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Riassunto esame Geografia umana, prof. Guadagno, libro consigliato 'Geografia umana,Un approccio visuale', Greiner, Dematteis,Lanza

Riassunto per l'esame di Geografia umana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Guadagno Eleonora: ''Geografia umana. Un approccio visuale'',Greiner, Dematteis,Lanza. Gli argomenti trattati sono:
-Che cos’è la geografia umana?;
-Ambiente, società e territorio;
-Popolazione e migrazioni;
-Lingue, razze,... Vedi di più

Esame di Geografia umana docente Prof. E. Guadagno

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o allo scoppio di guerre. Il tasso di mortalità infantile, invece, è il numero di nati ogni

1000 che muoiono prima di compiere un anno di vita.Ogni popolazione è caratterizzata

da una specifica composizione, data dalle caratteristiche dei gruppi che la compongono.

Uno degli strumenti più diffusi per rappresentare la composizione di una popolazione è la

piramide delle età. L’asse verticale di una piramide delle età raffigura le classi d’età della

popolazione rappresentata, ovvero la percentuale di persone nate in un determinato

periodo di tempo, a partire dai bambini fino ai 4 anni di età. La piramide suddivide la

componente maschile e quella femminile. L’asse orizzontale indica invece la percentuale

con la quale ciascuna classe di età contribuisce al totale della popolazione. Esistono 3

categorie di piramidi della popolazione, alle quali corrispondono popolazioni a forte

crescita, popolazioni a lenta crescita e popolazioni in declino. I demografi osservano con

particolare attenzione la popolazione di età inferiore ai 15 anni o superiore ai 65,

composta da persone che vengono dette dipendenti in quanto non sono in grado di

procurarsi i mezzi di sussistenza. L’indice di dipendenza, cioè il rapporto tra la

popolazione in età lavorativa e la popolazione con meno di 15 e più di 65 anni, permette

di fare previsioni sui cambiamenti ai quali la società di un paese andrà incontro nel futuro.

Gli stati con una popolazione giovane, ad esempio, si preoccupano di avere abbastanza

strutture scolastiche e abbastanza posti di lavoro disponibili per i prossimi anni. Al

contrario un’elevata percentuale di anziani, oltre ai servizi specifici ad essi dedicati può

far prevedere la necessità di incrementare l’immigrazione da altri paesi per far fronte

all’offerta di lavoro delle imprese.Una popolazione ha un tasso di crescita naturale cioè la

percentuale annua di crescita di una popolazione, senza considerare i flussi migratori,

quando il numero delle nascite è superiore al numero delle morti. Spesso i demografi si

servono dei tassi di crescita naturale per calcolare il tempo di raddoppio della

popolazione, ovvero il numero di anni necessari affinché questa duplichi le proprie

dimensioni. Il modello della transizione demografica è il passaggio di un paese, nel corso

del tempo, da tassi di natalità e mortalità elevati, a valori molto inferiori e mette in

relazione i cambiamenti nel tasso di crescita naturale della popolazione con i

cambiamenti sociali derivati dai progressi della medicina, dell’urbanizzazione e

dell’industrializzazione. Da decenni, i demografi e i geografi hanno notato che, quando un

paese entra nella transizione demografica, si verifica un cambiamento nella tipologia di

malattie che determinano la mortalità delle persone. Questa transazione epidemiologica

è caratterizzata dal passaggio dalla massiccia diffusione di malattie infettive a quella di

malattie croniche. Le malattie infettive si diffondono da una persona all’altra attraverso la

trasmissione di batteri e virus mentre le malattie croniche sono quelle che portano ad un

deterioramento del corpo nel lungo periodo. La nostra identità di individui viene

plasmata non solo dal nostro sesso, ma anche dal nostro genere cioè dalle caratteristiche

culturali o sociali che nel pensare comune di una società vengono attribuite al sesso o

maschile o femminile. I ruoli di genere variano molto da una parte all’altra della Terra e

spesso influenzano anche la divisione del lavoro.. L’indice di mascolinità è uno strumento

per analizzare la composizione di una popolazione indicando il rapporto percentuale tra il

numero di maschi e il numero di femmine di una popolazione e la predominanza di un

sesso rispetto all’altro può derivare da cause esterne come le guerre o da preferenze

culturali per uno dei due sessi. Gli studiosi dell’ecologia della popolazione si interrogano

da tempo sui legami tra il numero di abitanti e le condizioni ambientali di un territorio. Tra

le varie tesi quella più conosciuta è quella di Malthus che individua la causa della povertà

in una crescita della popolazione molto più rapida di quella delle risorse. Secondo i suoi

calcoli la popolazione cresceva geometricamente mentre le risorse alimentari

aritmeticamente. Per Malthus era inevitabile che, di fronte a un eccesso di popolazione, si

manifestassero carestie, epidemie e guerre, eventi da lui interpretati come ‘freni positivi’

che facevano aumentare il tasso di mortalità così che le risorse fossero sufficienti per la

popolazione restante. Nonostante fosse ritenuta troppo pessimistica, dopo la seconda

guerra mondiale si affermò che ogni territorio abbia una certa capacità di carico, dovuta

alla limitatezza delle sue risorse. Uno dei principali punti deboli della teoria della

popolazione malthusiana è dato dal fatto che l’ambiente è visto come il principale fattore

che determina la possibile produzione di risorse alimentari, in realtà il fatto che una parte

della popolazione mondiale patisca la fame dipende dall’ineguale distribuzione dei redditi.

