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Alienazione per Hillman

Partendo dall'analisi dei sogni dei suoi pazienti, Jung riscontra come certe immagini, concetti e situazioni vissute in sogno e non riguardanti l'esperienza personale, siano in qualche modo innate nella mente umana, o meglio, derivino da un inconscio collettivo, condiviso, ereditato assieme al patrimonio genetico. Gli archetipi sono quindi l'eredità psicologica inconscia, per lui l'inconscio personale contiene già delle "forme a priori", che fanno parte dell'inconscio collettivo, e che permettono di trascendere da se stessi, attraverso la funzione simbolica e di procedere nel processo di individuazione.

James Hillman, allievo di Jung, porta a un’evoluzione ulteriore la teoria degli archetipi, andando a delineare una psicologia archetipica che si stacca dalla terapia stretta, ma va a collegarsi con le forme culturali e immaginative dell’arte, della poesia, della mitologia, della narrativa. Gli archetipi costituiscono dunque la radice dei miti. E i miti sono le figure nelle quali si incanala e si esprime l'energia dell'anima, delle singole anime viventi: in alcuni casi e situazioni queste figure si impadroniscono del loro ospite, e lì nasce l'alienazione, cioè la perdita di sé.

Gli archetipi sono considerati nella loro manifestazione fenomenica, nel percorso che ciascuno compie dentro la propria anima. Se di guarigione si può parlare, essa arriva attraverso il riconoscimento di quegli archetipi che agiscono nelle persone, nel mondo. La psicologia archetipica punta a guarire le idee, il mondo, più che l’individuo, attraverso il mito. La psicologia archetipica considera strettamente collegate la mitologia e la psicologia: infatti la mitologia è una psicologia dell’antichità, e la psicologia è una mitologia dell’epoca moderna. I miti sono racconti sulle relazioni tra gli umani e gli Dei, parlano di temi universali ed eterni, comuni a tutta l’umanità e a tutti i tempi, mentre la psicologia per spiegare tali relazioni usa teorie e termini moderni come istinti, pulsioni, complessi.

Angoscia depressiva e posizione schizoparanoide (teorizzate dalla Klein)

Basandosi sulle scoperte di Sigmund Freud, ha riconosciuto la centralità delle prime relazioni del bambino con i suoi caregiver primari e, più significativamente, ha chiarito i primi processi mentali che costruiscono il mondo emotivo interiore di una persona. La “posizione depressiva” è una costellazione mentale definita dalla Klein come centrale per lo sviluppo del bambino, normalmente sperimentata per la prima volta verso la metà del primo anno di vita. È ripetutamente rivisitato e affinato durante la prima infanzia, ed in modo intermittente per tutta la vita.

Centrale è la realizzazione di sentimenti odiosi e fantasie sull'oggetto amato, la madre. In precedenza si sentivano due oggetti separati: ideali e amati; perseguitati e odiati. In questo primo periodo l'ansia principale riguardava la sopravvivenza del sé. Nella posizione depressiva, l'ansia viene percepita anche a nome dell'oggetto. Se la confluenza di figure amate e odiate può essere sopportata, l'ansia comincia a concentrarsi sul benessere e sulla sopravvivenza dell'altro come oggetto intero, generando alla fine una colpa repressa ed una struggente tristezza, legata all'approfondimento dell'amore.

Lo struggersi per ciò che è andato perso o danneggiato dall'odio apre la strada al processo di riparazione. La maturazione è quindi strettamente legata alla perdita e al lutto. Il riconoscimento dell'altro come separato da sé stesso racchiude le relazioni dell'altro; quindi, la consapevolezza della situazione edipica accompagna inevitabilmente la posizione depressiva. L'ansia depressiva emergente e il dolore sono neutralizzati dalle difese maniacali e ossessive e dalla scissione e paranoia della posizione schizo-paranoide. Le difese possono essere transitorie o diventare rigidamente stabilite, il che impedisce che la posizione depressiva venga affrontata e superata.

Il termine “posizione depressiva” è usato in modi diversi ma correlati. Può riferirsi all'esperienza infantile di questa integrazione evolutiva. Più in generale si riferisce all'esperienza, in qualsiasi fase della vita, di colpa e dolore per gli attacchi odiosi e per lo stato danneggiato di oggetti esterni e interni, variando il livello di catastrofe sentita su una scala che va dal lutto normale per la perdita alla depressione grave. Il termine, infine, è anche usato vagamente per riferirsi al “funzionamento della posizione depressiva”, nel senso che l'individuo può assumersi la responsabilità personale e percepire sé stesso e l'altro come separati.

