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Riassunti di Economia e Mercato dell'Arte

Sono qui contenuti i riassunti per l'esame di Economia e Mercato dell’Arte (Triennio), basati su appunti personali e studio autonomo dei testi indicati dal docente Vittorio Falletti:

• Dispense fornite dal docente;
• "Guida al mercato dell'arte moderna e contemporanea", Chiara Zampetti Egidi;
• "I musei", Vittorio falletti, Il Mulino, Universale paperbacks.

Esame di Economia e mercato dell'arte docente Prof. V. Falletti

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ESTRATTO DOCUMENTO

Oligopolio

Questa è la forma di mercato più diffusa: pochi brand che vendono lo stesso

prodotto, ma con prezzi e caratteristiche diverse.

Il limite dell'oligopolio è che non è una forma di mercato prevedibile, a differenza delle

altre tre. Gli oligopolisti, infatti, hanno due possibilità: o competono tra loro per

ottenere maggiore potere di mercato, oppure fanno un accordo collusivo

trust

(comunemente chiamato "cartello” o " "), ovvero creano una sorta di monopolio

stabilendo gli stessi prezzi (ovviamente, molto alti) per i prodotti venduti. Il primo caso

avvantaggia il consumatore, mentre il secondo lo sfavorisce.

Esistono anche dei trust dichiarati, che tuttavia non possono essere sanzionati per

motivazioni politiche: è il caso dell'OPEC, in cui i membri sono sceicchi che rivestono

cariche politiche. Non potendo multare un governo, si ritrovano in una situazione di

enorme vantaggio. Altre definizioni

Econometria = branca dell’economia che sfrutta strumenti di tipo statistico con

finalità economiche.

Valore intrinseco = il valore dei materiali di cui è composto un bene.

capacità di un bene di trasformarsi, in tempi rapidi e senza perdite, in

Liquidità =

denaro.

Una banconota ha il grado di liquidità massimo, poiché si tratta di denaro. Un

qualsiasi oggetto usato messo in vendita, invece, ha un grado di liquidità più basso,

poiché il suo valore sarà svalutato rispetto al suo prezzo d’acquisto. Un bene che ha

un alto grado di liquidità è l’oro.

BREVE STORIA DELL’ECONOMIA

L’economia è una scienza esatta?

hard sciences”

Le cosiddette scienze dure (in inglese “ ) sono quelle comunemente

classificate come “esatte” e che consentono esperimenti ripetibili.

Tuttavia, epistemologi come Popper e Kuhn hanno messo in dubbio l'effettiva

3

precisione delle scienze esatte; dopotutto, ogni giorno viene fatta una scoperta

nuova in campo scientifico, e quanto veniva precedentemente detto diventa falso o

obsoleto. È’ inoltre bene ricordare che “scientifico” non significa “sicuramente vero”,

ma "frutto di un metodo rigoroso".

Kuhn ha invece introdotto il concetto di paradigma, ovvero di convinzione. Quando

una comunità scientifica si identifica in un paradigma, frutto di numerosi studi, esso

diventa difficile da estirpare; basti pensare a Copernico e a quanto ha dovuto subire

per aver diffuso la teoria eliocentrica.

Le scienze umane si distinguono dalle quelle dure proprio per l'impossibilità di

effettuare esperimenti ripetibili, essendo gli esseri umani troppo eterogenei. Pertanto,

l'economia non rientra affatto nelle scienze dure, poiché non è possibile replicare le

stesse modalità ottenendo sempre gli stessi risultati. Essa si occupa infatti di studiare

in che modo gli esseri umani organizzano le attività di produzione, consumo e

scambio dei beni, i problemi che ne derivano e il modo di affrontarli.

L’epistemologia è quella branca della filosofia che si occupa di analizzare l'evoluzione delle scienze, i

3

loro limiti e le loro possibilità. 4

La pre-economia

Sarebbe logico ritenere che l'economia sia una disciplina molto antica, o che

addirittura sia sempre esistita, poiché le transazioni economiche (seppure con valute

e modalità differenti) vengono attuate da sempre. Tuttavia, l’economia nasce soltanto

nel 1776, quando viene pubblicata dallo scozzese Adam Smith l’opera "Indagine sulla

natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni", comunemente abbreviato con "La

ricchezza delle nazioni".

Quando i cambiamenti economici impiegano secoli per realizzarsi, “fare come si è

sempre fatto” è una regola infallibile e non si rivela necessaria una disciplina per gli

scambi commerciali. Altro fattore che non consentiva lo sviluppo di una vera e

propria scienza economica risiedeva nell’imprevedibilità dei dati: una buona o una

cattiva annata dipende soprattutto dagli agenti atmosferici (la pioggia contro la

siccità, il freddo che non si porti via troppe vite…).

Prima che l’economia venisse sistematizzata da Smith, vi sono state due scuole che

possiamo considerare prescientifiche:

1. La scuola mercantilistica, sviluppatasi in Inghilterra intorno al 1600. All'epoca il

sistema monetario era basato sull'oro, pertanto quando si esportavano merci si

importava oro, e viceversa. L'Inghilterra ed altre potenze coloniali importavano

materie prime a basso costo, esportando i prodotti elaborati a prezzi vertiginosi.