Inoltre la capacità di carico non è una costante ma può aumentare se le innovazioni

tecnologiche fanno crescere la capacità produttiva alimentare. Uno dei principali problemi

legati all’aumento della popolazione è quello dell’insicurezza alimentare, ovvero

l’impossibilità fisica o economica di alcune persone di accedere al cibo. La fame è una

delle principali conseguenze dell’insicurezza alimentare ed è legata a situazioni di

povertà che portano a forme di denutrizione o di malnutrizione. Un altro fattore di

cambiamento demografico sono le migrazioni cioè lo spostamento permanente che

vanno distinte dalla circolazione che è uno spostamento temporaneo. Ogni migrazione

prevede un’emigrazione, la partenza da un luogo, e l’immigrazione, l’arrivo in un altro

luogo. La maggior parte delle migrazioni può essere attribuita a due categorie: le

migrazioni forzate e le migrazioni volontarie. Le prime si verificano quando una persona,

un governo o altro costringono un altro individuo o un gruppo di persone a cambiare

luogo di residenza e uno degli esempi più noti di migrazione forzata è la tratta degli

schiavi africani. Le migrazioni volontarie sono invece trasferimenti di lunga durata o

permanenti, effettuati in seguito ad una scelta, anche se questa è spesso dovuta a

situazioni particolarmente difficili in patria, che offrono una possibilità di scelta limitata.

La maggior parte delle migrazioni sono volontarie e tutti i migranti volontari si

confrontano con i fattori di spinta e i fattori di attrazione e sono dotati di agency. In

generale tra le migrazioni volontarie occorre distinguere quelle in cui la scelta è

necessitata da condizioni di estrema povertà e di insicurezza e quelle in cui la scelta è

dettata dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita. Le migrazioni interne

consistono nel movimento di persone tra regioni di uno stesso paese in cui spesso le

persone si spostano da zone rurali a zone urbane, mentre si parla di migrazione

internazionale quando un individuo si sposta in maniera permanente o per un lungo

periodo di tempo in uno stato diverso da quello d’origine. Le migrazioni internazionali

sono più difficili da portare a termine e la maggior parte delle persone si sposta nei paesi

più sviluppati. I profughi ambientali invece sono coloro che lasciano il loro paese a causa

di eventi legati a disastri ambientali come inondazioni o cicloni. La pericolosità di tali

eventi è aumentata dal fatto che, a causa dell’aumento della popolazione mondiale, sono

molto popolate anche zone a rischio. L’Europa storicamente è sempre stata una terra

d’emigrazione, ma negli ultimi anni invece, è diventata terra di immigrazione. Molti

migranti non ritornano mai più nel loro paese d’origine, avviando una catena migratoria

che permette ai loro parenti di raggiungerli provocando il transnazionalismo cioè un

processo attraverso il quale i migranti costruiscono reti di interazioni che legano tra loro il

paese d’origine e quello di insediamento. Anche l’Italia come l’Europa è diventato un

paese di immigrazione a causa della vicinanza all’Africa e la differenza socioeconomica

tra l’Italia e i paesi di provenienza degli emigranti.

Lingue, razze, etnie e religioni

L’interconnessione e l’interazione tra chi vive in una stessa regione o in diverse regioni

del mondo dipende in buona parte dalla capacità di comunicare. Ciascuno di noi, infatti,

usa il linguaggio continuamente nel corso della propria vita. Quando due o più persone

parlano la stessa lingua si innesca un processo di interazione comunicativa. Ogni lingua

presenta al suo interno dei dialetti cioè varietà linguistiche usate tra di loro da un gruppo

di abitanti originari di una ristretta area geografica, in aggiunta alla lingua ufficiale.

