1 – STORIA E TEORIE D’IMPRESA
Dall’inizio del 19° secolo l’impresa è stata identificata sempre più con la “fabbrica” (modalità inglese di
organizzazione della produzione). Quando è iniziata la 1° rivoluzione industriale (fine 18° secolo), la
concentrazione di capitale e forza lavoro in un unico luogo fisico non era una novità nel periodo
preindustriale molti lavoratori lavoravano nella cantieristica, nell’industria mineraria e nelle costruzioni +
nel settore tessile i mercanti-imprenditori si affidavano a lavoratori a domicilio e le fasi del processo
produttivo ad alta intensità di capitale erano svolte in impianti centralizzati gestiti direttamente dagli
imprenditori
La novità della fabbrica era la combinazione di processo produttivo centralizzato + tecnologia più efficiente
Specializzazione delle funzioni + divisione del lavoro nuove forme di disciplina della manodopera
nascita dell’impresa
Impresa organizzazione economica che trasforma fattori produttivi (input) in merci e servizi (output)
PROSPETTIVA NEOCLASSICA
La prospettiva neoclassica è un approccio statico che considera il comportamento dell’impresa in un arco
temporale definito si trascurano cambiamento, evoluzione e crescita
• Funzione di produzione costante
• Perfetta informazione (NO asimmetria informativa)
• Tecnologia esogena
•
Massimizzazione del profitto MR=MC
• Price-taker
• Dimensioni ridotte + numero limitato di funzioni (scarsa integrazione)
Sistema price-oriented altamente competitivo, caratterizzato da numerose unità produttive + conoscenze
tecniche liberamente ottenibili
Il processo di innovazione era determinato da minime innovazioni incrementali che si diffondevano
liberamente
Esempi di imprese di questo tipo erano quelle che facevano una sola fase del ciclo produttivo nell’industria
cotoniera
DINAMICA ECONOMICA IN PROSPETTIVA STORICA
In contrasto con la prospettiva neoclassica, la storia d’impresa ha una specifica dimensione comparativa e
dinamica le imprese evolvono nel tempo e sono diverse nelle strutture e nelle dinamiche interne
Le imprese che crescono dimensionalmente ci sono sia nei settori ad alta intensità di capitale (che sfruttano
economie di scala), sia in alcuni settori ad alta intensità di lavoro
Nella prospettiva neoclassica ci si aspetta che le imprese si espandano finché MR non decresce
Nel mondo reale invece le imprese possono espandersi anche in presenza di una riduzione del tasso di
crescita dei profitti o possono limitare la crescita per evitare alcuni problemi + le imprese reagiscono in
modo diverso ai cambiamenti tecnologici (che influenzano la velocità della crescita)
Bisogna considerare anche la complessità relazionale: il processo di sviluppo economico degli ultimi secoli
ha creato organizzazioni complesse con significative relazioni interne ed esterne
La struttura dell’impresa è influenzata da diverse variabili, pertanto il dinamismo può essere analizzato
attraverso: 1
•
Tecnologia influenza il metodo, la velocità e la direzione della crescita
• Mercato di consumo
• Efficienza dei mercati finanziari
•
Cultura influenza l’adozione di alcune tecnologie
• Sistema giuridico
TEORIA E REALTA’ DELLE GRANDI IMPRESE
L’economista austriaco Schumpeter non era d’accordo con l’approccio neoclassico, e il suo approccio si
basava su:
•
Propensione competitiva dell’impresa motore principale della crescita economica (soprattutto
grazie all’azione dell’imprenditore)
• Il disequilibrio era più importante dell’omogeneità tra le imprese dell’approccio neoclassico
Schumpeter era interessato al ruolo innovativo dell’impresa, mentre poneva un’enfasi minore sulla
struttura organizzativa le imprese schumpeteriane innovavano e consolidavano i propri VC, ma
restavano delle “scatole nere”
La maggior parte delle nuove teorie dell’impresa fu sviluppata dopo la 2GM
La grande impresa (integrata verticalmente + multidivisionale + multinazionale) era in parte responsabile
della leadership economica degli USA dopo la 2GM in molti settori la grande dimensione dell’impresa
era ora considerata come la dimensione ottimale
La grande imprese era il trait-d’union tra l’impresa e la ricchezza della nazione
