apprendimento
l i n g u i s t i c o
L’apprendimento linguistico è studiato dalla linguistica, come scienza delle lingue che si occupa della
descrizione delle lingue naturali; dalla psicolinguistica, o linguistica cognitiva, che parla di quali sono i
processi a livello cognitivo e le strategie mentali che un apprendente mette in atto nel momento in cui
deve capire. Abbiamo poi la neurolinguistica, che invece si occupa dei processi celebrali, ciò che
avviene nel cervello, quali parti del cervello si attivano quando parliamo di emozioni, di colori, quando
lavoriamo sulla lingua. Inoltre, c’è la sociolinguistica, che si occupa di studiare i fenomeni linguistici
all’interno di un contesto socioculturale e in che modo l’ambiente esterno influisce sul processo di
apprendimento.
Differenza tra L1, L2 e LS
La L1 è la nostra lingua materna. La nostra in generale è l’italiano, ma anche il napoletano può essere
considerato lingua materna, così come altri dialetti. La lingua materna è quella che si apprende da
subito, o comunque prima del processo di scolarizzazione. È possibile avere più di una lingua materna.
La lingua seconda (o L2) è una lingua che si apprende successivamente, dopo la lingua materna ed è
la lingua appresa dagli studenti Erasmus o per gli immigrati. Se ci si sposta in un determinato luogo
per apprendere una lingua, la lingua del posto sarà la nostra lingua seconda.
La lingua straniera (o LS) viene appresa in un contesto in cui non è il principale mezzo di
comunicazione, solitamente in un contesto scolastico, come ad esempio l’inglese che impariamo a
scuola in Italia.
Che cosa differenzia la lingua materna dalla lingua seconda?
La lingua seconda viene solo dopo la lingua materna, quindi dopo che si avviato il processo di
acquisizione della prima lingua. Di solito la lingua seconda si usa di meno rispetto alla L1, perché la L1
viene utilizzata anche in contesti familiari, mentre la L2 in contesti extra familiari. Di conseguenza, si
parla meglio la L1 che la L2. Tuttavia, può succedere che ci sia uno sbilanciamento a favore della L2,
perché cresce la rete di amicizie fuori casa, cambiano i rapporti, si lavora e quindi la L1 si può anche
perdere.
In che cosa il processo di apprendimento della L2 e della L1 è diverso?
Il processo di apprendimento della L2 avviene in un secondo momento, quando si è da un punto di
vista cognitivo più maturi, e da un punto di vista sociale si ha una certa padronanza delle norme
socioculturali. 1
A differenziare la L1 dall’L2 sono la velocità, lo sforzo e l’esito. La questione della velocità è
controversa, sembra che la lingua materna si impari più velocemente, ma in realtà non è così. Il tempo
che i bambini impiegano per parlare una lingua in maniera corretta è tanto, solo che sembra volerci
meno fatica e meno sforzo in quanto avviene in maniera naturale. Per quanto riguarda l’esito di solito
nella lingua materna si ha una competenza avanzata, mentre nella L2 è più difficile che questo
accada.
Differenza tra acquisizione e apprendimento
Acquisizione e apprendimento sono due termini che spesso sono utilizzati come sinonimi. È stata però
fatta una distinzione da Krashen (studioso di linguistica acquisizionale) tra questi due fenomeni.
L’acquisizione è il processo spontaneo di acquisizione linguistica, riguarda i bambini che sono calati in
un contesto di L1 e apprendono spontaneamente una lingua. Ciò avviene anche a persone che si
trovano calati in un contesto di L2.
L’apprendimento è un processo che ha luogo in un contesto formale e guidato da una o più persone
(docenti di lingua) che sono dei punti di riferimento durante l’apprendimento, e inoltre offrono degli
esempi di lingua che sono calibrati sulla loro competenza per facilitare il processo di apprendimento.
La differenza tra acquisizione e apprendimento è la stessa che troviamo tra apprendimento spontaneo
(inconsapevole, inconscio, implicito) e apprendimento guidato (consapevole, intenzionale ed esplicito
poiché si basa sulle regole e sull’insegnamento). Molto spesso capita che ci sia un apprendimento
misto, quindi un processo guidato a cui si associa l’esposizione esterna.
