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Economia ambientale

Cenni storici

Le origini dell’economia dell’ambiente risalgono agli anni '60, quando inizia a svilupparsi un punto di vista “verde” e che riunisce intuizioni e concezioni che vanno sotto il nome di ambientalismo. Per comprendere l’economia dell’ambiente è importante riconoscere che il nostro sistema economico, per poter funzionare, ha bisogno di sistemi ecologici; ciò significa che l’economia deve estrarre risorse (materie prime e combustibili) dall’ambiente, lavorare queste risorse (trasformarle in prodotti finiti destinati al consumo) e ricollocare nell’ambiente le risorse trasformate o consumate (rifiuti).

Limiti ecologici all’economia

L’attività economica, però, è vincolata e limitata dalle capacità degli ambienti naturali. Il concetto di limiti trova le sue origini in pensatori come Malthus (1798), Ricardo (1817) e Marx (1867). Malthus era preoccupato dai “limiti assoluti”: egli riteneva che la crescita della popolazione avrebbe superato la crescita dei mezzi di sussistenza e che ciò avrebbe portato alla miseria, lo “stato stazionario”. Ricardo era invece preoccupato dai “limiti relativi”: egli riteneva che, man mano che le risorse migliori venivano sfruttate, vi era un aumento dei costi di sfruttamento. Marx ritenne che lo sviluppo economico poteva essere limitato da agitazioni sociali e politiche.

Negli anni '70, durante lo sviluppo dell’economia dell’ambiente, il tema dei limiti venne ampliato introducendo le preoccupazioni di ordine etico, come ad esempio l’impatto negativo di un sistema economico in rapida crescita oppure le prospettive delle generazioni future e dell’ambiente naturale. Nel diciannovesimo secolo, J.S. Mill (1857) ritenne che il processo di sviluppo economico sarebbe sfociato in uno “stato stazionario” in cui ci sarebbe stato uno stock costante di capitale umano e uno stock costante di capitale fisico (macchinari, edifici, ecc.). Fra l’altro, Mill sostenne che questa società era socialmente desiderabile perché in grado di assegnare alle persone tempo e spazio per la vita.

Parte prima

Cap. 1 - Economia e ambiente

L’ambiente svolge nei confronti del sistema economico delle funzioni:

  • È una base di risorse naturali, rinnovabili e non;
  • È un complesso di beni naturali (siti ricreativi, parchi, paesaggi);
  • È un assimilatore di rifiuti che possono essere inquinanti stock (quelli che l’ambiente non riesce a smaltire, es. scorie radioattive) o inquinanti flusso (che si possono smaltire).

I manuali tradizionali sono soliti considerare l’economia come un sistema chiuso e lineare non avente alcun rapporto con il sistema economico nel complesso. In tale modello le uniche relazioni fondamentali sono quelle tra: imprese, mercato e famiglie; le imprese offrono beni e servizi; il mercato è il luogo dove acquirenti e consumatori si incontrano e vi è l’interazione tra domanda ed offerta; le famiglie sono detentrici di risorse, le imprese sono utilizzatrici di risorse. Questo sistema mira alla massimizzazione del profitto per le imprese e alla massimizzazione dell’utilità per le famiglie. Tale modello è stato accettato fino al 1966; esso rappresenta un modello semplificato della realtà che non tiene conto delle interrelazioni dell’economia con l’ambiente.

L’economia dell’ambiente è, invece, un sistema aperto e circolare, e tutti i suoi tre processi fondamentali di estrazione, lavorazione e consumo, creano prodotti di scarto che alla fine tornano all’ambiente. Le interazioni economia-ambiente sono meglio descritte dal modello di bilancio dei materiali, basato sulla prima e seconda legge della termodinamica:

  • Legge della conservazione della materia: stabilisce che non è possibile né la creazione, né la distruzione della materia; pertanto ogni estrazione, produzione e consumo delle risorse, comporta la creazione di una quantità di prodotti di scarto uguale a quella delle risorse impiegate;
  • Legge della degradazione dell’energia: stabilisce che tutti i processi economici generano una diminuzione della capacità delle risorse di produrre lavoro utile; pertanto non tutti i prodotti di scarto possono essere reimessi nel flusso delle risorse (riciclaggio).

In questo modello, l’economia è rappresentata come un sistema aperto che estrae materiali ed energia dall’ambiente e che reimette nell’ambiente stesso, alla fine del ciclo produttivo, un’identica quantità di rifiuti. Troppi rifiuti nel posto sbagliato e nel momento sbagliato provocano inquinamento e i cosiddetti costi esterni (esternalità). Tutti i sistemi economici prevedono un certo numero di meccanismi che generano flussi di riciclaggio.

