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Riassunto esame Geografia/Laboratorio di Cartografia, prof.ssa Pressenda, libro consigliato "Geocartografia. Guida alla lettura delle carte geotopografiche" di E. Lavagna e G. Lucarno Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Geografia linguistica/Laboratorio di Cartografia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla prof.ssa Pressenda "Geocartografia. Guida alla lettura delle carte geotopografiche" di E. Lavagna e G. Lucarno.

Sono inclusi TUTTI i capitoli, anche quelli che non servono per l'esame della Pressenda.

Esame di Geografia e cartografia docente Prof. P. Sereno

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nelle proiezioni cilindriche le maglie del reticolo risultano rettangolari. Man mano che ci allon-

tana dal circolo di tangenza si verifica una dilatazione delle aree se l’origine della proiezione è posta

al centro del globo, uno schiacciamento delle aree se invece l’origine della proiezione è posta all’in-

finito. La proiezione di sviluppo

cilindrica comporta un cre-

scente aumento della spazia-

tura tra i paralleli verso il polo,

che s’aggiunge a quella tra i

meridiani ingigantendo le

aree ad elevata latitudine.

Una sua varietà opportuna-

mente modificata è quella di

Mercatore, in cui i gradi di

meridiano sono allungati nella

stessa misura di quelli di pa-

rallelo, riducendo la deforma-

Principio delle proiezioni cilindriche. zione d’aree non troppo

grandi. Il suo pregio è l’isogonicità.

Tutte le proiezioni cilindriche hanno lo svantaggio di dilatare le distanze tra i paralleli man mano

che ci s’allontana da quello di tangenza. Se il cilindro è tangente lungo un meridiano la proiezione

si dice trasversa. Essa presenta il vantaggio di ridurre le deformazioni in corrispondenza del meri-

diano tangente, prestandosi

quindi a rappresentare con

buona approssimazione anche

le regioni poste ad una certa di-

stanza dall’equatore.

Nelle proiezioni coniche i

paralleli sono rappresentati da

archi di cerchî, mentre i meri-

diani sono rette convergenti

verso il vertice del cono. Meri-

diani e paralleli s’intersecano

perpendicolarmente formando

maglie trapezoidali convergenti

verso il polo.

Mentre con la proiezione ci-

lindrica può essere rappresen-

Carta in proiezione cilindrica modificata di Mercatore (a) in cui sono indicate le tato tutto il globo, la proiezione

rotte lossodromica ed ortodromica tra New York e Londra. Sotto, uno stralcio di

carta centrografica (b) con rotta ortodromica. conica consente l’adeguata rap-

presentazione di un solo emi-

sfero alla volta. Sia la proiezione cilindrica

che quella conica conservano l’equidi-

stanza solo in corrispondenza della linea di

tangenza.

Oltre alle proiezioni coniche e cilindri-

che con superficie di sviluppo tangente al

globo lungo un parallelo o lungo l’equa-

tore, esistono le proiezioni secanti, oggi

maggiormente utilizzate rispetto alle pre-

cedenti, in cui il foglio risulta secante la su-

Proiezione conica. Il polo P è rappresentato da un punto P’ che si perficie sferica. In tal modo le due superfici

trova al vertice del cono, cui convergono tutti i meridiani. 14

s’intersecano lungo due paralleli. Se la distanza tra i due paralleli d’intersezione non è eccessiva,

tutta la rappresentazione cartografica fra essi compresa e anche quella delle strisce poste al loro

esterno possono, con ottima approssimazione, essere considerate a scala pressoché costante,

quindi equidistanti.

4. Proiezioni modificate o convenzionali

Le proiezioni convenzionali sono molto usate per rappresentare l’intero globo, ma anche per la

realizzazione di carte topografiche.

La proiezione pseudocilindrica di Mollweide (o cilindrica modificata) è utilizzata per ottenere

planisferi in cui le aree siano sostanzialmente equivalenti. La proiezione cilindrica piana

rettangolare è in realtà una co-

struzione geometrica molto sem-

plice in cui le maglie del reticolato

sono rettangolari, con una delle

dimensioni corrispondente alla

reale misura, ridotta in scala, dei

gradi di latitudine e l’altra a quella

dei gradi di longitudine su due pa-

ralleli equidistanti dall’equatore.

È evidente che in tale rappresen-

tazione le zone a latitudine più

Planisfero di Mollweide. Paralleli e meridiani sono distanziati di 15°. bassa rispetto a tali paralleli ven-

gono sottodimensionate, mentre s’allargano progressivamente le zone a latitudine più elevata.

Della cilindrica modificata di Mercatore abbiamo già parlato: anch’essa è spesso utilizzata per

la rappresentazione dell’intera superficie terrestre. In essa gli archi di meridiano compresi tra due

paralleli vengono allungati nella stessa proporzione in cui aumentano rispetto alla realtà gli archi di

parallelo a causa della mancata convergenza dei meridiani al polo. Ciò comporta ovviamente una

grande dilatazione delle zone ad elevata latitudine.

Il cartografo tedesco Arno Peters ha proposto una diversa modifica della proiezione cilindrica,

tale da ridurre la distanza tra i paralleli man mano che aumentano le latitudini. Il risultato è una

carta equivalente, ma tutt’altro che conforme ed equidistante. Tra i planisferi ottenuti con

proiezioni convenzionali è

piuttosto da citare per la sua

particolare efficacia nella rap-

presentazione di fenomeni

economici e politici quello in

proiezione interrotta di

Goode. Esso, infatti, ha il van-

taggio dell’equivalenza e della

conformità relativamente alle

masse continentali. Questo ri-

sultato si è potuto ottenere

interrompendo la carta in cor-

rispondenza degli oceani, la

Planisfero di Peters, equivalente, ma con evidentissime deformazioni: cui rappresentazione non è

allungamento nel senso delle latitudini nelle regioni intertropicali e schiacciamento sempre necessaria quando si

in quelle a latitudini elevate.

trattano temi economico-politici.

Tra le proiezioni usate per le carte topografiche, cioè carte a grande scala che necessitano, al-

meno in un ambito ristretto, d’elevato grado di isogonia, equivalenza ed equidistanza, ci limitiamo

a citarne due usate dall’Istituto Geografico Militare.

15 La prima è la proiezione po-

liedrica o policentrica di San-

son-Flamsteed, detta anche

proiezione naturale. In pratica

s’immagina che ogni foglio

della carta sia la faccia trapezoi-

dale di un poliedro, tangente

alla sfera terrestre in quelli che

sono anche i centri delle rap-

presentazioni cartografiche

d’ogni foglio.

La seconda è la proiezione

Planisfero interrotto in proiezione di Goode, detta anche omolosina. La cilindrica trasversa di Gauss –

proiezione è la fusione della proiezione di Mollweide e di una sinusoidale. detta anche trasversa di Merca-

tore –, in cui s’immagina di proiettare la superficie terrestre su quella laterale di cilindri tangenti

alla sfera terrestre lungo un meridiano e distanziati tra loro di 6°. Ne deriva una serie di 60 spicchî

o fusi che risultano relativamente equivalenti e conformi. Tutti questi fusi sono stati inseriti in un

sistema di riferimento internazionale noto come sistema UTM (Universale Trasverso di Mercatore).

Nel sistema UTM, invece della rete dei meridiani e dei paralleli, si traccia sulla carta un reticolato

cartesiano in cui in ordinata figurano le distanze dall’equatore ed in ascissa quelle dal meridiano di

tangenza del cilindro che è al centro d’ogni fuso. In questo reticolato si distinguono quadrati di 100

km di lato, a loro volta suddivisi in 10.000 quadrati con lato di 1 km.

5. La scelta della proiezione

La scelta dell’una o dell’altra proiezione dipende da diversi fattori, innanzitutto dal contenuto

della carta e dal tipo di riflessioni e confronti che ne possono derivare. Se, per esempio, la carta

tratta dell’utilizzazione del suolo o dell’estensione dei varî paesaggî naturali è opportuno che sia

equivalente, giacché dovremo fare confronti di superfici. Se invece il contenuto riguarda fenomeni

come le correnti marine, i venti, i movimenti migratori, è utile che vengano rispettate le direzioni,

come nelle carte isogone. Se il tema d’affrontare è la circolazione delle persone sarà preferibile

invece una carta equidistante.

Un altro fattore da considerare è la posizione sulla superficie del territorio da rappresentare. Per

le calotte polari risultano efficaci le proiezioni prospettiche polari; per le regioni intertropicali le

cilindriche equatoriali; per quelle delle medie latitudini le coniche. Per uno Stato molto allungato

nel senso della latitudine, come il Cile, può risultare più adatta una cilindrica trasversa.

Per usi che richiedano una particolare precisione in carte a grande scala occorrono esatte misure

del geoide e proiezioni che garantiscano la massima approssimazione alla realtà (cioè un ottimo

grado di equivalenza, isogonia ed equidistanza).

In qualche caso, oltre al tipo di proiezione, può esser rilevante la scelta del centro della proie-

zione stessa: le carte europee sono solitamente eurocentriche, mentre i planisferi degli atlanti ci-

nesi pongono al centro proprio la Cina e l’Oceano Pacifico.

Tipi di carte

Anche nella cartografia l’adozione di un criterio classificatorio può esser utile per dare ordine

alla materia e per definire meglio le diverse categorie di carte e l’oggetto del loro studio. Esse pos-

sono esser classificate in più modi, dei quali i più in uso sono due: in base alla scala utilizzata ed in

base all’argomento studiati dalla rappresentazione.

1. Classificazione in base alla scala

Per d’illustrare i criterî classificatorî è necessario riprendere il concetto di scala, che necessita di

alcune definizioni di base e di qualche esempio pratico.

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La scala è definita come rappresentazione tra la distanza grafica e quella reale. Essendo il rap-

porto di due lunghezze, la scala è espressa da un numero «puro», che non deve pertanto esser

preceduto da unità di misura.