Diverse ancora dai dialetti sono le lingue minoritarie cioè lingue tradizionalmente usate

nel territorio di una lingua ufficiale da un gruppo di persone meno numerose rispetto al

resto della popolazione. Un’ulteriore distinzione è quella tra lingua naturali, che sono nate

e si sono evolute nel corso della storia, e le lingue artificiali inventate intenzionalmente

dall’uomo. Si calcola che nel mondo esistano oggi 6.900 lingue diverse che fra di loro

condividono una lontana origine storica comune e quindi sono raggruppate nella stessa

famiglia linguistica e quasi la metà degli abitanti della Terra parla una lingua che

appartiene alla famiglia linguistica indo-europea. Sia la tecnologia che la mobilità

dell’uomo contribuiscono alla diffusione delle lingue che viene condizionata anche da

forze politiche, economiche e religiose. La geografia linguistica non studia solo la

diffusione delle lingue, ma anche il modo in cui esse vengono utilizzate nei vari contesti

contribuendo a ricostruire i processi con i quali una lingua diventa dominante e quindi è

più influente rispetto ad un’altra che potrebbe diventare lingua in pericolo cioè lingua che

non viene più utilizzata in nessun contesto.

La geografia dei dialetti studia le variazioni del modo di parlare tra un luogo ed un altro

all’interno di grandi aree dominate da una lingua standard che è spesso riconosciuta

come lingua ufficiale dallo Stato. I toponimi cioè i nomi dei luoghi offrono informazioni

importanti riguardo alle pratiche culturali delle popolazioni e dei processi che portano alla

loro sostituzione e modificazione nel corso della storia.

Il concetto di razza deriva dall’idea che si possano utilizzare uno o più tratti somatici per

suddividere gli esseri umani in categorie distintive e esclusive. In biologia la genetica

distingue tra il fenotipo cioè l’aspetto esteriore degli individui e il genotipo cioè il DNA.

I fenotipi hanno una grossa varietà mentre la variabilità genetica, cioè quella su cui

dovrebbe fondarsi il concetto biologico di razza, è minima. Si definisce razzismo la

convinzione che le differenze somatiche e genetiche producano una gerarchia che

consente di dividere gli uomini in ‘’superiori’’ e ‘’inferiori’’ e ciò porta all’ esclusione e alla

discriminazione nei confronti di alcune categorie di persone. L’etnicità cioè la

componente personale e comportamentale dell’identità di un individuo, basata sul senso

di appartenenza sociale a un gruppo che si differenzia dagli altri per i suoi caratteri

culturali, si manifesta anche in determinati comportamenti, nel modo di parlare o nel

modo di vestirsi. Ciò che forma l’identità etnica di un individuo si trasmette

principalmente attraverso la tradizione ma i processi di modernizzazione possono alterare

questa eredità transgenerazionale. Il concetto di etnia viene spesso usato come sinonimo

di cultura che se estesa su un’ampia area geografica e ben sviluppata può essere definita

civiltà. La geografia etnica è un filone della geografia umana che studia la distribuzione

spaziale dei gruppi etnici che formano i paesaggi etnici riconoscibili dagli edifici religiosi o

i slogan scritti sui muri. Le interazioni etniche seguono 3 modelli: il primo per

assimilazione avviene quando le culture si fondono fra di loro, il secondo per

multiculturalismo avviene quando i componenti di un gruppo etnico di immigrati tendono

a resistere all’assimilazione per mantenere i propri tratti culturali e il terzo è l’

eterolocalismo che si riferisce al mantenimento da parte dei componenti di un gruppo

etnico disperso della propria identità comune. I geografi hanno individuato 3 tipi differenti

di insediamento etnici: le isole etniche che caratterizzano soprattutto le aree rurali, i

quartieri etnici che invece sono tipici delle aree urbane come i Chinatown e i ghetti cioè

quartieri inizialmente abitati da tutti ma che poi sono stati destinati solo a quel tipo di

etnia perché la popolazione si è spostata altrove. Per confrontare che peso ha un gruppo

etnico in un area con quella della stessa etnia sull’intero territorio nazionale si usa il

quoziente di localizzazione.

Le religioni sono sistemi di idee che rispondono all’esigenza delle persone di dare un

senso al mondo e al proprio ruolo al suo interno. Oltre alla ben nota divisione delle

religioni in monoteistiche, politeistiche e ateistiche bisogna ricordare anche le religioni

animiste e sincretiche nate dalla mescolanza di credi. Un’ulteriore divisione è quella fra

religioni universali come il Cristianesimo che è la religione più diffusa nel mondo, o l’Islam

e le religioni etniche caratterizzate da un’appartenenza determinata per nascita. Le

religioni civili invece sono quelle in cui le idee, i simboli e i rituali incidono sulla cultura

politica. Nello stesso modo in cui le società evolvono, anche le religioni sono soggette al

cambiamento e le resistenze nei confronti di esso a volte vengono espresse attraverso il

fondamentalismo religioso molto spesso associato alla violenza.

