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Introduzione

Il restauro è la disciplina che si occupa della preservazione di un bene architettonico senza alterarne alcuna caratteristica (es. PoliMi): se l’edificio ha una vita utile > 70 anni è automaticamente soggetto a vincolo storico; il recupero, invece, considera possibile la trasformazione dello stabile in termini funzionali e tecnologici. È fondamentale analizzare gli aspetti costruttivi ma anche lo stato di fatto, in quanto intervenendo si potrebbero innescare effetti di degrado e danno. A seconda dell’epoca costruttiva è possibile ricorrere a delle analisi di tipo storico, evitando così ogni tipo di prova distruttiva. Nel caso di una mutazione di destinazione d’uso è possibile dover valutare il progetto sotto una più ampia: nel caso di un centro ospedaliero di rilievo, ad esempio, sarebbe utile analizzare l’aspetto urbanistico, quindi il contesto, i servizi circostanti, le infrastrutture e i trasporti.

Il processo di recupero

La prima fase è principalmente la ricerca delle informazioni caratterizzanti l’immobile (archivi dati); successivamente queste informazioni vanno organizzate e messe a sistema per analizzare lo stato di fatto. Infine, realizzare delle indagini di tipo strumentale con cui effettuare delle diagnosi, messa in evidenza degli errori progettuali e operativi, prove. Attualmente si tende a evitare delle prove distruttive, si preferisce il prelievo di campioni. Il risultato finale è una diagnosi dell’edificio: pertanto a questa diagnosi segue una formalizzazione di possibili soluzioni “curativi”.

Trattandosi di recupero e non restauro è sicuramente fondamentale analizzare il contesto: nel secondo caso può essere utile per poter intuire le possibili cause di degrado e quindi le sollecitazioni esterne in questione, ma nel caso di recupero la decisione sulla destinazione d’uso è dipendente dalle esigenze della committenza, dalle caratteristiche degli edifici circostanti e dalle attività della zona. Non fare mai affidamento ai regolamenti ben noti al progettista, in quanto in Italia abbiamo diversi livelli di normative nazionali, regionali e locali: quindi ogni volta approfondire tutti i termini legislativi.

Nelle analisi è necessario valutare gli aspetti demografici: ad esempio la definizione di un nucleo familiare tipico in considerazione degli usi locali o di una composizione di etnia differente (data la grande immigrazione). Abbiamo due modalità per riportare i dati: è sicuramente molto utile riportare graficamente quanto rilevato sotto forma di legenda e variazioni cromatiche. Ad esempio, è possibile evidenziare con diversi spessori a seconda dell’importanza dell’asse viario e con diversi colori in funzione della criticità e quindi di traffico medio previsto.

La mappatura può essere interessante sotto l’aspetto delle altezze degli edifici, rapporto tra superfici edificate e non edificate, delle attività insediate, dell’accessibilità pubblica e privata, degli spazi verdi (con distinzione tra verde utilizzabile, verde privato). Può essere utile passare al vaglio tutta la documentazione storica relativa allo sviluppo insediativo della zona. Per facilitare le operazioni di rilievo è possibile costruire delle schede.

La ricostruzione storica riguarderà sicuramente il contesto e gli edifici: in particolare il fabbricato può aver subìto una trasformazione d’uso nel tempo, quindi va considerata ogni tipo di possibile modifica sotto l’aspetto distributivo, layout, in termini di utenza, di impianti e di caratteristiche tecnologiche. Tali informazioni, però, non sono così puntuali come vorrei; anche qui la restituzione grafica può essere una buona soluzione.

Il rilievo metrico è la parte più importante, è lo strumento con cui caratterizzare geometricamente l’immobile su cui dover progettare: spesso la fonte di partenza è una piantina catastale a cui associare le varie misurazioni in loco. L’altezza di riferimento solitamente è intesa come quella di gronda e non al colmo, per una continuità di prospetto urbano definito dalla legislazione locale.

