Psicologia di comunità
Cosa vuol dire fare lavoro di comunità?
Oggi sono molti i contesti in cui è possibile lavorare a progetti progettando e promuovendo interventi di comunità. È sempre più difficile pensare a servizi strutturati e dobbiamo capire se per ogni bisogno dobbiamo pensare ad un servizio o ad un intervento. Nel sistema del welfare che è andato in crisi, per ogni problema si proponeva un servizio che doveva risolvere quel problema. Oggi con la crisi del sistema welfare e con lo sviluppo di nuove domande, succede che se di fronte ad un problema emergente dobbiamo pensare di strutturare un servizio, non abbiamo i tempi di sviluppare un servizio e non abbiamo le risorse per pensare ad un nuovo servizio e il bisogno evolve producendo altri danni. Non riusciremo mai ad offrire servizi per tutti i bisogni.
Il lavoro di comunità è un lavoro che, partendo dalla crisi di welfare, ha pensato ad un modo diverso di fare il lavoro sociale in un contesto psicosociale. Si deve pensare ai bisogni della persona lavorando sulla prevenzione e sui bisogni con una modalità di offrire un intervento in cui andiamo ad attivare tutte le risorse del territorio. Quando parliamo di risorse del territorio parliamo anche di colleghi che lavorano nei servizi di quel territorio. Dobbiamo attivare i servizi di quel territorio in maniera diversa rispetto a quella finora fatta, o accompagnarli laddove i servizi sono troppo soverchiati da richieste ad organizzare in modo diverso il lavoro da riuscire a dare risposta ai bisogni delle persone.
Approcci alternativi e disagio invisibile
Finora avevamo dei servizi con un mandato che dovevano rispondere ai bisogni e i bisogni delle persone dovevano adeguarsi a quel servizio. Di fronte a questa situazione abbiamo due vie:
- Aprire altri servizi
- Pensare ad un modo diverso per intervenire in collaborazione con i servizi di quel territorio per cogliere quel bisogno trasformandolo in una domanda.
La difficoltà a sviluppare legami ha portato ad una situazione di disagio invisibile. Oggi si dice che tra la "normalità", ossia tra chi riesce ad adattarsi al contesto, e chi in una situazione di difficoltà ha sviluppato una patologia, c'è una grossa area che è quella del disagio invisibile. Oggi l'area del disagio invisibile nel nostro contesto specifico è il disagio del ceto medio che per anni è stato il collante delle comunità italiane che ha perso il lavoro, fa fatica a trovare una situazione stabile, un contesto al di fuori della famiglia che sia un contesto di contenimento (le associazioni, i partiti), relazioni incrinate.
Il ruolo del ceto medio
Siamo in presenza di persone che nel passato non avrebbero mai avuto bisogno di noi, perché erano persone con uno stipendio, con relazioni stabili, avevano organismi di condivisione delle ansie. Oggi le persone si trovano in un contesto lavorativo flessibile e la relazione tra me e il mio lavoro. Il contesto lavorativo non è più un contesto di costruzione di legami o di conferma della propria identità. I partiti, le organizzazioni di volontariato, hanno una vita ridotta. Poche persone arrivano a queste realtà.
Questo ceto medio, anche dal punto di vista economico e culturale, che in Italia è molto esteso, vive oggi una profonda crisi identitaria, relazionale, non sa come trattare i figli, si serve di gruppi di mutuo aiuto. Questo è un ceto medio che non arriverà mai ai servizi perché culturalmente non abituato a pensare di rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto.
L'importanza degli interventi di prevenzione
Le analisi antropologiche dicono che oggi abbiamo questa grossa fascia di popolazione che vive questo grosso disagio che va verso la depressione, che non si relaziona con i servizi, ma che avrebbe bisogno di interventi di prevenzione e che dobbiamo essere noi ad intercettare. Fare lavoro di comunità vuol dire lavorare su questo disagio invisibile, andando ad intercettare quei bisogni presenti che a noi non arriverebbero mai, o arriverebbero quando ormai sarebbero patologie conclamate.
