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PRESENZA LONGOBARDE IN ITALIA MERIDIONALE

1. IL REGNO DEI LONGOBARDI IN ITALIA E I LONGOBARDI NELLA STORIA D’ITALIA.

1.1 Dalla prima occupazione del suolo italico da parte dei longobardi, provenienti dalla Pannonia

ed entrati nella penisola sotto la guida del re Albonio, a partire dal 568/569, va sottolineato il

carattere disomogeneo: i guerrieri longobardi si diffusero nella nuova terra di conquista in modo

disordinato, organizzate in bande, ciascuna sottoposta al comando di un dux (duca), riportando

conquiste frammentarie.

Solo negli ultimi anni del 6° secolo, la presenza longobarda in Italia si fece più coerente,

soprattutto in seguito alle fortunate campagne belliche del re Agilulfo e Rotari. Che estesero la

superficie del regno fino a comprendere quasi tutte le regioni settentrionali e la Toscana, più i due

ducati di Spoleto e di Benevento. Tale configurazione dei domini longobardi rimase n buona

sostanza ferma fino alla spinta dal re Liutprando e poi dal successore Astolfo.

La gens Langobardum aggredì la penisola al di fuori di qualsiasi forma d’accordo con l’impero, allo

scopo di razziarne le ricchezze e di stanziarvisi, applicando pertanto il diritto di conquista e

procedendo con le uccisioni di membri dei ceti dirigenti romani.

I longobardi erano una delle tribù meno romanizzate e la loro cultura era radicata nei valori della

tradizione tribale pagana, che per tutti i barbari significava un segno di identità non-romana.

Nella gens Langobardum si erano aggiunti elementi desunti dai costumi delle stirpi dei cavalieri

nomadi delle steppe asiatiche, come l’uso di combattere a cavallo o la pratica di culti sciamanici.

Il loro ordinamento politico e sociale era di natura tribale: organizzati come un popolo-esercito,

riconoscevano pienezza di diritti solo ai maschi in grado di portare le armi (arimanni) i quali

partecipavano all’assemblea della stirpe. Il potere effettivo era condiviso dall’assemblea degli

arimanni, dai duchi e dal re.

La convivenza all’interno del regno con una larga maggioranza di romani, rese inevitabile un

graduale processo di acculturazione dei longobardi e di progressiva trasformazione dei loro istituti

più tipici.

L’elezione del nuovo re Autari si accompagnò ad un irrobustimento concreto dell’istituto regio. Con

Agilulfo si consolidarono sia i confini esterni del regno sia la capacità, all’interno, di controllo del re

sui duchi. L’adesione della regina Teodolinda al cattolicesimo favorì l’avvio di un primo dialogo con

il papa Gregorio 1, e con i sudditi e le gerarchie cattoliche del regno. Rotari oltre a completare il

rafforzamento delle frontiere con nuove conquiste, fece codificare in latino le leggi dei longobardi

(643) che fino a quel momento erano state tramandate oralmente. Tale raccolta, l’Editto di Rotari,

fu incrementata dai suoi successori.

Anche l’istituto ducale conobbe nel corso del tempo una significativa evoluzione: i duchi divennero

figure che esercitavano un potere su un ambito spaziale definito. L’intera superficie del regno

longobardo si andò così poco per volta articolando in una trama abbastanza ordinata di

distrettuazioni (civitates) ciascuna delle quali era retta da un duca. A questa rete si sovrappose

quella delle curtes regie, vale a dire il complesso dei beni fiscali sorto sotto Autari.

Poco oltre la metà del 7° secolo i re longobardi, e con loro tutta la stirpe, si convertirono al

cattolicesimo. A questa data il termine “longobardi” non indicava più un gruppo etnico, bensì un

ceto dirigente.

Malgrado la conversione, non venne meno la diffidenza dei papi verso i longobardi: tale

preoccupazione crebbe in seguito alla conquista longobarda di Ravenna. Fu solo in reazione a tali

sviluppi che i pontefici cominciarono a rivolgersi all’unico interlocutore che sembrava in grado di

difenderli dai longobardi, la dinastia franca dei Pipinidi.

Dopo la salita al trono dell’ultimo re dei longobardi Desiderio, all’appello del pontefice Adriano 1

rispose il franco Carlo (successivamente chiamato Magno) il quale scese in Italia, sconfisse

Desiderio e pose fine all’esperienza del regno longobardo indipendente, assumendo per sé il titolo

di “re dei franchi e dei longobardi”, includendo i territori italiani conquistati nel suo impero. 1

L’eredità politica della stirpe dei longobardi in Italia fu assunta dal duca di Benevento Arechi, il

quale si autoproclamò principes gentis Langobardorum. Il principato di Benevento resistette ai

tentativi di annessione operati da Pipino, e fu così in grado di preservare la propria indipendenza.

Sin dalla prima metà del 9° secolo, la Langobardia meridionale fu sconvolta dall’accendersi di lotte

che ne avrebbero caratterizzato l’intera esistenza. Nell’849 i principi Radelchi e Siconolfo divisero il

principato in due entità distinte, l’una con centro a Benevento e l’altra con sede a Salerno.

