Premessa
Non c’è una "one best way", una forma d’impresa che sia la migliore al di fuori di spazio e tempo. Ci sono state imprese più efficienti in certi settori in certi periodi che hanno creato vantaggi competitivi per la nazione. L’impresa ha un’influenza sul contesto ma anche viceversa. C’è anche un impatto culturale (sono state le imprese a far diventare il diamante il gioiello di eccellenza del fidanzamento).
Inizieremo a guardare le imprese dal punto di vista microeconomico per rispondere al perché imprese e agenti abbiano preso determinate scelte. Guarderemo anche il livello macroeconomico concentrandoci sul perché alcune nazioni sono diventate ricche e altre no. 751 delle maggiori 2000 imprese al mondo sono negli Stati Uniti, 310 in Giappone. Non è una distribuzione omogenea. C’è una relazione tra i Paesi col PIL più elevato e i paesi con le grandi imprese. C’è una relazione forte tra la capacità di sviluppare determinate forme d’impresa e il fatto che le nazioni poi siano decollate. Non si tratta quasi mai di una questione di risorse. Ci sono nazioni ricchissime di risorse naturali, come l’Argentina che però è povera. Il Giappone è uno dei paesi più poveri di risorse naturali.
Concetti chiave
- Correlazione micro e macro: metteremo insieme imprese e perché hanno preso determinate scelte nel contesto e il livello macro.
- Vedremo tre rivoluzioni industriali con le quali intendiamo cambi di paradigma tecnologici. Ogni rivoluzione industriale ha stravolto il mondo esistente fino a quel momento, ha creato nuove imprese nei settori toccati dalla rivoluzione e ha cambiato le forme di impresa. Ad esempio, nella prima rivoluzione industriale sono stati toccati 3 o 4 settori che hanno cambiato tutti i tipi d’impresa e tutte le relazioni internazionali. Poi, tra la prima e la seconda rivoluzione, vengono usate le tecnologie della prima rivoluzione per cambiare i trasporti. Prima le imprese non potevano neanche avere filiali, non si sarebbero potute controllare, con le ferrovie o con le navi a vapore invece fu possibile avere filiali in altri stati. C’è poi la seconda rivoluzione industriale alla fine dell’800 che invece riguarda altri settori (chimica ecc.). Ci sarà poi la terza rivoluzione che inizia con la seconda guerra mondiale e tocca radar, aerei ecc.
- Imprenditori e manager: sono quelli che hanno fatto strategie e strutture. Cercheremo di capire la differenza tra imprenditori e manager. Il manager ha capacità e autonomia decisionale in un segmento deciso dall’imprenditore. L’imprenditore è colui che alloca le risorse in maniera ottimale.
- Culture: vedremo come le culture in diversi contesti nazionali abbiano incentivato lo spirito imprenditoriale, come la figura di imprenditore e manager sia stata meglio o peggio accettata. La cultura è l’attitudine della società nei confronti delle aziende. Però, poi la cultura significa anche istituzioni, le scuole devono essere in grado di creare ingegneri quando sono necessari gli ingegneri ecc. le istituzioni devono creare le risorse umane al momento giusto.
- Stato: ci saranno stati imprenditori (l’impresa pubblica è un bene o un male?); in molti casi lo stato è diventato un pianificatore, non solo nel lato estremo dell’esempio comunista ma anche in occidente.
- Forme d’impresa: è stata domanda d’esame dell’anno scorso. In ogni contesto geografico ci devono essere più forme d’imprese che coesistono, se c’è solo una forma (in Russia solo grandi imprese) è un rischio. Anche avere solo piccole imprese è pericoloso.
- Varietà dei sistemi: parleremo più dei sistemi capitalisti confrontandoli e poi vedremo il sistema opposto, il sistema comunista. Confronteremo il capitalismo anglosassone e quello europeo. Entrambi hanno efficienze e inefficienze.
- Il cambiamento è imprevedibile: non si può imparare dalla storia come comportarsi oggi.