La scuola mercantilistica riteneva che la ricchezza delle nazioni risiedesse nella

quantità di oro posseduto e considerava di conseguenza le importazioni come

svantaggiose.

Chiaramente si tratta di una spiegazione semplicistica; basti pensare alla Cina,

seconda al mondo per il PIL ma con scarse riserve auree, a differenza dell’Italia

4

(durante la crisi del 2008, infatti, si era pensato di venderne una parte, ma questa

scelta poteva far percepire all'estero quanto fosse drastica la situazione,

rendendo poco appetibile l'investimento nel nostro paese).

2. Nel 1750 nacque in Francia la scuola fisiocratica (dal greco "potere della terra"), la

quale riteneva che la ricchezza delle nazioni risiedesse nello sviluppo del settore

agricolo. François Quesnay fu uno dei maggiori esponenti.

Per poter spiegare il motivo di questa tesi è bene fare una digressione per chiarire

alcuni termini economici:

▪ input. In italiano vengono indicati come “fattori della produzione”, e sono:

❖ capitale (finanziario o fisico, come ad esempio attrezzature e impianti);

❖ terra (risorse naturali);

❖ forza-lavoro.

▪ output. Sono i prodotti risultanti dai fattori della produzione.

In agricoltura le sementi costituiscono gli input, che dopo essere state seminate

generano più semi di quanti se ne sono piantati. Differentemente, il lavoro del

falegname produce output inferiori agli input, poiché un ciocco di legno lavorato

genera uno scarto di produzione. Ne consegue che la scuola fisiocratica

penalizzava fortemente il settore manifatturiero, considerato improduttivo.

Adam Smith e la nascita dell’economia

La Rivoluzione Industriale

Prodotto interno lordo.

4

5

Immaginando un asse cartesiano in cui le ascisse rappresentano lo scorrere del

tempo e le ordinate una variabile composita (speranza di vita, PIL pro-capite ,

5

energia...), potremmo notare come negli ultimi secoli il grafico ha subito una brusca

impennata verso l’alto. Per gran parte della storia dell'umanità, i picchi alti e bassi si

sono sempre, bene o male, annullati fra loro, risultando una media vicina allo zero.

Per la prima volta nella storia dell’umanità, con la Rivoluzione Industriale il grafico è

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diventato più che positivo, segno di un grande benessere diffusosi tra la popolazione.

Smith scrisse “La ricchezza delle nazioni” in Gran Bretagna durante la Rivoluzione

Industriale. Date queste premesse, egli si pose alcuni interrogativi: quali sono le

cause di questo improvviso benessere? Durerà per sempre (o comunque molto a

lungo) o ci sarà una fase così negativa da compensare questo salto di qualità?

La teoria del valore-lavoro

Il primo grande contributo di Smith fu quello di introdurre il concetto di valore-

lavoro . Il valore dei beni dipende dalla quantità di lavoro che è stato svolto per

7

crearli, generando quindi il valore aggiunto, ovvero l'incremento di valore che deriva

da un'attività produttiva (fattore di cui non tenevano conto i fisiocratici).

A questo punto, nella misurazione del valore di un bene bisogna anche considerare

che tipo di intervento è stato fatto, poiché le ore di lavoro di un famoso artigiano non

sono le stesse di un neoassunto. Smith considera come unità di misura il reddito del

lavoro meno specializzato, moltiplicandolo a seconda delle necessità (il lavoro di un

famoso artigiano può valere, ad esempio, 10 ore di semplice manovale). Se poi il lavoro

viene effettuato da una macchina il conteggio è ancora diverso.

8

La ricchezza delle nazioni per Smith è dunque data dal lavoro umano. La sua visione

è chiaramente antropocentrica. Si potrebbe obiettare che un paese con grandi

riserve di oro o materiali preziosi è comunque più ricca di una che ne ha meno;

tuttavia, per essere utilizzabili, quelle risorse vanno estratte attraverso della

manovalanza umana.

La divisione del lavoro

Smith racconta che un giorno andò a visitare una fabbrica che produceva spilli

(quando ancora non vi erano le macchine), dove lavoravano degli ex contadini.

Dopodiché visitò la bottega di alcuni artigiani esperti, ed i livelli di produzione non

reggevano il confronto. Ma come era possibile allora che dei contadini producessero

molti più spilli di un piccolo gruppo di fabbri esperti?

La risposta per lui sta nella divisione del lavoro. Un fabbro non fa solo gli spilli, ma

anche i chiodi, i ferri di cavallo, i cancelli... Un operaio produce invece solo una parte

dello spillo; si specializza in un compito e lo ripete all'infinito.

La “mano invisibile”

Adam Smith, entusiasta seguace del capitalismo, riteneva che un sistema economico

in mano ai privati fosse praticamente perfetto.

In un'economia di libero mercato nessuno è obbligato a fare un lavoro in particolare;

d'altro canto, nemmeno i consumatori sono costretti ad acquistare un prodotto a

scapito di un altro (anche se noi sappiamo bene che molte scelte ci vengono imposte).