Differenza tra parlante di L1 e L2
Il parlante di L1 è linguisticamente competente, conosce le regole della sua lingua e ha anche
intuizioni su ciò che è corretto e sbagliato, conosce i significati linguistici, cognitivi e affettivi delle forme
linguistiche. È anche metalinguisticamente competente, quindi può riflettere e parlare della propria
lingua materna. Infine, è comunicativamente competente, sa quali sono le funzioni sociolinguistiche ed
è in grado di usare la lingua in un contesto comunicativo preciso, di cambiare il proprio tono e le
proprie strategie.
Il parlante di L2 invece non ha ancora sviluppato tutte le competenze comunicative. Non ha
automatizzato le operazioni mentali per la comprensione e produzione della nuova lingua, cioè le
operazioni cognitive, le operazioni linguistiche e quelle sociali.
L’interlingua
Il concetto di interlingua fu introdotto da Selinker nel 1972 e rivoluzionerà la linguistica acquisizionale
perché capovolge completamente la concezione che si aveva degli errori prodotti dall’apprendente.
L’interlingua è il codice linguistico che gli apprendenti usano quando parlano nella lingua che stanno
apprendendo. Questa lingua è intesa come ciò che l’apprendente conosce della lingua che sta
imparando, l’insieme delle conoscenze e l’effettiva produzione linguistica.
L’interlingua è un sistema che cambia nel tempo, può migliorare se si approfondisce lo studio ma può
anche peggiorare se lo si trascura. Abbiamo quindi un aspetto dinamico, che tende verso la LS che si
sta apprendendo nella sua forma più completa.
Gli stadi dell’interlingua sono uguali per tutti gli apprendenti, ma a variare è il risultato, l’esito finale e la
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velocità con la quale si passa da uno stadio all’altro. Le fasi sono le stesse anche nell’apprendimento
spontaneo e quello guidato, dove tutto procede più velocemente perché c’è più enfasi sulle forme,
mentre in quello spontaneo no.
La prospettiva dell’interlingua vede la lingua dell’apprendente come un sistema in evoluzione, dove gli
errori permettono di capire in che stadio si trovi. Abbiamo diverse tipologie di errori: quelli
intralinguistici (o evolutivi), che sono interni all’interlingua e dipendono dallo stadio di sviluppo
dell’interlingua ed errori interlinguistici, che dipendono dal rapporto con la lingua materna. Questi errori
sono chiamati anche di interferenza o transfer.
Le forme linguistiche dell’interlingua possono essere analizzate nell’errore che l’apprendente
commette ma non è una prospettiva corretta. Infatti l’interlingua serve proprio a capire cosa sa fare
l’apprendente.
Modularità
La modularità ha a che fare con i vari livelli di analisi linguistica. Nella prospettiva di chi usa la lingua, si
parte dai significati, cioè da ciò che si vuole comunicare, per arrivare a come viene prodotto
quell’enunciato fino alla forma fonica. Nella prospettiva dell’analisi si parte dall’aspetto fonico, per poi
capire quali significati vogliono essere espressi.
Un aspetto della modularità è quello della differenziazione tra le abilità linguistiche: abbiamo abilità
recettive (leggere e ascoltare), produttive (scrivere e parlare), interattive (gestire una conversazione),
metalinguistiche (la capacità di riflettere sulla lingua) e di mediazione (la capacità di saper mediare tra
lingue e culture diverse).
La modularità ci serve per riflettere sul fatto che la nostra competenza linguistica è più sviluppata in
alcune abilità piuttosto che altre.
Caratteristiche dell’input
L’input è qualsiasi pezzo o frammento di una L2 o LS al quale l’apprendente è esposto. In un contesto
di L2, ad esempio, si hanno input anche dal contesto urbano, come i cartelloni pubblicitari, gli annunci
alla stazione, volantini e così via. Nel caso della LS si hanno input solo quando si è a lezione, quando si
studia o quando si guarda un film in lingua. Senza input non può esserci apprendimento, tuttavia non
impariamo tutto ciò a cui siamo esposti. Basta pensare alle canzoni in inglese che conosciamo ma non
sappiamo con esattezza tutte le parole. Quindi può capitare che l’input non diventi intake, cioè
qualcosa che si interiorizza e può essere usato nella produzione. Per capire se un input è diventato
intake basta controllare l’output, cioè quello che produciamo.