Quella indicata sulle carte può esser espressa in due modi, talvolta presenti contemporanea-

mente: scala numerica e scala grafica.

La scala numerica è rappresentata con una frazione che indica il rapporto di riduzione. Il nume-

ratore è sempre l’unità, mentre il denominatore è espresso da un numero che indica di quanto

dev’essere moltiplicata la distanza grafica – misurata sulla carta – per ottenere il valore della di-

stanza reale sul terreno.

La scala grafica viene rappresentata con segmenti rettilinei, divisi in parti uguali, sui quali è in-

dicato, ad ogni suddivisione, il valore della corrispondente distanza reale sul terreno. Essa permette

un immediato apprezzamento visivo delle distanze reali rappresentate sulla carta. La sua presenza

è utile, infine, quando si proceda, con l’uso di fotocopie, alla riduzione o all’ingrandimento di carte

o spezzoni di esse. Quanto più il denominatore è

grande, tanto più la scala diventa

piccola; più la scala è piccola, più ri-

dotta è la rappresentazione dei par-

ticolari presenti sul terreno, a co-

minciare dalle distanze. Quindi, a

parità di dimensione del foglio, pic-

cola scala significa grande superfi-

cie terrestre rappresentata, ma

Esempî di scale grafiche 1:1.000.000, 1:100.000 e 1:25.000. scarsa quantità di particolari; men-

tre a grande scala, a fronte di una minore superficie territoriale, la descrizione del terreno sarà più

dettagliata.

Le grandi scale sono da preferire quando è necessaria una lettura di dettaglio ed una rappresen-

tazione con grande nitidezza e risoluzione dei particolari: sono quindi indicate per finalità escursio-

nistiche o militari. Per contro, una scala piccola consente la rappresentazione di grandi superfici e

fornisce una visione d’insieme di una regione o di un fenomeno che s’estende o s’evolve su aree

molto vaste.

Occorre però precisare che nel caso di carte a piccola scala, a seconda della proiezione utilizzata,

i rapporti di scala possono variare sensibilmente se consideriamo zone lontane dal centro delle

proiezioni prospettiche o dai paralleli di tangenza delle proiezioni di sviluppo cilindriche o coniche,

vere o modificate. In questi casi la scala indicata vale solo nelle aree in cui l’equidistanza si conserva

in maniera accettabile.

La scelta di una carta dovrebbe sempre tener conto delle dimensioni del territorio rappresen-

tato, delle finalità di studio o di consultazione, della accuratezza nella descrizione dei particolari ed

infine della propria capacità d’utilizzarne tutte le informazioni in maniera corretta. Sono in com-

mercio numerosi tipi di carte, destinate ad altrettanto diverse esigenze di consultazione, un cui

primo ed elementare criterio classificatorio può esser la scala, la quale determina un’adeguata no-

menclatura da utilizzare correttamente per designare una carta.

Possiamo distingue le rappresentazioni cartografiche in:

 mappamondi o planisferi (scala da 1:100.000.000 a 1:5.000.000): rappresentano l’in-

tera superficie terrestre. Utile per fini didattici, danno una buona idea dell’ordine di

grandezza delle distanze fra i continenti e della loro posizione reciproca, riportando l’in-

sieme del reticolo delle coordinate e solo alcuni dei maggiori elementi fisici (rilievi, pia-

nure, grandi fiumi); spesso vengono riportate le posizioni delle maggiori città; con il ter-

mine «mappamondi», che sono sempre rappresentazioni su un piano, sono spesso im-

propriamente indicati i cosiddetti globi, di scala analoga, che sono invece rappresenta-

zioni su una superficie sferica incernierata su un asse di rotazione corrispondente a

quello terrestre. I globi hanno il pregio di fornire una rappresentazione priva d’errori

d’approssimazione, in quanto non presentano problemi d’adattamento ad una superfi-

cie piana; 17

 carte generali (scala da 1:5.000.000 a 1:1.000.000): rappresentano, al massimo, un con-

tinente o parti d’esso, un intero Stato di grandi dimensioni o un gruppo di Stati; sono

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visibili i principali particolari fisici (rete idrografica generale, orografia ), grandi vie di

comunicazione, città grandi e medie con simboli proporzionati al numero d’abitanti.

Possono essere utilizzate, oltre che per finalità didattiche, anche per scopi turistici;

 carte corografiche (scala da 1:1.000.000 a 1:200.000): rappresentano parti estese di

uno Stato o di una regione con maggior ricchezza di particolari. Vi si possono notare un

maggior numero di centri abitati e quasi tutta la rete stradale percorribile coi mezzi

ordinarî, per cui si prestano come utile supporto per spostamenti in ambito regionale;

 carte topografiche (scala da 1:200.000 a 1:10.000): molto ricche di particolari, sono in-

dicate per scopi escursionistici e militari. Permettono un apprezzamento di dettaglio

delle caratteristiche orografiche ed idrografiche del terreno, nonché della viabilità mi-

nore e delle costruzioni situate anche all’esterno dei centri abitati. L’approssimazione

con cui rappresentano un punto sul terreno è inferiore a 100 m;

 mappe catastali (scala da 1:10.000 a 1:1.000): rappresentano una parte molto limitata

del territorio (dell’ordine del kmq) e si prestano a descrivere con grande precisione i

confini poderali, la posizione e l’orientamento degli edificî, etc.; vengono usate soprat-

tutto per fini fiscali e nel censimento delle unità immobiliari;

 piante, talora in scala maggiore di 1:1.000, descrivono la distribuzione degli edificî nei

centri abitati e loro particolari interni.

Esempî di rappresentazioni cartografiche a scale diverse, dalla più grande delle piante di

città (a), a quella delle carte topografiche (b), corografiche (c) e geografiche propria-

mente dette (d).

2. Classificazione delle carte in base al contenuto ed alla funzione

Indipendentemente dalla scala utilizzata, le carte possono essere classificate in base alla fun-

zione, alle finalità di studio ed alle caratteristiche particolari che in esse sono rappresentate in ma-

niera più esaustiva. La cartografia tematica s’occupa di carte con finalità specifiche, studiando i

criterî con cui s’ottiene la miglior rappresentazione di un fenomeno che s’evolve o si distribuisce

sulla superficie terrestre.

6 L'orografia (dal greco antico ὄρος, «montagna», e γραφή, «scritto») è quella branca della geografia fisica che studia

i rilievi della Terra, sia quelli della superficie sia quelli sottomarini.

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Poiché innumerevoli sono gli argomenti oggetto di studio nell’ambito delle loro interazioni col

territorio, altrettanto numerosi sono i tipi di carte tematiche. Vale la pena di menzionare solo i tipi

più importanti e diffusi:

 fisiche: evidenziano principalmente le caratteristiche fisiche del territorio (rilievi, altitu-

dine, idrografia, etc.), trascurando in genere la distribuzione dei fenomeni antropici e

dei prodotti dell’attività umana;

 idrografiche, marine e nautiche: rappresentano le superfici marine, indicando la pro-

fondità dei fondali, le caratteristiche idrologiche, l’andamento costiero e le strutture per

la navigazione;

 geologiche: rilevano la conformazione attuale della superficie terrestre ed i fenomeni

dinamici responsabili del suo continuo modellamento;

 climatiche: individuano regioni più o meno ampie aventi le stesse caratteristiche clima-

tiche;

 meteorologiche: evidenziano la localizzazione e lo sviluppo nel tempo dei più generali

elementi e fenomeni meteorologici (aree d’alta e bassa pressione, direzione dei venti,

fronti di perturbazione, etc.);

 antropiche: nell’accezione più generale del termine, trattano fenomeni legati alla pre-

senza dell’uomo ed alle sue attività (densità di popolazione, reddito, tipi d’attività eco-

nomica, etc.);

 storiche (generali o tematiche): rappresentano un territorio nelle condizioni in cui si tro-

vava nel passato;

 stradali o ferroviarie: si specializzano nella rappresentazione delle vie di comunicazione

terrestri;

 dell’utilizzazione del suolo: indicano le trasformazioni indotte in un territorio da agri-

coltura, allevamento e sfruttamento forestale;

 industriali e minerarie: evidenziano i siti di produzione industriale e d’estrazione mine-

raria indicando la natura delle produzioni o dei materiali estratti.

3. Carte geologiche e geomorfologiche La lettura delle carte

geologiche e geomorfologi-

che richiede competenze

specifiche. Una carta geo-

logica è rappresentata soli-

tamente da una base geo-

grafica o topografica tradi-

zionale di scala appro-

priata, su cui viene ripor-

tata la distribuzione delle

formazioni rocciose, sia che

esse affiorino alla superfi-

cie del terreno, sia che si

trovino coperte dal suolo e

dalla vegetazione. Suo

scopo è quello di precisare

la natura e l’età delle rocce

e la loro disposizione e gia-

citura, per mezzo d’una

particolare simbologia.

La Carta Geologica

d’Italia, strumento indi-

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spensabile a tutti coloro che devono compiere interventi sul territorio, utilizza come base cartogra-

fica la Carta d’Italia dell’IGM. I fogli della carta geologica si presentano

come una variopinta tavolozza di colori che rappresentano ognuno il

particolare tipo di formazione rocciosa presente in quel punto del ter-

reno. Sotto la colorazione è sempre chiaramente distinguibile la base

topografica con tutta la sua simbologia (curve di livello, idrografia, limiti

amministrativi, opere umane, vegetazione, etc.) che consente la lettura

cartografica e l’orientamento.

