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Psicologia empirica e psicologia sperimentale

La "psicologia sperimentale" di Wundt

Per Wilhelm Wundt, il metodo sperimentale era essenziale per definire la psicologia come scientifica: essa era scientifica in quanto sperimentale. Il metodo sperimentale si basava sull’intervento “volontario” dell’osservatore che manipolava e controllava i processi psichici in esame. L’osservazione era invece per lo studio dei “prodotti dello spirito” (la lingua, i costumi, ecc.), che non possono essere manipolati a volontà dal ricercatore.

Il metodo sperimentale fu strettamente legato al problema dell’impiego dell’introspezione. Solo nel secondo decennio del '900 essa fu abbandonata e il riferimento ai dati soggettivi fu duramente respinto. Wundt aveva ben chiari i limiti dell’introspezione, intesa come personale e libera auto-osservazione. Attraverso l’introspezione sperimentale si sarebbe dovuto seguire il corso della percezione interna degli eventi esterni senza l’influenza di fattori soggettivi e immagini derivate dalla memoria, lasciando fuori tutta una vasta gamma di fenomeni psichici, come il pensiero, le emozioni e la volontà.

Nel metodo sperimentale si ricorreva a misure oggettive come i tempi di reazione, o a resoconti soggettivi derivati dall'introspezione “controllata” del soggetto. La “nuova psicologia”, al pari delle scienze naturali, avrebbe assunto la mente come un prodotto di laboratorio, manipolato in condizioni sperimentali rigorose, descritto in termini matematico-statistici, generalizzabile nella sua struttura e nelle sue funzioni a tutti gli individui.

La teoria di Wundt è stata denominata “elementismo”, “atomismo” o “chimica mentale” poiché avrebbe ridotto la vita psichica a “composti” di elementi separati.

La "psicologia empirica" di Brentano

Franz Brentano rifiutava senz’altro la psicologia razionale, ritenendo che la psicologia dovesse basarsi su dati empirici e che il dato empirico era ottenibile con metodologie diverse, dall’osservazione alla sperimentazione, ma non esclusivamente con quest’ultima.

Il metodo fenomenologico* si collocava in una prospettiva più generale di studio dei processi psichici, in cui si privilegiava la dimensione dell’esperienza psichica individuale. Secondo il filosofo tedesco Dilthey, la realtà esterna può essere studiata con i metodi delle scienze naturali che appunto la spiegano in termini di relazioni di causa-effetto. Al contrario, la realtà interna non è riducibile a leggi generali e non è smembrabile in fenomeni distinti. Mentre le scienze della natura mirano allo studio di leggi generali, le scienze dello spirito sono scienze volte alla comprensione del singolo individuo nella sua storia concreta. Dev'esserci quindi nello psicopatologo un'immedesimazione nell'altro, che consiste nel tentativo di auto trasferirsi pari a quello dell'attore che si immedesima nel personaggio pur restando se stesso.

Più che sul contenuto dell’esperienza (quella sensazione, quel sentimento), l’accento è posto sull’esperire stesso (sul sentire, sul provare sentimenti). Ciò che è pensato non esiste come qualcosa di distaccato, al di là del pensare, è il pensare medesimo. Egli pone l'accento sul concetto di intenzionalità: l'oggetto è sempre presente, è immanente nell'atto psichico, non è distaccato come un qualcosa di esterno all'atto stesso.

* Approccio alla filosofia che inizia con l'esplorazione dei “fenomeni”. La fenomenologia non fornisce una visione del mondo definita, ma cerca di descrivere tutti i possibili punti di vista tenendo conto della cosiddetta “evidenza originaria”, ossia della nostra implicazione nel mondo; noi siamo sempre implicati nel mondo che stiamo descrivendo, e dunque nonostante i nostri sforzi non potremo mai fornirne una descrizione pienamente oggettiva. La fenomenologia tenta quindi di descriverne le dinamiche senza mai distaccarsene realmente, cosa che viene invece attuata dal metodo scientifico.