Per far sì che l’input sia assimilabile ed efficace per l’apprendimento deve avere delle caratteristiche
specifiche: deve essere contestualizzato, strutturato, modificabile e negoziabile. Maggiore sarà
l’intensità di queste caratteristiche, più l’input sarà efficace per la comprensione e l’apprendimento.
Contestualizzazione
Un input contestualizzato è un input inserito in un determinato ambiente socio-linguistico, che ha a che
fare con la situazione comunicativa in cui l’input è prodotto. Il contesto riguarda la cultura, lo spazio e il
tempo in cui siamo esposti ad un messaggio.
Ogni input ha due tipi di informazioni: l’informazione contestualizzata, cioè la situazione comunicativa
alla quale si è esposti; e l’informazione linguistica, cioè quella che troviamo all’interno del messaggio 3
linguistico. Questi due tipi di informazione possono essere molto povere o molto ricche (es. “Prendi!”
ricca di contesto, povera di messaggio // “Chiacchierata al bar” ugualmente ricca di contesto e
→ →
messaggio // “Lezione di fonetica” povera di contesto, ricca di messaggio).
→
Più un input ha una ricca informazione contestuale e linguistica, più il processo di comprensione sarà
favorito. Tuttavia, fare troppo affidamento sulle informazioni extralinguistiche può creare dei
fraintendimenti, problemi o scontri linguistici e culturali, perché non tutti i contesti sono uguali e ciò che
a noi può apparire normale può essere stano per altri.
Strutturazione
L’apprendente di una lingua cognitivamente maturo e scolarizzato può fare affidamento sulle
conoscenze linguistiche nel processo di comprensione. Quando si ha un primo approccio con una
lingua che non si conosce non si parte da zero, ma si può fare affidamento sulla conoscenza generale
su come funziona il linguaggio in generale, in particolare sulla questione degli universali linguistici.
Questi indicano proprietà ricorrenti nelle lingue, come la presenza di parole grammaticali o di funzione
(articoli, preposizioni), fonemi, ma bisogna prestare attenzione anche alla struttura, al ritmo e così via.
Le conoscenze parziali di una L2 ci aiutano a comprendere maggiormente un input, ma ci possono
anche trarre in inganno. Uno dei casi in cui si crea più confusione negli apprendenti è quello dei verbi
psicologici. In frasi come “Riccardo piace a Michela”, l’apprendente non capisce bene chi piace a chi.
Modificabilità - foreigner talk
L’input è modificabile soprattutto da parte del parlante nativo. Non è raro notare che quando un nativo
si rivolge ad un apprendente, utilizza il cosiddetto foreigner talk. È quella varietà linguistica usata dal
parlante nativo quando interagisce con una persona che sta apprendendo quella che per lui è la lingua
materna. A livello fonetico si tende a parlare in modo iperarticolato, scandendo i suoni in modo lento e
chiaro, evidenziando i punti più informativi delle produzioni. Inoltre si evitano anche le forme contratte.
A livello morfologico si usano forme semplici (si preferisce dire “è molto facile” piuttosto di è “super
facile”), si evitano le derivazioni e l’uso di troppi prefissi, suffissi e così via. Dal punto di vista sintattico
si utilizzano frasi e costruzioni semplici e da quello lessicale è meglio usare iperonimi (fiore invece di
ciclamini). Bisogna però dire che il foreigner talk spesso è sgrammaticato e ciò non aiuta di certo
l’apprendente.
Modificabilità – teacher talk
Un’altra varietà di parlato modificato è il teacher talk, cioè il parlato dell'insegnante di lingua, che ha le
stesse caratteristiche del foreigner talk (è iperarticolato, più lento, l’intonazione serve a sottolineare le
cose che interessano, c'è un uso semplificato della morfologia, della sintassi) però è sempre corretto,
perché l'insegnante non può fornire un modello che sia scorretto. La complessità si basa sulle
competenze degli apprendenti.
modificabilità – baby talk
L’altra forma di parlato modificato invece è il baby talk, cioè quello che si usa con i bambini, in cui
troviamo sempre un’iperarticolazione, un parlato più lento e così via. Anche con i bambini di solito, dal
punto di vista grammaticale, si è scorretti. Questo perché si sa e si dà per scontato che il bambino in 4
futuro parlerà correttamente la grammatica. Inoltre, viene usato un lessico diverso, come la pappa, la
ciccia e la nanna, parole con determinate consonanti che si ripetono (p, c, n) che servono a far
riconoscere le parole al bambino.
