VIOLENZA E PSICOPATOLOGIA
Aggressività etero agita nel paziente psichiatrico.
Le domande da porsi nell’ambito della psicopatologia sono:
esiste una relazione causale tra la malattia mentale e la violenza?
Il clinico che si muove basandosi su questa domanda oscillerà tra la
preoccupazione di stigmatizzare “reati violenti = frutto di malattia mentale”, o
di sottovalutare/scotomizzare il tipo di fenomeno, non considerando che molte
problematiche mentali possono portare il paziente a commettere reati: bisogna
quindi occuparsi della questione senza pregiudizi ma allo stesso tempo senza
sottovalutarla;
quali sono i fattori di rischio che possono esporre le persone mentalmente
disturbate a compiere agiti etero aggressivi? Perché quel soggetto commette
oggi e non domani tal agito? Cosa scatena questo tipo di violenza? Quali fattori
possono predisporre alla violenza?
Predizione della violenza → valutazione del rischio:
fattori di rischio
fattori di protezione: se in atto, possono mitigare il rischio di violenza
livello di rischio specifico dei fattori
minaccia
I fattori di rischio possono essere:
1) Statici (risk status), fattori meno considerati dal clinico, che rimandano a un quadro
più generale e che sono intrinseci alla personalità, che in qualche modo formano
una sorta di background che può predisporre alla violenza (domanda d’esame:
possiamo intervenire sui fattori di rischio statici, rispetto alla violenza? No, perché
sono fattori di rischio che sono a monte, sono immodificabili rispetto ai passati
violenti, ai momenti della vita in cui il soggetto agisce violentemente). Ci interessa
comunque conoscerli perché quanto più ci sono fattori di rischio statici, tanto più poi
proviamo a considerare che il background del soggetto può, non deve
necessariamente, predisporre alla violenza. Nella psicologia clinica, umana in
generale, non si deve considerare che nella vita ci siano dei binari precostituiti in
modo assoluto: pensare che se ci sono degli eventi, allora la persona per forza si
comporta in un certo modo, è un pensare in maniera riduttiva e anche pericoloso
dal punto di vista esistenziale e umano.
Certamente più vi è un certo tipo di condizioni e più la vita sarà direzionata, ma non
è un discorso di inclinazione rigida e assoluta. I fattori di rischio statici sono:
● genere: vi è una prevalenza di genere maschile nella predisposizione alla
violenza, ma ciò non significa che non possa presentarsi la violenza femminile (il
5% della violenza sessuale è femminile verso il maschile);
● età: nella fascia 25-30 anni vi è una maggior predisposizione alla violenza, ma ciò
non vuol dire che non si possa presentare anche dopo, in età maggiore.
Rispetto alla psicopatologia, l’età è più variabile: schizofrenia e disturbo borderline
di personalità tendono a ridursi con l’età, mentre lo spettro paranoide e i deliri
presentano una violenza in età più avanza;
● scolarizzazione: vi è una maggiore violenza in soggetti con bassa scolarità o
basso QI (<70) (ricordare che in presenza di bassa scolarizzazione non
necessariamente c’è un basso QI);
● storia di violenza: più un soggetto è stato violento e più ha probabilità di esserlo,
in quanto le condotte passate sono predittrici delle condotte future;
● tolleranza alla violenza: quanto più si sono viste, subite e sopportate violenze,
tanto più si è inclini a valutare superficialmente la messa in atto di fenomeni
violenti e si dice che in questi soggetti sia presente una disfunzione empatica, la
quale nasce proprio dalle esperienze violente subite o anche solo osservata (si
crea una disfunzione empatica);
● abusi nell’infanzia: la maggior parte dei bambini che subiscono abusi sono
portatori più che di violenza, di sofferenza e disagio e può quindi essere un fattore
di rischio ma con delle accortezze.
Questi ultimi tre fattori vanno letti in maniera molto elastica nell’ambito clinico, in
quanto sono anche fattori di rischio di sviluppo di disturbi di personalità, ad
esempio, in cui i soggetti, più che violenti, sviluppano un’esistenza fatta di
sofferenza personale (quindi sono fattori che non predispongono esclusivamente
alla violenza).