Il PIL pro-capite può subire grosse variazioni rispetto al PIL, poiché dividendo il totale per il numero di

5

abitanti si ottiene un risultato decisamente diverso. Una popolazione numerosa come la Cina ha un PIL

pro-capite più basso rispetto a quello del Giappone, mentre complessivamente è più alto.

Una Rivoluzione è un rovesciamento totale e rapido, che muta in maniera drastica una situazione.

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Diverso da "riforma", che mira anch'essa al cambiamento ma in modo più lento e meno drastico.

Il valore dei beni è direttamente proporzionale alla quantità di lavoro impiegato per produrli.

7 Si parla di obsolescenza programmata quando si progettano i dispositivi elettronici per non

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funzionare più dopo un tot di tempo, spingendo il consumatore ad acquistare il modello aggiornato.

Questo avviene anche con i macchinari industriali. 6

Tuttavia, in questo sistema apparentemente caotico, la "mano invisibile” del mercato

finisce sempre per equilibrare l'intero sistema economico. Il prodotto risultante sarà

dunque un sistema più che ordinato.

In un sistema economico che si autoregola, secondo Smith lo Stato non deve

laissez-faire

intervenire (politica del ) nelle dinamiche di mercato, e qualsiasi

intromissione sarebbe controproducente. I soli tre i casi ammetteva l’intervento dello

Stato erano la sicurezza interna (polizia), quella esterna (esercito) e l’amministrazione

della giustizia (magistratura).

Gli studi di Smith ben si inseriscono nel contesto della Dichiarazione d’indipendenza

americana. In quest'ultima, vengono infatti affermate le libertà individuali, che si

accordano con una politica economica liberista.

«L'egoismo individuale è benefico per tutti»

Adam Smith

In economia, con egoismo si intende la volontà da parte di tutti (consumatori e

venditori) di fare il proprio interesse. Il mercato funziona perché il venditore pensa

solo al suo guadagno, mentre il consumatore pensa soltanto al prodotto acquistato.

La scuola di Adam Smith è chiamata scuola economica classica o liberista, e rimase

pienamente in auge per un secolo.

La rendita differenziale e lo spettro Malthusiano

Smith si dimostrò piuttosto pessimista in merito al futuro. Egli riteneva infatti che,

prima o poi, ci sarebbe stata una compensazione estremamente negativa a

quell’improvviso benessere.

Questa visione fu condivisa da David Ricardo, uno dei maggiori esponenti della

scuola classica. Egli arrivò addirittura a dimostrare matematicamente l’imminente

declino (a differenza di Smith, infatti, esponeva le sue idee in maniera sistematica),

attraverso la teoria della rendita differenziale:

1. Dividendo le terre utilizzabili a fini agricoli in terreni di serie A, B o C, in una fase

iniziale i terreni migliori (A) saranno sovrabbondanti e dunque il loro affitto sarà

basso, o addirittura nullo.

2. Con il progressivo aumento della popolazione i terreni migliori non saranno più

disponibili e si dovrà fare ricorso a quelli di tipo B e poi C.

3. Quando anche i terreni più improduttivi verranno utilizzati, gli affitti dei terreni A

aumenteranno. I nuovi imprenditori saranno quindi più propensi ad affittare un

terreno che costa meno e rende abbastanza bene.

4. Quando anche i terreni di serie B e C chiederanno un affitto, sempre a causa

dell’aumento di popolazione, gli imprenditori arriveranno ad avere un guadagno

talmente basso da voler abbandonare quel tipo di produzione.

5. Nella peggiore delle ipotesi, se tutti gli imprenditori smettessero di investire in

agricoltura non ci sarebbero più prodotti alimentari.

Ovviamente quando Ricardo espose la sua tesi non esistevano ancora delle

tecnologie complesse in grado di sfruttare intensamente i terreni, rendendo

produttivi anche quelli meno fertili.

Thomas Malthus, seguace di Adam Smith, riteneva anch’egli che il progressivo

aumento demografico avrebbe portato ad una endemica situazione di povertà.

Chiaramente la sua previsione non fu esatta: eccezion fatta per i paesi in via di

sviluppo, l'aumento demografico continua senza particolari ostacoli. Malthus

affermava inoltre che dei salari troppo alti portano ad una crisi di sovrapproduzione,

e che dunque è bene fissarli poco sopra il minimo sindacale. Questa ipotesi viene

detta “spettro malthusiano”.

7 Karl Marx: economista classico “eretico”

Con la Rivoluzione Industriale le condizioni di vita raggiunsero livelli tra i peggiori mai

registrati. In Inghilterra, dopo gli Enclosures Acts , le persone furono costrette a

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lavorare 6/7 giorni a settimana per un numero di ore impressionanti. Si calcola inoltre

che l'80% del salario medio di un operaio venisse speso in pane.

10

Nel Tardo Medioevo, paradossalmente, alcuni servi della gleba avevano un tenore di

vita più alto. Capitava infatti che alcuni di loro acquistassero dei piccoli terreni in più

da coltivare, consentendo loro un reddito maggiore.