Drucker sosteneva che per capire la grande impresa bisognava analizzare:
• Tecnologia
• Sforzo per il coordinamento delle persone
• Impatto sociale sul capitalismo moderno
La tecnologia riceveva sempre più attenzione perché era considerata il motore principale della crescita
innovazioni di prodotto + innovazioni di processo = espansione della produzione + distribuzione di massa
Chandler ha studiato gli effetti della tecnologia sull’organizzazione e sulle performance dell’impresa
Egli considerava la tecnologia come una forza esogena che aveva un impatto sulle scelte dell’imprenditore
I regimi/paradigmi tecnologici (principi scientifici e tecnologici che producono traiettorie dominanti)
determinano la competitività delle imprese
Altri studiosi consideravano la tecnologia come un fattore endogeno che si sviluppava all’interno di
laboratori di R&D la tecnologia generata all’interno dell’azienda diventa una fonte importante di VC
Penrose ha contribuito alla fondazione della teoria evolutiva, secondo cui le imprese sono stratificazioni di
risorse e competenze
Il processo di crescita è dato dall’abilità dell’imprenditore di sfruttare al meglio le sue capacità. L’impresa
cresce perché produce nuova conoscenza e accumula competenze
Nelson e Winter introducono il concetto di routines intese come modalità con cui le organizzazioni sono in
grado di ricordare il comportamento di successo per mantenere le posizioni di vertice
Le routines sono alla base della teoria evolutiva dell’impresa, che considera un processo economico non
determinato unicamente da scelte razionali e ben definiti obiettivi individuali e istituzionali
Gli agenti economici (e quindi anche le imprese) sono caratterizzati da razionalità limitata + apprendimento
cumulativo basato sull’esperienza e su procedure di “trial and error”: essi cercano di ridurre l’incertezza
attraverso routines diffusa resistenza al cambiamento
2
Diversamente dall’idea neoclassica, ora si considera l’impresa come capace di influenzare l’ambiente
circostante la competitività dipende dall’abilità del management di comprendere e sfruttare le risorse
accumulate all’interno dell’impresa (resource-based view)
Hymer sosteneva che il VC acquisito da un’impresa nel mercato interno potesse essere sfruttato anche
all’estero + Dunning sosteneva che l’attività internazionale delle imprese fosse basata su VC acquisiti nel
mercato interno (vantaggi di proprietà) e vantaggi presenti nel paese ospite (vantaggi di localizzazione)
Marris formula la teoria del capitalismo manageriale sostenendo che la crescita dell’impresa dipenda
dall’interesse personale (self-interest) del management i manager espandono i confini dell’impresa per
acquisire nuove risorse e ottenere un miglior controllo sulle risorse esistenti, ma gli azionisti sono meno
interessati alla crescita e più alle performance attuali (il processo di crescita è il risultato di una
contrattazione tra manager e azionisti)
GLI ANNI 70 E 80: TEORIA DELL’AGENZIA ED ECONOMIA DEI COSTI DI TRANSAZIONE
Negli anni 70 viene messo in discussione il potere dei manager negli USA
Crisi economica + pressione competitiva delle imprese europee e giapponesi manager USA incapaci di
generare risorse per finanziare il processo di crescita e distribuire dividendi
Jensen + Meckling = teoria dell’agenzia (1976) è necessario allineare gli interessi di manager e azionisti,
sia attraverso strumenti legali che attraverso il mercato azionario
La teoria dell’agenzia segna una fase di critica acuta alla gestione manageriale della grande impresa
diversificata, considerata sempre meno efficiente
Coase (1937) le imprese hanno origine dalla necessità di contenere i costi che le transazioni di mercato
comportano
Williamson = teoria dei costi di transazione (1975) le transazioni comportano costi di ricerca e controllo
+ più le risorse sono strategiche, maggiori sono i costi di transazione legati al loro scambio (a causa di
asimmetria informativa + razionalità limitata + comportamenti opportunistici)
Le imprese hanno incentivo ad internalizzare alcune transazioni (es. le più ricorrenti o le più strategiche)
