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Psicologia della comunità – Alfred Adler

Appunti di Psicologia della comunitàAlfred Adler. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Alfred Adler psicologo di comunità, lineamenti biobibliografici del fondatore della individualpsicologia, Un quadro d’assieme delle opere maggiori, ecc.

Esame di Psicologia della comunità docente Prof. L. Catalano

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Quando nel 1920, caduta la monarchia asburgica, a Vienna si insediò un governo

socialdemocratico deciso a varare riforme volte al risanamento della vita delle masse popolari, il

gruppo adleriano era già piuttosto conosciuto. In effetti in breve tempo i consultori psicopedagogici

divennero + di 20 e lo stesso Adler ne diresse uno. In questi consultori venivano coinvolti

insegnanti, genitori e bambini. In un primo momento lo psicologo si unisce con gli insegnanti a

scuola per discutere dei problemi che sono sorti nel lavoro, vengono descritti la vita familiare, il

carattere e lo sviluppo del bambino e si indaga su quali possano essere le cause del problema e

come risolverlo. Nel giorno di visita vengono chiamati sia la madre che il bambino, si fa entrare

prima la madre e poi dopo entra il bambino. Lo psicologo parla al bambino non dei suoi errori, ma

dei problemi che deve affrontare e non rimprovera il bambino, ma intrattiene una conversazione

amichevole che invita il bambino a esprimere le sue opinioni.

Come era prevedibile, nel 1934, tutti i programmi di riforma sociale furono spazzati via dal governo

filonazista, i consigli consultivi furono chiusi e solo dopo la seconda guerra mondiale 5 strutture di

questi riaprirono. Questa riapertura fu dovuta al successo che i consigli ebbero negli anni

precedenti e alla formazione, nel 1931, di una scuola superiore sperimentale, retta da Spiel e

Birnbaum, in cui venivano insegnate le materie scolastiche e gli insegnamenti etici e psicosociali

che attirò l’attenzione di molti studiosi esteri.

La filosofia e modello adleriano hanno trovato begli ultimi 40 anni occasioni di verifica della loro

efficacia nelle scuole estive ICASSI fondate da Dreikurs e da tale prospettiva si è mosso anche il

centro di psicologia adleriana e studi socio-educativi di Napoli come vedremo successivamente.

CAP.5 ADLER DOPO ADLER

PAR.5.1. CENNI SUGLI SVILUPPI DELL’INDIVIDUALPSICOLOGIA IN EUROPA, NEGLI STATI

UNITI, IN ITALIA

Alla fine della seconda guerra mondiale ci fu la ripresa delle relazioni internazionali adleriani.

Numerosi psicologi individuali avevano perso la vita durante la guerra, altri erano emigrati negli

Stati Uniti, altri ancora erano fuggiti all’Est. Con tempo questi nuclei sparsi cominciarono ad

aggregarsi trasformandosi in sezioni locali di Psicologia individuale. Nel 1947 fu pubblicato il primo

numero della Rivista Internazionale di Psicologia Individuale. Tra il 1948 e il 1950 fu nominato un

Provisional Council con il compito di delineare una cornice programmatica condivisa entro cui far

vivere l’organismo internazionale. Nel 1954 nasce a Zurigo la IAIP (associazione di psicologia

individuale) in cui Alexandra Adler, figlia di Alfred, fu nominata presidente. Dopo la morte di Adler i

figli Kurt e Alexandra e altri studiosi come Dreikurs, Heinz e Hansbacher portarono l’adlerismo ad

essere uno degli orientamenti psicodinamici di + larga influenza clinica, psicosociale e

psicopedagogica negli Usa. Diversi istituti “Alfred Adler” vennero fondati negli Stati Uniti diretti alla

prevenzione e alla promozione del benessere. Dreikurs rese operativi molti Family Counseling

Center per genitori e adolescenti in crisi, senza contare gli innumerevoli programmi di intervento su

droga, alcol, criminalità e problematiche degli anziani. Dreikurs oltre a essere stato il fondatore

dell’ICASSI, come abbiamo già visto, fu il fondatore anche della North American Society of

Adlerian Psychology (NASAP) e grazie a lui si sono formati i + importanti studiosi americani, come

sua figlia Eva, Shulman e Mosak. Altri suoi allievi hanno ideato programmi di formazione per

migliorare l’efficacia dei genitori e degli insegnanti. Tra i programmi adleriani di maggior successo

ricordiamo lo STEP e lo STEPt , programmi di empowerment per i profani che sono stati applicati

su + di due milioni di genitori nel mondo. In Italia il pensiero adleriano era conosciuto già a partire

dal 1913, come dimostrano le due riviste Psiche e Scientia le quali trattarono argomenti della

psicologia individuale. Dopo la prima guerra mondiale un’altra importante pubblicazione fu

l’Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi diretta da Levi Bianchini.

Nell’immediato dopo guerra, negli anni ’60, Pagani e Parenti costruiscono a Milano la SIPI (Società

italiana di psicologia individuale) alla quale si unirà Gastone Canziani, illustre studioso di

orientamento socialista. Nel 1973 esce il primo numero della Rivista di Psicologia Individuale. I 35

anni che seguono la fondazione della SIPI vedono la pubblicazione di quasi tutte le opere di Adler,

di numerose opere di studiosi adleriani italiani e la costituzione di diverse aggregazioni

professionali quali gli istituti “A. Adler”.

