Affrontare la vita: che cos'è la resilienza e come svilupparla
La resilienza è la capacità di superare e uscire rinforzati dalle difficoltà ordinarie della vita, come quelle che si incontrano nella genitorialità, nel lavoro, ma anche da quelle straordinarie, come una malattia grave. Pur avendo aspetti che riguardano l'unicità e la specificità di ogni individuo, la resilienza è un impegno educativo e sociale. Infatti, i fattori protettivi che permettono a tutti, anche a chi è partito da una situazione di svantaggio, di "risalire la china" e avere una vita soddisfacente, possono essere sviluppati. La resilienza può cioè diventare nucleo di progetti-intervento nel campo della prevenzione primaria e secondaria e nella promozione della salute. I destinatari di questo libro sono psicologi, insegnanti, educatori, genitori, che vogliano sviluppare, in se stessi e negli altri, conoscenze, competenze e modi di essere per rinforzarsi.
Capitolo I: La resilienza
Intorno agli anni settanta alcuni psicologi dall’approccio di psicologia evolutiva hanno centrato i propri studi e ricerche sul fenomeno rappresentato da ragazzi che avevano uno sviluppo positivo, nonostante fossero ad alto rischio per problemi a livello familiare. La psicologia sin dai suoi albori si è dedicata alla cura di patologie, ha lavorato affinché i pazienti riuscissero a guarire o a convivere consapevolmente con i sintomi prodotti da traumi, ha seguito essenzialmente il modello medico. Verso gli anni sessanta-settanta del ‘900 sono sorti nuovi approcci come psicologia umanistica, psicologia di comunità che, come la psicologia dello sviluppo, sentono l’esigenza di lavorare in un'ottica positiva sulla crescita sana e competente di individui, gruppi, organizzazioni, comunità.
Gli studiosi definirono il fenomeno che vede il superamento delle difficoltà come “resilienza” e avviarono ricerche, progetti e interventi mirati a promuovere competenze e a prevenire disagio e migliorare potenzialità nella vita dei ragazzi. Il termine “resilienza” nella tecnologia dei materiali metallici indica “la resistenza a rottura dinamica determinabile con una prova d’urto”. La capacità che hanno gli individui di superare i traumi di contrastare le avversità non solo resistendo, ma progettando positivamente il loro futuro: può essere chiamata istinto di vita, slancio vitale, tendenza attualizzante.
Stefan Vanistendael dice che la resilienza designa non solo la capacità di opporsi alle pressioni dell’ambiente ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, non si limita a una resistenza, ma premette la costruzione, la ricostruzione di un percorso di vita. Marie Anaut evidenzia il fatto che la resilienza permette di superare le difficoltà, ma non rende invincibili gli individui, né è una caratteristica presente nel corso della vita. Ci possono essere momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare, tanto da portare alla destabilizzazione.
Boris Cyrulnik definisce la resilienza come una trama dove il filo dello sviluppo si intreccia con quello affettivo e sociale come un reticolo dato di interazioni dell’uomo con l’ambiente. Gli individui resilienti trovano in se stessi, nelle relazioni umane, nei contesti di vita gli elementi e la forza per superare le avversità.
George Valliant sottolinea che la resilienza è un processo che si attua in modo diverso nei vari individui a seconda della personalità, dei modelli di riferimento, degli apprendimenti e delle vicissitudini. Nasce dall’integrazione di elementi presenti nel singolo e nel contesto. Identifica tre dimensioni:
- Biologica
- Psicologica
- Sociale
L’intelligenza, il temperamento, la creatività del soggetto si intersecano con il sostegno emotivo fornito dalle relazioni familiari e sociali, con la cultura, gli ideali, i valori della comunità di appartenenza.
L’idea della resilienza collettiva si evince studiando la storia, quella individuale emerge da miti, fiabe, letteratura che durante i secoli ha come protagonisti eroi ed eroine. Pensiamo a Cenerentola: era orfana di madre, con un padre pressoché assente, vessata dalla matrigna e dalle sorellastre. Ha il grande vantaggio di avere una figura significativa di riferimento (la fata madrina) e tanti amici (gli animaletti) ha speranza nella vita e fiducia delle proprie potenzialità, crede nella possibilità di cambiamento, coglie i segnali che vengono dall’ambiente, sente che per lei c’è qualcosa che potrebbe essere bello, ha un sogno e con il sostegno di chi le vuol bene progetta e cerca strategie per raggiungere il sogno, rispetta i limiti (mezzanotte) ma comunque apre una possibilità, lascia (non perde) la scarpetta. Ci sono tutti gli elementi di un processo di resilienza, in cui nonostante i fattori di rischio, i fattori protettivi riescono a produrre esiti positivi per la costruzione di un percorso di vita felice.
I primi studiosi ad usare il termine resilienza furono alcuni psicologi della Università di Davis in California. Emme Werner insieme ai suoi collaboratori avviò una ricerca longitudinale di durata trentennale su 698 neonati delle Hawaii, di questi 201 presentavano una probabilità elevata di sviluppare problemi in quanto accumulavano diversi fattori di rischio. Alla età di 18 anni i due terzi di questi bambini presentavano difficoltà di apprendimento e altri disagi. Quello che stupì positivamente i ricercatori è che 72 bambini erano cresciuti adeguatamente, erano adulti in grado di avviare relazioni stabili, si impegnavano nel lavoro, si prodigavano per gli altri, erano persone costruttive che coglievano ogni occasione per migliorarsi. Essi presentavano caratteristiche comuni: fare parte di famiglie poco numerose con figli nati a distanza di tempo l’uno dall’altro, avere ricevuto da persone significative una accettazione incondizionata, aver saputo dare senso e significato alla vita. Questi 72 ragazzi avevano ricevuto aiuto dalla rete informale.