La geografia culturale e la globalizzazione

La globalizzazione è l’insieme di processi che contribuiscono a incrementare

l’interconnessione e l’interdipendenza tra le persone e i luoghi di tutto il mondo. Essa è

stata favorita in particolare da 5 fattori:

-la ricerca di mercati su scala globale, conseguente all’affermazione del capitalismo e

questo comprende anche l’individuazione di luoghi nei quali le materie prime possono

essere acquistate a minor costo e i beni possano essere venduti con maggiori profitti;

-le innovazioni tecnologiche soprattutto nel campo dei trasporti e della comunicazione;

-la riduzione dei costi e dei tempi di trasporti e delle comunicazioni;

-un aumento dei flussi di capitale finanziario (denaro);

-la diffusione di leggi che hanno favorito i 4 fattori precedenti.

Tra gli aspetti principali della globalizzazione c’è l’aumento dell’importanza del ruolo delle

imprese multinazionali nell’ economia mondiale e ciò che caratterizza le multinazionali è

il possesso di uffici in diversi stati. Per finanziare le proprie attività, le multinazionali

trasferiscono denaro ai paesi stranieri nei quali hanno delle sedi, mettendo in atto quelli

che vengono definiti investimenti diretti all’estero che da un lato aumentano i flussi di

capitale rivolti verso un paese ma dall’altro i primi a beneficiare degli IDE sono le stesse

multinazionali che rimpatriano i profitti e non quindi i paesi che le ospitano. Gli impatti

che la globalizzazione ha sulla società sono complessi e molto vari. Il più evidente è la

diffusione di una cultura di massa che è profondamente influenzata dai mass media e

questo ne facilita il continuo e rapido cambiamento, come dimostra la velocità con il

quale si evolvono le mode. Gli effetti culturali della globalizzazione si basano su 3 concetti

chiave: l’omogenizzazione, la polarizzazione e la glocalizzazione. Secondo la teoria

dell’omogenizzazione, la globalizzazione tende a far convergere i gusti, le pratiche

culturali rendendole simili in tutto il mondo. I prodotti e i servizi di alcune aziende

americane come la Nike o i fast food hanno raggiunto oggi una visibilità globale. Una

delle conseguenze dell’omogenizzazione è la trasformazione dei luoghi in non luoghi. Si

tratta soprattutto di luoghi urbani: centri commerciali, stazioni e aeroporti che hanno

perso le caratteristiche che rendevano ciascun luogo unico. In realtà, siamo ancora

lontani da una completa omogenizzazione delle culture grazie anche alla creatività

umana a resistere all’omologazione. Secondo la teoria della polarizzazione, invece, la

globalizzazione proprio perché tende a creare un’unica cultura di massa globale basata

sulla cultura capitalistica occidentale, contribuirebbe ad aumentare il senso di identità

delle diverse società e culture generando divisioni e conflitti tra persone e tra paesi di

cultura diversa. La glocalizzazione è il processo per cui gli attori globali e quelli locali

interagiscono, influenzandosi a vicenda. I soggetti di questo processo possono essere sia

pubblici che privati che essendo nello stesso territorio e conoscendosi si mettono in rete

fra di loro e combinano le risorse locali con quelle globali per creare un sistema locale

territoriale. Le risorse locali fanno parte del concetto di milieu territoriale e possono

essere naturali originarie (clima,posizione geografica), culturali (teatri) o immateriali

(tradizioni). La glocalizzazione è quindi il risultato di una relazione dinamica fra forze

globali e locali, tale per cui le forze locali si globalizzano e quelle globali si localizzano. La

cultura è un insieme di pratiche e credenze condivise da un gruppo di persone. La cultura

materiale include strumenti e strutture tangibili create dall’uomo, la cultura immateriale,

invece, non è tangibile ed è legata alle tradizioni orali e alle pratiche di comportamento

come ad esempio le ricette o le canzoni. La geografia culturale è una branca della

geografia umana che attribuisce importanza alle idee e alle attività delle persone e alle

modalità con le quali esse sono diverse da un luogo all’altro o si relazionano con

l’ambiente e il paesaggio. Ciò che interessa particolarmente è la mercificazione della

cultura cioè la trasfromazione in bene di mercato di un oggetto, un concetto o una

procedura, originariamente privi di una destinazione commerciale. La pubblicità è una

delle principali forze che influenzano i modelli di consumo, sia alla scala locale, che

globalmente. Grazie alla pubblicità che associa il diamante all’amore eterno, il gesto di

regalare un anello di fidanzamento con un diamante è diventato un rito diffuso e

standardizzato. Le imprese che gestiscono o traggono profitti dalle eredità del passato

come musei, monumenti o siti archeologici attuano una mercificazione del passato.