PAR.5.2.LA PRESENZA DI ADLER IN ALTRI MODELLI PSICOLOGICI

La presenza di Adler si rileva negli scritti di molti autori. Tra questi vanno citati: Lewis che si

oppose, come Adler aveva fatto, ai quei criteri classificatori fissi di tipo aristotelico e contro tutte le

dicotomie e riconobbe il merito a Adler di aver rifiutato la categorizzazione di specifiche malattie

mentali per sottolineare l’unità della nevrosi; Sullivan che presenta molte somiglianze con il

pensiero adleriano nella concezione della personalità vista come un modello di situazioni

interpersonali ricorrenti che riguardano il sistema del sé e l’organizzazione stabile di processi

interpersonali; Horney, attaccò il concetto di invidia del pene freudiano ed espresse le sue tesi nel

libro “il complesso della virilità nella donna” che ricorda le concezioni adleriane sulla protesta virile;

gli esponenti della psicologia umanistica ( Rogers, May, Maslow) che si differenziano da Adler

solo per una diversa visione del sentimento sociale che è assente nella loro psicologia; Bandura e

Seligman, negli Stati Uniti, evidenziano convergenze con le concettualizzazioni adleriane circa il

funzionamento della mente; Parisi e Castelfranchi, in Italia, che presentano diversi punti di

convergenza con la concezione olistico-teleologica adleriana; numerose poi sono le convergenze

tra la psicologia adleriana e quella della comunità come settore applicativo dell’igiene mentale e

delle scienze sociali.

CAP.6 LA PSICOLOGIA DI COMUNITA’: ORIGINI E SVILUPPI DI UN SETTORE DISCIPLINARE

IN ESPANSIONE

PAR.6.1. LA NASCITA DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA’:UNA QUESTIONE TUTT’ALTRO CHE

DEFINITA

La psicologia di comunità è una disciplina pone fra lo psichico e il sociale e fra il privato e il

pubblico che si occupa delle persone situate nei loro contesti di vita. Essa punta all’emancipazione

e al miglioramento della qualità di vita di soggetti e gruppi in difficoltà. Diversi autori tendono a

considerarla ancora come disciplina alla ricerca di una propria identità, ma nonostante la sua

incerta biografia, questa disciplina in pochi decenni ha raggiunto nel nostro paese una buona

diffusione,infatti, risultano attivi 40 insegnamenti accademici. Il focus della psicologia della

comunità è l’interdipendenza tra gli individui, i loro ambienti e i sistemi di diverso livello incluso il

macrolivello. La disciplina si occupa della stratificazione sociale, ma anche delle problematiche

legate a fattori + circoscritti quali il sesso, la razza, le difficoltà dell’età, le dipendenze e le

disabilità. Eppure se volessimo risalire alle origini di questa disciplina ci stupiremo non poco nello

scoprire che non si fa nemmeno un fugace cenno sia all’impianto teorico di Adler sia all’intervento

dei suoi seguaci. La manualistica attuale tende,infatti, a considerare la psicologia di comunità

come area di ricerca autonoma che trova le sue fondamenta nell’azione sociale di Lewin e degli

psicologi ambientali. Detto ciò bisogna anche riconoscere come sia altrettanto fondata la teoria

secondo cui il sistema adleriano rappresenta uno dei + significativi precursori della psicologia della

comunità. Nello stesso tempo anche gli adleriani italiani non hanno fatto il necessario per dare il

giusto rilievo alle formidabili intuizioni dello psicologo viennese. Non sembrano aver fatto gran che

per riappropriarsi dell’interno lascito adleriano, del suo articolato progetto orientato alla costruzione

del sentimento sociale, per farlo rivivere nella prassi comunitaria e nella ricerca scientifica dei

nostri tempi. Appare, dunque, ampiamente legittimo che recenti aggregazioni spontanee di studiosi

e professionisti di orientamento adleriano,come l’Associazione Forum di Psicologia adleriana di

Pavia, vogliano ricercare percorsi atti a favorire lo sviluppo del sentimento sociale tra persone

disagiate ed emarginate e precorsi di prevenzione del disagio psichico. I programmi di intervento

previsti si occuperanno delle fasi + critiche dell’esistenza e coinvolgeranno la famiglia, la scuole e

le altre comunità educanti.

PAR.6.2. I PRINCIPALI COSTRUTTI TEORICI IN PSICOLOGIA DI COMUNITA’

La psicologia di comunità si configura come un modo di pensare, come un’ideologia piuttosto che

come una disciplina intesa nel senso canonico del termine. Sembra configurarsi come un insieme

di valori e come un atteggiamento di impegno verso il cambiamento sociale che sviluppa le

competenze delle persone comuni e valorizza le diversità culturali. Amerio ha precisato che l’ottica

di questa disciplina fa appello al piano dei significati pratici ai quali è concretamente connessa

l’esistenza degli individui e delle collettività. Questo implica che un problema umano è anche

sempre un problema sociale, in quanto è essenzialmente nella società che i significati pratici sono

prodotti. È possibile delineare un quadro sintetico dei tre filoni di pensiero che maggiormente

caratterizzano lo sviluppo teorico della psicologia di comunità: 1) il filone clinico-sociale di matrice

adleriana, influenzato anche dall’umanesimo austro marxista i cui costrutti sono considerati come

ponte tra individuale e sociale, il primo modello teorico-prassico per l’intervento nella comunità; 2) il

filone di matrice nordamericana, a metà degli anni ’60, che affonda le radici nella teoria lewiniana

del campo, nella teoria dei sistemi, nella prospettiva ecologica-ambientale, nella teoria socio

cognitivista, nella psicologia umanistica; 3) il filone + recente di matrice europea, caratterizzato

dalla critica all’eccesso di pragmatismo americano e dal tentativo di elaborare una teoria capace di

unificare la dimensione individuale e quella collettiva. Nel filone nordamericano, il primo modello

che ha influenzato lo sviluppo dei costrutti in psicologia di comunità è senz’altro la teoria del campo

di Lewis, secondo cui un qualsiasi comportamento o mutamento in un campo psicologico dipende