Dalla fase di estrazione a quella di lavorazione si crea il flusso di riciclaggio (1) noto come “flusso dei residui interni”, in quanto il materiale riciclato non lascia mai l’impianto di lavorazione; dalla fase di lavorazione a quella di trasformazione si crea il flusso di riciclaggio (2) noto come “flusso dei residui immediati”, che richiede l’intervento di una ditta specializzata per poter raccogliere gli scarti e restituirli alla lavorazione di base; dalla fase di trasformazione a quella della distribuzione si crea il flusso di riciclaggio (3) detto dei “residui commerciali”, composto da scarti di imballaggio ed è l’attività principale delle imprese di riciclaggio; dalla fase di distribuzione a quella del consumo si crea il flusso di riciclaggio (4), detto dei “residui post-consumatore” costituito dagli scarti di famiglie e piccole attività, potenzialmente riciclabili. Il flusso di riutilizzo (5) è una pratica quasi scomparsa, ed ora è confinata alle bottiglie restituibili e a qualche altro esempio.

L’attività di riciclaggio è molto elevata nei tipi 1 e 2; un po' meno nel tipo 3, e più ridotta nel tipo 4 e 5. Questo dipende da 4 fattori:

  • La massa (volume dei materiali riciclabili); nei primi tipi è molto significativa; negli altri più ridotta;
  • L’omogeneità (consistenza in termini di qualità); nei primi molto elevata; negli altri più ridotta;
  • La contaminazione (il grado in cui i vari materiali vengono mescolati insieme); molto bassa nei primi tipi; elevata negli altri;
  • L’ubicazione (i punti in cui i materiali vengono scaricati); unica nei primi tipi; diffusa dispersione negli altri.

In termini finanziari, la redditività dei primi tipi è molto più elevata rispetto al flusso 4, il quale può essere considerato non redditizio. Il tasso nazionale di riciclaggio è dato: tonnellaggio riciclato annualmente/tonnellaggio disponibile per il riciclaggio ogni anno.

Cap. 2 - Ambiente ed etica

L’ambientalismo è un movimento sociale e politico che propone un diverso sentimento e comportamento nei confronti della natura e che dà origine a varie ideologie, in base al livello di sensibilità verso i temi “verdi”. Sotto l’aspetto economico queste ideologie sembrano avere 3 aspetti in comune:

  • I sistemi economici non devono più essere orientati al soddisfacimento dei bisogni del singolo in modo sfrenato e senza controlli, ma devono essere orientati sui bisogni della collettività;
  • L’economia verde è in grado di riprodursi in accordo con un criterio di sostenibilità;
  • L’economia verde deve evolvere nel tempo in modo che la crescita dell’attività economica non abbia effetti sull’ambiente.

Le varie posizioni sull’ambiente, in maniera semplificata, si possono raggruppare in due grandi aree ideologiche: il tecnocentrismo e l’ecocentrismo, al cui interno si riconoscono una visione moderata e una visione più radicale. Da tali visioni si originano 4 diversi livelli di sostenibilità: sostenibilità molto debole, sostenibilità debole, sostenibilità forte e sostenibilità molto forte.

La sostenibilità debole e molto debole rientrano nel tecnocentrismo. Tale visione sostiene che la sostituibilità dei fattori produttivi possa essere il giusto compromesso al problema della scarsità delle risorse. La visione molto debole (o tecnocentrismo dell’abbondanza) sostiene una economia antiverde; vorrebbe un mercato libero e senza vincoli, basato sul pieno sfruttamento delle risorse e sulla massimizzazione del PIL. In tale visione vi è la convinzione che il progresso tecnico sarà in grado di superare i limiti ambientali, sostituendo via via le risorse esaurite (ampie possibilità di separazione). La natura ha valore strumentale.

La visione debole (o tecnocentrismo accomodante) sostiene una economia verde guidata da strumenti economici di incentivazione, e una conservazione e gestione delle risorse. In tale visione vi è il tema della preoccupazione per gli altri con i concetti di “equità intergenerazionale e intragenerazionale”.

La sostenibilità forte e molto forte rientrano nell’ecocentrismo. Tale visione non ammette la perfetta sostituibilità delle forme di capitale, poiché vi sono elementi del capitale naturale che non possono essere sostituiti e pertanto vanno tutelati. Nella visione forte (o ecocentrismo comunitario) si sostiene una economia profondamente verde, con salvaguardia delle risorse. In tale visione si afferma che i livelli di scala non devono ridursi ma neanche aumentare, e ciò si traduce in sviluppo economico e crescita della popolazione nulli (economia di stato stazionario). Gli ecosistemi hanno un valore primario e gli interessi collettivi hanno la precedenza su quelli degli individui.

Nella sostenibilità molto forte (o ecologia radicale) si sostiene una economia rigorosamente verde, con la preservazione estrema delle risorse. In tale visione è imperativo una riduzione di scala dell’economia e della popolazione. La natura ha un valore intrinseco, indipendentemente dall’uomo, e vengono riconosciuti diritti e interessi morali a tutte le specie non umane (accettazione bioetica).