Nonostante la ricca gamma di colori utilizzati, le formazioni rocciose

rappresentate sono raggruppate per tipi omogenei, in quanto sarebbe

impossibile tener conto d’ogni minima differenza fisico-chimica o mine-

ralogica nei diversi punti del terreno. Una specifica legenda riportata ai

margini della carta riepiloga tutti i colori utilizzati nel foglio (sotto forma

di rettangoli), con a lato l’età delle rocce, espressa con il nome del pe-

riodo geologico a cui si fa risalire la loro formazione. Nella legenda, in

alto, si trovano le rocce più recenti, in basso quelle più antiche. A fianco

viene riportata l’indicazione dell’era e del periodo geologico di formazione. A lato del rettangolo

colorato è riportata sommariamente la descrizione della roccia, con l’indicazione della composi-

zione mineralogica, della varietà di forme simili in cui essa può eventualmente presentarsi, del co-

lore e dell’aspetto, dei micro o macro-fossili eventualmente contenuti.

Dato che la gamma dei colori impiegati è molto ampia e costringe spesso ad utilizzare contem-

poraneamente sfumature molto simili, ogni campitura di colore, sia nella legenda che nella rappre-

sentazione cartografica, è contrassegnata da un indice alfanumerico stampato in caratteri rossi per

facilitarne il riconoscimento.

Sui margini del foglio, la legenda riporta anche la simbologia convenzionale specifica delle carte

geologiche ed altre importanti indicazioni sull’inclinazione e l’orientamento degli strati rocciosi,

nonché la presenza di altri fenomeni d’origine geologica, quali faglie, sovrascorrimenti, frane, etc.

Barrette di colore rosso, corredate o meno da piccole frecce, indicano direzione, immersione

ed inclinazione degli strati. Tali indicazioni si riferiscono a formazioni di rocce sedimentarie che si

sono inclinate o ripiegate dopo la loro deposizione in strati orizzontali, a causa di fenomeni di rota-

zione o di ripiegamento.

Sempre in colore rosso, linee continue o tratteggiate indicano la presenza di faglie, fratture di

blocchi di roccia seguite o meno da un loro spostamento. La linea di faglia riportata sulla carta non

è altro che l’intersezione del piano di faglia con la superficie del terreno. Analogamente alla simbo-

logia relativa agli strati, le frecce indicano la direzione d’immersione del piano di faglia. Le carte

possono riportare anche la linea d’orlo di un eventuale sovrascorrimento, fenomeno con cui una

roccia viene spinta fino a scorrere al di sopra di un’altra. Ancora in colore rosso s’indicano cave e

miniere – attive o abbandonate – ed il tipo di minerale estratto.

In colore blue, una linea continua rappresenta un orlo di terrazzo, dove l’erosione ha asportato

o ridepositato una parte di terreno. Gli orli di terrazzo sono abbastanza comuni in prossimità dei

letti dei fiumi e separano con una scarpata due pianori orizzontali, a quote diverse, anche molto

ampî.

Sempre in blue sono indicate le sedi di ritrovamento di fossili e di reperti preistorici, le sorgenti,

le frane, i conoidi di deiezione (cumuli di detriti di forma conica generatisi alla base delle scarpate

con materiali franati lungo il pendio), le grotte, etc.

Segmenti di retta o linee spezzate di colore blu contrassegnate con numeri romani indicano le

tracce di sezione. Ad esse corrispondono profili geologici della crosta terrestre, ottenuti sezio-

nando il terreno con un piano verticale passante per la linea di traccia, la cui rappresentazione è

riportata nel margine inferiore della carta. I profili descrivono la dislocazione delle masse rocciose,

con la posizione presunta, la presenza di faglie e di fratture e, nel caso di rocce sedimentarie, l’in-

clinazione degli strati. I profili impiegano i medesimi colori utilizzati sulla cartografia per rappresen-

tare i diversi tipi di roccia. Inoltre, una speciale simbologia litologica indica la famiglia geologica

d’appartenenza d’ogni roccia (per esempio graniti, argille, arenarie, calcari, etc.), la cui legenda è in

genere presente in margine alla carta. 20

Una rappresentazione grafica della storia geologica di siti particolar-

mente significativi, attraverso la schematizzazione degli strati, è talvolta ri-

portata sul margine della carta per mezzo d’una o più colonne stratigrafi-

che caratteristiche d’aree particolari. Una colonna stratigrafica è un piccolo

rettangolo allungato che riporta, con colori e simboli, uno spaccato delle

formazioni rocciose presenti in una «colonna», similmente a quanto si po-

trebbe ritrovare effettuando un carotaggio del terreno fino ad una deter-

minata profondità. La rappresentazione, di norma, ha una scala delle pro-

fondità uguale a quella della carta. Le colonne stratigrafiche proposte dalle

carte si riferiscono in genere a successioni o serie caratteristiche di strati

depositatisi nel corso d’epoche diverse e sono spesso messe in correla-

zione allo scopo d’evidenziare eventuali analogie tra gli strati presenti in

colonne diverse formatisi nella stessa epoca.

Nelle carte geologiche a grande scala sono incluse indicazioni relative

alle forme superficiali (terrazzi marini e fluviali, scarpate, conoidi di deie-

zione, etc.). Tuttavia, per alcune zone, al fine d’avere rappresentazioni più

complete e di facile lettura, sono state prodotte specifiche carte geomor-

fologiche. Ciò che importa di queste carte, all’utente non specialista, sarà

poter dare una prima sommaria interpretazione d’aspetti del territorio che

implicano una conoscenza di processi evolutivi geologici e geomorfologici.

4. Altre carte tematiche e cartogrammi

Un cartogramma è una rappresentazione in cui ad una carta si abbinano precisi dati statistici

quantitativi, riferiti a singole località o aree, variamente elaborati per evidenziarne la distribuzione

spaziale e, talora, anche l’evoluzione nel tempo.

In qualche caso la distinzione tra carta tematica e cartogramma non è netta. Una carta delle

distribuzione delle lingue parlate è certamente una carta tematica antropica. Una che invece distin-

gua aree a diversa densità di popolazione, per esempio con curve isometriche (dette anche iso-

plete) o con un disegno a punti (ognuno dei quali rappresenti un certo numero d’abitanti) collocati

sul territorio in modo più o meno fitto per far risultare le diverse densità, presenta un carattere del

cartogramma (associazione di dati quantitativi ad un territorio), ma non, nella maggior parte dei

casi, la rigorosa corrispondenza tra unità territoriale di rilevazione statistica e dati rappresentati

sulla carta. Ciò s’ottiene con i cartogrammi a mosaico (detti anche coroplete), in cui i dati statistici

rilevati vengono distinti ed attribuiti a più o meno vasti ambiti di rilevamento in cui si suddivide il

territorio rappresentato e che ne costituiscono in un certo senso le tessere del mosaico.

Tra i metodi di determinazione delle classi di grandezza in cui vengono ripartiti i dati basterà

citare i più usati. Quelle delle classi d’uguale ampiezza comporta il calcolo delle differenze tra il

valore più alto e quello più basso delle variabili e la sua divisione per il numero di classi ritenuto

significativo. Il metodo della deviazione standard (cioè il calcolo dello scarto dalla media) comporta

la suddivisione delle classi in base allo scostamento dal valore statistico medio della variabile. Un

altro metodo, meno raccomandabile, consiste nell’ordinare tutte le variabili osservate e raggrup-

parle in classi con lo stesso numero d’elementi. Questo metodo ha il vantaggio di determinare una

colorazione «equilibrata», senza eccessivi sbilanciamenti verso poche classi che appiattirebbero la

percezione delle differenze di valore. Per contro, i limiti degli intervalli prescelti assumerebbero

valori non a cifra tonda.

Tutti e tre i tipi di carta citati – a curve isometriche, a punti, a mosaico – sono largamente usati

per rappresentare la densità/distribuzione territoriale di un certo fenomeno. La scelta tra essi di-

pende da varî fattori tra cui la disponibilità di dati ad adeguato livello di disaggregazione, l’omoge-

neità o la disomogeneità delle circoscrizioni statistiche etc.

Mentre nel cartogramma a mosaico ci si limita a distinguere alcune classi d’intensità di un feno-

meno con riferimento a diverse circoscrizioni territoriali, altri cartogrammi si procede ad elabora-

zioni più complesse, distinguendo per ogni circoscrizione la distribuzione percentuale di diverse

variabili (come nel caso in cui si sovrappongono al mosaico diagrammi circolari, quelli anche detti

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«a torta», che, per esempio, indichino le quote d’occupazione nei tre settori dell’economia o per

diverse classi d’età).

Altri cartogrammi evidenziano l’intensità o la distribuzione di fenomeni localizzati, cioè attribuiti

ad un punto e non ad un’area (per esempio la dotazione di servizî di una città, il traffico nei porti) o

lungo determinate direttrici (traffico sui singoli tronchi di una rete autostradale, sulle rotte marit-

time, etc.).

5. Rappresentazioni spazio-temporali e metacarte

Nell’ultimo secolo le rappresentazioni cartografiche hanno subìto profonde trasformazioni, spe-

cializzandosi secondo le esigenze dei nuovi oggetti di studio dello spazio geografico. Alcune si sono

evolute oltre il classico dominio bidimensionale, per descrivere eventi che s’evolvono sia nello spa-

zio, sia nel tempo.

Per disegnar l’evoluzione di un fenomeno nel tempo si fa ricorso, di norma, ad un diagramma

cartesiano. Grafici di forme diverse sono da decennî associati alle rappresentazioni cartografiche

per dare luogo a particolari cartogrammi.

Alcuni cartogrammi sono la rappresentazione su un piano di un fenomeno o di un elemento che

si distribuisce in modo differenziato nello spazio ma anche che s’evolve nel tempo (ne sono esempio

i grafici dell’andamento del reddito della popolazione in un determinato periodo di tempo. Utiliz-

zando come base una carta politica, una piccola serie di istogrammi o un diagramma cartesiano

vengono così inseriti all’interno della sagoma di ogni Stato; la base cartografica ed il grafico sono

rappresentazioni indipendenti. Si hanno tuttavia rappresentazioni risul-

tanti da una rigorosa correlazione spazio-tem-

porale tra una dimensione spaziale ed il

tempo. È il caso del cosiddetto «orario gra-

fico» usato nei trasporti ferroviari per descri-

vere l’andamento nel tempo dei flussi di traf-

fico su una determinata linea.

