e sensazione soggettiva. Fechner formula una legge psicofisica, per cui: l’intensità della sensazione Y varia in base al logaritmo dell’intensità fisica B dello stimolo e a una costante K.
In psicologia la definizione di misurazione è quella di Stevens: la misurazione è l’assegnazione di etichette numeriche a oggetti/eventi in base a una regola. Il modello di misurazione dell’intelligenza di Spearman consiste in una teoria quantitativa con lo scopo di spiegare la prestazione ai test intellettivi (secondo lui, come Fechner, gli attributi psicologici sono quantitativi e misurabili). Il punteggio a un test è divisibile in due componenti: una costante e una che varia da test a test. Distingue un fattore generale g, innato, non migliorabile con l’allenamento, da un fattore specifico, che varia. Il punteggio nel test risulta dalla correlazione fra la variabile osservata e il fattore g, sommato al fattore specifico per la prova.
La posizione di Cattell a proposito della misurazione in psicologia (come quella di Spearman) era legata al fatto che la psicologia non avrebbe potuto raggiungere i livelli di esattezza delle scienze fisiche, se non si fosse prima fondata sul metodo scientifico e quindi sulla misurazione. Thorndike sosteneva che qualunque tratto mentale di un individuo fosse una quantità variabile e individuò nella misurazione la chiave dello sviluppo della psicologia scientifica. Secondo lo studioso, era possibile ottenere strumenti di misurazione esatti come quelli della fisica, arrivando persino a quantificare con un'unità di misura le differenze psicologiche. Sia Cattell che Thorndike vogliono applicare un tipo di misurazione oggettiva alla psicologia, come nelle scienze fisiche; mentre però Cattell distingue due “tipi” di energia (fisica e mentale), Thorndike no.
Finché non si riesce a dimostrare che una caratteristica psicologica è un attributo quantitativo, per la British Psychological Society, la psicologia come scienza ha una debolezza metodologica. Fu avviato un dibattito per stabilire se le differenze sensoriali fossero o meno quantitative. Stevens propose quattro metodi per ottenere una misurazione dell'attributo “sensazione” in termini di numeri, per i quali sia valida l'addizione, dimostrando che esistono delle operazioni per la determinazione dei valori dell'attributo. Individuò quindi una legge psicofisica che mettesse in relazione stimolo ed intensità della sensazione: al variare dell'intensità di stimolazione (in base a un rapporto costante), anche la sensazione soggettiva varia secondo un rapporto costante.
Dal momento che Stevens aveva fondato il suo concetto di misurazione su quello di rappresentazione numerica, si era liberato del vincolo dell'additività. Il multidimensional scaling di Shepard permette di stimare l'organizzazione di un continuum percettivo interno, anche in assenza di informazioni fisiche sugli stimoli. Il suo approccio è puramente psicologico, e non richiede alcuna informazione quantitativa, ma giudizi di similarità, confusione tra stimoli, ecc. Shepard ha proposto una legge universale della generalizzazione: secondo lui è possibile sostenere una legge invariante fra le dimensioni e modalità percettive, purché ci sia un adeguato spazio psicologico astratto nell'individuo. Al posto di basarsi su uno spazio fisico, lo studioso propone di generalizzare il fenomeno.
La psicofisica stevensiana è stata applicata anche in altri ambiti della psicologia, come la psicologia sociale. Esempio: gli studi sul comportamento di attrazione/repulsione di un organismo nei confronti di un oggetto del suo ambiente, gli studi di Hull, di Spence (e la successiva legge Hull-Spence sul fatto che un organismo apprende l'associazione S-R ogni volta che uno specifico stimolo e una specifica risposta si verificano contemporaneamente, e il rinforzo serve ad aumentare la produzione del comportamento appreso).
La costruzione dei test psicologici – primi passi e scaling
Definizione del costrutto: per costruire un test, si inizia con chiedersi che cosa si vuole misurare. Perché il test misuri proprio quello che vogliamo che misuri, è necessario dare una definizione precisa e dettagliata del costrutto che si vuole studiare.