dalla particolare configurazione del psicologico in quel dato momento. Tale teoria è sintetizzata con

la formula C= f(P,A), per cui ogni evento comportamentale (C) è il prodotto dell’insieme dei fattori

personali (P) e di quelli ambientali (A) interni al campo psicologico. Tale teoria fu fortemente

influenzata dal pensiero adleriano,infatti Lewis, in assonanza con Adler, definisce il campo

psicologico come la totalità dei fatti coesistenti nella loro interdipendenza. Inoltre, anche nella

teoria lewiniana come in quella adleriana la sfera individuale soggettiva e quella sociale oggettiva è

dinamica e si concretizza nell’agire delle persone. Altro ambito di riferimento della psicologia di

comunità è la psicologia ambientale di Barker il quale propone il behavior setting come unità di

analisi che designa insieme di comportamenti correlati ai diversi contesti spazio-temporali.

Secondo Barker, ambiente e comportamento sarebbero quindi in sincronia. Altri ambiti di

riferimento della psicologia di comunità sono le teorie ecologiche: “la teoria dello sviluppo del

contesto” e quella “ecologico-sistemica”. Secondo quest’ultima, di Murell, l’attenzione deve

focalizzarsi sui sistemi sociali in quanto espressione dell’intersoggettività e fonte di influenza degli

stili comportamentali degli individui. Per Murell il sistema sociale è caratterizzato

dall’interdipendenza delle parti che lo compongono e dalla relazione con l’ambiente. Questo

sistema ha varie proprietà: totalità, la modifica di una parte del sistema produce il cambiamento in

tutto il sistema; retroazione, ogni comportamento è influenzato e influenza quello altrui; equifinalità,

un risultato può essere raggiunto partendo da punti differenti e percorrendo strade diverse; multi

finalità, gli effetti non dipendono dalle condizioni iniziali, ma dalla natura del processo e dalle

caratteristiche del sistema. Nel filone nordamericano altra importante teoria è quello dello sviluppo

del contesto di Bronfenbrenner in cui il concetto di ambiente ecologico viene ampliato e il

comportamento individuale risulterebbe determinato da strutture concentriche di micro livello

(famiglia e gruppo dei pari), mesolivello (rapporto fra sistemi, ad esempio tra famiglia e scuola),

esolivello (sistemi in cui l’individuo non è direttamente coinvolto, ad esempio il lavoro dei partner)

macrolivello (il contesto sociale allargato). Per Bronfenbrenner l’individuo si muove

dinamicamente in questi sistemi o livelli. Un altro modello interessante è la teoria della crisi di

Dohrenwend basata sul concetto unificante di stress psicosociale. L’autrice ritiene che le modalità

impiegate da una persona per rispondere a una situazione di crisi sono correlate con i sistemi di

sostegno sociale e con i mediatori a disposizione del soggetto. In tale ambito non bisogna limitarsi

alle variabili psicodinamiche interne alla persona, ma occorre prendere in esame le circostanze di

vita e le risorse a disposizione del soggetto per affrontare le richieste poste dalla situazione. in

questa prospettiva l’aiuto può essere fornito anche in un momento precedente alla reazione di

stress sotto forma di servizi di intervento sulla crisi. Infine, il terzo e + recente filone di pensiero,

quello europeo, è caratterizzato + da una lettura critica della psicologia di comunità americana. Le

critiche che vengono poste riguardano: 1) l’eccesso del pragmatismo e una ridotta riflessione

teorica; 2) l’assenza di una teoria guida unificante; 3)la sostanziale ingenuità politica che porta gli

psicologi nordamericani a mitizzare il concetto di comunità, senza vederne gli aspetti

potenzialmente oppressivi e non emancipativi. Viene criticato quindi i mito individualistico secondo

cui l’uomo si è fatto da solo. A partire da queste critiche, Francescato, Tomai e Ghirelli

suggeriscono i seguenti principi-guida per una teoria della tecnica in psicologia di comunità:

incoraggiare interpretazioni pluralistiche di un problema sociale; considerare le origini storico-

politiche del problema, dar voce alle narrative minoritarie esistenti; promuovere e attuare progetti di

empowerment; identificare con precisione i punti di forza individuali e sociali su cui far leva per

operare il cambiamenti, identificare i problemi prioritari che possono essere risolti dal gruppo

coinvolto nel progetto di empowerment, localizzare i problemi che necessitano di interventi di

organismi e reti locali, nazionali e internazionali. In questa cornice lo psicologo di comunità svolge

sia il ruolo di teorico partecipante, sia il ruolo di un organizzatore della comunità per

l’emancipazione. Un recente esempio di intervento di campo è stato effettuato in Bolivia, in cui i si

sono venuti a formare i cosiddetti operatori di strada per i chicos calleros . Questi operatori hanno

come obiettivo fondamentale quello di rendere i destinatari + competenti e sicuri, sia

incrementando il loro senso di efficacia personale, sia promuovendo la formazione di una

maggiore consapevolezza dei sistemi sociali. In conclusione, nonostante questa articolata

prospettiva teorica e il forte sviluppo che ha registrato la psicologia di comunità negli ultimi anni, va

ribadito che restano ancora aperti diversi significativi problemi dovuti alla carenza metodologica

per studiare il cambiamento di comunità e i fenomeni complessi che si collocano a vari livelli.

Causa di questi problemi è anche la difficoltà degli psicologi di andare oltre i limiti della tradizione

professionale, che individui come unità indipendenti, quando poi in realtà le comunità sono

composte da individui interdipendenti.