È evidente che non possiamo fare interventi uno ad uno, ma dobbiamo pensare a interventi rivolti ad una comunità territoriale in cui focalizziamo l'attenzione sulla comunità e anche sul singolo. Intercettiamo il bisogno del singolo, facciamo in modo che diventi una domanda e lo inviamo al collega che fa terapia, lavorando con la comunità.
La nostra epoca e la crisi dei sistemi sociali
La nostra epoca è caratterizzata da:
- Crisi dei sistemi sociali di produzione di benessere e del welfare
- Sfarinamento e liquidità dei legami e interpretazione soggettivistica della vita
- Perdita della capacità di mettersi in relazione
Tra il disagio e l’area della “normalità” si frappone un “disagio invisibile” e dilagante: sono cambiate le forme di disagio. Ciò si sposa con un'altra riflessione che connota il nostro contesto culturale. Siamo la società del Narciso. Siamo passati dalla società dell'Edipo che aveva alla base l'avere dei modelli chiari contro cui si doveva andare per poter crescere (genitori vs figlio, istituzioni vs cittadino). Metaforicamente si doveva uccidere i genitori. Si provava un senso di colpa di rabbia che erano motori per attivare altre relazioni. L'altro e l'alterità era presente.
La società del Narciso e le sue implicazioni
Il Narciso invece non ha in mente l'altro, ma è ripiegato su di sé. Da qui deriva la fatica di essere se stessi e la società del disagio. Abbiamo a che fare con persone che non sono cresciute con modelli, delle regole contro cui andare per affermare la loro identità, ma sono cresciuti in un contesto in cui erano norma a se stessi. Siamo in una società di “cuccioli d'oro” (Pietro Poli Charmet). Ciascuno pensa che sia sufficiente avere una serie di capacità per poter raggiungere tutti gli obiettivi possibili.
Il cucciolo d'oro nel momento in cui capisce che questo non è possibile, prova vergogna, ma questo non lo sprona a chiedere aiuto e non lo spinge verso l'altro. Se perde le persone perché lui non è capace, per cui queste persone non verranno mai da noi a chiedere aiuto perché vorrebbe dire che non sono capaci. Sarebbe ancora un fallimento per il Narciso.
Quella di oggi è una trasformazione psico-socio-antropologica. Oggi l'imperativo è quello di essere performativo, efficiente, produttivo. Questo però genera un'ansia da prestazione in tutti gli ambiti e un'ansia costante nelle relazioni. Questo implica che siccome non è possibile essere performanti a tutti i livelli, le persone vivono sentimenti di inadeguatezza e questo porta a vivere una vita trafelata e tanta vulnerabilità. Le persone hanno un disagio invisibile che è l'anticamera di un disagio molto più rilevante.
Interventi di contenimento e risignificazione
Siccome sono molte le persone in questa situazione, quello che possiamo fare sono interventi di contenimento, di risignificazione rivolti alla comunità visto che riguarda molte persone. Comunità vuol dire quelle parti della comunità con cui è possibile trasformare un bisogno in una domanda e lavorare in un'ottica di intervento. Dobbiamo andare a stanare questi bisogni che ci sono e che non arriverebbero mai a noi e ci consentono di agire in un'ottica preventiva e riabilitativa.
È un lavoro che ci consente di entrare dentro il territorio e di intercettare situazioni a rischio. Dobbiamo agganciare queste persone con una serie di modalità attente a sviluppare relazioni di fiducia. Il lavoro di comunità spazia tra patologie conclamate a situazioni di normalità, uno sguardo che va a cogliere il bisogno lì dove è presente. Questo vuol dire che fare lavoro di comunità significa sempre meno essere in attesa che arrivi l'utente sempre di più andare incontro al bisogno.
La domiciliarità e l'annullamento della dissimmetria
Se il bisogno portato da queste persone a rischio è difficile che vengano da noi nonostante stiano male. Noi dobbiamo stare sui territori e vuol dire reinterpretare il lavoro della domiciliarità che vuol dire comprendere con loro dove vivono e accettare la sfida (attivazione, ricerca dell'incontro). Fare lavoro di comunità prevede che tu annulli la dissimmetria tra operatore e utente e questo vuol dire che dobbiamo far sentire loro che stiamo co-costruendo con loro qualcosa che va a rispondere ai loro bisogni.