Operazionalizzazione: ogni definizione di un costrutto è composta da una serie di manifestazioni comportamentali, raggruppabili all’interno del contenitore concettuale che è il termine (es: fobia sociale). Le persone individuate come possedenti la caratteristica indicata dal costrutto tenderanno a mostrare questi comportamenti, quindi si deduce tale caratteristica dal comportamento osservato. Il processo di operazionalizzazione è il processo di individuazione di questi comportamenti. Significa legare i concetti a operazioni oggettivamente osservabili (che renderanno oggettivi i dati dell’osservazione scientifica) – che costituiscono gli indicatori del costrutto, la variabile psicologica latente che soggiace ad essi. Per individuare le operazionalizzazioni del costrutto, è necessario averlo definito chiaramente.
Dominio di contenuto: dopo definizione e operazionalizzazione, bisogna andare a delimitare quali comportamenti, coerenti con la definizione, rappresentano l’insieme delle operazionalizzazioni di un costrutto – questo insieme è il dominio di contenuto. Per arrivare a definire il dominio di contenuto – e dal momento che uno degli obiettivi dello strumento psicometrico è quello di semplificare la valutazione, oltre che renderla oggettiva e quantitativa – occorre selezionare un campione di operazionalizzazioni che sia rappresentativo dell'universo considerato – quelle possibili potrebbero essere virtualmente infinite. Il dominio di contenuto è definibile in base a molteplici fonti, dalle quali bisogna identificare le core dimensions, le dimensioni centrali, a cui circoscrivere il dominio.
Non sempre si riesce a operazionalizzare direttamente i costrutti, ma è necessario ricorrere ad altri costrutti legati fra loro e al costrutto studiato – questo caso è frequente quando si tratta di costrutti molto ampi: questi costrutti sono le sfaccettature o facets del costrutto. Maggiore è l’ampiezza del costrutto, maggiore è la probabilità che alcune operazionalizzazioni siano maggiormente correlate fra loro, formando dei sottogruppi: questo significa che il concetto è articolabile in diverse sfaccettature; concentrarsi sulla definizione e operazionalizzazione di queste è più semplice che cercare un ampio gruppo di indicatori che copra tutto il costrutto.
In questi casi è consigliabile costruire scale che misurino le sfaccettature; però se il test è composto da item che misurano le diverse facets, il numero di item può divenire molto ampio e il test molto lungo. Ma se si è eseguita bene la delimitazione del dominio di contenuto e delle facets è possibile individuare le operazionalizzazioni effettivamente rappresentative del costrutto. Attenzione: un campionamento incauto può portare ad avere un gruppo di operazionalizzazioni più coerenti tra loro che con le altre presenti nel test; pertanto il campionamento degli indicatori risulterebbe impreciso a livello statistico e porterebbe lo strumento a non essere valido.
La relazione fra il dominio di contenuto e lo scopo del test: la definizione del dominio di contenuto dipende dallo scopo del test e dalle persone a cui verrà somministrato, perché in base a ciò certi contenuti possono essere più o meno adatti. Distinguiamo tra:
- Test orientati al criterio: test con lo scopo di identificare gruppi di soggetti in base al punteggio; scopo pratico, quindi il processo di definizione e operazionalizzazione è superfluo, ma il test per questo avrà limitata applicabilità alla sola situazione per cui è stato costruito.
- Test orientati al costrutto: test con lo scopo di verificare empiricamente una teoria, per il quale è necessaria una precisa definizione e operazionalizzazione. Ha ampia applicabilità a più contesti. La definizione del costrutto risente dell’ambito teorico nel quale è stata sviluppata: un test sviluppato secondo un orientamento teorico non sarà applicabile ad uno diverso.
La definizione del contenuto dipende anche dai destinatari del test, che devono essere in grado di comprendere e rispondere agli item in base al costrutto posseduto.
Lo scaling classico centrato sui soggetti
Lo scaling permette di ottenere una misura quantitativa di una variabile psicologica, non osservabile direttamente, e ha come esito l’assegnazione ad un individuo di un numero che rifletta il grado in cui egli possiede la caratteristica misurata dal test. I punteggi ai test sono calcolati come numero di risposte corrette, numero di risposte vere, somme di punteggi parziali ottenuti rispetto ad un massimo punteggio possibile o come somme dei rating forniti ai vari item del test. L’assunzione alla base è che il punteggio sia la misura di una proprietà continua, che varia quantitativamente, che sottostà a tutti gli item del test.
Possiamo ipotizzare la presenza di una variabile latente quando le variabili osservate (gli item) sono correlate fra loro e tale correlazione non è interpretabile causalmente: il covariare dei punteggi degli item è dovuto all’azione causale di una variabile latente.