Husserl: l'atteggiamento naturale e il fenomeno

All’interno di un’impostazione fenomenista (n.b. da non confondere con fenomenologia; il fenomenismo è la concezione per cui gli oggetti fisici non esistono in quanto cose in sé, ma solamente come fenomeni percettivi o stimoli sensoriali), ciò che chiamiamo “cosa” sarà considerato solo un insieme di sensazioni della mente tenute insieme da un nome. La “realtà” diventa così solo una connessione tra immagini mentali. Husserl adotta quindi il punto di vista del solipsismo, che considera tutto ciò che si manifesta (comprese le altre menti) come una mia immagine mentale, poiché l'unica cosa di cui posso avere piena certezza è la mia esistenza. Questo ci conduce ad un vero e proprio scetticismo circa le capacità della ragione di accedere al reale.

È quindi necessario comprendere la funzione positiva dello scetticismo: la nostra credenza nell’esistenza del mondo esterno non viene mai messa in discussione (“tesi generale dell’atteggiamento naturale”): per noi, il mondo esiste. Tuttavia, questa ovvietà dell’atteggiamento naturale, dà luogo a quello che Husserl chiama “realismo ingenuo”. Lo scetticismo fa emergere come niente sia certo per noi, ci fa prendere coscienza del fatto che potremmo ingannarci proprio su ciò che consideriamo più certo.

Bisognerà quindi cominciare a reperire casi di evidenze indubitabili. Husserl, quindi, riprende l’argomentazione cartesiana: posso dubitare di tutto, ma è indubbio che io percepisco, e che nel mio percepire si manifesta un percepito (una sedia, un tavolo, degli alberi…). Ciò che è indubitabile è quindi il fenomeno, mentre ciò rispetto a cui è lecito avanzare il dubbio è l’esistenza trascendente. Per questo, a dover essere messa tra parentesi (epochè), è la tesi secondo cui il mondo esiste. La messa tra parentesi non ci fa perdere niente: il mondo, come prima, continua ad esserci dato. Solo che, adesso, ci è dato come puro fenomeno (che Husserl chiama visione originalmente offerente, vale a dire il modo in cui il mondo stesso si manifesta).

  • Idealismo. L'immagine che mi si forma nella mente è una copia dell'immagine reale;
  • Empirismo. È l'immagine che si è formata nella mia mente dopo aver percepito più volte quello stimolo;
  • Kant. Non possiamo conoscere le cose così come sono, ma solo come ci appaiono (noumeno kantiano);
  • Husserl. È il modo in cui le cose stesse si annunciano e attestano il loro essere. La cosa manifesta la sua essenza (da non intendere come qualcosa di trascendente, bensì come struttura insita nella cosa stessa).

Una volta chiarito questo, è necessario andare oltre. Non bisogna limitarsi a descrivere com’è fatto un soggetto empirico, ma bisogna utilizzare un metodo che ci permetta di sottrarci alle contingenze del nostro particolare modo di essere e di cogliere le strutture invariabili. La fenomenologia, quindi, ha bisogno di una prima riduzione, che Husserl chiama “eidetica”. Essa “ci consente di passare dal fenomeno psicologico alla pura essenza”.

Per cogliere le proprietà essenziali devo cogliere le invarianti strutturali, le caratteristiche specifiche di quell'oggetto che sono irriducibili e che lo determinano in maniera sostanziale. Un suono, per esempio, ha un'essenza o una struttura diversa da quella del colore, perché il suono non ha un'estensione spaziale come ce l’ha un colore. Se prestiamo attenzione al puro fenomeno notiamo che esso contiene un duplice aspetto:

  • Da una parte è manifestazione, è un contenuto di sensazione, un vissuto di coscienza (il percepire);
  • Dall’altra in esso si manifesta qualcosa (il percepito). La percezione porta strutturalmente con sé un percepito, un senso oggettuale, un “noema”. Non vi può essere percezione senza che qualcosa venga percepito.

La coscienza intenzionale

Parlando di coscienza, normalmente, la collochiamo al nostro interno, in opposizione all'oggetto che è invece fuori di noi. Sartre dice che questa impostazione concepisce la coscienza in maniera “digestiva”, come un qualcosa che assorbe le cose che la circondano. Husserl cerca invece di collegare coscienza e oggetto: non dobbiamo porre una divisione così netta, anzi, dobbiamo coglierne la relazione. Per capire questo abbiamo bisogno di definire il termine intenzionalità: la coscienza è intenzionale. Husserl riprende i concetti da Brentano: la coscienza è sempre diretta verso qualcosa, reale o immaginario. In questo modo, la coscienza si protende verso le cose del mondo. La correlazione intenzionale è quindi la capacità di collegare la coscienza alle cose stesse.