Il termine “posizione schizo-paranoide” si riferisce ad una costellazione di ansie, difese e relazioni oggettuali interne ed esterne che la Klein considera essere caratteristici dei primi mesi della vita di un bambino; tuttavia, queste continuano a restare presenti, in misura maggiore o minore, nell'infanzia e nell'età adulta. Una comprensione contemporanea è che gli stati mentali schizo-paranoidi svolgono una parte importante per tutta la vita. La caratteristica principale della posizione schizo-paranoide è la divisione tra sé e oggetto, buono e cattivo, con un'integrazione minima o nulla tra loro.

La Klein ritiene che i bambini soffrano di una grande quantità di ansia e che ciò sia causato dall'istinto di morte interno, dal trauma vissuto alla nascita e dalle esperienze di fame e frustrazione. Assume che il bambino molto giovane abbia un ego rudimentale sebbene non integrato, che cerchi di affrontare le esperienze, in particolare l'ansia, usando le fantasie di scissione, proiezione e introiezione. Il bambino divide sia il suo ego che il suo oggetto e proietta separatamente i suoi sentimenti di amore e odio (istinti di vita e di morte) in parti separate della madre (o del seno), con il risultato che l'oggetto materno è diviso in un seno “cattivo” (madre che viene percepita come frustrante, persecutoria e odiata), e un seno “buono” (madre che viene amata e sentita come amorevole e gratificante). Entrambi gli oggetti “buoni” e “cattivi” vengono quindi introiettati e ne consegue un ciclo di ri-proiezione e re-introiezione.

Onnipotenza e idealizzazione sono aspetti importanti in questa attività; le cattive esperienze vengono negate onnipotentemente quando possibile e le buone esperienze sono idealizzate ed esagerate come protezione contro la paura del seno che perseguita. Questa “scissione binaria” è essenziale per uno sviluppo sano in quanto consente al bambino di prendere e trattenere una buona esperienza, sufficiente per fornire un nucleo centrale attorno al quale iniziare ad integrare gli aspetti contrastanti del sé. La creazione di un buon oggetto interno è pensata dalla Klein come un prerequisito per la successiva elaborazione della “posizione depressiva”.

Un diverso tipo di scissione, “frammentazione”, in cui l'oggetto e il sé sono divisi in molti e piccoli pezzi è anche una caratteristica della posizione schizo-paranoide. L'uso persistente o duraturo della frammentazione e della dispersione del sé indebolisce il fragile Io non integrato e causa gravi disturbi. La Klein ritiene che sia i fattori costituzionali che quelli ambientali influenzino il corso della posizione schizo-paranoide. Il fattore costituzionale centrale è l'equilibrio tra istinto di vita e di morte nel bambino. Il fattore ambientale centrale è la maternità che il bambino riceve. Se lo sviluppo procede normalmente, le ansie paranoidi estreme e le difese schizoidi vengono in gran parte abbandonate durante la prima posizione infantile schizo-paranoide e durante il lavoro attraverso la posizione depressiva.

La Klein sostiene che i modi di relazionarsi schizoidi non vengono mai abbandonati completamente e la sua scrittura dà l'impressione che le posizioni possano essere concettualizzate come stati mentali transitori. La posizione schizo-paranoide può essere pensata quindi come la fase di sviluppo che precede la posizione depressiva, come difesa contro di essa e anche come regressione da essa.

Angoscia di base per Horney

Come Adler, anche la Horney vide nella relazione madre-bambino la dimensione sociale piuttosto che quella sessuale. Le esperienze infantili che fanno sentire il bambino solo in un mondo ostile infondono un senso di insicurezza cronica rispetto al bisogno di ricevere una gratificazione dei propri bisogni interpersonali. Poiché il bambino si sente insicuro quando esprime sensazioni di angoscia e di ostilità nei confronti di chi si prende cura di lui e da cui dipende, questi sentimenti permangono anche nell’età adulta.

Secondo la Horney, quando cerca di ottenere sicurezza, l’adulto fondamentalmente ansioso può mettere in atto tre stili disadattivi di relazione con gli altri.