Il modello di misurazione specifica la relazione fra variabile latente (costrutto) e indicatori (item). Se possiamo dimostrare che gli item sono operazionalizzazioni del costrutto sia sul piano teorico che quello empirico, possiamo realizzare una somma pesata dei punteggi nei singoli item per ottenere un punteggio complessivo. È fondamentale sommare item omogenei e in termini di correlazioni reciproche, per avere prove empiriche del fatto che gli item siano tutti operazionalizzazioni dello stesso costrutto.
La teoria classica dei test assume che la variabile latente abbia un effetto causale sulle variabili osservate, effetto che spiega la maggior parte del punteggio osservato. Il punteggio osservato X nel test o nell’item è il risultato della somma fra il punteggio vero V, cioè l’effettivo contributo della variabile latente, e l’insieme di tutte le altre possibili cause estranee al costrutto, ovvero l’errore di misurazione E: X = V + E.
Questo è un modello di misurazione a indicatori riflessivi, perché gli indicatori riflettono la presenza del costrutto. In un modello di misurazione a indicatori formativi invece sono gli indicatori a causare la variabile latente. Da un punto di vista pratico, che gli indicatori siano riflessivi o formativi non fa differenza, perché il punteggio è in ogni caso una somma pesata del punteggio degli indicatori. Ma a causa dell’errore di misurazione, non bisogna considerare tale somma come l’equivalente esatto del costrutto.
Data la diversa impostazione teorica, gli indicatori hanno diversa importanza a seconda del tipo:
- Indicatori riflessivi sono intercambiabili, perché a partire da uno stesso universo di operazionalizzazioni possibili si possono realizzare diversi campionamenti.
- Se formativi, l’esclusione di indicatori può cambiare la composizione della variabile latente.
Questo approccio allo scaling è quello classico e presuppone che la causa della variabilità delle risposte sia da attribuire alle differenze individuali tra i soggetti, senza considerare gli stimoli che compongono il test.
Scaling centrato sugli stimoli
Lo scaling è, sul piano psicometrico, quel processo per individuare il punto di un continuum quantitativo sul quale si colloca ciò che viene misurato in relazione alla caratteristica in questione. Uno scaling centrato sui soggetti misura i soggetti, uno scaling centrato sugli stimoli misura gli stimoli: un esempio di scaling centrato sui soggetti è di chiedere ai soggetti quanto ritengono difficili alcuni stimoli – si può quindi porre su una scala di difficoltà percepita ogni soggetto. Se si vuole invece quantificare la difficoltà dei singoli stimoli, disinteressandosi di cosa pensa ogni singolo soggetto – e quindi utilizzare uno scaling centrato sugli stimoli –, si posizioneranno sul continuum gli stimoli.
Un esempio di scaling centrato sugli stimoli è il metodo dei confronti a coppie di Thurstone: la sua ricerca riguarda la gravità di alcuni tipi di reato. Vengono elencati tutti gli stimoli da valutare; questi stimoli sono presentati a coppie di reati e i soggetti devono sottolineare quale dei due è secondo loro più grave. Ogni crimine compare come primo e come secondo elemento della coppia. Dopo la raccolta dei dati, si costruisce una scala per la misura della gravità dei reati, in base alle opinioni espresse dai soggetti. Si assume che esista un continuum misurabile di gravità e che uno dei crimini possa essere termine di paragone con cui gli altri sono confrontati. La gravità di un qualunque crimine si misura come differenza di gravità dal crimine-standard. Ogni soggetto ha una propria valutazione del crimine, che però non è immutabile: Th assume che queste fluttuazioni siano minime e che abbiano una distribuzione di probabilità normale.
Dal momento che, da un lato, un tipo di scaling orientato sugli oggetti ha il limite del fatto che gli item “non hanno un cartellino con su scritto quanto pesano”, e che, dall'altro, uno scaling troppo orientato sui soggetti ha invece quello di considerare solo le risposte di questi ultimi, un metodo di scaling centrato su oggetti e soggetti è proposto da Guttman: il suo metodo di misurazione è basato sul principio che un insieme di item può essere considerato una scala quando gli individui che rispondono correttamente agli item più difficili rispondono (correttamente) anche a quelli più facili e meno estremi. Pertanto, il test ideale è uno di prestazione massima, ordinato per difficoltà.
Il modello di Rasch: misurazione psicometrica...
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