L’UNESCO cioè l’organizzazione delle nazioni unite per l’educazione, la scienza e la

cultura ha 192 membri e fra i suoi compiti ha quello di creare un elenco di siti, culturali e

naturali, caratterizzati da un valore universale ed eccezionale che entrano a far parte del

patrimonio mondiale. Il folklore va separato dalla cultura di massa e si riferisce a quei

gruppi di persone i cui membri condividono gli stessi tratti culturali e vivono

prevalentemente in aree rurali, con meno occasioni di contatto con l’economia di mercato

globalizzata. I geografi ed altri studiosi usano il termine di sapere locale per indicare la

conoscenza collettiva di una comunità. Il sapere locale di solito viene tramandato

oralmente, è dinamico e non è un’entità unica per questo sarebbe più corretto parlare di

saperi locali.

La geografia dello sviluppo

Lo sviluppo è l’insieme dei processi che determinano cambiamenti positivi nel benessere

economico, nella sua distribuzione tra le classi sociali e nella qualità di vita degli abitanti

e dei lavoratori. Lo sviluppo socio-territoriale può essere visto limitato e vasto come

quello biologico, ma allo stesso tempo può seguire un solo cammino cioè quello imposto

dalla cultura occidentale. Questo non vuol dire che lo sviluppo di tipo biologico, che

accetta per intero la complessità, sia quello giusto perché così rinunciamo alla possibilità

di prevedere e progettare un futuro desiderabile. Ma è anche vero che, semplificando

eccessivamente la complessità come oggi si sta facendo, l’evoluzione umana viene

indirizzata verso un unico cammino che rischia di distruggere la grande ricchezza

rappresentata dalla varietà culturale e ambientale del pianeta. I geografi umani studiano

le differenze di sviluppo da un luogo all’altro e le conseguenze sociali e ambientali dello

sviluppo. La maggior parte degli esperti di sviluppo distingue i paesi del Nord (ricchi) e i

paesi del Sud (poveri) del mondo. Il concetto di sviluppo associato a un futuro migliore,

implica il miglioramento delle condizioni economiche, sociali e ambientali di una società.

Gli esperti di sviluppo riconoscono come il progresso in un ambito, ad esempio la crescita

economica, possa avere conseguenze negative in un altro campo, come l’ambiente. Ci

sono diverse scuole di pensiero sulla relazione fra economia, sviluppo, società e ambiente

che seguono tendenzialmente due linee: lo sviluppo convenzionale e lo sviluppo

sostenibile. Lo sviluppo convenzionale privilegia la crescita economica e,

secondariamente, anche il benessere sociale. Lo sviluppo sostenibile privilegia invece una

crescita economica e sociale ottenuta senza compromettere le diversità culturali, le

risorse naturali o le condizioni dell’ambiente per le generazioni future. Per misurare o

valutare lo sviluppo gli studiosi fanno riferimento agli indicatori che sono divisi in tre

categorie: economici, socio-demografici e ambientali e agli indici che sono la

combinazione di due o più indicatori e sono usati per dati di livello internazionale o

nazionale a differenza degli indicatori utilizzati per descrivere aree molto piccole.

L’indicatore più comune dello sviluppo economico è il Prodotto Interno Lordo che consiste

nel valore monetario complessivo dei beni e dei servizi prodotti all’interno dei confini

geografici di un paese e che diviso per il numero degli abitanti fa ottenere il PIL procapite.

Gli economisti spesso utilizzano il PIL come misura dello sviluppo economico

analizzandone l’evoluzione nel corso del tempo. Un altro indicatore economico è il tasso

di povertà cioè il numero di persone povere sul totale della popolazione. La povertà

assoluta è quella di chi non riesce ad accedere ai beni e ai servizi essenziali per

conseguire uno standard di vita accettabile mentre, la povertà relativa consiste nella

mancanza di un livello socialmente accettabile di risorse o di reddito rispetto ad altri

all’interno di una società. Le persone sono la risorsa più importante che un paese

possieda, perché sono queste a determinare l’utilizzo delle altre risorse. Gli indicatori

socio-demografici forniscono informazioni sullo stato sociale di una popolazione come ad

esempio il tasso di alfabetizzazione che è la percentuale di popolazione di un paese sopra

i cinque anni in grado di leggere e scrivere. Altri indicatori socio-demografici sono l’attesa

di vita oppure il tasso di mortalità infantile. L’uso d’indicatori ambientali è relativamente

recente ed essi sono utilizzati per valutare lo sviluppo sostenibile. Le differenze nello

sviluppo sono il risultato di condizioni variegate e interconnesse ed è per questo che si

parla di <<dotazione geografica>> di un paese. In alcuni casi, un processo di sviluppo

mal governato può condurre a una maggiore vulnerabilità nei confronti dei disastri

ambientali ed è per questo che si utilizza l’indice di vulnerabilità ambientale. Molti esperti

ritengono che gli indicatori da soli non siano sufficienti per valutare i reali cambiamenti

dello sviluppo ed è per questo che i geografi combinano una serie di indicatori per creare

indici come ad esempio l’Indice di sviluppo umano che include informazioni sul

benessere, la salute e l’istruzione. Partendo dalla constatazione che lo sviluppo non è

neutrale rispetto al sesso, per analizzare le disparità di genere nello sviluppo sono stati

creati due nuovi indici di sviluppo: l’Indice di sviluppo di genere e la Misura della

capacitazione che valuta il livello di partecipazione delle donne nel campo politico.