  • L’adulto nevrotico che ha bisogno soprattutto di amore si avvicina agli altri e cerca in ogni modo di piacere e così facendo sacrifica la propria crescita personale in cambio di affetto.
  • Un’altra soluzione disadattiva consiste nell’allontanarsi dagli altri. Il tipo solitario cerca la libertà e la distanza, negando i propri bisogni emotivi.
  • Una terza soluzione nevrotica è quella di muoversi contro gli altri, sfruttandoli aggressivamente per ottenere quello di cui si ha bisogno.

Tali tendenze sono presenti in tutti (visto che l’ansia di base si sviluppa in tutti) e sono da considerare normali nel momento in cui formano un tutto armonico e da considerare nevrosi nel momento in cui una delle tre domina su tutte le altre: quindi la differenza tra un nevrotico e un normale è esclusivamente quantitativa. Il nevrotico, sulla base della tendenza predominante, svilupperà dei tratti caratteriali nevrotici che andranno a far parte della sua personalità. Da questi presupposti teorici la Horney sviluppa la sua teoria esaminando i vari comportamenti nevrotici alla luce dei tre atteggiamenti fondamentali.

La Horney, quindi, si è allontanata dall’ortodossia freudiana ed è stata fra i primi a descrivere la complessità dei rapporti sociali adulti in termini non sessuali. Ella evidenziò ampiamente come il comportamento e lo psichismo individuale siano influenzati molto più dalle condizioni socioculturali che da fattori innati o genetici. Sia Adler sia la Horney hanno enfatizzato il ruolo che i bisogni interpersonali frustrati nell’infanzia svolgono nel determinare comportamenti disadattivi negli adulti ed entrambi hanno studiato con attenzione la qualità delle relazioni sociali. Questo approccio socioculturale contrasta nettamente con la tendenza freudiana a descrivere le relazioni interpersonali come uno sfondo delle gratificazioni istintuali e per la riduzione tensioni.

Astinenza e tolleranza (concetto in breve)

I meccanismi regolatori del corpo, per evitare che si verifichi uno squilibrio interno, regolano la chimica cerebrale. Il consumo di sostanze è un esempio proprio di questo. Immaginiamo che ogni sabato sera usciamo a far festa e assumiamo cocaina. Dato che la cocaina è una droga che simula le endorfine, il nostro sistema oppioide endogeno sarà iperattivo e secernerà dopamina e produrrà una sensazione gratificante.

Se ripetiamo questa condotta, il nostro corpo la imparerà e genererà una risposta compensatoria. È in questo momento che entra in gioco la tolleranza delle droghe. Il prossimo sabato che usciremo, il nostro cervello saprà già in partenza che assumeremo cocaina e questo provocherà uno squilibrio, abbassando i livelli basali di endorfine. Questo farà deprimere il nostro sistema oppioide endogeno, ma dopo aver assunto la sostanza tornerà alla normalità. La nostra sensazione soggettiva sarà che la cocaina non ci provoca nessun effetto e che dobbiamo assumerne di più per compensare l’abbassamento compensatorio dovuto alla tolleranza.

Se comunque diminuissimo o eliminassimo del tutto il consumo, la risposta compensatoria continuerebbe a verificarsi; dunque se usciremo un sabato senza intenzione di assumere droga, il cervello penserà di sì, poiché è ciò che ha appreso. Il nostro livello di endorfine cadrà precipitosamente e, non vedendosi compensato dall'assunzione di cocaina, ci causerà un’ansia eccessiva. È questo il processo noto come sindrome da astinenza.

La tolleranza e la sindrome da astinenza sono sintomi inequivocabili di un disturbo da dipendenza di sostanze. Se inizia a comparire la tolleranza, vi sarà anche l’astinenza quando si smette di consumare quella determinata sostanza da cui si è dipendenti. Inoltre, la comparsa della sindrome da astinenza è solita spingere la persona a consumare la sostanza per ridurre l’ansia provocata dall’interruzione dell’assunzione.

Attaccamento per Bowlby

Il tema centrale della teoria dell’attaccamento di Bowlby è che le madri che sono disponibili e sensibili ai bisogni del loro bambino stabiliscono in lui un senso di sicurezza. Il bambino sa che il caregiver è affidabile, il che crea una base sicura affinché il bambino si senta sicuro per esplorare il mondo. Secondo Bowlby i bambini nascono con una tendenza biologicamente programmata a cercare e rimanere vicini a delle figure dell’attaccamento. Ciò fornisce nutrimento e comfort, oltre a garantire la sopravvivenza del bambino stesso. Bowlby definì l’attaccamento come una “connessione psicologica duratura tra gli esseri umani”.