Gli esempî di rappresentazioni cartografi-

che non tradizionali sono innumerevoli, data

l’enorme gamma di variabili di cui è possibili

studiare l’evoluzione e la distribuzione sul ter-

ritorio. Tra i più interessanti per i geografi vi

sono quelli che descrivono processi spazio-

temporali, come, per esempio, la diffusione

della Rivoluzione industriale. Le onde di diffu-

sione sono

rappresen-

Carta della diffusione della Rivoluzione industriale. La carta ad tate con

onde di diffusione esprime con efficacia lo sviluppo nel tempo

e nello spazio di un processo come la Rivoluzione industriale. curve isoplete

che s’irra-

diano da un

centro di diffusione. In altri casi la rappresentazione dei luoghi non

è fatta in base alla distanza geometrica tra gli stessi, ma alla «di-

stanza-tempo».

Menzioniamo ancora un’altra classe di rappresentazioni carto-

grafiche, utilizzate per descrivere fenomeni o fattori geografici; è il

caso delle metacarte, cioè immagini cartografiche derivanti da

carte geografiche di tipo tradizionale, opportunamente semplifi-

cate ed elaborate rappresentando i territorî non in scala, ma te- Metacarta delle regioni italiane con

nendo conto delle dimensioni del fenomeno descritto. Un esempio superficie proporzionale alla

rispettiva produzione di reddito negli

di metacarta della popolazione da qualche anno molto utilizzata è anni Novanta.

quella che rappresenta in un planisfero gli Stati della Terra con una

22

conformazione che solo vagamente ricorda quella reale, ottenuta approssimando la sagoma dello

Stato con una composizione di quadrati e rettangoli d’area complessiva proporzionale al numero

degli abitanti.

6. Globi, plastici, profili ed altre rappresentazioni paracartografiche

Quando abbiamo parlato di sezioni e profili geologici, si è fatto riferimento a rappresentazioni

che potrebbero definirsi paracartografiche, talora derivate da carte, e che comunque integrano le

carte nella rappresentazione di una porzione della superficie terrestre (e anche di tutta, come nel

caso dei globi).

Per le regioni di montagna con rilievo particolarmente accidentato sono frequentemente utiliz-

zati usati i plastici e varî tipi di profili altimetrici.

I profili altimetrici si possono per esempio ottenere lungo una sezione rettilinea o il tracciato di

una strada di montagna per evidenziarne la pendenza. Innanzitutto, i due punti estremi A e B del

tracciato vengono uniti su una carta

geografica o topografica con una linea,

successivamente suddivisa in seg-

menti sufficientemente piccoli, dei cui

estremi sia possibile determinare la

quota. Tracciato su un foglio una linea

orizzontale A’B’ di lunghezza uguale

alla distanza grafica fra i due punti A e

B, vi si riportano, alle rispettive di-

stanze da A, gli estremi dei segmenti.

Partendo da A’ si traccia verso l’alto un

asse perpendicolare, sul quale sono

segnate le altitudini che faranno da ri-

ferimento per il tracciato del profilo.

Questo sarà determinato da una linea

spezzata i cui vertici avranno per coordinate la distanza dei varî punti del profilo da A’ in ascissa e

la loro quota in ordinata.

I profili si usano anche per rappresentare la stratificazione degli ambienti di vita nelle acque

oceaniche o il variare della vegetazione nelle diverse fasce altitudinali. L’uso dei profili altimetrici

ha soprattutto fini didattici ed è comune negli atlanti o nei testi scolastici.

Quando è necessaria una terza dimensione (per esempio nel disegno nelle strutture interne di

una miniera, etc.) risulta efficace il cosiddetto stereogramma o blocco-diagramma, immagine piana

che fornisce l’illusione della profondità. Molto efficaci sono anche le pittografie panoramiche con

vedute «a volo d’uccello» di territorî più o meno vasti, molto usate nella pubblicità turistica.

7. Carte mentali

La geografia ha avuto alle sue origini nel mondo greco forti contatti con la cosmologia e l’astro-

nomia, nel medioevo con la teologia, alla sua moderna evoluzione con le scienze naturali ed in se-

guito con la storia, le scienze politiche e l’economia. Questi contatti hanno determinato ricadute

notevoli nella cartografia in quanto rappresentazione grafica dell’oggetto di studio della geografia.

La nuova geografia umanistica coltiva relazioni con le scienze umane ed in particolare con la

psicologia, avendo spiccato interesse per le modalità attraverso le quali lo spazio geografico nei

suoi varî aspetti è percepito e vissuto dai singoli individui e dai gruppi sociali. Questi studî hanno

portato alla realizzazione di nuove rappresentazioni cartografiche, le cosiddette mappe o meglio

carte mentali, espressione con cui si designano due diverse realtà ed anche due diversi tipi di pro-

dotti grafici.

Innanzitutto, con l’espressione «carta mentale» s’intende la rappresentazione/percezione che

ognuno di noi ha del mondo che lo circonda e che gli permette d’orientarsi anche se non dispone

23

di una carta. Per carta mentale s’intende però anche il disegno che ciascuno di noi è in grado di

produrre cercando di tracciare su un foglio la carta che ha in mente.

Ma si hanno altri tipi di carte mentali, prodotte in questo caso da studiosi in seguito a ricerche

sulle convinzioni, i comportamenti spaziali e le relative preferenze di un campione d’individui, cioè

sulla percezione dello spazio che li circonda.

L’Italia nelle carte topografiche

1. Fogli e tavolette Già nella seconda metà del XVIII secolo anche

quasi tutti gli Stati italiani avevano affidato ad

un’istituzione statale la realizzazione del rilievo

topografico del proprio territorio e la produ-

zione delle relative carte. Il Regno d’Italia ere-

ditò i risultati dei lavori topografici eseguiti per

conto dei governi preunitarî.

Col perfezionamento delle tecniche del ri-

lievo topografico s’incominciò a misurare con

esattezza latitudine e longitudine di un certo nu-

mero di punti da usare come basi della triango-

lazione; per il calcolo delle altitudini, la base era

il caposaldo dell’Osservatorio dell’Istituto Idro-

grafico della Marina a Genova, indicante il livello

medio di marea registrato dal locale mareo-

grafo. Da alcune basi geodetiche, cioè allinea-

menti tra due punti noti A e B, facilmente misu-

rabili perché posti in zone pianeggianti e distanti

tra 3 e 10 km, applicando noti principî trigono-

metrici fu possibile coprire con una rete di trian-

Rete di primo ordine della Carta d’Italia. Evidenziate sono le goli tutto il territorio nazionale.

otto basi geodetiche da cui si sono calcolati i lati della rete

geodetica di I ordine.

Per la successiva levata topografica s’utiliz-

zava la tavoletta pretoriana, consistente in un ri-

piano sostenuto da un treppiede attrezzato con

bussola topografica (per misurare gli angoli=e ta-

cheometro (per misurare le distanze).

Dalle oltre 1.000 minute di campagna – dise-

gni di carte ad uso interno, non pubblicate – al

25.000 o al 50.000 erano stati ricavati 325 fogli

della carta al 100.000 (che è pertanto una carta

derivata, non direttamente rilevata) pubblicati

tra la fine dell’Ottocento ed il 1920. Le ultime

carte riguardavano anche l’Istria e la Dalmazia.

Ogni foglio comprende una superficie presso-

ché quadrata, ampia 30’ in longitudine e 20’ in

latitudine. La forma della Terra adottata per la

prima edizione della carta era l’ellissoide di Bes-

sel; la proiezione utilizzata per il disegno era

quella poliedrica, detta anche naturale. L’altera- Quadro d’unione dei 100 fogli della Carta d’Italia. In alto a

destra figura la suddivisione in quadranti e tavolette di un

zione delle distanze e delle direzioni era minima, foglio della Carta.

ma un inconveniente non trascurabile consisteva

nell’impossibilità di raccordare esattamente i 24

varî fogli. La stampa era in bianco e nero, il rilievo era rappresentato con curve di livello, integrate

da tratteggio in corrispondenza delle pendenze più accentuate.

La rete delle coordinate geografiche aveva come base di riferimento l’equatore per le latitudini

ed il meridiano di Monte Mario (Roma), 12° 27’ 08’’ est di Greenwich, per le longitudini.

In tempi successivi sono state pubblicate anche le carte di maggiore dettaglio ricavate diretta-

mente dal rilievo di campagna, al 25.000 o al 50.000. In ogni foglio diviso in 4 quadranti – distinti da

numeri romani in senso orario – rientrano 16 tavolette al 25.000. Per individuare una tavoletta

occorre indicare, oltre al nome della località più importante in essa compresa e con il quale è desi-

gnata, il numero del foglio, quello del quadrante ed infine la posizione della tavoletta all’interno del

quadrante mediante punti cardinali (NO, NE, SO, SE). Ogni tavoletta copre un territorio di 5’ di lati-

tudine e di 7’ 30’’ di longitudine. Alcune tavolette sono a loro volta suddivise in 4 sezioni al 10.000.

La carta più usata divenne ben presto proprio la tavoletta al 25.000, più ricca di dettagli in tutti

gli aspetti geografici del territorio. E proprio dai rilievi al 25.000 o al 50.000 vennero ricavati gli

elementi inseriti nel ben noto Atlante dei tipi geografici di Olinto Marinelli.

Della prima edizione della carta sono stati realizzati in seguito numerosi aggiornamenti che non

hanno riguardato soltanto i contenuti, ma anche i criterî del rilevamento e la proiezione utilizzata.