Karl Marx, teorico del comunismo, fu anche un importante economista classico. Di

fatto egli accettò la teoria del valore-lavoro e riconobbe l’importanza della

Rivoluzione Industriale, ma con un impianto teorico opposto a quello di Smith. Cercò

infatti di dimostrare come il capitalismo, essendo storicamente determinato ,

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avrebbe dovuto cedere il posto ad una nuova struttura economica.

Erano diversi i fattori che, a suo giudizio, sottolineavano l’imminente collasso del

sistema capitalista:

1. Le cicliche crisi che affliggevano l’economia;

2. Lo sfruttamento dei lavoratori (la misura dello sfruttamento è basata su una

proporzione tra ore di lavoro e guadagno, che deve garantire almeno un tenore

di vita minimo);

3. La pauperizzazione progressiva, ovvero il costante arricchimento dei borghesi e

il conseguente impoverimento dei proletari.

La conclusione è quindi opposta a quella di Smith: l'economia non deve essere in

mano ai privati, ma allo Stato, poiché noi tutti ne siamo parte. Marx auspicava quindi

l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, e quindi di fatto un

abbattimento del sistema economico classico.

La scuola Neoclassica o Marginalista

Circa un secolo dopo la pubblicazione de "La ricchezza delle nazioni", tre economisti

introdussero il calcolo delle derivate. Questa corrente si auto denominò la scuola

marginalista, termine che deriva dal concetto di utilità marginale.

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L’utilità marginale è data dall'incremento di utilità (ovvero di soddisfazione) che il

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consumatore ha quando consuma una frazione infinitesimale in più di prodotto.

Prendiamo come esempio dei biscotti e un consumatore che prova soddisfazione nel

mangiarli. Avere tanti biscotti è certamente meglio di averne uno solo (utilità totale),

ma l'utilità di ogni successiva unità di consumo è via via minore: ogni biscotto darà

quindi progressivamente meno soddisfazione del primo. Il calcolo delle derivate si

applica dunque alla quantità “in più” di prodotto.

Con il marginalismo si assiste ad un'evoluzione fondamentale: se per gli economisti

classici è la quantità di lavoro che definisce il valore di un prodotto, per i marginalisti

è il grado di soddisfazione che i consumatori gli attribuiscono.

Lo scopo dell'economia quindi non sta più nel capire in cosa risiede la ricchezza delle

nazioni, ma nel come gli individui possano utilizzare nel modo migliore mezzi scarsi

Fenomeno per il quale vennero recintate le terre comuni dove veniva fatto pascolare il bestiame, che

9

costrinse i contadini a vendere i loro terreni agli imprenditori per andare a lavorare in fabbrica.

In economia, salario e stipendio hanno significati diversi. Il salario è il compenso dell'operaio, mentre

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lo stipendio è la retribuzione di tutti gli altri.

Il materialismo storico è un importante concetto introdotto da Marx, che sottolineò come le strutture

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economiche non hanno validità eterna, ma bensì si applicano ad un’epoca storica adatta per poi essere

soverchiate da un nuovo modello economico.

Capacità di un bene a soddisfare un bisogno.

12 La quantità di soddisfazione che fornisce ogni singola dose di un bene consumato.

13 8

per ottenere la massima soddisfazione. Il problema neoclassico si pone pertanto nel

momento in cui si hanno risorse limitate e bisogni illimitati.

A differenza di quella classica, l'analisi neoclassica è statica : analizza la situazione

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del mercato attuale e non futura, senza tenere conto dello scorrere del tempo.

La scuola classica e quella neoclassica sono molto distanti per quanto riguarda la

definizione degli obiettivi dell’economia, ma concordano entrambe sulla neutralità di

laissez-faire

intervento da parte dello Stato (politica del ).

La crisi del ’29 e l’intervento dello Stato

laissez-faire

La politica del funzionò fino al 1929, quando la Grande Depressione (in

americano, il "Big Crash") si abbatté a Wall Street. Marx era stato l'unico del suo tempo

ad aver previsto che questo tipo di sistema, presto o tardi, sarebbe crollato.

Gli anni '20 sono stati denominati "ruggenti" per via del tenore di vita piuttosto alto

con il quale viveva ogni famiglia americana bianca di fascia medio-alta. Il passaggio

da questa euforia di gruppo alla crisi economica più grande mai vista rese

particolarmente difficile la ripresa economica.

Nell'arco di pochi mesi, infatti, il PIL americano si dimezzò. All'epoca le famiglie erano

monoreddito e perdendo l'unica entrata disponibile si finiva sul lastrico (anche per

via della scarsa propensione degli americani al risparmio).

La crisi del '29 perdurò per una decina di anni prima che fossero presi dei seri

provvedimenti, poiché questo tipo di evento non era stato previsto dalle scuole

economiche precedenti: bisognava rivedere i paradigmi fondanti.

L'idea generale, all’inizio, era che non vi fosse una pecca nel funzionamento del

mercato, ma che la crisi fosse stata scatenata da qualcuno che ne aveva

“manomesso” i meccanismi. L'accusa ricadeva quindi sulle associazioni sindacali che

imponevano un salario minimo ai lavoratori: ponendo un blocco, il mercato non

aveva potuto autoregolarsi.