- Il post-chandlerismo: Chandler è stato il padre della business history. È stato un paradigma condiviso per 50 anni. Dopo la sua morte sono state fatte diverse critiche. Nuove forme d’impresa sono state osservate meglio di prima, si è iniziato a parlare di forme d’impresa alternative. Prima di Chandler lo studio della storia d’impresa era volto ad analizzare casi o vantare o criticare certi modelli. Chandler è stato il primo a pensare che con la storia si potessero fare cose concrete a livello di strategia, si potevano dare indicazioni industriali e di diritto. Bisogna ricordare i titoli dei suoi 3 libri. Chandler studiò le imprese degli anni '60. La prima potenza erano gli USA. Chandler notò che le grandi imprese statunitensi erano simili, operavano in solo alcuni settori, avevano tutte strategie correlate di diversificazione nei vari settori connessi, e avevano tutte la stessa struttura: multidivisionale. Alla fine sostenne che se le imprese europee volevano rendersi efficienti come gli USA avrebbero dovuto copiare gli USA. Nella prima opera lui compara 200 imprese statunitensi e poi si concentra su 4 studiandone la struttura che deve seguire la strategia: diversificazione → impresa multidimensionale. La strategia era di diversificazione per motivi di economie di scala. Il secondo libro, The Visible Hand, è una comparazione tra settori negli USA. Nel terzo volume invece confronta le nazioni e spiega perché l’Inghilterra che era la prima potenza industriale ha perso la leadership. → l’impresa multidivisionale è spesso domanda d’esame!
A cosa serve la storia d’impresa?
Serve a non avere solo formule e modelli ma permette di capire il mondo reale. Permette di comparare modelli nel tempo e nello spazio. Permette di prendere decisioni sulla base di quanto successo nel passato e di capire di più quali sono i fenomeni in gioco per prendere decisioni. Non si può applicare una formula senza scomporre il modello che abbiamo davanti.
L'impresa
- L’impresa è una persona giuridica: è un soggetto che fa dei contratti con fornitori, clienti, con la propria manodopera. È l’elemento fondante di un sistema capitalistico che è il crocevia fra soggetti diversi. La dobbiamo studiare considerandone la capacità relazionale.
- L’impresa è poi un organo direttivo, è un sistema di governance ma anche un ruolo in cui vengono dettate le strategie imprenditoriali.
- È il luogo dove interagiscono capacità, know-how, attrezzature e capitale, è il ruolo dove le rivoluzioni tecnologiche si concretizzano.
- L’impresa è la cellula che si incarica della capacità innovativa.
L'imprenditore
L’imprenditorialità è un fattore che ha sempre messo in crisi tutti gli economisti. L’imprenditore è intraprendente, è sempre insoddisfatto, sempre alla ricerca di novità. C’è poi l’alter ego dell’imprenditore: il manager. Tutto il corso si baserà sull’imprenditorialità da un lato e dall’altro la struttura, ciò che limita la capacità di innovare o che riesce a renderla concreta. L’imprenditorialità è la capacità di innovare. Perché allora ci sono tante aziende senza una capacità innovativa?
L’imprenditore era visto come l’eroe che si mette al centro dello sviluppo economico. In Inghilterra invece (Ricardo, Smith) l’imprenditore era visto come il coordinatore, le sue funzioni erano essenzialmente manageriali. Cantillon dice che l’imprenditore è colui che vive di rendita, che non ha uno stipendio fisso, colui che rischia. L’imprenditorialità è la capacità di leggere il futuro, di fare previsioni credibili sull’andamento dell’economia. Con la rivoluzione francese cambia tutto, gli status sociali non dipendono dalla famiglia in cui si nasce e dal lavoro del padre ma da ciò che uno fa. L’individuo può emergere con una capacità imprenditoriale.
Dall’altra parte della manica c’era la rivoluzione industriale. Smith e Ricardo non parlano di imprenditore ma di employer, undertaker, capitalist. Erano enfatizzate le funzioni organizzative-manageriali. Tornando in Francia troviamo Jean Babtiste Say, un imprenditore cotoniero, un economista che conosceva Smith e Ricardo ma che sosteneva che è l’imprenditore che mette in opera, crea prodotti e ne crea valore, è lui che giudica i bisogni e i mezzi per soddisfarli. Può fare a meno di scienza usando quella degli altri. Say era un protestante che combina l’essere ardimentoso dell’imprenditore con al razionalità del pensiero protestante europeo dell’800.