Infatti, negli anni Quaranta del secolo scorso, aderendo alle raccomandazioni dell’Unione Cartogra-

fica Internazionale si decise ad una radicale revisione delle diverse rappresentazioni. Esse furono

riferite all’ellissoide internazionale di Hayford e collocate entro una rete di coordinate ottenute con

la proiezione cilindrica trasversa di Gauss-Mercatore. La proiezione di Gauss fu anche adattata alle

esigenze di rappresentazione dell’Italia da Giovanni Boaga.

Successivamente anche la cartografia nazionale (Sistema italiano) venne inserita nella rete mon-

diale realizzata in proiezione trasversa di Gauss-Mercatore (il cosiddetto Sistema UTM, cioè Uni-

versale Trasversa di Mercatore). I due fusi nei quali è compresa l’Italia, numerati a partire dall’an-

timeridiano di Greenwich, sono il 32 ed il 33. Ogni fuso è poi suddiviso in fasce ampie 8 gradi in

latitudine, 10 fasce a nord e 10 a sud dell’equatore, distinte da una lettera dell’alfabeto (per l’Italia

la S e la T). Ogni zona è poi suddivisa in quadrati di 100 km di lato, identificati da una coppia di

lettere. Ciascun quadrato è a sua volta suddiviso ulteriormente in quadrati minori con lato di 1 km.

In alcune edizioni delle tavolette, questa quadrettatura chilometrica è stata sovrastampata alla

carta per facilitare l’individuazione di un punto col coordinatometro.

2. I nuovi fogli al 50.000

L’evoluzione non è tuttavia cessata con l’adozione dell’UTM. L’IGM infatti non ha solo intrapreso

già alla fine degli anni Sessanta la produzione di una serie di carte a colori rinnovando anche la

grafica, ma dal ’70 ha incominciato la pubblicazione di una carta topografica del tutto nuova, rica-

vata dai rilievi aerofotogrammetrici integrati da quelli di campagna al 25.000 ed in proiezione UTM,

di un taglio molto diverso da quello della vecchia carta al 100.000. Essa infatti s’adegua al modello

della nuova carta del mondo al milionesimo realizzata a livello internazionale e consta di 636 fogli

al 50.000. Ogni foglio copre una superficie molto maggiore di quella di un vecchio quadrante, è

stampato a colori e presenta una rete di coordinate chilometriche e geografiche lievemente diversa

perché riferita all’ellissoide internazionale, ma con base geodetica fondamentale nell’Europa cen-

trale (Potsdam). È tuttavia possibile riferirsi anche alle vecchie coordinate: apposite tacche in cor-

nice permettono di ricostruire il reticolato italiano a partire dai dati di posizione dei vertici del qua-

dro.

La scelta della scala 1:50.000 al posto della tavoletta per la produzione più corrente è legata a

diversi fattori, sia per gli usi militari che per quelli civili. La realtà odierna, caratterizzata da opera-

zioni militari su territorî sempre più ampî e dall’affermarsi delle aree metropolitane nell’insedia-

mento e nelle relazioni economiche, riduce l’impiego di una scala come quella al 25.000. Tuttavia

una carta in tale scala è in corso di realizzazione col nuovo nome di sezione.

25

3. L’attuale produzione dell’IGM

La produzione cartografica dell’IGM è varia ed articolata, comprendendo anche riproduzioni di

carte antiche e piante di città di particolare interesse urbanistico ed artistico. In questa sede indi-

chiamo solo le edizioni delle serie topografiche, corografiche e geografiche che più interessano la

ricerca e la didattica della geografia e sono utilizzabili in campo escursionistico e turistico:

 carta «Il Mondo» serie 1.000. Si tratta di una carta geografica dell’Italia a scala

1:1.000.000, pubblicata in 6 fogli dello sviluppo di 6° in longitudine e di 4° in latitudine,

realizzata in proiezione policonica modificata. Viene stampata a colori con tinte altime-

triche, confini di stato, di regione e di provincia;

 carta «Il Mondo» serie 5000. È una carta corografica alla scala 1:500.000, pubblicata in

14 fogli con sviluppo di 4° in longitudine e di 2° in latitudine. È stampata a colori con

tinte altimetriche, confini amministrativi e distanze chilometriche. Deriva dalla proie-

zione conica conforme di Lambert;

 carta «Il Mondo» serie 250. Pubblicata in 39 fogli alla scala 1:250.000 (sistema UTM),

ad uso aeronautico, riporta le quote altimetriche in piedi;

 carta d’Italia serie 250. Viene pubblicata a colori in 15 fogli alla scala 1:125.000. Deriva

dalla proiezione cilindrica conforme di Gauss-Boaga. I fogli comprendono il territorio di

una o due regioni italiane, riportandone i confini amministrativi;

 carta topografica d’Italia serie 100/V e 100/L. Pubblicata in due edizioni alla scala

1:100.000, di cui una esclude l’altra: entrambe sono a colori con limiti amministrativi in

viola; consente una descrizione molto particolareggiata dell’orografia e dei particolari

topografici più importanti ed utili ai fini dell’orientamento. L’intero territorio italiano è

rappresentato in 178 fogli, denominati con un toponimo importante. È inquadrata nella

proiezione conforme di Gauss-Boaga. Ha orografia a sfumo con curve di livello e limiti

amministrativi;

 carta topografica d’Italia serie 50 e 50/L. Consta di 636 fogli numerati delle dimensioni

di 20’ in longitudine e di 12’ in latitudine alla scala 1:50.000, in proiezione cilindrica

conforme (sistema UTM). Ha altimetria con curve di livello e riporta i confini comunali.

Entrambe sono a colori, con orografia a sole curve di livello e limiti amministrativi in

viola;

 carta topografica d’Italia serie 25/V. È la più ricca di particolari, data la grandezza della

scala (1:25.000). È conforme alla proiezione di Gauss-Boaga. L’orografia è a sole curve

di livello (o tratteggio nelle zone più acclivi); vengono riportati anche i limiti amministra-

tivi comunali. È disponibile in tre edizioni di cui ognuna esclude le altre;

 sezioni al 25.000. Inquadrate nei fogli della nuova carta al 50.000, coprono una superfi-

cie estesa 10’ in longitudine e 6’ in latitudine;

 spaziocarte, serie 50/S. sono inquadrate al 50.000 (20’ in longitudine, 12’ in latitudine)

in rappresentazione UTM, ricavate dai dati digitali rilevati da sensori montati su satelliti.

Sulle immagini sono riportate quadrettature chilometriche e toponomastica dei princi-

pali centri abitati e degli elementi orografici ed idrografici più significativi.

l’Istituto, oltre alla citata produzione, realizza foto aeree e fornisce ai produttori privati di carte

ed alle Regioni dati numerici per la realizzazione dei loro prodotti cartografici ed è inoltre impegnato

nella realizzazione di una base di dati geografici organizzati e strutturati in una logica di sistema

7

informativo geografico (GIS ).

7 I GIS sono sistemi informativi costruiti per la gestione dei dati numerici di varia natura, sotto forma sia di matrici

(raster), sia di vettori, sia di tabelle. Un GIS richiede una particolare dotazione hardware e software e la disponibilità di

molti dati georeferenziati. La georeferenziazione è il riferimento degli oggetti e dei loro attributi ad un luogo geografica-

mente determinato. 26

4. Le nuove tecniche di rilevamento

Facciamo ora qualche considerazione a proposito delle nuove tecniche di rilevamento ed in par-

ticolare di quello a distanza (remote sensing), o telerilevamento.

I primordî del rilevamento a distanza si hanno con l’impiego di aerostati o aerei per fotografare

dall’alto territorî molto accidentati, dov’era difficile o impossibile il rilievo di campagna tradizionale.

L’aerofotogrammetria, che ebbe in un topografo dell’IGM, Ermenegildo Santoni, uno dei pionieri a

scala mondiale, già nei primi anni Venti del XX secolo è stata ed è tuttora largamente impiegata per

gli aggiornamenti della produzione cartografica. Dagli anni Settanta del secolo scorso, tuttavia, è

sta via via superata per importanza dal telerilevamento con satelliti artificiali, sempre più perfezio-

nati ed in grado di fornire immagini della superficie terrestre ad altissima risoluzione.

I satelliti sono dotati di sensori in grado di percepire, imprimere su un apposito supporto e tra-

smettere a stazioni a terra i segnali delle onde elettromagnetiche riflesse dagli oggetti della super-

ficie terrestre. I sensori dei satelliti pertanto non percepiscono solo le onde del visibile dall’occhio

umano, ma anche quelle dell’ultravioletto e dell’infrarosso e soprattutto le microonde. Ne conse-

gue che possono fornire particolari immagini utilizzabili per il rilevamento di zone anche non visibili

dall’occhio umano perché coperte da nubi.

Quando i diversi segnali vengono decodificati ed impressi sulla pellicola fotografica, possono

produrre false immagini a colori in grado, però, d’evidenziare particolari caratteristiche del terreno.

Ad esempio, una vegetazione rigogliosa assumerà un colore rosso brillante.

I satelliti sono ti tipo differente ed hanno orbite diversamente impostate. Quelli cosiddetti geo-

stazionarî praticamente ruotano alla stessa velocità di rotazione della Terra e pertanto rimangono

apparentemente fermi sulla verticale di una località del pianeta. Essendo molto lontani dalla super-

ficie terrestre abbracciano una zona molto vasta. Sono quindi adatti alle previsioni meteorologiche,

all’osservazione di grandi incendî o eventi alluvionali, ma non alla cartografia.

Altri satelliti ad orbita eliosincrona ruotano a quota molto più bassa e quasi perpendicolarmente

all’equatore; compiono diverse rotazioni complete al giorno, passano su luoghi diversi e ritornano

allo zenit di una certa località sempre alla stessa ora, ma a distanza di diversi giorni. Proprio i satelliti

eliosincroni, che inquadrano coi loro sensori spazî abbastanza limitati, sono in grado di fornire im-

magini del territorio ad alta risoluzione, adatte al rilievo cartografico.