John Keynes e la Teoria Generale

John Maynard Keynes si laureò in matematica a Cambridge, conseguendo poi un

master in economia. Si affermò sin dall’inizio come un importante esponente della

scuola neoclassica, ma a differenza della maggior parte degli economisti dell’epoca

Keynes conosceva molto bene la realtà quotidiana. Pur riconoscendosi nei principi

neoclassici, egli iniziò a dubitare che la direzione adottata fino a quel momento

potesse portare a dei risultati concreti.

Keynes rivoluzionò i paradigmi economici nel 1936, quando pubblicò la "Teoria

generale dell'occupazione e dell'interesse della moneta", comunemente abbreviato

con la "Teoria generale". Egli, a differenza dei suoi colleghi, avvertì l'urgenza della crisi

in atto (si dice che durante un convegno, quando un economista disse che il mercato

sul lungo periodo si sarebbe equilibrato, Keynes rispose che "nel lungo periodo

saremo tutti morti").

L'approccio statistico all’economia, inoltre, per Keynes non è valido. La statistica non

tiene conto di numerosi fattori imprevedibili; il futuro è sempre incerto, e non è

statisticamente determinabile.

Se gli esseri umani si comportassero in modo perfettamente razionale, nessuno

farebbe l'imprenditore, poiché i rischi statisticamente incalcolabili sono moltissimi

animal

(guerre, catastrofi naturali...). Per Keynes l'imprenditore è mosso dal cosiddetto

spirit, che rappresenta la volontà di investire nonostante il futuro incerto.

Si parla di analisi statica in ambito quando non viene considerato l'avanzare del tempo, e viceversa.

14

9

La domanda genera l’offerta

Keynes rovesciò i termini della Legge di Say : è la domanda che crea l'offerta, e non

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il contrario. La soluzione alla crisi economica stava nel far riprendere la domanda.

Analizzando la situazione egli obiettò la proposta di abbassare i minimi salariali.

Questi sono infatti un vantaggio, poiché consentono a tutti di avere dei soldi

spendere che finanziano le imprese e alimentano il mercato. laissez-faire

La proposta di Keynes fu quindi di abbandonare la politica del : Se il

mercato da solo non è in grado di raggiungere la piena occupazione , lo Stato deve

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intervenire economicamente per poi ritirarsi una volta raggiunto nuovamente il

pareggio di bilancio. Le politiche economiche con cui lo Stato può intervenire sono:

• Politica monetaria (tassi di interesse)

Se gli interessi sono molto alti il consumatore è disincentivato all'acquisto, ed è

semplice arginare una crescita eccessiva. Viceversa, abbassando i tassi di

interesse, si può stimolare la domanda. Tuttavia, questo non è sempre sufficiente

(basti pensare alla nostra situazione).

• Politica fiscale (ad es. sussidi ai disoccupati)

Sistema pre-keynesiano e keynesiano a confronto

Prima di Keynes, l’economia veniva considerata come un magnete: il sistema

economico tende naturalmente alla piena occupazione, e gli unici casi in cui ciò non

avviene è perché qualcuno è intervenuto “ostruendo il magnete”.

Keynes, invece, rovesciò la situazione: non esiste una tendenza automatica alla piena

occupazione. Il benessere economico dipende dalla “spinta”, più o meno energica,

É

data dalla domanda. come giocare a biliardo: solo con molta forza si può arrivare

all’ultima buca, ovvero alla piena occupazione.

Expectations

Keynes riteneva che è molto più semplice frenare l'economia piuttosto che stimolarla.

Questo concetto venne da lui espresso con una metafora: "you can lead a horse to

water, but you can't make him drink” (puoi portare un cavallo all'acqua, ma non puoi

obbligarlo a bere).

A questo proposito, è bene considerare un concetto di natura psicologica introdotto

da Keynes, ovvero quello di “aspettativa”. Se un consumatore ha aspettative alte

tende a spendere molto; diversamente, se il malessere è generalizzato, non spende

quasi nulla (anche se ne avrebbe la possibilità).

Domanda aggregata =

Consumi (acquisto di un privato) +

Investimenti (acquisto di un'azienda) +

G (spesa pubblica ) +

17

E (esportazioni) –

Enuncia che "l'offerta crea da sé la propria domanda". Say esclude la possibilità di una crisi di

15

sovrapproduzione generale, tenendo conto soltanto delle crisi di settore. Tuttavia, la crisi del ‘29

annullò la domanda di ogni settore.

Con “piena occupazione” si intende la mancanza o la scarsità di disoccupati all’interno di una nazione.

16 G = uscite; A = entrate

17 10

M (importazioni)

D = C + I + G + E – M

18

Se D e I sono insufficienti, lo Stato deve investire pur essendo in deficit, e quindi

indebitarsi, poiché il successivo slancio farà tornare il bilancio in pareggio.

Il moltiplicatore keynesiano

Prima di Keynes la macroeconomia non esisteva, poiché si riteneva che tutto ciò che

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è valido a livello individuale lo è anche a livello generale. La crisi del ’29, tuttavia,

dimostrò che in un periodo di crisi generale le persone tendono al risparmio. Se a

livello individuale questo costituisce un arricchimento, a livello generale arresta

l'economia. Keynes fu infatti il primo ad affermare che in tempi di crisi è necessario

spendere di più.