Tornando in America e vediamo che Mill, un allievo di Ricardo, prova a inserire l’imprenditore nell’economia classica. Lui sosteneva che il profitto dell’imprenditore è:
- La rinuncia al consumo e investe i capitali nell’impresa
- La capacità di rischio (sembra riprenda il pensiero di Cantillon)
- Sovraintendenza, la funzione manageriale: la funzione dell’imprenditore è sovraintendere l’impresa. Si potrebbe fare a meno degli imprenditori, basterebbero dei buoni manager. Si teme però che i manager possano avere un comportamento opportunistico, vantaggioso di per sé ma non per l’impresa. L’unico modo per evitare ciò è associarlo: a questo serve il tuolo dell’imprenditore, a non essere semplicemente un manager.
Begheot era un economista che partiva dagli insegnamenti di Smith e Ricardo che vedeva gli imprenditori come dei capi carismatici e con un senso della gerarchia folle. L’imprenditore è il capo, è lui che decide quali beni produrre e quali no, è il generale dell’esercito, se va bene gli affari prosperano, se va male perde tutto. Nell’identica maniera il capitalista decide gli affari, sceglie quando e quali merci offrire. Marshall è amico di Bagheot sembrava sposarne la scelta. L’imprenditore è la mente guida del processo produttivo. Lui però lancia il sasso ma nasconde la mano, evidenzia solo il compito di direzione dell’impresa. Per Marshall gli imprenditori esistono ma non sono degli eroi. La remunerazione dell’imprenditore è il profitto che è il giusto guadagno per aver amministrato l’impresa, l’imprenditore assomiglia all’organizzatore, al contabile, al soggetto che amministra. Non bisogna cercare un imprenditore in un’impresa ma un’imprenditorialità diffusa da diluire su più elementi.
Il Buddenbrook è un libro di Thomas Mann (Germania) che tratta di una famiglia di imprenditori, grandi commercianti. Ci sono tre generazioni, nella prima generazione gli imprenditori seguono l’istinto, nella seconda generazione si crea la gerarchia, la struttura da forma all’impresa, la fa crescere. La terza generazione è quella degli imprenditori che sono tali sono per dovere per non far perdere prestigio alla famiglia. Si parte con un eroe del capitalismo e si prosegue con la burocratizzazione dell’impresa che porta al suo fallimento.
Max Weber si basa sull’etica protestante che è il motore di un’attitudine imprenditoriale. Si vengono ad affermare dei business leader. Weber rimette al centro della scena l’imprenditore che agisce in modo giudizioso, di pari passo con l’etica razionale. Sombart è un soggetto che aveva l’ambizione di riscrivere il capitale di Marx in chiave capitalistica. Lui pone al centro della ricostruzione del capitalismo moderno la figura dell’imprenditore un soggetto che dipinge quasi con forza demoniaca, un soggetto capace di rompere un quadro di equilibrio, di imporre nuovi prodotti sui mercati. Questo eroe carismatico può assumere aspetti diversi: può essere un tecnico (il fondatore della Siemens tedesca che vuol far vivere la sua invenzione); il commerciante (Emil Rateneaux l’imprenditore della GE tedesca, il commerciante ideale è colui che crea i bisogni per i quali produce i mezzi di soddisfacimento) il campo d’azione del commerciante è il mercato dei beni e la sua capacità di imporre i prodotti sul mercato; il finanziere (cita il capo del cartello degli industriali siderurgici del carbone in Germania).
Schumpeter
Schumpeter entra subito in polemica con Smith e Ricardo e dice che se l’economia davvero puntasse all’equilibrio e avessimo semplicemente imprenditori come quelli descritti da Smith e Ricardo non ci evolveremmo. Secondo lui l’imprenditore è un soggetto che rompe l’equilibrio e che impone le sue idee e i suoi prodotti sul mercato. Lui critica gli imprenditori alla Marshall. Se non un motivo economico cos’è che spinge un uomo dell’800 a diventare imprenditore? Schumpeter parla della gioia del creare. Creare qualcosa di nuovo, un’innovazione, un nuovo prodotto (innovazione tipica) o un nuovo sistema di produzione (Ford, catena di montaggio), si può poi importare un prodotto noto in un nuovo mercato; oppure fabbricare un prodotto noto con materie prime diverse e abbassarne i costi. Schumpeter scrive in Austria nel 1911. Individua nella figura dell’imprenditore un superuomo (quasi come Nietzsche). All’inizio degli anni ’30 Schumpeter va in America e cade in depressione. Pensava di trovare una società governata da grandi imprenditori e invece trova una tecnocrazia, imprese in cui è in corso la rivoluzione manageriale.