A meno che il reddito non sia equamente distribuito, ci sarà sempre un divario fra coloro

che guadagnano di più e coloro che guadagnano di meno. La distribuzione del reddito

rappresenta il modo in cui il reddito è suddiviso fra differenti gruppi o individui, mentre la

disuguaglianza di reddito, che a livello globale è molto alta, rappresenta il rapporto fra i

redditi dei più ricchi e i redditi dei più poveri. Molti si chiedono che impatto abbia la

globalizzazione sulla distribuzione della ricchezza e a proposito di ciò ci sono due scuole

di pensiero: la teoria neoliberista e la teoria dell’ampliamento del divario. I sostenitori

della prima tesi pensano che il commercio sia essenziale per cui occorre rimuovere gli

ostacoli alle relazioni commerciali, mentre, i sostenitori della seconda tesi sostengono che

la globalizzazione agisce contro i diritti di parità. Il livello di disuguaglianza di reddito in

un paese può avere una serie di conseguenze gravi sullo sviluppo come ad esempio una

maggiore incidenza della povertà che può scoraggiare gli investimenti e lo sviluppo. Ogni

individuo ha opportunità diverse a seconda di dove nasce e per spiegare le differenze fra

le opportunità di chi nasce in un paese sviluppato e chi non ci sono varie teorie e vari

modelli. Il primo è il modello di sviluppo classico di Rostow che pensava che i paesi meno

sviluppati fossero quelli fondati su economie agricole e che, con l’avvento dello sviluppo,

la struttura dell’economia dovesse cambiare per lasciare spazio alle attività

manifatturiere e ai servizi attraverso l’investimento in queste attività. Questo modello in

realtà ha avuto tre principali critiche: non tiene conto delle differenze sociali, economiche

e culturali, non tiene conto del fatto che il ricevere aiuto economico da parte di un altro

paese determinerebbe alti livelli di debito e infine, il modello è fortemente eurocentrico.

La teoria della dipendenza rivela due tipi di stati: dominanti e dipendenti. I primi sono i

paesi più sviluppati che controllano l’innovazione tecnologica e le risorse economiche. I

secondi sono i paesi in via di sviluppo che mancano di queste risorse e quindi la loro è

una condizione di dipendenza che si traduce in bassi livelli di sviluppo o sottosviluppo. La

teoria del sistema-mondo vede il sistema capitalistico come causa della dipendenza e del

sottosviluppo. Questa teoria vede il sistema mondiale formato da stati centro, aree

semiperiferiche e aree periferiche. Gli stati centro sono militarmente forti e condividono

una forza lavoro altamente qualificata, al contrario, gli stati periferici possiedono una

forza lavoro meno qualificata. In conclusione, il capitalismo crea un sistema di scambio

diseguale in cui gli stati centro dominano la semiperiferia e la periferia. Il modello di

sviluppo neoliberista sostiene un mercato libero e la rimozione di tutti gli ostacoli al

movimento dei beni, servizi e capitali. Dal punto di vista neoliberista le cause del

sottosviluppo non deriverebbero dal capitalismo. Il sottosviluppo potrebbe essere risolto

attraverso programmi di aggiustamento strutturale che ad esempio aiuterebbero i paesi a

evitare crisi finanziare, anche se molti sostengono che esso abbia provocato più danni

che vantaggi come ad esempio l’aumento dei beni alimentari a causa dell’eliminazione

delle sovvenzioni all’agricoltura. Oggi l’approccio dominante allo sviluppo indica la

strategia di riduzione della povertà per raggiungere gli obiettivi del millennio stabiliti dai

leader dei paesi membri dell’ONU.

La geografia dell’agricoltura

Il nostro stile di vita è strettamente legato all’agricoltura. Non molti anni fa la maggior

parte della popolazione mondiale era impiegata in agricoltura, mentre oggi è il settore dei

servizi a occupare la maggior parte della forza lavoro globale e questo è espressione della

crescente urbanizzazione. Prima della nascita dell’agricoltura, il sostentamento degli

esseri umani proveniva dalla caccia e dalla raccolta, oggi praticate ancora da poche

popolazioni. Il passaggio da società basate sulla caccia e la raccolta a società agricole,

costituisce la prima delle tre radicali rivoluzioni che hanno trasformato il mondo. La prima

rivoluzione agricola è rappresentata dal primo sviluppo dell’agricoltura, circa 11.000 anni