PAR.6.3. METODI E TECNICHE PER L’INTERVENTO IN CAMPO

L’unità di analisi della psicologia della comunità è la persona nel contesto, ma le variabili che ci

sono in un contesto e le condotte degli individui sono numerose e quasi mai è possibile

considerarle tutte. In ragione di tale complessità la disciplina ha sviluppato un buon numero di

metodologie atte a fornire un assessment per garantire adeguate strategie di intervento nella

comunità con finalità emancipative, di prevenzione e di promozione del benessere dell’utenza.

Orford ha delineato la cornice concettuale entro cui dovrebbero muoversi gli psicologi di comunità

nel lavoro di campo: la causa dei problemi è l’interazione prolungata fra gli individui, setting e

sistemi sociali; grande rilievo hanno i livelli di analisi micro e macro di organizzazioni, quartieri,

comunità; le principali metodologie di ricerca impiegate sono i disegni quasi sperimentali, la ricerca

qualitativa, la ricerca-intervento e il metodo dei casi; i luoghi della pratica sono i contesti sociali

rilevanti in cui vivono gli utenti; le strategie di interventi privilegiate sono quelle proattive ed

emancipatorie, l’enfasi è posta sulla prevenzione, sulla condivisione delle conoscenze con gli

utenti, con un forte sostegno rivolto ai gruppi di auto aiuto e di volontariato. Inoltre, un intervento di

comunità parte dall’elaborazione di un preliminare profilo di comunità per l’efficace

programmazione del lavoro. Al riguardo, numerose sono le metodologie e le tecniche usate che

possono essere così categorizzate: metodologie e tecniche che non prevedono contatto e sono

mirate alla raccolta di dati prevalentemente quantitativi; che prevedono un contatto minimo con

l’utenza come l’impiego di metodi osservativi; che prevedono un moderato contatto con l’utenza

come il self-report; che prevedono un forte contatto con l’utenza come l’intervista individuale o di

gruppo. Inoltre, muovendosi secondo la logica lewiniana della ricerca-azione partecipante lo

specialista nel lavoro di comunità può sondare il terreno coinvolgendo utenti e indicendo un

qualche cambiamento preliminare. Per l’analisi e la mappatura dei contesti comunitari sono

impiegati determinati strumenti: la griglia per l’osservazione delle caratteristiche fisiche e

sociali dei quartieri, articolata in griglia per l’osservazione della popolazione, griglia per

l’osservazione delle caratteristiche fisiche della via, griglia per l’osservazione delle proprietà

residenziali e non residenziali, griglia per l’osservazione delle case campionate; la scala italiana

del senso di comunità che articola 18 item sulla base di 4 criteri quali l’appartenenza, la

soddisfazione dei bisogni, l’influenze e la connessione emotiva; la scala multidimensionale del

sostegno sociale percepito costituita da 12 item; il questionario sulla situazione scolastica

che diagnostica aspetti della vita scolastica ed è articolata in 3 sottoscale: la QSS-S per studenti,

la QSS-I per gli insegnanti e la QSS-G per i genitori; la scala dei rapporti di vicinato, che rileva le

tre componenti che costituiscono il vicinato: il comportamento amichevole, lo scambio di aiuti

materiali e in rispetto della privacy; la respocial personality battery, costruita per l’esplorazione di

due fattori generali: l’empatia orientata al prossimo e la disponibilità ad aiutare. Negli interventi

attuati nella società lo psicologo di comunità tende a privilegiare il lavoro di gruppo perché

ottimizza le risorse locali e rende possibile la condivisione delle conoscenze. Le modalità operative

di gruppo + comuni sono: il T-Group, il Focus group, il Gruppo d’incontro e riflessione, il Circle

Time, il Gruppo di mutuo aiuto.

CAP.7 ADLER PSICOLOGO DI COMUNITA’ ANTE LITTERAM. ANALISI COMPARATIVA FRA I

COSTRUTTI CHIAVE DEL MODELLO ADLERIANO E QUELLI IMPIEGATI IN PSICOLOGIA DI

COMUNITA’.

Fu Adler che per primo si soffermò su quell’insieme di credenze che pongono attenzione alle

condizioni di vita della persona e che richiedono perciò concezioni teoriche al quanto diverse

rispetto a quelle impiegate per comprendere un singolo individuo. Si tratta di una prospettiva che si

rivolge + alla prevenzione che al trattamento, che enfatizza il rafforzamento delle competenze

dell’attore sociale + che l’eliminazione del deficit, che si focalizza sull’interazione tra persone e

ambienti. La tesi che qui si intende argomentare vede i programmi adleriani di lavoro nel sociale

come precursori + affini ai moderni orientamenti di psicologia, in particolare ai programmi di

psicologia della salute e di psicologia di comunità. Il concetto di empowerment è uno dei +

caratterizzanti e complessi della psicologia di comunità, visto come quel processo di acquisizione

di potere e come capacità di intervenire attivamente sulla propria esperienza esistenziale. Quello di

empowerment è un concetto multilivello, che rinvia ad un livello individuale e ad un libello sociale e

di comunità. In tale prospettiva lo psicologo di comunità deve favorire la partecipazione

consapevole dei soggetti alla vita della comunità, stimolando in questi lo sviluppo delle

competenze di fronteggiamento. Già da questi pochi cenni è chiaro che il concetto e la prassi

adleriana di “incoraggiamento” e “formazione di profani” si muova nella stesa direzione di chi oggi