2) Dinamici (risk state), più di interesse da un punto di vista clinico-forense, in
quanto vengono utilizzati maggiormente e riguardano il singolo caso. Si tratta di
quei fattori che vengono ad incidere in un certo momento della vita, e quanti più
ne sono presenti (criterio quantitativo) e quanto più sono di intensa qualità, tanto
più c’è il rischio che venga commessa violenza: la presenza o meno di questi
elementi allora ci aiuta a considerare quanto sia presente, nel soggetto, il rischio di
agiti violenti. I fattori di rischio dinamici sono:
fattori di stress situazionali: il clinico che valuta condizioni forensi deve fare
attenzione a ciò che sta incidendo nella vita del soggetto. Alcuni fattori di stress
possono essere, per esempio, l’allontanamento di moglie e figli, perdita del lavoro
(perdita della propria identità, di un fattore di stabilità) e sono in genere
considerati la scintilla che fa accendere la violenza;
responsività emotiva e ruminazione ostile: la prima è uno stato affettivo, la
reattività emotiva agli eventi, quanto la risposta davanti a determinate situazioni
può essere più o meno emotiva (più sale la rabbia più c’è un rischio di atti violenti)
e se la rabbia si accompagna alla ruminazione (pensieri ricorrenti e persistenti),
diventa qualcosa di ancora più potente; un segno di ruminazione è indicata da
messaggi o chiamate persistenti (incandescenza psichica). Associazione tra
componente emotiva e quella cognitiva (aspetto che non sempre è esposto, che
rimane all’interno del soggetto). Anche nel reato di stalking è sottesa una
ruminazione ostile: è un reato che attinge sempre a disequilibri della personalità
(questo non vuol dire che gli stalkers non siano imputabili, anzi! Sanno cosa
fanno), dietro al quale c’è appunto la ruminazione;
impulsività: è l’agire comportamentale senza la mediazione del pensiero e
chiaramente quanto più un soggetto è impulsivo tanto più il rischio di commettere
violenza è presente; essa è vista dai clinici o come aspetto aspecifico della
personalità (passare al comportamento senza una mediazione dello stimolo) o
come psicopatologia impulsiva (incapacità di controllare certi impulsi); l’impulsività
può essere considerata in accezioni diverse, ci sono quadri patologici che vedono
come caratteristica predominante l’impulsività, come un elemento eventualmente
presente oppure come un elemento decisamente presente in alcune patologie (es.
disturbo borderline di personalità, disturbo antisociale o la schizofrenia). Disturbo
esplosivo intermittente: soggetti che per cause minime passano all’atto in maniera
violenta ed esagerata rispetto allo stimolo che li ha toccati, reazione molto forte.
Esistono anche impulsività tematiche: come la piromania, tendono ad essere
ricorrenti e ad avere escalation quantitativa (aumento graduale delle azioni);
abuso di sostanza: fattore incontrovertibilmente associato alla violenza,
soprattutto se è una situazione cronica. L’alcool ha sia una componente calmante
per l’ansia, sia disinibisce l’azione; alcune sostanze hanno una funzione attivante,
come cocaina e la sua versione cristallizzata, il crack. Anni ’70-’80 vi era il boom
dell’eroina, ora è un fenomeno ridimensionato perché ha uno sfacelo fisico, ha un
effetto oppiaceo quindi di per sé non ha effetti sulla violenza ma i grandi usi
comportano il commettere reati per trovare i soldi. L’abuso di sostanze può sia
indurre alla violenza persone che non hanno patologie ma l’uso di sostanze
aumenta anche le problematiche mentali più se ne abusa (Cocktail crack + alcool
aumenta di 10 volte l’effetto del crack);
non aderenza alle cure: quando c’è un quadro psicopatologico significativo
legato alla violenza, se il soggetto non si pone alle dovute cure è un fattore che
aumenta il rischio di agiti violenti. Se oltre ciò assume anche sostanze allora la
probabilità di agiti violenti è molto alta.
La volontà di non assunzione delle cure accade perché:
non hanno consapevolezza del loro problema (assenza di insight);
o difficoltà a percepire che la violenza anche solo verbale sia qualcosa di
o sbagliato (spesso ci sono antecedenti all’agito violento che vengono
considerati adeguati al loro stare al mondo).