È il desiderio di incontrare l'altro forti di una metodologia. Incontriamo colui che porta il bisogno e che del suo bisogno ne sa più di noi. Questo è ciò che ci fa agganciare le persone. Questo implica una assunzione di responsabilità da parte nostra e significa accogliere il bisogno delle persone, trasformarlo in una domanda, cioè costruire l'intervento, e poi valorizzare le loro risorse. Passiamo quindi dagli interventi top-down a quelli bottom-up in cui c'è una condivisione delle responsabilità e un’appartenenza forte delle persone al progetto. Siamo disposti a modulare la nostra modalità di lavoro per cogliere i loro bisogni. Il che non significa lavorare senza setting. Il setting va ricostruito di volta in volta, ma c'è!
Dall'approccio gerarchico al community building
Riconosciamo che l'altro può avere parola in merito. Dobbiamo passare inoltre da procedure definite e standardizzate a procedure creative che collochino nel contesto, che implichino sperimentazione e invenzione ad hoc. Questo non significa spontaneismo, ma significa agganciare le persone in maniera diversa le persone che da noi non verrebbero. Inoltre sempre meno possiamo pensare di lavorare con i singoli, sempre più dobbiamo lavorare con gruppi sociali e comunità. Altrimenti sarebbero troppo dispendiosi e non consentirebbero alla comunità di mettere in gioco e attivare le risorse e competenze che possiede. Anche lavorare in affiancamento ai servizi di quella comunità è importante: lavorare con le ASL e altri servizi.
Il modello di Doherthy
Doherthy legge l'evoluzione del modo in cui gli operatori hanno lavorato con le persone come il passaggio dal modello gerarchico al modello collaborativo, al modello di costruzione di comunità che lui colloca in stretta relazione con un modello di lavoro centrato sulle famiglie. Lui viene dalla terapia sistemica familiare e ritiene che sia più efficace lavorare con la famiglia. I modelli centrati sulla famiglia di costruzione della comunità sono efficaci perché il riferimento è sempre la famiglia.
Siamo passati dai modelli degli anni '70 dove il modello di lavoro era quello gerarchico perché rispondeva alla domanda, ad un lavoro che negli anni ’80 è diventato collaborativo, per passare ad un modello di lavoro di comunità negli anni ’90 (metà anni ’80 - inizio anni ’90).
Nel 1965 un congresso di psichiatri di comunità decide che trattare di salute mentale vuol dire non solo fare lavoro psichiatrico, ma recuperare il proprio specifico psicologico e il rapporto con i territori. Quanto più si riesce a pensare ad un modello di reinserimento nel contesto sociale, tanto più si riesce ad essere efficace nel trattamento della malattia mentale. Da questo nasce il fermento che porterà alla legge Basaglia e allo sviluppo di un lavoro psicologico di comunità.
Negli anni ’70 però siamo ancora su un modello top-down (che Doherthy chiama modello gerarchico) che è il modello standard con cui si lavora. Le unità di analisi di lavoro sono le singole persone e famiglie, l'utente è considerato soggetto passivo, il paziente, il cliente. Chi conduce i processi, i luoghi e i tempi dell’intervento è sempre il professionista.
Il passaggio a un approccio collaborativo
Negli anni ’80 cambiano i bisogni e incomincia una riforma dei servizi che va verso una territorializzazione e l’idea dell'inclusione sociale del paziente psichiatrico cronico, e nel modello collaborativo che è una via di mezzo tra quello gerarchico e di comunità, si comincia a lavorare con gruppi di famiglie, consentendo alle famiglie di mettere in circolo delle risorse che non sono più solo quelle del professionista, ma anche di chi è portatore del bisogno. È il confronto tra famiglie. Il ruolo dell'utente non è più quello della persona passiva che riceve le cure, ma diventa la persona di cui mi prendo cura.
Dobbiamo prenderci cura di una persona che è transitoriamente in una situazione di difficoltà, ma che ha potenzialità da attivare. Chi conduce i processi è il professionista, ma si comincia a condividere la progettazione degli interventi con le famiglie e si adotta una modalità di lavoro che incontra i bisogni delle famiglie. Siamo noi che decidiamo cosa fare, ma si negozia con le persone quando e dove farlo. I confini del servizio diventano sempre più mobili e il setting comincia ad essere ricostruito in diversi contesti.