Il moltiplicatore keynesiano misura la percentuale di incremento del reddito

nazionale in rapporto all'incremento delle variabili macroeconomiche componenti la

domanda aggregata: consumi, investimenti e spesa pubblica.

L’incremento dipende dalla propensione marginale al consumo, ovvero il rapporto

tra l'incremento del consumo e l'incremento del reddito che ne è la causa.

La figura del disoccupato

Per Keynes, il disoccupato può essere involontario se vuole e può lavorare ma non

riesce a trovare lavoro, oppure volontario, nel caso in cui abbia trovato lavoro ma

non voglia accettare le condizioni proposte.

Fino a non molti anni fa questa definizione metteva tutti d'accordo, ma oggi sono

necessarie ulteriori specificazioni. Infatti, ora vi sono numerosi casi di sfruttamento

da parte delle multinazionali, che non garantiscono nemmeno le condizioni di lavoro

minime. In tal caso, se qualcuno si rifiuta di firmare un contratto, non è possibile

parlare di disoccupati volontari.

Cosa ne fu delle teorie keynesiane?

Il presidente Roosevelt applicò le teorie keynesiane con il New Deal (letteralmente “il

nuovo corso”), una politica economica che ridiede vigore al mercato.

Ancora oggi, molti liberisti credono che questa strategia non risolva il problema, ma

che ne crei un altro, ovvero il debito pubblico. Purtroppo, dal dopoguerra in poi,

questa ipotesi si concretizzò. Si iniziò ad abusare della spesa pubblica, inducendo

artificialmente il cosiddetto Welfare State e creando un debito pubblico smisurato.

20

Pur avendo scritto pagine e pagine contro la speculazione in borsa (una delle cause

principali della crisi del ’29), al momento della sua morte Keynes possedeva un

patrimonio di 2 milioni di sterline tra azioni vendute e opere d'arte. Davanti al palazzo

di Wall Street, oggi vi è la scultura di un toro in suo onore, per via di un'espressione

bear bull

da lui coniata: l'orso ( ) significa ribasso, il toro ( ) significa rialzo.

E ed M insieme creano il saldo della bilancia commerciale.

18 La macroeconomia studia i fenomeni aggregati. La microeconomia, invece, studia i fenomeni

19

economici a livello individuale (un consumatore un imprenditore...).

Letteralmente “Stato del benessere”. Con questa definizione si intende lo Stato che ti aiuta sotto tutti

20

i punti di vista, dandoti molto più di quello che spendi.

11 PARTE

SECONDA

Il mercato

dell’arte 12

INTRODUZIONE

Il Situazionismo e la natura dell’arte

L'opera d'arte possiede una duplice natura: quella simbolica (viene infatti indicata

come un bene semioforo ) e quella economica.

21

Nel 1957 venne fondato a Cosio d’Arroscia (Liguria) l’Internazionale Situazionista. Il

teorico principale del gruppo fu Guy Debord, che operò insieme agli artisti Pinot

Gallizio, Asger Jorn e Piero Simondo.

Questo movimento tentò di abolire la componente economica dell’opera d’arte

attraverso la Pittura Industriale ideata da Gallizio, il quale auspicava di creare un’arte

“made in popolo”. L’operazione prevedeva la realizzazione di grandi rotoli di tela

dipinti in modo industriale con dei gesti informali, successivamente venduti al metro.

In questo modo si cercava di rendere partecipi al mondo dell’arte tutti gli strati di

popolazione: a un prezzo così basso, anche un operaio poteva acquistare un’opera.

L’operazione, tuttavia, si rivelò un fallimento. Difficilmente un operaio poteva essere

interessato all’acquisto di un bene così bizzarro e l’attenzione sul fenomeno fu

esclusivamente dei critici.

Un mercato chiuso

Il mercato dell'arte non è molto trasparente, tant’è che alcuni economisti sono arrivati

a definirlo "opaco". Vi sono moltissime strategie economiche sconosciute ai più, che

portano il mercato dell'arte ad essere piuttosto elitario.

Conferire un senso di esclusività e creare un'aura speciale sono due dei modi più

usati da chi commercia in questo mercato, per aumentare la percezione del valore di

É

ciò che viene venduto. quindi comprensibile che chi vi lavora sia più interessato ad

accentuare l’elitarismo piuttosto che ad eliminarlo, e che spesso sia restio a tentativi

di trasparenza e inclusione.

Va però sottolineato che la raccomandazione, nel mondo dell’arte, non è così

É

frequente. infatti raro che vi siano artisti famosi che siano diventati tali grazie a

delle conoscenze di personaggi potenti.

Il falso nell’arte

La cosiddetta beffa del 1984 ebbe come protagonisti degli studenti livornesi. Durante

degli scavi effettuati in un fiume, questi decisero di buttare in acqua delle sculture

false rimettendo in circolazione la leggenda che Modigliani, prima di morire, lanciò

in acqua delle teste di pietra.