è impegnato nell’empowerment. Per quanto riguarda l’approccio al genitore, a proposito di

incoraggiamento e di educazione dei profani, Adler riteneva che non era di alcuna utilità

sottolineare gli errori commessi dai genitori nel passato, mentre era necessario adoperare loro

affichè potessero assumere una nuova strategia educativa. Con riferimento al lavoro

dell’insegnante, Adler sottolineava che la scuola ha il compito di favorire l’adattamento del bambino

e che il compito dell’educatore sia quello di evitare uno scoraggiamento da parte del bambino, di

stabilire relazioni amichevoli con fanciulli che hanno perso il coraggio, si servire a infondere

coraggio e far compiere progressivi miglioramenti. Tecnica utile in ambito scolastico è il Circle time

a cui prendono parte tutti gli alunni e che punta alla realizzazione dello star bene ed è considerato

uno strumento molto utile alla costruzione delle classe come “comunità educante”. Anche nella

scuola superiore sperimentale vennero applicate varie tecniche e metodologie dirette a facilitare

nella classe l’educazione alla vita sociale e al prevenire il disagio migliorando l’autostima degli

allievi in difficoltà. Tali procedure furono definite di “mediazione sociale” e oggi sono impiegate

nell’ambito dei programmi di educazione all’empatia e alla pro socialità: il peer learning, il

coperative learning, il peer counseling. Non meno significativi, in termini di interventi per

l’empowerment scolastico e sociale, appaiono i contributi di Dreikurs. Secondo la sua teoria

dell’incoraggiamento, ogni intervento educativo presenta all’inizio il problema di superare l’apatia e

l’indolenza, che risultano insuperabili se gli allievi hanno l’impressione di sentirsi schiacciati dal

compito che lo aspetta. In fase applicativa, Dreikurs, ha indicato agli educatori i nove basilari

principi adleriani dell’incoraggiamento: 1)stimolare il bambino così com’è; 2) dimostrare fiducia nel

bambino in modo tale che egli possa averne in se stesso; 3)credere nelle capacità del bambino; 4)

conquistarsi la sua confidenza e al tempo stesso formarlo al rispetto di se stesso; 5) riconoscere

un lavoro ben fatto ed elogiare gli sforzi compiuti; 6) fare uso del gruppo per facilitare ed

incrementare la maturazione del bambino; 7)integrare il gruppo in modo che il bambino sia sicuro

della sua posizione all’interno; 8)aiutare il bambino a sviluppare le sue capacità seguendolo

progressivamente; 9)riconoscere e mettere a fuoco le sue doti e le sue risorse. Una seconda

tipologia, adottata dalla psicologia di comunità, che trova riscontro nelle idee adleriane è quella

dello “sviluppo di comunità” e di community care. I fattori di questi programmi sono di tipo

educativo, perché rivolti all’ampliamento della consapevolezza; di tipo operativo, in quanto è

cruciale individuare bisogni e risorse per orientarle al cambiamento auspicato; di tipo valutativo, di

tipo democratico, in quanto promuovono la partecipazione degli individui e di tipo politico-sociale , i

quanto diretti a promuovere l’unione e la cooperazione delle forza locali. Adler tempo addietro si

era mosso sugli stessi principi sopraelencati, in un moderno sistema di previdenza sociale, di

assistenza sanitaria gratuita, di formazione scolastica statale riformato in senso antiautoritario e di

massa. Inoltre, egli considerò il sentimento sociale come l’istanza cruciale su cui far leva per

motivare, aggregare e forma individui e gruppi intorno agli interventi di comunità. Anche ciò

concerne il lavoro di gruppo di mutuo aiuto, usato di psicologia di comunità, è legato al concetto

adleriano di “anima di gruppo”, data dalla confluenza dei desideri e delle aspirazioni individuali. Da

ultimo, passiamo alle significative somiglianze che avvicinano il concetto di senso di comunità al

costrutto adleriano di sentimento sociale, fatte le debite differenze che vedono il primo + empirico e

il secondo + personologico/dinamico. Adler riteneva che l’individuo dovesse essere studiato

all’interno del contesto sociale rifiutando di esaminare l’individuo come entità a se stante. Il senso

di comunità, postulato da McMillan e Chavis, è un sentimento che i membri hanno di appartenere,

di essere importanti gli uni per gli altri e una fiducia condivisa che i bisogni dei membri saranno

soddisfatti dal loro impegno a essere insieme. Esso viene descritto come caratterizzato da 4

dimensioni: appartenenza, influenza, integrazione e soddisfazione dei bisogni principali dei membri

della comunità, connessione emotiva. Gli autori di tale concetto hanno anche elaborato una scala

attraverso cui può essere misurato, introdotta anche in Italia. In conclusione il concetto di senso di

comunità viene definito come una percezione e quindi attinente alle singole persone, ma può

essere considerato anche come un tratto distintivo della comunità nel suo insieme e quindi è un

ponte che collega la sfera individuale e quella collettiva. Aspetti questi che già troviamo nel

sentimento sociale di Adler il quale prima di tutti aveva ideato concetti-ponte capaci di mediare il

personale e il sociale.

CAP.8. A COSA SERVONO LE EMOZIONI E I SENTIMENTI E COME TRATTARLI IN

UN’OTTICA ADLERIANA

PAR.8.1. LE EMOZIONI E I SENTIMENTI: LA PROSPETTIVA OMEODINAMICA O NEUROETICA

Un recente volume ha dimostrato che la natura umana è caratterizzata da un complesso impasto

di razionalità ed emozionalità, di condotte egoistiche e di condotte volte al bene altrui, di

aggressività e di pro socialità, di spietatezza e di compassione. La mente è un sistema proattivo

che è contaminata dal sociale e che contamina il sociale, non ha nulla di immutabile se non la sua

plasticità e la sua capacità di adattamento. Operando su tale plasticità le condotte umane possono

essere modellate in una direzione etica + positiva e le emozioni rappresentano la chiave di volta

per lavorare + efficacemente in questa direzione. Già Adler aveva osservato che l’inettitudine del

cucciolo non è limitata al soddisfacimento dei bisogni fisici primari, ma si estende in modo

significativo alla sfera emotivo-affettiva. È facile così comprendere perché un distacco dalle figure

affettive possa attivare risposte di tipo depressivo. In tale prospettiva, uno dei mezzi per favorire il

benessere psicologico e della pro socialità è la capacità che hanno gli adulti di proporre modelli

significativi, ovvero modelli sociali postivi, emotivamente empatici che rappresentano fattori

educativi cruciali sia per lo sviluppo di un sanno processo identitario sia per l’assimilazione dei

fondamenti della cultura pro sociale e di pace. Si è avvenuta così affermando una concezione che

ha sovvertito l’antico paradigma cartesiano, sostenendo che le affettività non interferenze negative

nel normale fluire della razionalità, ma sono parte integrante del modo di operare di quest’ultima.