La teoria dei costi di transazione ha aiutato a comprendere meglio:
• L’affermazione della fabbrica durante la 1GM
• La crescita attraverso l’integrazione verticale della grande impresa industriale
• Efficienza dei sistemi alternativi alla produzione di massa
TEORIE SULL’IMPRESA DEL 21° SECOLO
La 3° rivoluzione industriale (elettronica + telecomunicazioni) ha avuto un impatto su:
• Struttura e dinamiche delle aziende
• Nuove forme di coordinamento del processo produttivo
• Reti di produttori specializzati indipendenti flessibili
Langlois “l’espansione dei mercati data dalla globalizzazione è un’ulteriore spinta alla specializzazione
delle unità produttive”
Le nuove tecnologie informatiche hanno facilitato il coordinamento tra le aziende e la riduzione dei costi di
transazione ridimensionamento del ruolo della grande impresa integrata a guida manageriale +
rafforzamento dei meccanismi di mercato
Singoli componenti standard possono essere sviluppati all’interno di unità produttive piccole e indipendenti
che portano avanti il processo di innovazione in maniera coordinata
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2 – IMPRENDITORIALITA’
L’imprenditore è colui che crea qualcosa di nuovo, ma l’innovazione non è l’unica caratteristica
È difficile dare una definizione precisa di imprenditore:
• Compie scelte strategiche che sono dinamiche, cioè mutano nel corso del tempo
• Non sempre le azioni, le capacità, le scelte dell’imprenditore possono essere analizzate con i
metodi quantitativi tipici dell’economia (soggettività che rende le azioni imprevedibili)
• È difficile ricondurre a modelli economici interpretativi
• Nell’impostazione neoclassica di mercato non c’è spazio per elementi dinamici come l’imprenditore
Schumpeter ha posto l’imprenditore al centro del sistema economico, considerandolo il motore della
crescita (è considerato un eroe) quando il ruolo dell’imprenditore viene assunto da un’organizzazione
formalizzata, il sistema borghese capitalistico degenera in un socialismo burocratico
L’imprenditore schumpeteriano era impegnato nella produzione, non era necessariamente colui che
sosteneva il rischio d’impresa per questo tipo di imprenditore il fattore discriminante era l’innovazione
Innovazione realizzazione dell’invenzione a livello economico
L’innovazione è fondamentale, intesa anche come affermazione di una nuova forma organizzativa (es.
creazione di un monopolio)
L’innovazione non si adatta alla domanda corrente ma impone il suo prodotto sul mercato
Secondo Smith e Ricardo (neoclassici), invece, il processo economico avanza per forza propria, pertanto
l’imprenditorialità è irrilevante
L’uomo d’affari deve solo fornire il capitale + l’abilità negli affari è importante per il successo/fallimento
dell’impresa ma non incide sul processo di crescita economica nel suo insieme
Anche Marx, come i classici, negava ogni rilevanza ai fattori soggettivi come l’imprenditorialità
Al centro dell’intero meccanismo vi è la relazione sociale tra capitalisti e lavoratori
Nella visione neoclassica, l’impresa è il luogo in cui gli input sono trasformati in output e l’imprenditore
deve solo scegliere la combinazione produttiva più efficiente in base a variabili esogene (es. prezzo degli
input, prezzo degli output)
Secondo Metcalfe l’imprenditorialità è un fattore residuale nella spiegazione della crescita economica e
non può essere misurata con gli strumenti economici abituali
Così Denison individuò l’origine della crescita degli USA tra il 1900-1960 in:
• Progresso tecnico
• Capitale umano
• Riallocazione delle risorse
• Cambiamento istituzionale
…l’imprenditorialità non viene citata perché inclusa nei vari input
Tra i neoclassici e Schumpeter c’è però una via di mezzo
Il termine “imprenditore” fu introdotto nel 1700
Cantillon colui che cerca di sfruttare le opportunità di mercato create dalla discrepanza tra domanda e
offerta + abile nel fronteggiare l’incertezza + si assumeva il rischio effettivo dell’attività di arbitraggio
Badeau colui che mette in atto le migliorie, corre i rischi e affronta tutte le fatiche e le incertezze