Le opere vennero riconosciute dai maggiori esperti come autentiche, ad eccezione

di Federico Zeri e pochi altri. Quando l’attenzione mediatica per l’evento crebbe a

dismisura, gli studenti uscirono allo scoperto realizzando le sculture in diretta TV.

F for Fake

Orson Welles in utilizzò parte delle riprese girate per un documentario sul

famoso falsario di opere d’arte Elmyr de Hoor, alternandole a spezzoni di film per

dimostrare che il cinema si basa sull'illusione e su una falsa verità assunta come

realtà. Oltre a Elmyr, tra i personaggi che vengono descritti vi sono il giornalista

Clifford Irving, autore di una finta autobiografia di Howard Hughes, e la bellissima

Oja Kodar e la storia (falsa) secondo cui ispirò un ormai anziano Picasso.

Se lasci un dipinto sulle pareti di un museo per molto tempo, questi diventa autentico.

Elmyr de Hoor

Sul tema del falso nell’arte è inoltre importante citare almeno un caso degli “artisti

che falsificano se stessi”. Tra i più celebri vi fu De Chirico, che realizzò dei dipinti

retrodatandoli per raggiungere delle quotazioni più alte.

Dal greco, “portatore di significato”.

21

13 L’ECONOMIA DELLA CULTURA

Esternalità positive

Smith e Ricardo furono i primi ad affermare che l’arte produce esternalità positive.

22

Prendiamo come esempio l’ipotetica costruzione di uno stadio in un quartiere ricco:

le esternalità prodotte sarebbero principalmente negative poiché, pur portando

maggiore turismo, la zona diverrebbe caotica e rumorosa.

Diversamente, la costruzione di un museo comporta più benefici che svantaggi,

poiché il suo target non prevede, ad esempio, gli hooligans. La cultura viene infatti

23

spesso utilizzata per le operazioni di gentrificazione e per la creazione di distretti

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culturali, poiché normalmente l’impatto sulla zona interessata è positivo.

Museo Guggenheim di Bilbao

Uno dei casi più eclatanti di esternalità positive prodotte dalla cultura fu quello del

museo Guggenheim di Bilbao. Questa città era sostanzialmente sconosciuta ai più, e

nel 1997 si decise di rilanciarla con la costruzione dell’edificio di Frank Gehry (sull’onda

dell’avveniristico Guggenheim di New York di Lloyd Wright). Anche grazie ad una

ingente campagna mediatica, pochi anni dopo i visitatori si assestarono a 1,5 milioni

l’anno, i posti di lavoro creati furono 4.000 e il PIL della regione aumentò dello 0,47%,

per un valore assoluto pari a 140.000.00€.

Il morbo di Baumol

Il primo testo che si occupò di economia della cultura fu quello degli economisti

Baumol e Bowen: “Performing Arts. The Economist Dilemma” (1966). I due analizzarono

il settore manifatturiero, che può configurarsi essenzialmente in due modi:

• Bassa integrazione verticale (più aziende che si occupano della produzione dei

vari componenti del prodotto);

• Alta integrazione verticale (un’azienda incorpora tutti gli aspetti di creazione del

prodotto, riducendo notevolmente i costi).

Essi notarono come l’evoluzione tecnologica abbia permesso di aumentare

notevolmente i ritmi di produzione nel settore manifatturiero. Questo non è invece

Con il termine “esternalità” si intende l’impatto che può avere un’attività produttiva sull’ambiente che

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la circonda.

In lingua inglese significa “bersaglio”. Indica un obiettivo posto come traguardo da raggiungere per

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una determinata strategia finanziaria, aziendale, commerciale o di marketing. Ad esempio, il target di

una azienda che produce giocattoli sono i bambini.

Trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento

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della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. 14

accaduto nella cultura, poiché ad esempio mettere in scena un’opera di Shakespeare

richiede gli stessi input di quattro secoli fa.

All’interno dell’opera viene infatti definito il “Morbo di Baumol” il fatto che in molti

spettacoli dal vivo (concerti, opere teatrali…) è quasi impossibile coprire tutti i costi

É

esclusivamente tramite la biglietteria. quindi necessario l’intervento dello Stato, che

colmi il gap economico.

Tuttavia, un eccessivo interventismo può distorcere la naturale evoluzione nell’offerta

di beni e servizi culturali. Per ottenere le sovvenzioni, le imprese culturali tendono ad

orientarsi più sul gusto degli investitori che su quello del pubblico e a “gonfiare” i

propri preventivi per ridurre al minimo i costi a loro carico.

L’Italia è stato uno dei primi paesi, durante il ventennio fascista, a istituire un

Ministero della Cultura Popolare. Oggi lo Stato italiano sostiene finanziariamente le

arti figurative e gli spettacoli dal vivo.