Il primo satellite in grado di fornire un rilevamento della superficie terrestre è stato il Landsat 1,

lanciato in California nel ’72. Orbitando ad 800 km d’altezza, compiono 14 rivoluzioni quotidiane

attorno alla Terra; l’area coperta da ogni singolo fotogramma è poco superiore a quella della Sicilia,

con una risoluzione d’alcune decine di metri.

Anche l’Italia partecipa ai progetti più avanzati di telerilevamento nell’ambito dell’Agenzia Spa-

ziale Europea (ESA). Nel settore opera la società Telespazio, joint venture tra Finmeccanica e la

francese Thales.

Telespazio offre servizî applicativi e prodotti dedicati al monitoraggio ambientale, al controllo

del territorio, alla cartografia, al catasto, alla gestione delle risorse naturali e dei terreni agricoli,

nonché alla prevenzione delle calamità naturali.

È anche importante ricordare che i dati del telerilevamento possono essere digitalizzati in diversi

formati. Quello vettoriale consta di punti, linee e poligoni memorizzati in base alle coordinate geo-

grafiche e si presta ad essere utilizzato nella produzione cartografica. Il formato raster (a griglia)

consta di una griglia d’unità elementali (pixel) e si presta alla produzione d’immagini ed ovviamente

anche di carte tanto più precise quanto più numerosi sono i pixel per unità di superficie.

27

5. La produzione cartografica delle regioni

Per alcune zone d’Italia non è stata ancora assicurata la copertura cartografica né con le nuove

sezioni al 25.000, né coi nuovi fogli al 50.000. In questo caso l’IGM fornisce i vecchî prodotti carto-

grafici (tavolette e fogli al 100.000) per i quali tuttavia non solo non è previsto alcun aggiornamento,

ma è cessata la produzione. Per la cartografia a grande scala provvedono le Regioni, sia con carte

tecniche al 5.000 ed al 10.000, sia con carte tematiche relative alle competenze regionali in materia

d’agricoltura ed ambiente.

Simbologia e toponomastica

1. Simbologia topografica

Una volta ultimata sulla carta la costruzione del reticolo geografico, ha inizio il lavoro del topo-

grafo che determina la posizione degli elementi presenti sul terreno, naturali o prodotti dalle atti-

vità umane. Essi non possono essere ovviamente rappresentati nella loro forma reale e nella loro

totalità, ma per mezzo di simboli e dopo un’attenta selezione da cui emergeranno solo quelli vera-

mente importanti e significativi.

La simbologia è costituita da un insieme di segni convenzionali. Anche se ogni carta dovrebbe

riportare a margine una legenda, una buona conoscenza della simbologia è il presupposto fonda-

mentale per una sua lettura corretta e veloce. Requisiti fondamentali della rappresentazione con-

venzionale sono la chiarezza e la leggibilità.

Una classificazione fondamentale dei simboli topografici distingue tra elementi naturali ed opere

umane.

2. Orografia ed idrografia

Gli elementi fisici più caratterizzanti del territorio da cartografare sono certamente quelli

dell’orografia e dell’idrografia che sono visivamente i primi ad essere percepiti.

L’orografia descrive la distribuzione e la conformazione dei rilievi. Un’accurata topografia del

rilievo e delle sue caratteristiche altimetriche e morfologiche è già in grado di fornire utili elementi

per la determinazione del paesaggio, della morfologia e, in alcuni casi, anche della conformazione

geologica ed i punti di riferimento indispensabili per l’orientamento e per individuare tutti gli altri

elementi sul territorio. In stretta relazione con l’orografia è l’idrografia, che tratta la configurazione

delle reti idriche e degli specchî d’acqua. La distribuzione dei corsi d’acqua, la direzione del loro

scorrimento e l’ampiezza dei bacini imbriferi, ovvero delle porzioni di territorio che convogliano le

acque piovane verso un corso d’acqua principale, sono in funzione della conformazione del rilievo.

Nelle moderne carte topografiche l’elemento fondamentale per la descrizione dell’altimetria è

la curva di livello (o isoipsa), definita come il luogo dei punti della superficie terrestre aventi la

stessa quota altimetrica rispetto al livello del mare. Una serie di curve di livello equidistanti descrive

con precisione tutte le insenature naturali dovute alla conformazione delle montagne ed ai solchi

erosivi delle acque superficiali indicando dove le stesse s’incanalano nella loro discesa al mare.

L’equidistanza, definita come differenza di quota tra due isoipse consecutive, è sempre indicata

in margine alle carte. Minore è l’equidistanza, maggiore è la precisione con cui viene rappresentato

l’andamento del terreno. L’intervallo è invece la distanza planimetrica (in orizzontale) tra due

isoipse consecutive. Ovviamente, poiché con un’equidistanza piccola le curve di livello risultano in

numero maggiore, il loro conseguente infittimento potrebbe essere eccessivo ed appesantire la

lettura, ostacolando inoltre il disegno della rimanente simbologia. Per tale motivo, una corretta

scelta dell’equidistanza è il presupposto fondamentale per il raggiungimento di un equilibrato com-

promesso fra le esigenze descrittive l’intelligibilità della carta.

28

Le curve di livello nelle carte topografiche si

distinguono in curve direttrici, rappresentate

con un tratto più spesso, e curve intermedie,

disegnate con un tratto più fine. In genere, per

l’equidistanza di 25 m, ogni tre curve interme-

die troviamo una curva direttrice che corri-

sponde alle quote multiple di 100 m. la quota,

di tanto in tanto, viene riportata in corrispon-

denza delle sole curve direttrici.

Talvolta, tuttavia, l’andamento irregolare

del terreno fra due isoipse consecutive non per-

Curve direttrici, intermedie ed ausiliarie. mette un’attendibile quotatura dei punti fra

8

esse compresi con il metodo dell’interpolazione . Nell’intervallo dell’equidistanza, benché piccolo,

possono essere presenti brusche rotture di pendenza, oppure ondulazioni, in contrasto con l’ipotesi

di un pendio con pendenza costante. In tali carsi le carte possono riportare, con linee tratteggiate,

curve ausiliarie (generalmente con equidistanza di 5 m) atte a descrivere meglio le irregolarità locali

del terreno.

Curve di livello molto distanziate (intervallo ampio) sono indice di un terreno con modesta pen-

denza. Viceversa, un infittimento delle isoipse avviene in corrispondenza di pendî molto ripidi.

Curve chiuse concentriche contengono, di norma, la sommità di colline o di montagne. Eccezioni

possono esser presenti, soprattutto in corrispondenza di terreni carsici, in cui un sistema di curve

chiuse concentriche, o anche più

semplicemente una sola curva

chiusa, possono contenere una de-

pressione, un avvallamento, simile

ad una conca dal cui interno l’ac-

qua piovana non può defluire per

ruscellamento, ma percolando nel

sottosuolo dal fondo stesso della

conca. Si tratta, in genere, delle ti-

piche doline carsiche, conforma-

zioni che si distinguono grafica-

mente dalla sommità di un rilievo

per la presenza di un segno «-» al centro dell’isoipsa più interna, oppure per il fatto che la stessa è

contrassegnata da una serie di piccoli cunei adiacenti alla linea sul lato diretto verso il fondo della

depressione. Un altro caso di isoipse chiuse concentriche è quello relativo alla rappresentazione

dell’interno di un cratere vulcanico.

Se si riesce mentalmente a compiere lo sforzo d’isolare l’insieme delle isoipse da tutta la rima-

nente simbologia, si può ottenere una prima impressione del rilievo. Tale percezione può essere

facilitata qualora la rappresentazione dell’orografia sia integrata dal tratteggio o dallo sfumo a lu-

meggiamento obliquo, che rende bene l’idea

delle ombre proiettate dal rilievo.

La quota delle singole isoipse in genere non è

indicata, ma può essere dedotta facilmente da

quella di alcuni punti quotati inseriti fra esse.

Le quote sono riferite al suolo, salvo il caso di

quelle di «livellazione di precisione», misurate su

piastre di rilevamento topografico che possono

essere murate sopra o sotto il livello del terreno. I

8 In matematica, e in particolare in analisi numerica, per interpolazione si intende un metodo per individuare nuovi

punti del piano cartesiano a partire da un insieme finito di punti dati. Nelle attività scientifiche e tecnologiche, e in genere

negli studi quantitativi di qualsiasi fenomeno, accade molto spesso di disporre di un certo numero di punti del piano

ottenuti con un campionamento o con apparecchiature di misura e di ritenere opportuno individuare una funzione che

passi per tutti i punti dati o almeno nelle loro vicinanze 29

punti trigonometrici, utilizzati dai topografi per compiere rilevamenti, indicati sulla carta con un

piccolo triangolo equilatero, sono quotati, ma non sempre corrispondono ad elementi ben visibili

sul terreno. Possono esser presi in considerazione solo se, come nel caso delle cime montuose,

significativi per le esigenze di lettura ed orientamento della carta.

La quota topografica viene individuata sulla carta con un puntino.

Sono di norma quotate cime di montagne e di colline, valichi, spuntoni

di roccia di particolare evidenza, case isolate e centri abitati. La quota di

superficie dei laghi è riferita al livello medio annuale dell’acqua.

Per tutti gli altri punti non quotati la valutazione approssimativa

dell’altitudine va fatta in riferimento alle isoipse o ai punti quotati più

vicini, oppure con l’ausilio d’apposita strumentazione portatile (altime-

tro).

Per le forme del rilievo, oltre alle curve di livello, possono essere uti-

lizzate altre simbologie che, in alcuni casi, rendono meglio l’idea dell’an-

damento del terreno. Le dune sabbiose sono disegnate con un insieme

di punti che ne richiamano in modo imitativo le ondulazioni.