Entrambe le motivazioni sono a causa della patologia che ha;
valutazione positiva della violenza: rischio maggiore per chi non valuta
criticamente i propri agiti violenti, chi non ha una considerazione negativa
rispetto a quello che fa;
● fattori clinici (diagnosi): forse il più importante, in quanto noi lavoriamo sui
sintomi, sulle caratteristiche cliniche che ci fanno pensare dinamicamente che
aumenti il rischio di violenza.
Quanto più un soggetto è affetto da patologia psicotica e presenta fenomeni
deliranti e allucinatori, per esempio, tanto più è un soggetto a rischio di violenza
(quindi i fattori clinici sono dei fattori di rischio dinamici veri e propri) e lo sarà
ancora di più se ci sono anche tutti gli altri fattori di rischio dinamici.
Altre patologie invece rappresentano proprio il contrario: pensare al disturbo di
panico, il quale non ha nessun significato, nessun rilievo da un punto di vista
criminologico, in quanto avere attacchi di panico, comporta pazienti con una
sofferenza personale che non andrebbero proprio ad attuare agiti violenti (in
questo caso i fattori clinici potrebbero essere visti invece, paradossalmente,
come dei fattori di protezione).
Domanda d’esame: se ci troviamo a valutare il livello di rischio di violenza, da quali
fattori dobbiamo partire? Assolutamente da quelli dinamici e ricordare che quanti più
fattori di rischio dinamici ci sono e più il rischio di violenza è maggiore (non parliamo
solo di violenza etero-aggressiva ma anche auto-aggressiva).
Con l’espressione violenza si intende l’espressione comportamentale
dell’aggressività.
La violenza impulsiva non è premeditata ma è disorganizzata, è una violenza
più calda, come una sorta di scarica in risposta all’evento, qualcosa che non ha
la mediazione riflessiva, di pensiero prima dell’agito.
Gli antisociali sono dei violenti impulsi, perché agiscono violentemente, passano
all’atto, nel momento in cui hanno uno stimolo, una frustrazione e allora non si
trattengono: sono ottimi candidati per far parte di bande, in quanto
fregandosene delle regole, partecipano volentieri alle attività criminali, ma
nonostante ciò creano comunque grossi problemi in quanto agiscono troppo
impulsivamente, anche per delle bande, o comunque organizzazioni criminali.
Anche i pazienti schizofrenici hanno una predisposizione alla violenza impulsiva:
l’autentico omicidio schizofrenico, con qualche rara eccezione, è di tipo
impulsivo (es. il soggetto è delirante e passa l’intera giornata davanti al
computer, arriva la madre che stacca la presa del computer, e lui reagisce
impulsivamente in modo violento).
La violenza proattiva è premeditata, c’è una valutazione dell’agito sia
nell’antefatto che nel post fatto, è una violenza più ragionata e a volte vi è
dietro una preparazione di mesi: presuppone un aspetto organizzato, una
scansione temporale prolungata e quindi alla base ha una mediazione
riflessiva, di pensiero (c’è proprio una costruzione di pensiero che alimenta e
prepara quello che è l’agito violento), a differenza della violenza impulsiva.
Dal punto di vista psicopatologico, di solito, si tende a considerare come frutto di
psicopatologia, le violenze impulsive, quelle fuori controllo, ma possono esistere anche
delle violenze proattive che hanno dietro delle gravi disfunzioni del pensiero: quindi il
fatto di essere proattivo non vuol dire che il soggetto sia davvero consapevole, sul
piano di realtà, di ciò che vuol fare, potrebbe avere una pseudo-consapevolezza ma
avere anche un pensiero distorto e preparare così l’attacco violento. In linea di
massima, comunque, i soggetti violenti proattivi sono più consapevoli di quelli
impulsivi: quando studiamo un omicidio dal punto di vista criminologico, psichiatrico-
forense, tendiamo sempre a valutare quanto questo sia organizzato o disorganizzato,
che corrisponderebbero, rispettivamente, in genere, all’aspetto proattivo e impulsivo.
Alcune forme di violenza sono proattive nella preparazione, quindi organizzate (es.
stalker che segue la futura vittima da diverso tempo e tiene il coltello con sé,
trattenendosi, controllandosi in qualche modo) e impulsive nell’agito (es. vittima che
lo scopre, c’è uno scontro e l’atto violento, il soggetto perde lo stile organizzato della
fase precedente e si comporta come un soggetto disorganizzato, come se si
“sgonfiasse”): organizzazione iniziale con una disorganizzazione successiva.