fa, reso possibile dall’addomesticamento di piante e animali. La seconda rivoluzione

agricola che avvenne in Europa nel Medioevo, portò a nuove pratiche agricole come per

esempio l’utilizzo degli aratri, la sostituzione dei buoi con i cavalli e la rotazione delle

colture cioè l’alternanza delle coltivazioni di diverse specie nello stesso campo, al fine di

evitare l’impoverimento del suolo. La terza rivoluzione agricola, tuttora in corso, è il frutto

delle innovazioni tecnologiche come l’invenzione del motore a combustione interna e

delle nuove pratiche di coltura come ad esempio l’utilizzo di fertilizzanti chimici e le

biotecnologie. L’uso del trattore favorì il passaggio dalla policoltura alla monocultura.

L’uso di prodotti chimici, invece, permette di aumentare le quantità del raccolto e

combattere i parassiti ma il loro utilizzo comporta importanti costi ecologici. Un ulteriore

aspetto della terza rivoluzione agraria è rappresentato dalle biotecnologie agrarie e

occorre a questo proposito distinguere fra ‘’rivoluzione verde’’ e ‘’rivoluzione genetica’’.

La rivoluzione verde fa riferimento all’aumento della produzione di cereali grazie alla

diffusione di varietà di grano, riso e granturco, dipendenti dall’utilizzo di fertilizzanti e

dall’irrigazione. L’ingegneria genetica, invece, prevede l’applicazione di tecniche

genetiche all’agricoltura con il coinvolgimento di grandi imprese impegnate nello sviluppo

di organismi geneticamente modificati. Le innovazioni portate dalla rivoluzione verde

sono state accettate da tutti i paesi, mentre sugli OGM è ancora in corso un dibattito

molto acceso. L’agricoltura può essere vista come un sistema per produrre cibo che

comprende: i terreni, gli input (lavoro, macchine), gli output (i prodotti agricoli), i

consumatori e i diversi flussi che mettono in relazione tutte queste componenti. Esistono

vari sistemi agricoli ma la maggior parte si dividono in agricolture di sussistenza e

agricolture di mercato. L’agricoltura di sussistenza produce prodotti che in gran parte

vengono consumati dai produttori e dalle loro famiglie e in piccola parte scambiati o

venduti sui mercati locali. Nel mondo sono milioni le persone che sopravvivono grazie

all’agricoltura di sussistenza e ne esistono vari tipi. L’agricoltura itinerante è un sistema

agricolo che utilizza il fuoco per ripulire i terreni dalla vegetazione spontanea, rendendoli

adatti a essere coltivati per un certo periodo, al termine del quale si passa a fare lo stesso

con un altro terreno. Essa se svolta per bene può essere considerata sostenibile ma

alcune volte i periodi di riposo del terreno non vengono rispettati per cui si mette in

discussione la sostenibilità di questo sistema agricolo, anche se oggi giorno esistono

pratiche alternative che consentono di restituire la fertilità ai suoli come ad esempio

l’agroforestazione. Il riso viene coltivato con tecniche di coltivazione irrigua, che

rappresentano uno dei primi esempi di agricoltura intensiva cioè un’agricoltura

caratterizzata da un’elevata quantità di forza lavoro, capitali e attrezzature. La maggior

parte del riso viene coltivato in Asia ed è profondamente influenzato dagli effetti della

rivoluzione verde.Un altro tipo di agricoltura di sussistenza sono le piccole aziende e

l’allevamento che prevedono un limitato uso dell’irrigazione e dei fertilizzanti e non

puntano alla possibilità di avere più di un raccolto all’anno. La pratica della pastorizia si

fonda sull’allevamento di bestiame domestico ed è caratterizzata dalla transumanza cioè

dalla mobilità degli allevatori. Nell’agricoltura di mercato, i beni agricoli prodotti sono

destinati in gran parte a essere venduti grazie all’agribusiness cioè un sistema

d’interconnessione tra i contadini che producono e le industrie di lavorazione dei prodotti

agricoli. Esistono vari tipi di agricoltura di mercato: la coltivazione di piantagioni destinate

all’esportazione sui mercati internazionali come ad esempio il caffè, l’orticoltura

commerciale che invece è la produzione intensiva di frutta non tropicale, ortaggi e fiori

destinati alla vendita sul mercato, l’agricoltura specializzata rappresentata da aziende

che producono un solo tipo di prodotto e l’agricoltura mediterranea strettamente

associata alla coltivazione di viti, ulivi e alberi da frutto. Dell’agricoltura di mercato fanno

anche parte gli allevamenti commerciali di animali da latte fondati sia sull’utilizzo di

macchinari, sia sulla costante manodopera umana e le aziende agricole miste con

produzione di foraggio e allevamento . La cerealicoltura commerciale cioè la monocultura