Iperarticolazione vs. ipoarticolazione
L’iperarticolazione comporta un'articolazione accentuata di tutti i segmenti fonetici, per cui si parla
articolando tutti i suoni dal momento che si vuole che il l’interlocutore riconosca tutti i suoni che si
producono. Nel caso dell’ipoarticolazione invece non si presta attenzione alla produzione ma ci si
focalizza sul trasmettere un messaggio. Il parlato ipoarticolato è il nostro parlato colloquiale, quello che
si usa quando si parla tra amici o parenti, in cui i suoni non sono articolati in maniera attenta,
arronziamo la nostra produzione fonetica perché quello che importa è che il nostro interlocutore
recepisca il messaggio.
L'entità e la quantità delle modifiche che si apportano dipendono da una serie di valutazioni che i
parlanti nativi possono fare di fronte allo straniero. La valutazione riguarda anche il tipo di interazione,
per cui se si ha un'interazione docente-studente si parlerà in un certo modo, se invece si è per strada
come turisti si parlerà con una maggiore attenzione verso certi aspetti o altri. Più l’input è modificato ai
fini della comprensione, più sarà utile e trasformato in intake, e si spera anche in output.
Negoziabilità
L'ultima caratteristica (che verrà ripresa anche successivamente) è quella della negoziabilità. Spesso
capita di non capire cosa dice una persona che parla una lingua differente e piuttosto che chiedere di
ripetere ci limitiamo a sorridere e annuire. In realtà gli studi ci dicono che se non negoziamo, cioè se
non chiediamo di ripetere l’input, non favoriamo il processo di apprendimento.
La negoziazione consiste in una negoziazione di significato di forme relative all’input tra il nativo e il
non-nativo in un’interazione conversazionale. Le strategie di negoziazione sono la riformulazione e le
formulazioni. Se si dice di non aver capito, il nostro interlocutore ripeterà articolando meglio o dovrà
riformulare, quindi dire la stessa cosa con altre parole o potrà dislocare (es. “Puoi portare il libro a
Giovanni?” “Il libro, lo puoi portare a Giovanni?” (dislocazione a sinistra) oppure “Lo puoi portare a
→
Giovanni, il libro?” (dislocazione a destra)). Inoltre si può scomporre, creando due enunciati. Si
possono evitare avverbi o dei pronomi per semplificare, fare domande dirette piuttosto che giri di
parole.
Gli studi di linguistica dicono che più un apprendente chiede spiegazioni, più interagisce, più si facilita
il processo di attenzione selettiva per cui l'attenzione dell’apprendente è posta su determinate forme
che prima non si erano capite o che non si conosceva bene. Ci sono casi in cui è fuori luogo la non-
comprensione, come ad esempio durante un esame, in cui non è il caso di chiedere una negoziazione
perché bisogna mostrare quello che si sa fare.
Modello di levelt
Per spiegare il processo di comprensione viene utilizzato il modello psicolinguistico di Levelt. Questo
modello è del 1989 ed è nato come modello per spiegare il processo della produzione nelle lingue 5
materne. Successivamente è stato ripreso e rielaborato per adattarsi anche alle seconde lingue e al
processo di ascolto e comprensione. Il modello si struttura in diverse componenti e tipi di conoscenze,
dette procedurali, delle conoscenze che si rifanno a dei processi che sono messi in atto dagli
elaboratori. Poi ci sono delle conoscenze dichiarative, fattuali, che corrispondono a dei magazzini di
conoscenze.
Tra gli elaboratori abbiamo l’uditore, il decodificatore e l’interprete, che sono collegati alle conoscenze
dichiarative, che sono lessicali o generali. Secondo modello di Levelt, un messaggio acustico viene
recepito in primo luogo dall’uditore, colui che ascolta il messaggio. Il suo compito è quello di
trasformare un messaggio acustico, caratterizzato prettamente da onde sonore, in una stringa
fonetica; deve cioè riconoscere all'interno del flusso del parlato i suoni che corrispondono alla
realizzazione concreta dei fonemi ideali, quindi ha il compito di individuare questi suoni e trasformare
qualcosa che fisicamente arriva come onda sonora in una stringa fonetica.
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