Dal punto di vista etico, la regola dello sviluppo sostenibile, detta del “capitale costante” si basa sull’equità intergenerazionale, nel senso che le generazioni future devono godere delle stesse opportunità delle generazioni presenti, e sull’equità intragenerazionale, e cioè che le prospettive delle generazioni future non siano danneggiate da quelle attuali. Da ciò l’esigenza di un “contratto sociale” che garantisca nel futuro le stesse opportunità del passato.

Cap. 3 - La crescita economica, l’aumento della popolazione e l’ambiente

L’economia e l’ambiente sono strettamente collegati; l’attività economica è un processo di trasformazione di materiali ed energia, e tali materiali alla fine del processo riappariranno sotto forma di rifiuti che verranno scaricati nell’ambiente. Quindi tanto più l’economia cresce, tanto maggiore sarà la quantità di rifiuti prodotti. Gli ambienti di cui disponiamo per il trattamento di rifiuti (fiumi, discariche, atmosfera, ecc.) hanno capacità limitate di assorbimento, e quando si superano tali capacità è possibile causare danni severi all’ambiente.

Vi sono principalmente due limiti allo sviluppo economico:

  • Le limitate capacità degli ambienti naturali di ricevere rifiuti;
  • La disponibilità limitata delle risorse esauribili, presenti in natura secondo stock finiti (mentre per le rinnovabili se usate in modo sostenibile è possibile la rigenerazione).

Un modo per misurare la crescita economica è considerare l’aumento del PNL pro capite e non il PNL (in fin dei conti gli individui non stanno meglio economicamente se l’economia cresce ma il livello medio del reddito diminuisce). In alcuni paesi si è visto che l’aumento della popolazione porta ad una accelerazione dello sviluppo economico e, di conseguenza, ad un aumento del reddito medio. Però l’aumento della popolazione porta ad uno sfruttamento maggiore delle risorse e degli ambienti naturali (si pensi alla deforestazione per necessità di terreni, alla richiesta di acqua). Pertanto molti ambientalisti ritengono che è necessario arrestare lo sviluppo proprio per l’interazione che esiste fra aumento della popolazione, crescita economica, disponibilità di risorse e smaltimento dei rifiuti.

I critici a tali tesi sostengono, invece, che tali limiti non esistono affatto perché:

  • La tecnologia permetterà di far durare sempre più a lungo le risorse naturali;
  • Vengono scoperti di continuo nuovi giacimenti di risorse;
  • Le tecnologie inquinanti si possono sostituire con quelle meno nocive;
  • Secondo la teoria della domanda e dell’offerta, quando le risorse scarseggiano il loro prezzo aumenta e questo induce gli individui a conservarle e a sostituirle con altre.

È bene operare pensando che esistono dei limiti per la salvaguardia del patrimonio ambientale, anche perché esistono delle aree del mondo in cui vi è una quantità di individui superiore al livello di sussistenza.

Cap. 4 - Lo sviluppo sostenibile (evoluzione del concetto)

Si inizia a parlare di “sostenibilità” nel 1970 con la Conferenza di Stoccolma. Dalla Conferenza nasce l’UNEP (United Nations Environmental Programme), cioè un organismo preposto alla salute ambientale gestito dalle Nazioni Unite, al fine di attuare una unica politica a tutela dell’ambiente. Nel 1987 viene pubblicato Our Common Future da cui nasce il Rapporto Bruntland il quale, per la prima volta, fornisce una definizione di sviluppo sostenibile. Nel 1991 segue un’altra pubblicazione prodotta dal WWF, dall’UNEP e dall’Unione per la salvaguardia del pianeta: la Caring of the Earth, secondo cui lo sviluppo sostenibile attiene al soddisfacimento della qualità della vita senza compromettere la capacità di carico degli ecosistemi che ci sostengono.

Un’altra tappa importante è il Summit di Rio de Janeiro del 1992, dove viene firmata l’Agenda 21, che contiene strategie e obiettivi per mantenere la sostenibilità. Nel 2002 vi è il Summit di Johannesburg nel quale si amplia il concetto di sostenibilità includendo la dimensione economica, ambientale e sociale (la sostenibilità economica si sostanzia nel tener conto che lo sviluppo economico è limitato dall’ambiente; la sost. ambientale attiene alla consapevolezza che le risorse sono scarse e quindi richiede un reddito equo alla popolazione senza degradare l’ambiente; la sost. sociale implica la necessità per le istituzioni di emanare leggi per la tutela dell’ambiente). L’Agenda 2030 redatta dalla Conferenza di Rio dalle Nazioni Unite, ha l’obiettivo di incentivare il cambiamento ambientale tramite l’adozione di risorse rinnovabili.

La definizione di sostenibilità più conosciuta è quella della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, detta “Commissione Bruntland”, che ha definito lo sviluppo sostenibile come: "uno sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni". Ciò significa che questa generazione deve assicurarsi di... (testo troncato nell'originale)

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AAAiutostudio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia ambientale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale o del prof Scienze economiche Prof.
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