Per i versanti più ripidi, l’infittimento delle isoipse o, al limite, la loro

sovrapposizione, può rendere confuso il disegno. In tali casi esse sono

localmente sostituite da disegni imitativi eventualmente integrati da

punti quotati: è il caso per esempio dei calanchi, delle rocce stratificate

o affioranti, dei salti di rocce, dei ghiacciaî con tutti i loro elementi mor-

fologici: balzi, saracchî, crepaccî.

L’idrografia di un territorio è descritta dalle linee d’impluvio, che se-

parano falde del rilievo appartenenti a versanti opposti e sono di norma

percorse da corsi d’acqua più o meno permanenti. La descrizione della

rete idrografica è un altro obiettivo fondamentale della carta.

Le carte topografiche a scala maggiore (1:25.000) forniscono una de-

scrizione pressoché completa di tutti i più piccoli corsi d’acqua, anche se

sono asciutti per quasi tutto l’anno. Nelle carte a colori la rete idrogra-

fica è di colore azzurro. La linea d’impluvio dei ruscelli più piccoli è pun-

teggiata se il letto è quasi sempre asciutto, tratteggiata se l’acqua scorre

solo in periodi limitati dell’anno. I fossi di pianura sono invece rappre-

sentati con tratto continuo. La linea d’impluvio s’ingrossa, procedendo

da monte verso valle, per rappresentare l’aumento della portata d’acqua, soggetta a variazioni sta-

gionali; quelle dei piccoli torrenti, simboleggiata da una linea singola, possono variare da zero a

frazioni di metro cubo al secondo durante le piene. I corsi d’acqua con letto di larghezza superiore

ai tre metri, in cui l’acqua scorre in permanenza, non sicuramente guadabili ad ogni loro punto,

sono rappresentati con doppia linea. L’ampiezza della rappresentazione con doppia linea comincia

ad essere in scala quando l’alveo supera la larghezza di circa venti metri.

La direzione del flusso è indicata con una freccia posta al centro dell’alveo solo per i corsi d’ac-

qua a lieve pendenza, per i quali sia difficile riconoscere a prima vista l’andamento planimetrico del

terreno. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la direzione del flusso deve esser dedotta confron-

tando la conformazione delle curve di livello circostanti ed eventuali punti quotati lungo l’alveo,

oppure osservando l’angolo d’incidenza dei corsi affluenti che, generalmente, formano un angolo

acuto rivolto verso la sorgente.

Le sponde variabili sono quelle in cui l’assenza di una scarpata più o meno ripida non consente

la delimitazione precisa del letto del fiume. Sono, pertanto, zone soggette ad allagamenti durante

le piene e vengono disegnate interrompendo la linea continua che delimita il letto, indicando even-

tualmente in sfumatura il segno di vegetazione di acquitrino o di sabbia (linea di puntini) presenti

nella porzione di terreno attiguo. Sono zone di deposito alluvionale (sabbie, ghiaie) ove la vegeta-

zione arborea o di acquitrino lascia il posto, se esiste, a quella arbustiva del letto del fiume.

30

Anche per l’assetto delle isole variabili, presenti nei

tratti d’alveo in pianura, la loro rappresentazione si riferi-

sce solo allo stato reale del territorio al momento del rile-

vamento, soggetto a successivi mutamenti causati dalle

piene. Lo spostamento dell’alveo e delle sue isole in tempi

storici è testimoniato dal tracciato dei confini amministra-

tivi che un tempo seguivano il cosiddetto thalweg, la linea

di massima profondità dell’alveo, mentre oggi si trovano

più vicini ad una delle sponde se non addirittura sulla ter-

raferma. Tali isole sono di norma sabbiose e prive di vege-

tazione permanente.

Simboli particolari si riferiscono ai terreni paludosi,

dove la pendenza troppo piccola non consente il deflusso

delle acque, ma non determina specchi d’acqua libera (sta-

gni) che vengono rappresentati come i laghi, alle risaie,

contornate dai terrapieni che ne delimitano l’estensione,

alle torbiere ed alle colmate, aree depresse che vengono

riempite progressivamente deviandovi acque torbide che

vi depositano i materiali trasportati in sospensione.

In conclusione, i corsi d’acqua ripidi, che scorrono in al-

vei intagliati in rocce consistenti, si possono considerare

stabili per tutto il tempo di vita medio di una cartina. Vice-

versa, i fiumi di pianura possono subire periodiche varia-

zioni d’alveo, specie quando mancano argini artificiali o

opere di regolazione del flusso delle acque. L’aspetto del

greto e delle sponde può quindi differire da quello de-

scritto dalla carta, anche pochi anni dopo la sua pubblica-

zione. Un’indicazione di particolare utilità, in caso d’uso

escursionistico della carta, è quella relativa ai pozzi, sor-

genti, cisterne, fontane, abbeveratoî ed acquedotti di una

certa importanza, questi ultimi riportati purché siano facil-

mente riconoscibili sul terreno.

3. La copertura vegetale

La descrizione delle caratteristiche

del terreno e della copertura vegetale è fornita solo se esse sono stabiliti nel tempo. Tuttavia, già

dopo alcuni anni dalla pubblicazione, la carta potrebbe non corrispondere più alla situazione reale

in conseguenza delle opere di bonifica, di colonizzazione o d’abbandono di terre, d’incendî, di de-

grado idrogeologico. Molte volte, più semplicemente, il proprietario di un fondo può decidere di

sradicare un vigneto vecchio e poco redditizio per sostituirlo, per esempio, con una coltura cereali-

cola, rendendo inattendibile l’informazione cartografica.

Le caratteristiche della copertura vegetale, con preferenza di quella arborea, sono riportate solo

sulle carte a scala maggiore. Nei campi aperti, i segni relativi alla parcellizzazione degli appezza-

menti ed alla presenza d’eventuali piccoli fossi di scolo, muretti e siepi di orti e giardini sono di

regola opportunamente sfoltiti per non appesantire la grafica.

Per prati s’intendono le praterie perenni di pianura. In montagna essi non vengono riportati

perché il relativo simbolo si confonde con quello delle rocce, per cui ad una porzione di foglio bianco

corrisponde di norma un terreno allo scoperto di facile percorribilità. Le colture a fieno alternate

periodicamente con altri tipi di coltivazione non sono indicate.

31

I boschi sono distinti tra «fitti» e «radi» a seconda della densità

della sola vegetazione arborea. Se anche il sottobosco può costi-

tuire un ostacolo al movimento, esso può esser riportato.

Nelle vecchie tavolette in bianco e nero il bosco è rappresentato,

oltre che da circoletti più o meno fitti, da un simbolo che indica l’es-

senza dominante o il ceduo, cioè il bosco che si rigenera dalle cep-

paie, adatto alla produzione di legna da ardere. Nei nuovi fogli a

50.000 le superfici boschive sono in colore verde con il simbolo d’es-

senza. Il bosco fitto è rappresentato con tre simboli d’essenza rag-

gruppati; i simboli possono esser uguali se il bosco è formato da un

unico tipo di piante, oppure diversi se è misto. Un simbolo d’es-

senza fuori dall’area boschiva rappresenta un albero isolato carat-

teristico, che viene riportato solo se nelle vicinanze non presenti al-

tri elementi utili per l’orientamento. Il limite del bosco è segnato se

è ben evidente il suo passaggio ad un’altra coltura, mentre può

mancare se gli alberi degradano con gradualità.

4. Gli insediamenti umani e la relativa toponomastica Gli insediamenti

umani sono tra gli

elementi che più ca-

ratterizzano il territo-

rio e nelle carte sono

rappresentati con

particolare cura:

spesso sono quotati e

denominati con una

specifica toponoma-

stica, anche quando

si tratta di case sparse. Quelle d’abitazione sono rappresentate in pianta con un rettangolino nero.

Capanne, ricoveri temporanei, ovili, tettoie e così via hanno simboli particolari così come cappelle,

oratorî, piloni votivi, piccoli cimiteri. Le chiese, ove le dimensioni lo consentano, sono indicate con

la pianta del fabbricato in scala. Tuttavia all’interno dei centri abitati possono esser segnate con

una semplice croce. I cimiteri di grandi dimensioni sono indicati con più simboli aggregati fino a

raggiungere in scala le relative forme d’estensione.

Raggruppamenti d’alcuni rettangolini accompagnati da un toponimo in corsivo indicano un nu-

cleo abitato o una frazione. Raggruppamenti più grandi con toponimo in grassetto rappresentano

un centro sede di comune. Quando la sede comunale non è in un centro ma in una frazione, il

toponimo relativo è in questo caso collocato in posizione intermedia tra i nuclei maggiori, mentre

accanto al nome della frazione in cui compare la casa comunale compare la dizione «sede comu-

nale» tra parentesi.

I centri più grandi, tali da coprire larga parte del foglio o di una tavoletta, sono indicati con to-

ponimi in maiuscolo se sedi di capoluogo di provincia, in corpo più grande per i centri più popolosi.

In alcune regioni i toponimi compaiono in due lingue, poiché sono presenti minoranze linguisti-

che riconosciute. Benché la terminologia sia possibilmente scritta in lingua italiana, alcuni nomi co-

muni sono mantenuti nella forma locale o dialettale. A proposito di italianizzazione dei nomi è forse

il caso di notare che negli anni dei primi rilievi della Carta d’Italia i compilatori si sono trovati ad

operare in zone rurali fortemente caratterizzate da dialetti e culture locali. Ciò ha comportato l’ita-

lianizzazione di nomi dialettali, nella pronuncia come nella grafia. In altri casi il termine dialettale

tende a scomparire o addirittura è stato completamente dimenticato anche nella tradizione orale.