di cereali altamente meccanizzata e su vasta scala e, l’allevamento estensivo di bestiame

cioè l’allevamento di grandi mandrie di bestiame destinate al macello sono entrambi

esempi di agricoltura estensiva cioè un sistema agricolo caratterizzato da uno scarso uso

di forza lavoro, capitali e macchinari. Le variazioni spaziali dell’agricoltura sono

rappresentate dal modello di Von Thünen che osservò che suoli dotati in apparenza delle

medesime caratteristiche fisiche venivano impiegati per scopi agricoli diversi. Egli notò

che attorno ad ogni città, dove si sviluppava il mercato, il territorio veniva diviso in anelli

concentrici, ciascuno usato per produrre prodotti diversi. Anche l’agricoltura ha un forte

impatto sull’ambiente con conseguenze come la desertificazione cioè l’isterilimento dei

terreni a causa delle azioni umane o la salinizzazione cioè l’accumulo di sali sulla

superficie del terreno o nel suolo. I pesanti impatti ambientali dell’agricoltura hanno

portato a un aumento dell’interesse nei confronti dell’agricoltura sostenibile che spesso

utilizza anche tecnologie come il GPS e l’agricoltura biologica cioè un tipo di agricoltura

sostenibile che tiene conto degli ecosistemi. La globalizzazione ha avuto importanti effetti

anche sull’agricoltura portando a un cambiamento del consumo alimentare come ad

esempio accade per gli asiatici che stanno sperimentando una transizione alimentare

caratterizzata dalla riduzione del consumo di riso e un aumento di quello di carne.

Organizzazioni internazionali come Slow Food e Terra madre operano invece, per una

globalizzazione dell’agricoltura sostenibile a livello ambientale, sociale e culturale. Siccità

fuori stagione, l’aumento del costo del petrolio e dei fertilizzanti hanno favorito l’aumento

del prezzo dei generi alimentari portando alla crisi alimentare ma uno strumento che può

contribuire a migliorare la sicurezza alimentare delle singole famiglie è quello

dell’agricoltura urbana che si pratica negli orti urbani, ma soprattutto si rende necessaria

una forma di educazione alimentari che valorizzi il cibo fresco, locale e biologico. L’UE, la

cui superficie è per metà adibita all’agricoltura, esercita su di essa un controllo attraverso

la politica agricola comunitaria che si preoccupa di produrre prodotti a sufficienza ma

tenendo conto dell’ ambiente.

I cambiamenti geografici per l’industria e i servizi

Le attività umane si possono raggruppare in tre grandi settori: primario, secondario e

terziario. Tutte le attività del settore primario prevedono l’utilizzo di risorse naturali e

comprende l’agricoltura, l’allevamento, la pesca e le attività estrattive. Il settore primario

è collegato con gli altri attraverso connessioni a valle, a monte e per i consumi locali. Le

connessioni a monte sono date dalle attività che permettono lo sfruttamento delle risorse

primarie, mentre le connessioni a valle sono rappresentate dalle attività che consentono

il trattamento delle materie prime. I consumi locali fanno riferimento alla domanda del

bene da parte degli abitanti di quell’area.Il settore secondario comprende tutte le attività

manifatturiere che si svolgono nelle fabbriche o all’aperto come l’edilizia. A volte viene

fatta una distinzione fra manifattura pesante e leggera. Per manifattura pesante

s’intende la produzione di prodotti come acciaio, combustibili o beni di grandi dimensioni.

La manifattura leggera include invece attività che producono beni rivolti al consumo

finale o prodotti sofisticati come gli apparecchi per gli ospedali. Il settore secondario è

stato profondamente influenzato dalla rivoluzione industriale favorita da 3 elementi: la

grande disponibilità di capitale, la grande disponibilità di mano d’opera e da una serie di

innovazioni tecnologiche che consentivano di aumentare la produttività. Il settore

terziario comprende tutti i tipi di servizio e le attività che si svolgono negli uffici, come

quelle gestionali,amministrative e politiche. I servizi per le famiglie sono quelli destinati

alla vendita e rivolti al consumo finale come ad esempio i servizi di cura della persona. I


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Geografia umana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Guadagno Eleonora: ''Geografia umana. Un approccio visuale'',Greiner, Dematteis,Lanza. Gli argomenti trattati sono:
-Che cos’è la geografia umana?;
-Ambiente, società e territorio;
-Popolazione e migrazioni;
-Lingue, razze, etnie e religioni;
-La geografia culturale e la globalizzazione;
-La geografia dello sviluppo;
-La geografia dell’agricoltura;
-I cambiamenti geografici per l’industria e i servizi;
-La circolazione: flussi,reti e nodi;
-La geografia urbana;
-La geografia politica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, letterature e culture dell'Europa e delle Americhe
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ulisse1234 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia umana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Guadagno Eleonora.

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