Taylor
Taylor è un uomo che pensa a come organizzare gli uomini, a come disegnare i flussi decisionali scientificamente e creare alla fine una comunità strutturata con imprenditorialità diffusa. Con il suo metodo si passa da 12 ore a 1 ora come tempo di montaggio di un’automobile. Taylor non si sofferma solo sul processo di produzione ma anche sui flussi decisionali dell’impresa. Lui vuole dimostrare che nell’organizzazione scientifica del lavoro i dirigenti devono fare molti dei compiti attualmente lasciati agli operai. Gli operai in Taylor devono essere spogliati di tutti gli elementi decisionali che devono spettare solo alla direzione. Il manager deve raccogliere tutte le conoscenze, classificarle in tabelle e acquisire tutte le competenze degli operai, razionalizzarlo e ridurlo a schemi, leggi e formule che possano essere poi trasmesse alla manodopera.
Berle e Means
Dopo la crisi del ’29 iniziarono a pensare che le enormi imprese cresciute a dismisura erano prive di un imprenditore, di una figura di riferimento, erano sempre più autonome. Roosevelt chiede ai due economisti di analizzare i sistemi di governance delle imprese. I due scoprono che le imprese americane sono controllate da pochi manager. L’azionariato è diffuso, i soci non hanno potere e i manager di fatto controllano se stessi. Non si poteva tornare indietro e riportare le imprese fuori controllo sotto le famiglie fondatrici. Non si potevano nemmeno lasciare le cose così come erano. Suggerirono invece di far diventare le imprese consapevoli del loro ruolo sociale, farle diventare socialmente responsabili, il sistema legislativo americano deve portare le imprese a rispondere anche agli stakeholder.
Drucker
Drucker è il primo grande consulente amministrativo americano. Fonda il management come disciplina accademica e analizza i comportamenti dei gruppi manageriali che controllano le grandi imprese. Il management non deve avere solo l’obiettivo di far soldi, profitti, ha altri due compiti importanti: essere coordinatore delle risorse umane, è a capo di uomini che devono essere motivati alla finalità aziendale, il management inoltre ha il compito di organizzare e di creare la propria successione, deve creare le successive generazioni di manager, deve dare continuità; l’impresa ha una vita superiore a quella dei manager che l’hanno creata, è un organismo vivente in sé. L’impresa è un soggetto che vive più dei manager e che è in grado di apprendere.
Coase
I motivi che spingono l’uomo a intraprendere sono diversi e di difficile lettura. Coase si domanda perché esistono le imprese e perché portano tutto dentro. Coase elabora la teoria dei costi di transazione da cui partirà Williamson. Nella visione di Coase l’impresa esiste in base a quanto i costi di mercato sono inferiori. Con meccanismi di mercato inefficienti le imprese sono sempre più grandi (infatti oggi con internet le imprese si riducono).
Penrose
Penrose parte dall’impresa di Coase definibile come un’isola di coordinamento all’interno di un mare di incertezza (il mercato). I confini dell’impresa di Coase sono gli stessi di Penrose, è un insieme di risorse coordinate. Penrose aggiunge che l'impresa tende a crescere, un’impresa sana cresce di dimensioni. La crescita avviene perché è determinata dalla formazione di nuove risorse inespresse. L’impresa cresce fino ai limiti organizzativi, a questo punto è compito dei manager rendere più efficiente l’impresa stessa. Nella crescita l’impresa accumula competenze, il know-how di chi ci ha lavorato che formula il DNA dell’impresa.
Chandler
Chandler fonda la sua visione dell’impresa sostenendo che sono l’evoluzione tecnologica e dei mercati che determinano i comportamenti delle grandi imprese. Le grandi imprese americane sono grandi perché le tecnologie della seconda rivoluzione industriale chiedono grandi investimenti da un lato e dall’altro lato il mercato americano è grande. La tecnologia impone una grande organizzazione. Le performance delle imprese sono commisurate alla capacità della struttura di adeguarsi alle spinte tecnologiche. Alla fine dell’800 c’è l’impresa di massa, l’impresa di produzione in serie che occupa migliaia e non centinaia di dipendenti (Ford, Colgate, Kodak). Nel 900 ciò non cambia, le imprese continuano a... (testo tronco)
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti lezioni Business History
-
Appunti di Storia d'impresa (Business History)
-
Summary Business History
-
Appunti International Business & Management