L'approccio del community building
Nel community building l'unità di analisi è la comunità o i gruppi di famiglie all'interno di comunità o le associazioni, senza mai dimenticare il singolo che può essere intercettato e preso in carico in un lavoro che ha come unità di riferimento un quartiere, un paese. L'utente viene pensato non come la persona che mi manda in burnout e brucia le risorse, ma come persona nel contesto che ha uno stato transitorio di difficoltà che necessita di un mio intervento insieme ad altri professionisti, ma anche portatore di risorse insieme al deficit.
Questo vuol dire che non dobbiamo solo valutare il deficit, ma anche le risorse. Si co-progetta con l'utente che è considerato come co-produttore dell'intervento. Con le persone e le risorse del territorio si va a co-costruire l'intervento. I processi li conduce il professionista, ma nel tempo si consente alle figure della comunità di assumere sempre più responsabilità perché si lavora per progetti e ci deve essere qualcuno che svolge una funzione di leader e che tuteli quel progetto (Es: psicologo dell'ASL). Noi infatti, terminato il progetto, ce ne andiamo. I tempi e i luoghi sono decisi con le persone.
Lavorare sui legami sociali
In termini concreti che cosa significa fare lavoro di comunità? Vuol dire lavorare sui legami sociali, produrre coesione sociale, senso di comunità, inclusione. Ripristinare la fiducia, favorire un reinserimento sociale per persone che hanno una qualche difficoltà. Vuol dire valorizzare e promuovere le unità intermedie, lavorare con il congegno gruppo, ossia famiglie, gruppi e organizzazioni. Vuol dire lavorare con i gruppi che sono famiglie, associazioni di volontariato, partnership che lavorano con noi. Bisogna saper le dinamiche di gruppo e saperle condurre.
Vuol dire anche passare da una visione riparativa degli interventi psico-sociali ad una visione preventiva e di promozione delle reti sociali. Si vogliono rigenerare i legami. Vuol dire promuovere reti.
Ri-allestire il sociale
Questo vuol dire ri-allestire il sociale: gli interventi che oggi siamo chiamati a fare, in passato erano svolti dal contesto o svolti da operatori che provano stare nel sociale nel modo gerarchico-collaborativo. Questo oggi non è più possibile perché gran parte dei bisogni ci sfuggono. Vuol dire provare a ricostruire nelle comunità un tessuto sociale vivibile in cui le persone possono trovare una risposta ai loro bisogni, riattivare i servizi, e consentire alle persone di non sentirsi soli, narcisisti e vergognosi, ma avere una vita che sia degna di essere vissuta.
Attiviamo processi di accompagnamento sociale, lavoriamo con chi poi va sul campo, lavoriamo con i nostri partner per pensare come loro possono pensare diversamente i loro interventi. Non inventiamo servizi nuovi. Aiutiamo gli operatori dei territori a pensare all'interno dei loro servizi modalità nuove di intervento.
Mission della psicologia di comunità
Aiutare le persone a divenire consapevoli del ruolo che hanno le condizioni in cui vivono nel determinare la loro salute. Aiutarle ad organizzarsi affinché si attivino e diventino gli agenti del cambiamento delle loro condizioni di vita. Il nostro obiettivo è quello di attuare un cambiamento possibile per quelle persone. Noi vediamo come dovremmo produrre cambiamento, ma dobbiamo fare sempre i conti con le risorse delle persone. Spesso queste persone non reggono il nostro cambiamento. Noi dobbiamo promuovere il cambiamento con la consapevolezza che questo sia possibile per queste persone, in accordo con i loro desideri e risorse. Non il nostro cambiamento ideale.
Lavoriamo con persone attivi nei contesti, con una logica pro-attiva orientata al cambiamento. È evidente che questo lavoro ha alla base il tema dei valori. Ci sono dei valori personali, relazioni e collettivi importanti alla base di questo lavoro che vanno esplicitati. Dobbiamo renderci conto se i valori di cui siamo portatori sono anche i valori della comunità. È un lavoro che si fa come consulenti e bisogna ragionare se i valori che abbiamo nella comunità sono valori che ho anche io e le organizzazioni.
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