Questa rivoluzione copernicana ha individuato nel naturale sentimento di empatia e nella capacità

di sentire le esperienze dell’altro, uno dei fattori cruciali per l’interiorizzazione e la pratica di

relazioni positive per l’attenzione e la cura dell’altro e del mondo. È ben saputo che le emozioni

primarie o di base , e i sentimenti a esse connesse, costruiscano la componente principale del kit

di sopravvivenza umano. Secondo Le Doux e Damasio è accertato che tutte le emozioni primaria

sono accomunate dal seguente insieme di fattori biologici: sono collezioni complesse di risposte

chimiche e neuronali che formano gli schemi e vanno considerate come una componente di alto

profilo nei processi omeostatici e di difesa della vita; sono risposte disposizionali, cioè processi

biologicamente determinati; sono prodotte da centri cerebrali che occupano piccole aree delle

regioni sottocorticali profonde; i centri che le producono entrano in azione in modo automatico,

senza alcuna deliberazione conscia; usano il corpo come il loro teatro d’azione; tutti gli oggetti-

stimolo tendono a produrre una risposta emotigena e ciò produce anche alcune tipiche

associazioni fra certi stimoli e certe classi di emozioni; la collezione di tutti i suddetti cambiamenti a

livello corporeo e cerebrale costituisce il substrato degli schemi neuronali dai quali si possono

sviluppare i sentimenti. Dunque, il sentimento è l’esperienza di conoscenza di un’emozione. La

comprensione di emozioni e sentimenti non solo è utile per il miglior trattamento di alcune delle

principali cause di sofferenza psichica, ma è indispensabile per arrivare a disporre, in futuro, di una

visione dell’essere umano + accurata di quella attualmente in nostro possesso. Come dimostrano

le recenti indagini sulle emozioni sociali, le condotte volte a vivere in un’armonia condivisa e

pacifica con gli altri è un’estensione dello sforzo di preservare se stessi, sforzo che è reso

possibile dall’affettività. In tale cornice neuroetica, appare chiaro che il lavoro su emozioni e

sentimenti è necessario per rendere gli individui e i gruppo + competenti in campo emozionale e

relazionale.

PAR.8.2. METACOGNIZIONI E METAEMOZIONI NELLA “SCIENZE DEL SE’”: LAVORARE PER

LO SVILUPPO DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA

Le attuali conoscenze fra il cervello e la mente possono essere sintetizzate attraverso

l’affermazione che la mente produce effetti sul cervello e il cervello ne produce sulla mente. In

questo reciproco influenzamento un ruolo cruciale è svolto dall’autoconsapevolezza degli stati

emotivi: capacità correlata sia dall’influenza che la madre esercita sul bambino, sia dai modelli e

stili di vita dominanti nell’ambiente di appartenenza, sia dalle attività di quelle strutture del cervello

coinvolte nell’elaborazione cognitiva e mnestica delle emozioni. Coloro che sono maggiormente

dotati di autoconsapevolezza possono imparare + facilmente a liberarsi dagli stati d’animo negativi

e possono diventare + competenti nella condivisione sociale delle emozioni. Questa possibilità di

operare sul sistema emotivo fa da sfondo a quell’attività che Goleman chiama Scienza del sé.

Senza la continua attenzione ai propri stati interiori non potrebbe esistere quell’insieme di abilità

che viene chiamato intelligenza emotiva. Il concetto di intelligenza emotiva si è affermato a metà

degli anni ’90 grazie al Goleman, ma già un decennio prima Mayer e Salovey, a partire dalle

concettualizzazioni di Gardner, l’avevano introdotta. Secondo Gardner esistono 7 tipi di intelligenza

e ogni individuo è versato in alcune di queste. In queste intelligenze vennero delineate anche

l’intelligenza intrapersonale, che è la capacità di accedere alla propria vita affettiva interiore, e

quella interpersonale, che è la capacità di leggere gli stati d’animo, le intenzioni e i desideri

dell’altro. A partire da questi rilievi Goleman ha posto in luce i rischi che una visione puramente

cognitiva dell’intelligenza implica per l’equilibrato sviluppo della persona. È stato visto che un QI

alto non è una garanzia di prosperità se l’individuo non possiede l’intelligenza emotiva. Oggi, fra gli

studiosi, vi è un sostanziale accordo nel considerare le seguenti 5 dimensioni psicologiche a

partire dalle quali vengono costruiti i programmi per la promozione dell’intelligenze emotiva:

1)Autoconsapevolezza emozionale, prevede l’addestramento al riconoscimento precoce della

propria esperienza emotiva sia a livello fisiologico, sia a livello verbale, sia a livello cognitivo; 2)

Efficace gestione delle emozioni, prevede l’addestramento a mettere in campo il + ampio

ventaglio possibile di risposte comportamentali alle specifiche emozioni; 3) Automotivazione,

prevede l’addestramento di un certo obiettivo e a persistere nell’impegno; 4)Percezione corretta

delle emozioni altrui, prevede un addestramento ad assumere il punto di vista degli altri e

all’ascolto attivo; 5)Gestione efficace delle relazioni interpersonali, prevede l’addestramento a

una comunicazione + efficace. L’insieme delle suddette dimensioni psicologiche e delle connesse

competenze è la chiave della scienza del sé che costituisce l’essenza stessa del benessere

personale e dell’efficacia nei rapporti interpersonali.