Le sensazioni diventano manifestazioni di qualcosa solo grazie all'atto intenzionale. Per esempio, avvicinandoci ad un albero abbiamo sensazioni continuamente diverse (grandezza, colore in base alla luminosità...) ma, se nel variare delle sensazioni, continua a manifestarsi sempre la stessa unità di senso (l'albero) è perché vi è un atto di coscienza che intende le molteplici sensazioni come manifestazioni diverse dello stesso albero. Se, al contrario, diciamo che qualcosa è solo un'illusione, lo diciamo perché l'esperienza ci suggerisce di abbandonare una precedente posizione di realtà.

L'intenzionalità è costituita da tre momenti:

  • Hyle sensibile, cioè la sensazione pura, la materia sensibile. Essa però non basta per poter comprendere un oggetto. La sensazione non deve essere pensata come un’immagine della cosa, bensì come la cosa stessa vista da una certa prospettiva.
  • Morphè intenzionale o nòesi. A seconda di come mi intenziono nei confronti di una figura, in base alla sua hyle, io posso interpretarla in maniera diversa (l'immagine qui in basso, ad esempio, in base alla mia nòesi posso percepirla come una papera o come un coniglio). La nòesi è la messa in forma dei contenuti sensibili: le sensazioni diventano dunque manifestazioni di qualcosa solo grazie all’atto intenzionale, che interpreta la sensazione come manifestazione dell’oggetto.
  • Noema, è la sintesi tra i contenuti della hyle e della nòesi. E' l'oggetto come mi si presenta alla percezione, ed è dunque indubitabile, poiché il suo essere non dipende dall'esistenza o dalla non esistenza del percepito. Il noema è, dunque, un termine medio tra il soggetto percipiente e l’oggetto reale: è ciò che credo che l’oggetto sia. Per questo motivo esso non coincide con l’oggetto reale.

L'epochè ci conduce, dunque, a comprendere che tutto ciò che noi poniamo come reale è qualcosa di costituito dalla coscienza.

Le sintesi passive

Ogni percezione necessita di un processo temporale (sintesi temporali). Noi percepiamo nel tempo, a differenza di quello che viene descritto nella catena psicofisica: in esso la percezione è un fatto immediato. Questo è errato, poiché i fenomeni, manifestandosi, assumono una forma temporale:

  • Ritenzione. Io ho coscienza di qualcosa senza averlo più intuitivamente di fronte. Avendo di fronte a me tre facce di un cubo, nel momento in cui lo ruoto ho ancora memoria delle facce precedenti. Io trattengo nella mia memoria le tre facce, che ricostruisco poi nella forma di “cubo”. Essa non è da confondere, però, con la rimemorazione: nella ritenzione non devo ricordarmi di qualcosa avvenuto tempo fa, ma faccio riferimento a qualcosa che è tutt'ora presente di fronte a me.
  • Protenzione. L’attesa che scaturisce dai decorsi che sono già passati. La protenzione anticipa il corso futuro della percezione, e con essa si crea un ipotesi circa ciò che si sta manifestando. Vedendo un cubo di fronte a me formulo un'idea di quello che sarà l'oggetto intero. Mi creo un'aspettativa, che può essere soddisfatta o meno, in base a quello che ho già visto. Se le tre facce del cubo che ho visto in precedenza erano nere, ad esempio, posso presupporre che lo sia anche la quarta; tuttavia, questa potrebbe essere anche di un altro colore. Questo ci dimostra che nel fenomeno è compresa l'immaginazione, che non è distinta e separata dal reale, ma ne fa parte in maniera intrinseca.

Ma che cosa motiva certe attese? La risposta conduce a un’altra funzione della coscienza che si esplica nelle sintesi associative. L’associazione allude a una capacità di rimandare; qualcosa (di presente) rinvia a qualcos’altro:

  • Associazioni in senso comune. Vale a dire qualcosa che rinvia a qualcos'altro. In questo caso si associa qualcosa che già conosciamo;
  • Associazioni originarie. Come facciamo a percepire qualcosa in quanto forma? Come è possibile che un oggetto si delimiti e si stagli dallo sfondo? Grazie alle associazioni originarie: una figura è de-limitata, letteralmente “limita qualcosa di infinito”. Con esse si forma quello che Husserl chiama il “fenomeno originario”, che si realizza in virtù del contrasto e della differenza (ad esempio, una macchia rossa che si staglia dallo sfondo).