Say colui che sfida l’incertezza che avvolge l’esito di tutte le azioni umane + organizza e coordina la
produzione + fa concorrere diversi elementi (es. lavoro e denaro) in un’unica visione tesa alla creazione di
un prodotto + contesto statico (classico dell’equilibrio)
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Marshall (neoclassico) colloca l’imprenditorialità all’interno della routine gestionale, distinguendo
comunque imprenditore (decisioni fondamentali) e manager (potere delegato)
IMPRENDITORIALITA’ E ORGANIZZAZIONE
Spesso l’imprenditore ha bisogno di creare un’impresa con un’organizzazione, un sistema di risorse fisiche e
umane tenuto insieme da relazioni gerarchiche
Nei settori cruciali per la competitività di un paese, le organizzazioni crescono in misura sorprendente
paradosso dell’imprenditorialità: le organizzazioni, con la loro burocrazia e le loro routine, finiscono per
soffocare lo slancio dell’imprenditore
Schumpeter, sulla base del paradosso dell’imprenditorialità, anticipava l’inevitabile declino del sistema
capitalistico borghese
Negli USA l’ascesa delle grandi organizzazioni ha avuto l’impatto maggiore sugli studi nella prima metà del
20° secolo questi studi sottolineano la centralità dell’organizzazione rispetto ad un’imprenditorialità la
cui forza va svanendo (organizzazione=routine=stabilità, imprenditorialità=creatività=cambiamento)
La crisi della grande impresa negli anni ’70 ha portato ad un ripensamento, l’organizzazione non è più
considerata una macchina senz’anima
Il successo dell’impresa giapponese negli anni ’80 è determinato dall’abilità della classe dirigente nel
coinvolgere tutti i componenti dell’impresa nel processo d’innovazione: l’innovazione viene quindi
dall’interno dell’impresa, non segue una logica top-down non è importante come vengono formulate le
strategie, bensì come vengono concretizzate attraverso il coinvolgimento di diverse entità
L’apprendimento non può essere il solo ingrediente dell’innovazione (es. in periodi di profonda crisi può
essere controproducente focalizzarsi troppo sull’apprendimento) l’apprendimento è importante ma è
ancor più importante che ci sia capacità di direzione e decisione all’interno del sistema
Anche Chandler, che studia l’analisi delle decisioni imprenditoriali, è convinto che ci debba essere qualcuno
al vertice delle grandi organizzazione per fare da “sintesi di ultima istanza” e distingue tra:
•
Imprenditore ha la responsabilità di allocare le risorse ai massimi livelli dell’impresa
•
Manager agisce all’interno di un sistema di risorse creato dall’imprenditore
L’imprenditore deve, inoltre, creare un’ampia gerarchia manageriale
Perché si inizia a studiare a fondo le organizzazioni? Ci sono 2 motivi:
• La 2GM enfatizzava l’importanza delle grandi organizzazioni (vedi la General Motors che, grande
ma flessibile, era in grado di rispondere alla domanda del periodo bellico)
• Evoluzione del clima intellettuale: per scrivere una storia “scientifica” non si possono guardare solo
gli individui in sé per sé
È così che dagli anni ’50 agli anni ’80 nello studio della storia d’impresa americana ci si è focalizzati sulla
corporate entrepreneurship
L’IMPRENDITORIALITA’ NELLA STORIA
Secondo alcuni autori, l’imprenditorialità dipende dal terreno in cui ha messo radici effervescenza
collettiva: quando l’interazione sociale è elevata può sfociare in un processo di diffusione dell’innovazione
(es. Rinascimento, Silicon Valley…)
L’imprenditorialità è un fenomeno elusivo, ciononostante sono stati condotti diversi tentativi di
misurazione. Ad esempio Wilken cercò di comprendere l’impatto dell’imprenditorialità sullo sviluppo
economico nazionale sulla base di 4 varibili: 5
• Opportunità (O)
• Crescita economica (Y)
• Variabili non economiche (X)
• Imprenditorialità (E)
Sulla base del suo studio, Wilken giunse a conclusione che l’imprenditorialità ebbe un impatto bassissimo
nello sviluppo di Inghilterra e USA nel 19° secolo
Foreman-Peck cercò di misurare l’imprenditorialità in Francia sulla base di metodi statistici
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3 – EPOCA PREINDUSTRIALE
I
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