PAR.8.3. AFFETTIVITA’ E SENTIMENTO SOCIALE: L’EDUCAZIONE SOCIOAFFETTIVA E I

PROGRAMMI DI EDUCAZIONE ALL’EMPATIA E ALLA PROSOCIALITA’

Un’altra via per lavorare allo sviluppo delle sopracitate 5 dimensioni emozionali è senz’alto quella

dell’educazione socio affettiva diretta alla prevenzione del disagio, alla promozione del benessere,

dell’empatia e della prosocialità. I presupposti da cui solitamente muovono un po’ tutti i

programmi diretti a far raggiungere all’individuo un buon livello di maturazione cognitiva e di

competenza relazionale sono 3: la visione dell’individuo come dotato di potenzialità che, se

adeguatamente sviluppare, possono portare ciascuno a diventare ciò che può essere; il valore

attribuito all’interazione individuo-ambiente, quindi all’esperienza, per il processo di sviluppo della

personalità; l’importanza attribuita al gruppo come efficace contesto d’apprendimento. Punto di

partenza in questo campo è la qualità del rapporto tra individuo-ambiente. L’educazione socio

affettiva pone, pertanto, particolare attenzione allo sviluppo personale e sociale degli individui

privilegiando la dimensione emotivo-interpersonale. In tale cornice, la famiglia è l’agenzia primaria

di sostegno affettivo e per questo, nell’ultimo decennio, sono diventate piuttosto numerose le

proposte formative dirette a incrementare le competenze emotivo-relazionali dei genitori. Tra

queste proposte si ricorda il Metodo integrato per genitori di Francescato che, privilegiando la

tecnica del Circle Time, è finalizzato a: fornire conoscenze relative allo sviluppo socio affettivo dei

bambini; far prendere coscienza ai genitori dei propri stili educativi e dei propri valori; potenziare

capacità relazionali d’aiuto; aumentare le competenze genitoriali nell’affrontare argomenti relativi

alle emozioni e alla sessualità; promuovere l’acquisizione di tecniche relative ai processi

decisionali e al problem solving. Non meno utile è il programma formativo CCET diretto a prevenire

nelle fasi di costruzione del nucleo familiare i rischi derivati dalle molte difficoltà che le giovani

coppie incontrano oggi a mantenere nel tempo una relazione soddisfacente. Nell’ambito scolastico

i programmi attuati sono quello dell’alfabetizzazione emozionale di Di Pietro, quello di educazione

all’empatia e alla pro socialità di De Beni e Olivar. Il programma di Di Pietro punta all’incremento

della capacità di monitorare le diverse componenti che costituiscono l’esperienza emozionale.

Partendo dai costrutti della terapia razionale-emotiva di Ellis, Di Pietro si propone di aiutare

l’alunno a correggere il proprio disagio interiore e ad imparare a mettere in discussione il modo

attraverso cui interpreta e valuta determinati eventi. A tal fine ritiene che la terapia spiega il

meccanismo che sta alla base delle relazioni emotive attraverso il Modello ABC dell’emozione,

dove A indica la situazione emotigena, B i pensieri che riguardano A, C la reazione emotiva e 1)

trattati come una persona che vale; 2) non condannare te stesso per le cose che vanno male nella

tua vita e non lasciarti condannare dagli altri; 3)aspettati di fare ogni tanto qualche errore; 4)evita di

paragonarti ad altre persone; 5)cerca di essere te stesso, non hai bisogno di imitare gli altri, né farti

piacere per forza le cose che piacciono agli altri. I programmi dell’educazione all’empatia e alla pro

socialità mirano al raggiungimento della capacità, della persona, di sapersi porre in prospettiva

dell’altro. De Beni ha applicato tale programma nelle scuole del Nord Italia sviluppando un

curricolo di educazione all’altruismo e muove dalla constatazione che in questo campo è

necessario considerare l’interdipendenza di una pluralità di variabili: quelle personali, quelle

situazionali, quelle cognitive e quelle affettive. L’Autore struttura il percorso educativo in 3 grandi

aree di sviluppo operativo: l’area dell’identità personale e della sensibilità sociale; l’area

dell’interpretazione del contesto; l’area delle risposte. Le tecniche suggerite agli insegnanti sono:

l’ascolto attivo, il problem solving, il circle time, il role playing e la narrazione di sé.

Olivar, altro fautore del programma dell’educazione all’empatia e alla pro socialità, ritiene che sia

necessario in un percorso educativo dotarsi di una indispensabile, volontaria, assoluta, aprioristica

e attiva stima nei confronti dell’altro. Il percorso previsto si articola nei seguenti passi: 1)

presentazione degli aspetti salienti del programma per la promozione di atteggiamenti e

comportamenti pro sociali nel contesto scolastico; 2) analisi delle emozioni + importanti

dell’adolescente; 3) presentazione delle variabili che devono caratterizzare ogni compito educativo;

4) presentazione delle metodologie educative che utilizzano i contenuti dei programmi televisivi per

sviluppare uno stile di pensiero critico pro sociale; 5) orientamento della motivazione educativa

degli insegnanti verso un intervento realistico di trasformazione educativa e sociale; 6)proposta di

concrete azioni educative da mettere in pratica nell’ambiente familiare e amicale degli alunni;7)

strumenti per l’assessment sistematico dei livelli di partenza nelle competenze socio affettive e dei

risultati raggiunti a seguito dell’applicazione del programma. Il programma presenta le seguenti

caratteristiche: la partecipazione è libera; si favoriscono il coinvolgimento e l’iniziativa; gli alunni

sono protagonisti; la metodologia viene scelta e sviluppata insieme agli alunni; si opera una

distinzione chiara tra stile educativo e didattico; orizzontalità totale nelle relazioni; si considera la

globalità dell’alunno come persona; i soggetti coinvolti sono consapevoli della loro responsabilità

come modelli; partecipazione delle famiglie; applicazione nella vita reale.

