La ricerca in carcere in Argentina e in Italia
Strategie del penitenziario e pratiche di resistenza
Di Vanina Fereccio e Francesca Vianello
Il saggio svolge una riflessione sulla necessità della riflessività nella ricerca sociologica in carcere a partire da cinque ricerche svolte in Argentina e in Italia. L’obiettivo è quello di riflettere sugli ostacoli fisici che regolano l’accesso al campo così come sulla retorica riabilitativo-correzionalista che permea le istituzioni carcerarie, influenzando la pratica di ricerca e i suoi risultati. Fondamentale secondo le autrici è adottare un’attitudine riflessiva nei confronti del proprio lavoro e degli ostacoli che si incontrano nel corso dello studio e sulla base di questa riflessione le ricercatrici intendono proporre delle pratiche di resistenza utili nella gestione della riflessività e nella strutturazione della ricerca.
La teoria da cui le autrici partono per riflettere sulle dinamiche carcerarie e sul ruolo del ricercatore si basa in particolare sul lavoro di Bourdieu e sul suo concetto di campo e potere e sul concetto di Becker di “gerarchia della credibilità”.
Per compiere l’analisi le autrici fanno riferimento, relativamente all’Italia, a diverse ricerche svolte da Vianello ed altri nel nord del Paese con gli obiettivi principali di indagare la percezione del sovraffollamento carcerario da parte dei detenuti, le trasformazioni della cultura carceraria, la condizione di lavoro degli agenti penitenziari e le condizioni di detenzione all’interno degli istituti.
Per l’Argentina vengono invece prese in considerazione due ricerche riguardanti tre istituti (due maschili e uno femminile). Dal momento che si tratta di due Paesi molto diversi, prima di riflettere sul lavoro del ricercatore le autrici ritengono necessario sottolineare le differenze tra i due. Gli aspetti distintivi che ritengono più salienti sono le condizioni di vita, il sovraffollamento e la presenza di migranti. In Argentina infatti, le condizioni abitative sono particolarmente degradate, il sovraffollamento è un problema marginale e la percentuale di detenuti stranieri è minore.
Iniziando a riflettere sulla ricerca in carcere, le autrici si occupano inizialmente dei problemi metodologici legati al campo, che ritengono simili a quelli di tutta la ricerca sui “soggetti devianti” istituzionalizzati che si trovano in un mondo protetto da barriere fisiche e culturali. In primo luogo, problematizzano l’accesso al campo da parte del ricercatore che si trova ad agire in un luogo costruito per limitare l’accesso, l’ingresso è inoltre legato al riconoscimento del valore della propria ricerca scientifica.
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