Sia le sintesi temporali, sia le varie sintesi dell’associazione si sviluppano interamente nella sfera della passività, cioè senza che il soggetto intervenga attivamente e senza che, d’altra parte, possa far sì che le cose decorrano diversamente. Tuttavia, già col sorgere dell’attesa protenzionale si verifica un evento nuovo; l’io viene in qualche modo chiamato in causa, invitato a prendere posizione, ed è questo il momento in cui dalle sintesi associative si passa a quelle percettive (genesi attiva).

Le sintesi passive generano nell’io un’inclinazione a prendere attivamente posizione. Allorché io seguo questa tendenza che scaturisce passivamente vi è un volgimento attivo e faccio mia la tendenza passiva, la approvo, la considero esplicitamente motivata e razionale. In questo modo, dunque, sorge ciò che abbiamo chiamato morphè intenzionale o nòesi, cioè un modo di intendere e una credenza esplicita sull’essere dell’oggetto.

Le manifestazioni non diventano dunque manifestazioni di qualcosa grazie a un intervento sovrano del soggetto che conferisce loro, dall’esterno, una forma. I dati sensibili stessi non si presentano come materie “informi” soggette alle “interpretazioni”, ma esibiscono una capacità di autostrutturazione, poiché le sintesi passive alludono a una strutturazione interna a ciò che si manifesta, e dunque esprimono delle sintesi che si realizzano dalla parte dell’essere e non della soggettività. La percezione, infine, non è puramente soggettiva, ma è data dalla relazione tra me e l'oggetto.

Merleau-Ponty: la percezione come "essere al mondo"

È necessario abbandonare la fiducia ingenua e acritica nella scienza e tornare a guardare in faccia “le cose stesse”: quello che so del mondo, anche tramite la scienza, lo so a partire da una veduta mia e dalla mia esperienza di esso, senza di cui i simboli della scienza non significherebbero nulla. Si può vedere come la scienza classica dimentichi le sue origini e si creda compiuta. Per essa, il corpo cessa di essere l'espressione vivente di un ego concreto per diventare oggetto fra gli altri; viene pensato in termini di sistema fisico, o fisico-chimico, pur essendo esse delle astrazioni riconosciute dagli stessi fisiologi.

Ciò che non è sostenibile è che il mondo percepito sia una copia del mondo oggettivo, che verrebbe prodotta nel cervello attraverso scansioni lineari di stimolo-risposta. Il mondo della coscienza non è mai una copia, ma sempre una configurazione. Ciò non significa che sia una creazione ideale, ma che già a livello sensoriale si ha a che fare con strutture di senso e non con eventi fisici. Il primo atto filosofico consiste pertanto nel tornare al mondo vissuto al di qua del mondo oggettivo.

È dunque necessario introdurre la concezione di percezione come modalità di “essere al mondo”: la fenomenologia scopre che il mondo non è “fuori” e il soggetto “dentro”, bensì coglie la relazione intrinseca di essi. Io, soggetto, sono inserito nel mondo, e vi sono strettamente legato. Il corpo proprio è nel mondo come il cuore nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema. È il mio corpo con cui intrattengo con il mondo un rapporto descrivibile come un nastro di Moebius, in virtù del quale “interno” e “esterno” sono il diritto e il rovescio dell'unico circolo della visione. Essendo ovvio, il legame passa inosservato, e su di esso si costruiscono tutte le teorie del senso comune e della scienza, senza indagarlo preventivamente. La riduzione fenomenologica prende le distanze dall'esistenza per meglio valutarla e comprenderla.

La percezione

Vedere significa entrare in un universo di esseri che si mostrano. Mostrarsi significa emergere da una latenza che essi devono alla loro corporeità, al potersi nascondere alla vista. Apertura e chiusura non sono in questo senso opposte ma connesse; il manifestarsi di un oggetto è corrispettivo al celarsi di altri. L'attenzione non è un'associazione di immagini, ma la costituzione at...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Wakiwa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria della Percezione e Psicologia della Forma e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Torino - Accademia Albertina o del prof Farinella Gian Alberto.
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