In Italia i toponimi sono quasi sempre d’antichissima origine, talvolta anche preromana, oltre

che germanica o araba. Per esempio, tutti i nomi di centri abitati che terminano in –asco presenti

32

nell’Italia nordoccidentale sono d’origine ligure mentre toponimi come Marsala o Caltagirone rive-

lano un’ascendenza araba. Molti toponimi sono poi legati alla devozione ad un santo a cui sono

dedicate parrocchie e cappelle. I molti toponimi doppî con il termine Marina rivelano la discesa alle

coste delle popolazioni di molti centri interni che si sono sdoppiati dopo le bonifiche delle piane

costiere malsane, la realizzazione della viabilità costiera e l’avvio del turismo balneare. Le tavolette

stampate nei primi anni Quaranta evidenziano gli influssi politici del regime fascista coi toponimi

delle città di nuova fondazione (Littoria, oggi Latina) o con l’italianizzazione forzata dei toponimi

francesi ed occitani delle zone di confine delle Alpi occidentali (Salabertano per Salbertrand, in Val

di Susa).

5. I confini

Alcune edizioni delle carte topografiche d’Italia dell’IGM riportano, oltre ai confini di Stato, quelli

di Regione, di Provincia e di Comune. Il confine di Stato è segnato con continuità per tutta la sua

estensione. Gli altri confini possono esser interrotti sulla carta

quando coincidono con altri particolari ad andamento lineare

– strade, muri, torrenti, etc. – o attraversano con tratto rettili-

neo zone prive di riferimenti topografici (specchî d’acqua, pa-

ludi, etc.). Si tratta di linee convenzionali che non hanno di

norma riscontro fisico sul terreno, salvo, nel caso di confine di

Stato, per la presenza di eventuali reticolati, muri, barriere, e

termini o cippi confinarî.

Le vecchie tavolette e molte carte tecniche regionali ripor-

tano talora, oltre ai confini politico-amministrativi, altri tipi di

confine come quelli dei parchi naturali e regionali e quelli delle

colture, quando non coincidono con altri elementi topografici.

6. Viabilità e trasporti

Fra tutti gli elementi del territorio, quelli relativi alle infrastrutture sono stati fra i più soggetti a

cambiamenti. Molte vie di comunicazione sono scomparse, altre sono state costruite e la carta non

sempre si è adeguata a tale evoluzione.

6.1. Ferrovie, tramvie e filovie 33

Per ferrovia s’intende quella a scartamento normale; per valori inferiori si specifica che si tratta

di ferrovia a scartamento ridotto. L’elettrificazione di una ferrovia o tramvia è indicata con una

freccia accanto alla linea del tracciato di binario. Per doppio binario s’intendono due binarî affian-

cati appartenenti alla stessa linea.

La localizzazione dei binarî in campagna è sempre molto utile, mentre non lo è nei centri abitati,

al cui interno vengono rappresentate le ferrovie, ma non le tramvie e le filovie, a meno che non si

tratti di carta a scala superiore a 1:10.000, in cui può esser descritta una maggior quantità di parti-

colari.

Le carte non riportano ferrovie aventi carattere di provvisorietà, né quelle in fasi di progetto o

costruzione, a meno che i relativi lavori non abbiano già raggiunto una fase che permetta la sicura

individuazione della futura linea. Non invece riporta linee chiuse al traffico e non ancora smantel-

late.

6.2. Strade

La costruzione di nuove strade – pubbliche o private – è in fase di piena espansione, tale da

mettere in crisi una carta dopo pochi anni dalla pubblicazione, specie se non tiene conto dello svi-

luppo più recente della rete, in relazione all’allargamento ed alle modifiche dei tracciati rotabili, ma

anche alla scomparsa di sentieri e mulattiere.

A parte le autostrade, rappresentate dall’apposito simbolo, le strade sono ripartite in cinque

classi, a seconda della larghezza della carreggiata:

 1ª classe, con larghezza superiore a 8 m;

 2ª classe, con larghezza compresa fra 6 ed 8 m;

 3ª classe, con larghezza da 4 a 6 m.

Seguono le strade rotabili senza manutenzione regolare, con fondo in genere naturale e non

sempre praticabile, classificate in:

 carreggiabili (4ª classe), con larghezza superiore a 2,5 m;

 carrarecce (5ª classe), di norma non percorribili da automezzi normali.

La classificazione delle strade viene fatta valutando, per tratti sufficientemente lunghi, la lar-

ghezza minore. Se, tuttavia, i tratti più stretti sono limitati rispetto alla lunghezza complessiva, essi

sono segnalati col simbolo di strozzatura (talvolta ne è pure riportata la larghezza in metri). Analo-

gamente, nelle strade di classe inferiore (3ª) possono essere indicati anche i tratti allargati che con-

sentono l’incrocio dei veicoli, indicazione particolarmente utile nei tratti di montagna. Il segno di

pendenza viene indicato con almeno tre lineette oblique.

34

Analogamente alle ferrovie, le carte riportano solo le strade esistenti al momento del rilievo e

quelle che, anche se già in costruzione, siano già ben tracciate sul terreno, omettendo quelle allo

stato di progetto.

Per strade non rotabili s’intendono quelle non percorribili da veicoli; la loro classificazione è

stabilita in base alla relativa importanza.

Le mulattiere sono comunicazioni non carrabili di montagna, atte al trasporto regolare di carichi

someggiati. Dal punto di vista escursionistico, la mulattiera è un percorso ampio e ben segnato,

privo tendenzialmente d’asperità, con pendenza moderata, di facile e sicura percorribilità. A causa

del diffuso spopolamento delle aree montane, la rete delle mulattiere sta subendo un rapido de-

grado, mentre un minimo di manutenzione è ancora garantito su quelle percorse da flussi turistici.

Rispetto alle mulattiere, i sentieri hanno maggiori pendenze, tornanti più stretti, larghezza infe-

riore. Sono di solito ben tracciati e la loro percorribilità a piedi non richiede particolari attrezzature.

I sentieri difficili sono tracce pedonali che possono presentare pendenze molto pronunciate e, in

certi tratti, esser attrezzati con corde fisse o altri dispositivi di sicurezza fissati alla roccia. Sono in

genere classificati come difficili tutti i sentieri su ghiacciaio che sono in realtà delle tracce di sen-

tiero, in quanto non possono esser segnati con segnali fissi, data la tendenza del ghiacciaio a muo-

versi.

Per tratturo s’intende una pista larga qualche decina di metri percorribile dalle greggi in fase di

trasferimento. Il generale declino delle attività pastorizie ha fatto diventare sempre più raro questo

elemento paesaggistico. Per pista o traccia s’intendono luoghi di passaggio abituale di carri, tuttavia

con traffico occasionale.

Un particolare ed importante simbolo, associato, nelle zone di montagna a strade e sentieri, è

quello del valico, ovvero il punto più basso della linea displuviale, situato tra due cime, che mette

in comunicazione le testate di due valli opposte. È, di solito, il luogo più agevole per il passaggio da

una valle all’altra. 6.3. Attraversamenti di corsi d’acqua

Va innanzitutto premesso che i ponti

ed i viadotti sono classificati in base al

materiale con cui sono costruite le tra-

vate, ma non i piloni. La simbologia di-

stingue inoltre i ponti girevoli, coperti, di

barche. I ponti di barche sono rappresen-

tati con il relativo simbolo convenzionale

senza tener conto del numero delle bar-

che.

Con il simbolo del guado s’indica solo

il passaggio effettivamente utile per l’at-

traversamento del corso d’acqua e non

tutti i punti realmente guadabili. Dev’es-

sere di norma praticabile per almeno 2/3

dell’anno.

6.4. Altre vie e mezzi di trasporto

Le carte riportano anche simboli rela-

tivi ad altre infrastrutture di trasporto:

canali navigabili e relative conche, ac-

quedotti ed altre condotte, linee elettri-

che ad alta tensione, impianti a fune. Per

il trasporto marittimo e aereo, le comuni

35

carte topografiche non descrivono le rotte,

ma riportano in piano o simboli diversi i porti

e gli aeroporti.

Un simbolo a forma di piccola àncora al

centro dell’alveo fluviale indica i tratti in cui

viene esercitato il traffico con barche, la cui

portata massima in tonnellate è indicata con

un piccolo numero sotto il simbolo stesso.

7. I segni delle attività produttive

Campi, piantagioni e prati perenni di pianura (a); giardini e parchi di grandi dimensioni ed

orti (b).

Specialmente le carte topografiche a

scala più grande presentano molti sim-

boli relativi alle trasformazioni prodotte

dall’uomo alla superficie terrestre per

svolgervi diverse attività produttive.

Per l’agricoltura sono presenti sim-

boli che distinguono le colture a maggior

stabilità come le risaie, i prati stabili, i vi-

gneti, gli oliveti, gli agrumeti, etc. Altri

simboli permettono di distinguere gli im- Varie tipologie di vigneti.

pianti per l’irrigazione, le stalle, i silos.

Per la pastorizia sono rappresentati i ricoveri per i pastori e gli abbeveratoî. Per le attività estrattive

la simbologia distingue miniere, pozzi di petrolio e gas naturale, teleferiche per il trasporto dei ma-

teriali estratti. Gli opificî sono rappresentati con simboli re-

lativi al tipo d’energia impiegata. Uno stabili-

mento funzionante ad energia termica è caratte-

rizzato dalla presenza di almeno un fumaiolo in

muratura; quello ad acqua è associato alla pre-

senza di condutture, ruote e turbine. L’opificio

ad energia elettrica è indicato solo quando abbia

dimensioni considerevoli o svolga attività di una

certa rilevanza e non quando il relativo edificio si

confonda fra altri d’uso abitativo o promiscuo.

Segni delle attività produttive: capannoni industriali. Bacini di raccolta, condotte forzate, centrali idroelettriche

ed elettrodotti.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali, archeologici e storico-artistici
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e cartografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Sereno Paola.

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