Per la definizione della stratigrafia esistente inizialmente annotare la data di costruzione (intesa come inizio lavori); un altro aspetto importante è legato alla tradizione costruttiva locale, in quanto in passato si utilizzavano in modo particolare le stesse tecnologie basate sull’utilizzo della materia prima del posto.

Nella scheda dell’anomalia cerco di elaborare il minor numero possibile di documenti per rappresentare e identificare al meglio il problema in questione. Una volta analizzati tutti i difetti si esegue la mappatura, ovvero si ridisegna in modo dettagliato tutti gli elaborati progettuali architettonici mettendo in evidenza quanto rilevato.

L’efflorescenza è dovuta a un trasporto di sali, quindi a contatto con un ambiente umido un elemento può generare un trasporto di vapore acqueo/liquido e quindi potenzialmente anche sali. La vegetazione implica presenza di umidità, quindi un problema sicuramente da ovviare. Il degrado antropico è inteso come alterazione da parte dell’uomo come ad esempio impianti aggiunti secondo modalità non previste dall’ambito progettuale, scritte dei writer.

Considerare che i carichi d’esercizio possono mutare nel tempo: la destinazione d’uso o il mutamento dell’assetto strutturale può generare un incremento di sovraccarico.

Chiusure verticali del '900

Più il sistema risulta complesso tanto più può essere soggetto a errori, progettuali ed esecutivi; la realizzazione in passato era basata sulla tradizione costruttiva e quindi potevamo riscontrare sicuramente maggior capacità manuale rispetto all’edilizia moderna. Tipicamente, nel Milanese, la chiusura era monostrato (nonostante vi siano i due strati di finitura) in mattoni: a seconda dell’altezza dell’edificio avremo spessori differenti anch’essi definiti secondo la consuetudine e il consolidamento della tradizione costruttiva.

L’intonaco consisteva in un conglomerato simile al calcestruzzo steso su 3 mani, di spessore abbastanza importante: tale particolare ovviamente ha delle ripercussioni non irrilevanti (aumenta il peso proprio distacco).

La disposizione dei mattoni sono tutti classificati; solitamente possiamo fare affidamento sulla qualità e la buona realizzazione di queste fasi. Aspettarsi che comunque il maschio murario di spina (centrale) non sia una sezione completamente reagente, bensì considerare la possibilità di avere delle sezioni cave destinate a camini. Anche in passato si valutava la portanza del terreno, quindi si realizzavano delle fondazioni mediante pali in legno che seguono lo sviluppo della parete; inoltre, in alcuni punti localizzati, ho degli ingrossamenti e rinforzi angolari (soprattutto in corrispondenza di aperture).

Le murature portanti in pietra portano molta fatica di tipo “manuale”, per tale ragione di cerca di limitare interventi di smantellamento: a differenza della produzione dei mattoni, industriale, le pietre hanno una forma irregolare e quindi si possono avere delle irregolarità nello spessore della chiusura, anche a scopo di omogeneizzare lo strato orizzontale: non tutta la sezione è portante, vi sono riempitivi, inerti, ciottoli ed infine pietre “portanti” per potenziale gravitazionale.

In corrispondenza di alcuni punti critici dell’edificio, tipicamente gli angoli degli edifici, i contorni delle aperture o spallette degli archi, vengono rinforzati con del materiale laterizio. Nei punti di discontinuità ho sicuramente dei comportamenti differenti nei vari strati e nelle varie direzioni: ad esempio considerare diversi tempi di asciugatura, quindi generazione di uno stato tensionale interno che può determinare il distacco dell’intonaco; le cornici, non propriamente a scopo decorativo, servivano ad interrompere lo strato più delicato (intonaco) e proteggerli più possibile dall’acqua, come un gocciolatoio (potrebbe essere inserita, costruita in opera o “appesa”, cioè riportata dopo mediante zanca interna).