I MERCATI

Andamento economico

Anno Andamento del mercato dell’arte

Inizio del secolo Fatturato di 2 miliardi di dollari

1991 Contrazione dei prezzi

2006 Incremento dei prezzi

2008 Contrazione dei prezzi

straordinaria vendita di Damien Hirst di 300

2009 Ripresa del mercato

opere a 111 milioni di sterline

2010 Rapida impennata

i fatturati annuali si riducono comunque

2011 Apice dei prezzi

sensibilmente: Christie's del 47% e Sotheby's

del 60%

2012 Fatturato di 12,269 miliardi di dollari

l'arte vende più che in ogni altro momento

nella storia del mercato

Geografia

L'Europa e gli USA sono stati a lungo i centri indiscussi del mercato dell'arte

internazionale, ma nel ventunesimo secolo si è assistito ad una perdita di centralità

dell’occidente. Se nel 2000 gli USA rappresentavano il 50% del mercato globale, 10 anni

dopo questo valore si riduceva a circa la metà, per lasciare il posto alla Cina. Dopo

Cina e USA, il terzo centro principale per il mercato dell'arte rimane l’Inghilterra.

1. New York

È’ il centro principale del mercato occidentale fino agli anni ‘50. La vitalità del

mercato qui si deve soprattutto a Sotheby's e Christie's, ma anche a Phillips e ad

Armory Show. Qui si vendono le opere dei nomi più richiesti dal mercato.

2. Londra

È’ la capitale del mercato in Europa, ma è anche un potente centro internazionale.

Vi ha sede l’importante fiera d’arte Frieze.

3. Parigi

Dopo aver rivestito per secoli è un ruolo centrale nel mercato dell'arte, oggi ricopre

una posizione di secondo piano nel panorama internazionale. Se nel 1950

rappresentava l’80% del mercato dell'arte, nel 2012 ne rappresenta solo il 4%.

4. Berlino

É uno dei principali centri per l'arte contemporanea in Europa. Chi va a Berlino

cerca perlopiù opere di giovani artisti emergenti. Qui vi è la sede di Art Cologne,

la più antica fiera d’arte moderna e contemporanea del mondo.

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5. L’Italia

Rappresenta circa l’1% del mercato all'asta globale. Milano è il centro commerciale,

Venezia è meta imperdibile per la Biennale, Torino ha una lunga tradizione di

buoni collezionisti e vi ha sede Artissima mentre Bologna è la sede di ArteFiera.

6. La Cina

Il mercato dell'arte asiatico è cresciuto enormemente nell'ultimo decennio, grazie

alla fiorente economia e al forte desiderio di investire insito nel popolo cinese. Nel

2012 è stata introdotta una regolamentazione per limitare la speculazione.

7. Hong Kong

Rispetto al resto della Cina, Hong Kong concede agli artisti un’ampia libertà di

parola. È’ un punto privilegiato per raggiungere i collezionisti di tutta l'Asia.

8. Gli Emirati Arabi Uniti

Il Qatar è il maggiore collezionista oggi attivo nel mercato globale, mentre il Medio

Oriente è passato da 1,7 milioni di dollari nel 2006 a 29,8 milioni nel 2010 di fatturato

alle aste internazionali. Essendo poi produttori di petrolio, vi sono enormi

disponibilità finanziarie che hanno fatto sì che il Qatar venisse definito l'Eldorado

del mercato dell'arte.

9. Il Brasile

Pur rappresentando meno del 1% del mercato globale, il paese si propone come

un promettente centro artistico e vi risiedono facoltosi collezionisti.

10. La Russia

L'arte russa è soggetta a una forte speculazione, è poco trasparente ma

sostenuta dalle fortune provenienti da petrolio, gas e materie prime, destinata

quindi a rimanere forte. L'attuale regime non è impegnato nella promozione

dell'arte e numerose gallerie a Mosca hanno dovuto chiudere.

11. L’India

È’ uno dei paesi con il tasso di crescita fra i più alti al mondo. Questo benessere

ha favorito l'aumento del numero di gallerie private e una maggiore

professionalità nel mercato dell'arte.

12. Istanbul

L'interesse per l'arte contemporanea da parte dei collezionisti locali è piuttosto

recente, ma i compratori stanno aumentando in modo esponenziale.

13. La Svizzera

Ha una scena artistica vivace e ospita la fiera d'arte annuale più vasta e

prestigiosa del mondo: Art Basel. Tuttavia, molte gallerie di fama mondiale hanno

dovuto chiudere o ridurre le loro attività a causa dell'età avanzata o della morte

dei loro fondatori, dimostrando una falla nel sistema.

IL PREZZO

La valutazione dell’opera

Dare un prezzo a un'opera non potrà mai essere una scienza esatta. Le opere d'arte

sono uniche e rare, con una storia individuale che ne influenza il prezzo, e sono

circondate da una sorta di aura immateriale che è difficile da quantificare.

Alcune volte lo stesso lavoro può avere due prezzi inspiegabilmente diversi a

distanza di anni. Vi sono poi i soggetti più o meno richiesti, come il Periodo Blu o Rosa

e i ritratti di Dora Maar di Picasso, che ottengono quotazioni molto più alte rispetto

al resto della sua produzione.

La mancanza di trasparenza e regolamentazione del mercato dell'arte, inoltre, rende

difficile definire i prezzi, poiché la maggior parte delle transazioni sono fatte

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Corso di laurea: Corso di laurea in pedagogia e didattica dell'arte
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Wakiwa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e mercato dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Torino - Accademia Albertina o del prof Falletti Vittorio.

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