Fenomeno controintuitivo in quanto ci aspettiamo violenza proattiva,
un’organizzazione del comportamento, sia prima di agire sia dopo l’agito violento,
invece in alcuni casi ciò non accade: una particolare forma di omicidio che sembra
organizzato ma che poi si rivela nel post atto come disorganizzato, viene chiamato
omicidio catatimico.
Dietro alla violenza proattiva possono esserci dei disturbi patologici (di solito
persecutorio), ma tanto più il soggetto è organizzato tanto più ci f a pensare ad una
capacità di ragionamento e valutativa. I soggetti narcisisti agiscono solitamente in
modo proattivo; c’è da capire se le loro azioni sono mosse dalla loro tendenza
narcisista (e quindi sono considerati capaci di agire) o se la loro realtà venga distorta,
sia persecutoria (e quindi non possono essere considerati totalmente responsabili). In
riferimento alla criminalità organizzata essa è proattiva all’interno dell’organizzazione,
quindi c’è responsabilità.
Non aderenza alle cure e abuso di sostanze
Il reato violento tende ad acuirsi se la non aderenza alle cure e l’abuso di sostanze
sono fattori entrambi presenti. Se un soggetto ha una patologia mentale, non assume
cure e al contrario assume delle sostanze, la componente predittiva di crimini violenti
è alta→ associazione più grave. L’abuso di sostanze può predisporre alla violenza
anche soggetti senza alcuna problematica mentale (es. crack→ forma cristallizzata di
cocaina con picco dell’effetto più potente; se insieme al crack si beve anche alcool
aumenta di 10 volte dell’effetto della sostanza).
Il trattamento è un fattore di protezione e molte volte i soggetti con patologie
importanti non assumono le cure sia perché non ritengono di essere malati (mancanza
insight)
di sia perché hanno difficoltà a percepire che la violenza, anche solo verbale,
sia qualcosa che non è corretto (spesso è difficile che prima dell’azione violenta fisica
non ci sia tutta una serie di antecedenti che però loro non considerano adeguati).
L’UTILIZZO DEL DSM-5
Anche se non esistono forme morbose elettivamente criminogenetiche, a livello di
frequenze statistiche e anche a livello di osservazione clinica, vi sono disturbi mentali
che sono ricollegabili alla commissione di reati: non vi è comunque nessun legame di
necessità tra certi tipi di disturbi e certi tipi di reati. Oggi in psichiatria si preferisce
usare l’espressione “disturbo mentale” piuttosto che “malattia mentale” proprio per
evitare quelle implicazioni e correlazioni che le parole “malattia”, e ancora di più
“follia”, “pazzia”, quasi obbligatoriamente comportano riguardo alla non guaribilità,
pericolosità, irresponsabilità civile e penale, nonché alla necessità di internamento
manicomiale. “Disturbo” è più neutrale, non comporta alcuna implicazione sul piano
della stigmatizzazione o su quello legale, e viene usato in quanto viene riconosciuto
che, nella sofferenza mentale, è presente una complessa interazione di fattori
biologici, sociali, culturali e psicologici.
Nella prospettiva nosografica ci si riferisce al Manuale diagnostico e statistico dei
disturbi mentali (DSM) divenuto un testo di riferimento largamente adottato, uno
strumento per l’unificazione della terminologia psichiatrica e per il raffronto dei dati
delle ricerche scientifiche. Seguendo il DSM IV-TR, per disturbo mentale: ogni
sindrome di significativo rilievo clinico, meritevole di interesse psichiatrico, connessa a
una disfunzione psichica o biologica o comportamentale che possa produrre disagio o
sofferenza o disabilità nel funzionamento sociale e che si accompagni a un’importante
limitazione della libertà dell’individuo.
Seguendo il DSM-5, per disturbo mentale: una sindrome caratterizzata da
un’alterazione clinicamente significativa della sfera cognitiva, della regolazione delle
emozioni o del comportamento di un individuo, che riflette una disfunzione nei
processi psicologici, biologici o evolutivi che sottendono il funzionamento mentale.
Il notevole avanzamento che presenta il DSM-5 è l’introduzione delle dimensioni,
sintomi psichiatrici che si presentano all’interno di, e trasversalmente a, specifici
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