PAR.8.4. DISAGIO SOCIOAFFETTIVO E COUNSELING EDUCATIVO E DI COMUNITA’ AD

ORIENTAMENTO INDIVIDUALPSICOLOGICO: IL MODELLO QUADRIFASICO ADLERIANO DI

COUNSELING

Capita spesso che giovani che non presentano alcun disturbo psicopatologico si trovino in contesti

in cui esistono problematiche di conflitto intergenerazionale. In tale prospettiva, il prendersi cura di

un soggetto o di un gruppo in difficoltà, ma non disturbato, mediante un counseling non clinico ha

una valenza essenzialmente educativa. Tale counseling si pone come obiettivo di aiutare la

persona o il gruppo in difficoltà a modificare la visione di se stessi e degli altri. Tali strategie d’aiuto

in una prospettiva di empowerment individuale o di gruppo, hanno lo scopo di perseguire

l’incremento delle capacità di resistenza e fronteggiamento dello stress. Le tre chiavi operative per

un counseling d’aiuto efficace sono: 1)la conoscenza che il counselor/helper deve possedere di se

stesso, che lo spinge a dare aiuto agli altri e a non confondere i suoi problemi con quelli degli altri;

2)adeguate competenze teoriche-metodologiche; 3) capacità empatiche. L’essenza del counseling

è la comunicazione, cioè un ascolto attivo che si acquisisce con uno specifico training. Ascoltare

attivamente per l’helper significa: accettare di lasciar parlare; incoraggiare chi chiede aiuto; essere

aperto alla diversità evitando censure e giudizi moralistici; sentire e comunicare il piacere per la

vita e per le relazioni interpersonali; abbandonare il livello di generalizzazione per spingere l’helpee

verso la definizione del problema e la personalizzazione della narrazione: amplificare, collegare,

riformulare i segmenti narrativi; farsi penetrare dalle emozioni dell’interlocutore senza perdere

lucidità; chiarire e rianalizzare. L’obiettivo del counseling è quello di incoraggiare l’incremento

dell’intelligenza emotiva. Il Modello Quadrifasico Adleriano di Counseling prevede 4 fasi operative

così articolate: 1) fase di SIMMETRIA EMPATICA, fra l’helper e l’helpee si attiva una relazione

diretta allo sviluppo di un sentimento di fiducia e di reciprocità empatica; 2) fase di

INCORAGGIAMENTO ESPLORATIVO, l’helper incoraggia l’helpee a effettuare ulteriori

esplorazioni del problema focalizzandosi sui temi dell’autostima, dell’autoefficacia percepita e della

relazionabilità; 3) fase di RIORIENTAMENTO MOTIVAZIONALE, l’helper invita l’helpee a riflettere

sul circolo vizioso del pensiero negativo e dell’autoscoraggiamento, sul sentimento di impotenza e

pessimismo per poi riesaminare questi problemi sotto una nuova chiave emotivo-relazionale, di

ottimismo flessibile, di empowerment; 4) fase di INIZIATIVA TRASFORMATIVA, l’helpee, con

l’aiuto dell’helper, elabora un concreto piano per il cambiamento. Vale sottolineare, inoltre, che

all’helper in fase di addestramento viene raccomandato di evitare rigidi schematismi applicativi in

modo tale da considerare la procedura con flessibilità. Le linee di questa procedura possono

anche essere applicate nel lavoro di helping di gruppo, anche se in questo caso le variabili da

tenere sotto controllo sono + numerose e diversificate.

CAP.9 PARADIGMI OPERATIVI PER L’EMPOWERMENT NEI SETTING DI COMUNITA’

PAR.9.1. PREMESSA

In questo capitolo si analizzeranno alcuni interventi paradigmatici effettuati in Campania dal prof.

Varriale con il suo gruppo, il primo nelle scuole di Salerno, il secondo nel liceo scientifico di

Afragola. Seguirà poi l’illustrazione di un intervento di empowerment effettuato nel comune di

Montella, a seguito del verificarsi in quest’area, nell’arco di pochi mesi, di diversi casi di suicidio e

tentato suicidio.

PAR.9.2. RICERCA-INTERVENTO E DISPERSIONE SCOLASTICA

L’intervento sulla dispersione in provincia di Salerno è stato realizzato nel periodo gennaio-maggio

2003 con il finanziamento della Direzione Scolastica Regionale ed ha visto la partecipazione di

oltre 100 insegnanti. In una prima fase si è provveduto ad addestrare gli insegnanti all’impiego

delle tipiche tecniche dell’educazione socio affettiva e della didattica conversazionale, in una

seconda fase si è supervisionato l’applicazione delle stesse nelle rispettive scuole di

appartenenza. Tali metodologie sono state finalizzate alla promozione della motivazione allo studio

dei soggetti a rischio, alla prevenzione e al contrasto della dispersione scolastica. Quest’ultima

trova origine nelle seguenti problematiche psicologiche e socioculturali: lacune nella preparazione

di base; cattiva autostima/autoefficacia percepita; scarso orientamento all’istruzione superiore nella

scuola media; insufficiente motivazione allo studio; scarso sostegno e coinvolgimento delle


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Catalano Lara.

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