Nella foto relativa al serramento è normale aspettarsi fessurazioni e distacco per discontinuità di materiale o di caratteristiche di materiale (non si sono legate le due parti in laterizio a sinistra, pieno/forato a destra). Un’evoluzione per realizzare l’architrave è l’armatura interposta nei blocchi di laterizio.

In passato gli elementi decorativi avevano delle funzioni specifiche legate alla protezione della facciata, in particolare per quanto concerne gli agenti atmosferici. Nel periodo liberty viene introdotto la cosiddetta pietra artificiale, ovvero un conglomerato cementizio (prefabbricato industriale) d’aspetto simile alla pietra naturale; per ragioni estetiche nell’impasto venivano aggiunti degli additivi coloranti (non tinteggiature esterne) come polveri di marmo o addirittura piccoli ciotoli. In questo ambito storico abbiamo dei caratteristici ornamenti floreali e delle tecniche costruttive che portano a realizzare degli angoli smussati, che possano limitare l’entità del punto critico (tensioni differenziali e criticità evidente).

In questa posizione possiamo avere dei rinforzi realizzati in pietra artificiale, con particolare attenzione allo spessore del copriferro. Come detto le cornici e gli sporti (anche in laterizio non strutturale o finto laterizio) erano adibiti anche ad allontanare le precipitazioni atmosferiche dalla facciata e fungere da gocciolatoio, nonché interrompere campi eccessivamente estesi di intonaco che avrebbero potuto subire degli effetti di degrado dovuto al cospicuo carico (spessori non propriamente indifferenti, fessure e distacco).

In corrispondenza delle aperture è possibile realizzare dei rinforzi in grado di assumere le suddette funzioni: si faccia attenzione all’aspetto igrometrico, in quanto se l’elemento risulta monostrato esso sarà soggetto sicuramente ad assorbimento di umidità e probabile ossidazione degli elementi di zancatura in grado di fornire sostegno all’elemento prefabbricato in pietra artificiale.

In opera è possibile constatare la natura dell’elemento stesso, in quanto può anche risultare realizzato in opera e non prefabbricato: pertanto si osservi attentamente l’andamento e lo sviluppo di questo stesso, analizzando l’eventuale presenza di giunti o microfessure a passo costante che testimonierebbero una prefabbricazione. Il davanzale si otteneva per mezzo di lastre di pietra naturale, perché ritenuto più affidabile rispetto a un elemento industriale; inoltre, i serramenti erano dei prototipi realizzati dal falegname secondo il disegno desiderato dal progettista.

Per quanto riguarda gli eventuali solai su spazi aperti abbiamo a che fare con degli sbalzi massimi di 1,2 m (limiti tecnici e regolamenti edilizi vincolanti) realizzati in pietra naturale (come la beola nel milanese) o artificiale secondo un modello inserito nel maschio murario: il parapetto, per ovvi motivi legati ai carichi, non si realizzava secondo delle trame “piene” ma alleggerito per sottrazione o per diverso materiale (come il ferro battuto).

Tutto l’elemento a sbalzo è in genere soggetto a un particolare degrado: proprio il parapetto è uno degli elementi più critici, esposto a stress di tipo atmosferico (non solo precipitazioni ma anche agenti aggressivi nell’aria), termico e igrometrico. A riguardo si richiama l’attenzione verso quest’ultimo importante aspetto, in quanto la tecnologia costruttiva realizzata comporterebbe la propagazione dell’umidità stessa, il coinvolgimento della parete portante e il danneggiamento della superficie inferiore del balcone (diverse condizioni di asciugatura degrado).

Un’ulteriore criticità è legata ai sistemi di drenaggio e deflusso delle acque piovane: al di là degli aspetti costruttivi riscontrabili nel regolamento edilizio di Milano, il quale prevede una posizione interna dei pluviali a terra, è necessario considerare la presenza e lo scorrimento d’acqua anche all’esterno delle canalizzazioni stesse, quindi valutare attentamente i rischi derivanti da tale fenomeno e prevedere adeguate soluzioni.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher orla91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Progettazione Edilizia Integrata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Grecchi Manuela.
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