Ci sono esistenze “segnate” da eventi traumatici quali può essere la morte di un genitore, spesso accompagnata da conseguente povertà, quando si era in tenera età. “Segnate” perché sono eventi che non si possono né debbono cancellare, ma non distrutte. Ma quando ci sono fattori protettivi quali altre figure parentali che ricordano quanti aspetti positivi aveva la figura scomparsa, e ne fanno comunque un modello, il genitore perduto interiorizzato può diventare forza, sostegno spirituale e spinta per costruire la propria vita con determinazione, fermezza, allegria, speranza.
Ci sono due tipi di situazioni a rischio che possono compromettere uno sviluppo sano:
- Quella che si presenta all’inizio dell’esistenza e caratterizza il contesto della vita
- Quella che si verifica nel corso dell’infanzia o dell’adolescenza
Le crisi possono essere evolutive e/o accidentali: le prime sono legate in adolescenza ai cambiamenti del corpo, ai rapporti con la famiglia, all’impegno scolastico, agli innamoramenti, le seconde a eventi in parte imprevedibili quali delusioni amorose, lutti, malattie, incidenti. Un individuo è sano psicologicamente non perché non ha incontrato difficoltà nella vita, ma perché le ha incontrate e superate: nessun evento è totalmente positivo o negativo, negatività e positività gli vengono attribuite da chi lo vive in base alla propria storia.
Tutti gli studi concordano nel considerare la resilienza come una costruzione, un processo che si attua grazie all’interazione dell’individuo con il suo ambiente di vita. Per ciascuna persona il percorso è diverso, perché sono diversi i modi, i tempi, i componenti, comunque delle linee comuni possono essere individuate. Ci sono tre filoni di studio:
- Pone il focus sull’intreccio di fattori di rischio e fattori protettivi
- Pone l’accento soprattutto su caratteristiche e competenze personali
- Evidenzia i percorsi di vita
Ci sono elementi soggettivi che si possono promuovere attraverso attività mirate nella scuola e/o in contesti educativi ed elementi oggettivi che si possono potenziare accrescendo le competenze educative di insegnanti e genitori, perché stimolino le risorse dei ragazzi e creino opportunità di crescita.
In presenza di fattori di rischio è notevole l’importanza dei fattori di protezione per lo sviluppo di resilienza negli individui. Ci si è spesso focalizzati su una eziologia multifattoriale per spiegare l’insorgere di disturbi dello sviluppo. La stessa prospettiva di multifattorialità è stata utilizzata per comprendere il processo che permette a bambini anche in situazioni di rischio di evolvere positivamente. È stato necessario studiare l’individuo nel contesto e nella sua storia e soprattutto introdurre il concetto di fattori positivi che agiscono in un processo in cui sono presenti fattori interni e fattori esterni in interazione. In quest’ottica si è fatta distinzione fra fattori prossimali e distali, i primi influiscono direttamente sui bambini i secondi non agiscono direttamente ma sono mediati dai primi.
Gli studi hanno evidenziato che i fattori di rischio non necessariamente provocano disagio quando sono presenti i fattori di protezione e che un solo fattore di rischio non è sufficiente per un mal adattamento ma sono necessari più fattori per cui si parla di rischio cumulativo.
Relativamente alla famiglia sono importanti sia variabili strutturali che funzionali: la situazione socioeconomica, le devianze e le carenze affettive hanno il loro peso nel favorire il disagio. L’assenza del padre rende più difficile alla madre portare il figlio a seguire norme sociali, soprattutto nell’adolescenza. La rigidità, la coercizione, le punizioni, numerosi cambiamenti di casa o città, disorganizzazione sono ulteriori elementi che incidono su comportamenti aggressivi. Una scuola in cui c’è una classe insegnante distaccata, poco disponibile al dialogo, autoritaria, in cui è presente il fenomeno del bullismo diventa un contesto estremamente negativo. Una comunità povera, con alta densità di abitanti, elevato tasso di devianza, disoccupazione, mobilità, rilevata spesso in molti quartieri periferici degradati delle grandi città è fonte di rischio per i più giovani.
Vi sono però i fattori protettivi che agiscono mediante processi che consentono:
- La riduzione dell’impatto con la condizione di rischio
- La riduzione della catena di reazioni negative
- Lo stabilirsi e il mantenimento di sentimenti di autostima e di efficacia personali
- L’apertura a nuove opportunità di vita e di incontri
Relativamente all’individuo i fattori di protezione consistono in una buona intelligenza che lo porti a impegnarsi negli studi, a conseguire buoni risultati, a essere stimato dagli insegnanti e dai compagni; autonomia, senso di fiducia personale, apertura alla relazioni sociali, capacità di risolvere problemi e prendere decisioni, porsi degli obiettivi ed essere in grado di raggiungerli.
In una situazione di disagio un bambino è protetto dalla famiglia quando sperimenta un forte legame affettivo, unione, quando ha la possibilità di avere relazioni affettive e supportive con parenti, amici, vicinato. La scuola diventa contesto protettivo quando si respira un clima di collaborazione, solidarietà. Una comunità competente effettua interventi di promozione del benessere dei giovani con iniziative adeguate favorendo la coesione sociale, la partecipazione, la solidarietà.
Ci sono modelli relativi alle competenze individuali. L’OMS considera abilità di vita e definisce come skills che è necessario apprendere per mettersi in relazione con altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana. La mancanza di tali skills socio emotive può causare l’instaurarsi di comportamenti negativi, a rischio: tentativi di suicidio, tossicodipendenza, fumo di sigaretta, alcolismo, ecc. Le life skills sono i...
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