La sua teoria etologica dell’attaccamento suggerisce che i bambini hanno un innato bisogno di formare un legame di attaccamento con un caregiver, una risposta evoluta che accresce le possibilità di sopravvivenza del bambino. Nato con un numero di comportamenti biologicamente determinati, come pianto e sorrisi, i caregiver sono programmati biologicamente per rispondere a questi segnali e soddisfare i bisogni del bambino.

Fasi di attaccamento

  • Fase di pre-attaccamento: I bambini riconoscono il loro caregiver primario ma non hanno ancora un attaccamento. Il loro pianto e agitarsi attira l’attenzione e la cura del genitore e questo è gratificante sia per il bambino che per il caregiver. Mentre questa fase progredisce per circa tre mesi, i bambini iniziano a riconoscere sempre più il genitore e a sviluppare un senso di fiducia.
  • Fase di attaccamento indiscriminato: I bambini mostrano una netta preferenza per i caregiver primari, così come per alcuni badanti secondari, nelle loro vite.
  • Periodo di attaccamento discriminatorio: I bambini formano un forte attaccamento a un individuo e sperimenteranno angoscia e angoscia di separazione quando si separano da quella persona.
  • Fasi multiple di attaccamento: I bambini iniziano a sviluppare forti attaccamenti alle persone al di fuori dei caregiver primari.

Un altro aspetto importante della teoria dell’attaccamento di John Bowlby è la suddivisione nei diversi stili di attaccamento che ciascun bambino è in grado di sviluppare. Queste categorie sono nate dalla ricerca diretta svolta con migliaia di bambini utilizzando il protocollo di ricerca ideato da Mary Ainsworth della strange situation. La strange situation è una situazione strana, dove il bambino si trova ad affrontare diverse situazioni. Prima entra ed esplora una stanza con la mamma, intanto entra un estraneo che incontra la mamma, poi la mamma esce e infine rientra ricongiungendosi con il bambino. Durante la situazione sperimentale si osserva il bambino e le sue relazioni. In base alle migliaia di rilevazioni fatte è stato possibile classificare quattro principali risposte di attaccamento.

  • Attaccamento sicuro: Il bambino si mostra tranquillo, quando la mamma esce la saluta e rientrando è felice di vederla, poi continua a giocare e a fare le sue cose.
  • Attaccamento insicuro evitante: Il bambino sembra far finta di nulla quando la mamma esce e rientra, come se nulla fosse accaduto. In realtà ad un esame più attento possono essere misurate diverse reazioni fisiologiche.
  • Attaccamento insicuro ambivalente: Il bambino si agita molto sia quando la mamma va via e sia quando ritorna, sembra inconsolabile.
  • Attaccamento disorganizzato: Il bambino ha reazioni disorganizzate come cadere per terra o paralizzarsi. Questa tipologia molto minore è indice di possibili problematiche.

Caratteristiche delle dipendenze affettive

La dipendenza affettiva fa parte delle “nuove dipendenze”, vale a dire processi che presentano le stesse caratteristiche della tossicodipendenza, ma non sono causati dall’azione di una sostanza di abuso. Al momento attuale, la dipendenza affettiva non viene contemplata come diagnosi ma, a partire dagli anni ‘70, è stata esplorata e definita, in misura sempre maggiore, come un disturbo autonomo, che presenta aspetti comuni a tutte le tipologie di dipendenza e, al contempo, caratteristiche peculiari che riguardano l’innamoramento e la relazione sentimentale.

Tutte le forme di dipendenza hanno qualcosa in comune: possono essere viste come tentativi di mantenere sotto controllo le proprie emozioni attraverso esperienze che ricoprono le seguenti funzioni:

  • Alleviare la noia
  • Incrementare le sensazioni di benessere
  • Allontanare la tristezza, il dolore e ogni tipo di emozione spiacevole

Quello che, invece, differenzia una dipendenza da un’altra, è proprio la particolare esperienza, o comportamento, che aiuta la persona a gestire gli alti e i bassi della propria vita e che, con l’instaurarsi dell’assuefazione, diventa un’inevitabile trappola. Si potrebbe dire che l’amore sembri essere una sorta di dipendenza naturale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stefano.b22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della dipendenza affettiva e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Mignacca Fabrizio.
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