I principi longobardi meridionali si logorarono in continui conflitti. I guerrieri normanni, consapevoli

della debolezza politica e militare dei longobardi, conquistarono progressivamente tutta l’Italia

meridionale, fondandovi un nuovo regno.

1.2 L’arco cronologico che va dal 476 al 774 è stato definito “epoca buia”, esito dell’assassinio

della civiltà romana da parte dei barbari invasori. Una simile lettura dell’alto medioevo barbarico

dell’Italia è stata influenzata dal pregiudizio circa l’indiscussa eccellenza dell’antichità romana.

Il periodo longobardo, co tutte le complicazioni che presentò, da sempre si è prestato a

deformazioni di prospettiva e di valutazione. Non sono mancate però, nel tempo, anche forme di

rivalutazione della vicenda longobarda; Nicolò Machiavelli poté vedere nella fine del regno

longobardo per mando dei papi e dei loro alleati franchi, l’ “occasione mancata” di una possibile

unificazione politica della penisola sotto i re longobardi, nonché il primo episodio della prassi di far

intervenire gli stranieri nella contesa politica nazionale.

La presenza longobarda fu assai più duratura al Sud dove si espresse per un totale di 5 secoli

circa.

2. I LONGOBARDI NEL SUD: CULTURA SCRITTA E TRACCE LINGUISTICHE

2.1 I Longobardi, entrati in Italia nel 568, oltre ad occupare il Nord e la Toscana si spinsero più a

sud dove fondarono i ducati di Spoleto e di Benevento. Quest’ultimo ebbe per primo duca un certo

Zotto; era un vasto ducato, che per la lontananza da Pavia, capitale del regno longobardo, si trovò

di fatto a godere di una certa autonomia. I duchi di Benevento si radicarono nel Sud dove il loro

dominio prese connotazioni locali.

L’autonomia di Benevento divenne vera e propria indipendenza politica quando il Nord fu

conquistato da Carlo Magno nel 774, e il vecchio regno longobardo col ducato di Spoleto vennero

inclusi nell’impero carolingio. I centri principali erano Salerno e Capua, che col tempo dettero vita a

principali separati nel solco delle tradizioni dei Longobardi.

Molte fonti per la storia dei Longobardi in generale siano state scritte o copiate proprio nel Sud. Il

cosiddetto codice matritense, stilato a Capua nel 10° secolo, contiene il testo delle leggi

longobarde promulgate molto tempo prima (Editto di Rotari) accanto al cosiddetto Glossario

matritense, un glossario di termini giuridici longobardi tradotti in latino. Ciò significa che nel 10°

secolo al Sud si consultava ancora il testo delle vecchie leggi longobarde, ma che la lingua non era

più capita ed era necessario spiegare i termini di origine longobarde presente nei vecchi testi.

Nello stesso manoscritto si trova anche una copia della famosa Origo gentis Langobardum,

un’antica storia anonima sulle leggendarie origini del popolo longobardo. Un altro manoscritto è il

codice cavense, che raccoglie anch’esso un glossario dei termini giuridici longobardi.

Nel monastero di Montecassino, Paolo Diacono si ritirò a scrivere la sua famosa Storia dei

Longobardi .

Molti nomi propri di luogo e di persona si trovano nelle raccolte di documenti, carte, atti legali, ecc.

La maggior parte degli antroponimi è di origine longobarda; la moda dei nomi longobardi prese

piede, diffondendosi col tempo fra tutti gli strati della popolazione. Ne abbiamo testimonianza

anche dalle varie epigrafi e iscrizioni presenti nel territorio dell’antico ducato beneventano. Famosi

sono i graffiti del santuario di S. Michele sul Gargano che mostrano le firme di moltissimi pellegrini.

2

Un’importante opera giuridica che raccoglie norme e leggi sono le Consuetudini di Bari in cui

troviamo testimonianza della persistenza di certe usanze e istituzioni come il mundio (tutela sulle

donne e sui semiliberi) e il relativo mundoaldo (il tutore).

[Epitome greca: una traduzione greca di una parte dell’editto di Rotari]

La nostra conoscenza della lingua Longobarda è limitata alle parole citate in queste fonti

medievali; non abbiamo nessun testo scritto interamente in longobardo, neanche una sola frase

intera, che possa darci l’idea delle strutture grammaticali e sintattiche di quella lingua. Restano

solo termini sparsi.

Per quanto riguarda il vocalismo, si nota una certa arcaicità che conserva bene gli antichi dittonghi

germanici. La lingua assegnabile al ramo germanico occidentale (lo stesso del tedesco). Un tratto

sicuramente conservativo rispetto all’alto-tedesco è il mantenimento nel longobardo delle vocali

lunghe germaniche *o ed *e che non si dittongano. Un altro tratto conservativo è la mancanza di

metafonia. I dittonghi germ. *ai ed *au si conservano a lungo.

Che il longobardo appartenga al ramo occidentale e non al germanico orientale (gotico) lo si vede

anche dalla presenza del rotacismo, che ha portato l’antica sibilante sonora *z del germanico

antico ad >r.

Il consonantismo longobardo è soprattutto caratterizzato dalla presenza

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/15 Filologia germanica

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