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comunisti; i parlamentari che avevano partecipato alla secessione sull’Aventino persero la loro

carica, venne varato il Testo Unico di Pubblica Sicurezza che perseguiva i reati politici e – infine- fu

istituto un Tribunale in cui si condannavano solo gli oppositori al regime. Di fronte a questa politica

così repressiva gli antifascisti si dileguarono emigrando in terre lontane. Gli unici che rimasero a

combattere la loro battaglia furono i comunisti e accanto ad essi si affiancarono numerosi giovani e

antifascisti presenti in ogni settore ( nelle scuole, nelle fabbriche) i quali, anche se non agivano,

rappresentavano sempre un punto di riferimento. Una figura che ha avuto un ruolo guida

nell’opposizione culturale ed educativa al fascismo, p stato Benedetto Croce, il quale si proponeva

di indicare ai giovani dei valori alternativi a quelli ufficiali, in modo da orientarli verso l’acquisizione

di una compiuta autonomia intellettuale. La grandezza di Benedetto Croce è stata sottolineata

anche da Alfieri, il quale ha affermato che egli – nonostante il clima culturale che si è affermato

durante il fascismo- ha sempre operato in modo diretto e in modo indiretto (attraverso i suoi

discepoli) sino al 1928, anno in cui è stato stabilito che sui giornali quotidiani e sulle riviste di

cultura non era consentito parlare di Croce, o – se lo si faceva- ben poco.

Lo strumento d’elezione con cui il gruppo riunito intorno a Croce operava era la “Critica”, una rivista

che i filosofo ha fondato nel 1903 e che è stata adottata – sino al 1933- da tutti i licei e tutte le

università. Attraverso questa sua rivista e le idee espresse in essa, Crocce è riuscito ad incidere

profondamente sulla formazione culturale del Paese ed è per questo che è preso in considerazione

da molti autori. Garin ha affermato che Croce non si è impegnato solo in un’attività educativa, ma è

intervenuto – in modo costante- anche in ambito politico, rivolgendo le proprie opere storiche (che

si rifacevano a problemi reali) verso la modifica delle situazioni.

Gramsci – invece- ha detto che se in Italia non c’è stata una riforma religiosa di massa, con la

filosofia di Croce questa è riuscita – in qualche modo – a manifestarsi. Infatti tale filosofia ha mutato

l’indirizzo e il metodo del pensiero; ha dato vita ad una nuova concezione del mondo e ha

distaccato gli intellettuali del Mezzogiorno dalle masse, facendoli partecipare ad una cultura

nazionale ed europea. Ancora, Salvemini ha scritto che gli italiani dovranno essere sempre grati a

Croce perché egli è stato costante (dal 1925 al 1943) nella sua opposizione al fascismo.

Opposizione avvenuta utilizzando il silenzio e spingendo i giovani a credere nella libertà. Inoltre

Croce condannava qualsiasi forma di disimpegno ed è per questo che in ogni suo scritto è sempre

presente l’impegno politico altro, e cioè inteso come espressione di valori fortemente sentiti in un

determinato momento storico. Infine è importante sottolineare che ciò che il filosofo ha scritto, lo ha

messo anche in pratica, in quanto nei diversi periodi difficili che ha vissuto il nostro paese, egli ha

sempre animato della sua passione politica la sua opera di studioso e alimentato della sua cultura

la partecipazione attiva alla vita nazionale.

Accanto all’azione di Croce si sono affiancati – per circa dieci anni di regime- le redazioni di alcune

riviste culturali a tiratura limitata le quali riuscirono a diffondersi in modo limitato. Tra queste molte

furono costrette a sospendere nel 1935; e nel 1933 il prefetto di Roma ha diffidato Giuseppe

Lombardo Radice dal pubblicare la sua rivista “l’Educazione Nazionale” - fondata nel 1919- in

quanto (ha fatto notare Cives) egli professava in essa un antifascismo indiretto, fatto di mancata

adesione ed esaltazione al regime. Giuseppe Lombardo Radice aveva scritto i programmi

scolastici della Riforma Gentile, ma dopo l’assassinio Matteotti abbandonò il suo incarico e

cominciò ad essere perseguitato dai fascisti. Altre riviste importanti sono state: La Nuova Italia, la

Rivista i Pedagogia Solaria, le quali tendevano tutte ad allargare l’orizzonte culturale, ad esercitare

lo spirito critico e ad abituare all’analisi di un tema fatta su determinati punti di vista.

In questo periodo, mentre il Parlamento tardava a prendere coscienza della vera essenza del

fascismo, nacque una rete informativa clandestina (attraverso pubblicazioni e fogli altrettanto

clandestini) e fu attivata “l’Italia libera”, un’associazione fondata nel luglio 1923 da un gruppo di ex

combattenti della sinistra repubblicana, la quale si proponeva di attuare una riforma politica e

sociale tesa a superare il fascismo, senza cadere nel bolscevismo. Dopo l’assassinio di Matteotti,

l’associazione dette vita ad un’organizzazione clandestina sia sul piano politico che su quello

militare che voleva colpire il governo fascista, il quale dette vita ad una repressione così forte che

le sedi dell’Italia libera furono chiuse. Tuttavia, l’eredità di quest’associazione venne raccolta da

una serie di antifascisti i quali pubblicarono – nel 1925- il bollettino “Non mollare”; ma anche alcuni

redattori e diffusori di questo foglio furono arrestati. Questa politica repressiva durò per molti anni

ed è per questo che molti leader politici e intellettuali emigrarono, soprattutto in Francia, dove ben

presto nacque un’organizzazione antifascista. In un primo momento si attivarono i comunisti, i quali

– nel 1923- confluirono nel Partito Comunista francese. Nel 1927 nacque la Concentrazione

antifascista e nel 1929 molti personaggi fondarono a Parigi il movimento “Giustizia e libertà”.

GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER LA FORMAZIONE DI UNA COSCIENNZA ANTIFASCISTA

Il principio sul quale si fondava il movimento “Giustizia e Libertà” era quello di elaborare nuove

opinioni collettive in una terra in cui si era liberi di esprimere il rpoprio pensiero e di diffondere in

Italia i risultati emersi dalle discussioni, nonché un pensiero adatto alle nuove necessitò della lotta

antifascista. “Giustizia e libertà” convocava uomini di diversi partiti antifascisti, i quali dovevano

avere il compito di dar vita ad una resistenza attiva utilizzando il metodo della libertà. Questo

movimento non domandava l’adesione a nessun dogma, ma richiedeva l’impegno di dedicarsi a

ristabilire in Italia le libertà personali e quelle politiche dei cittadini. Infine, questo movimento,

invitava i suoi aderenti ad eliminare – nel periodo d di passaggio dal regime fascista al regime

libero- sia le strutture politiche ed economiche fasciste sia quelle che avevano reso possibile il

sorgere della dittatura.

GRAMSCI: LA PEDAGOGIA DELL’IMPEGNO

Gramsci è stato colui che – durante il periodo del regime fascista- ha elaborato una pedagogia

dell’impegno sociale e politico, espressa negli scritti che ha prodotto durante il lunghissimo periodo

di detenzione. Gramsci, a differenza di Marx che considerava l’economia il motore della storia,

sosteneva che la trasformazione della società dipendeva dalla sovrastruttura, rappresentata dalla

cultura e dalle diverse istituzioni educative come la scuola. Per questo motivo egli ha attribuito una

ruolo fondamentale all’educazione nel processo di trasformazione della società italiana, che

doveva partire proprio dal sistema scolastico. A tal proposito Gramsci ha criticato molto la Riforma

Gentile in quanto essa, accanto alla scuola per eccellenza (e cioè quella umanistica) ha introdotti

un sistema di scuole particolari che – assecondando le necessità pratiche emergenti dalla società-

hanno contribuito ad accrescere i problemi di un sistema scolastico in crisi. Inoltre, se la scuola

tradizionale aveva una struttura oligarchica, essa non poteva essere eliminata moltiplicando le

diverse scuola professionali perché – in questo modo- non si è fatto altro che incentivare le

differenze presenti nella società. Ad un modello così elitario, Gramsci ha opposto quello di una

scuola unica iniziale in cui si dava agli alunni la possibilità di essere formati sotto diversi punti di

vista. Inoltre, la scuola pensata da Gramsci doveva assolvere il compito di fornire ai giovani una

certa autonomia di pensiero e azione e – in più- doveva occupare un periodo di tempo pari a quello

che attualmente viene occupato dalle elementari e della medie. Il grado delle elementari doveva

durare 3 o 4 anni e oltre all’insegnamento delle prime nozioni strumentali, doveva puntare su

quello dei diritti e dei doveri del cittadino. I gradi successivi dovevano avere una durata non

superiore ai 6 anni e perché un percorso scolastico organizzato in questo modo potesse

raggiungere gli obiettivi previsti, era necessario eliminare quegli ostacoli che i bambini appartenenti

a classi sociali più svantaggiate potevano incontrare. Ciò poteva essere fatto istituendo più scuole

dell’infanzia, in modo da dare ai bambini la possibilità di abituarsi alla disciplina scolastica; o

organizzando la scuola unitaria come collegio.

Gramsci ha poi affermato che lo studio è un lavoro molto faticoso e che- di conseguenza- per

coloro che provenivano da una situazione di vita meno agiata le difficoltà sarebbero state maggiori

rispetto a chi viveva in condizioni in cui l’istruzione era cosa primaria. Tuttavia egli non si perse

d’animo e portò avanti il suo progetto della scuola unitaria, il cui ultimo grado doveva essere

strutturato con l’obiettivo di fornire ai giovani i valori fondamentali dell’umanesimo; l’autodisciplina

intellettuale e l’autonomia morale. Inoltre, per Gramsci, l’ultimo grado dell’istruzione doveva essere

una scuola creativa, ossia una scuola che insegnasse ai giovani di acquisire una nuova

conoscenza attraverso uno sforzo spontaneo e autonomo, anche se sotto la guida del maestro.

Una scuola così strutturata era in grado di stabilire un collegamento tra lavoro intellettuale e

pratico, tra mondo culturale e mondo del lavoro, il quale doveva essere assicurato dalle università

e le accademie che – però- non hanno mai avuti rapporti reciproci. Le accademie – infatti-

rappresentavano l’emblema del distacco tra popolo e intellettuali; mentre le Università aprivano le

loro porte solo a coloro che avevano frequentato il liceo classico. Gramsci – invece- immaginò un

nuovo clima culturale in cui alle accademie spettava il compito di organizzare culturalmente i

giovani che, dopo la scuola unitaria, entravano nel mondo del lavoro; alle università quello di

regolare la vita culturale. In riferimento alle università, Gramsci sosteneva che quel rapporto

personale che si veniva a creare tra professore e studente, quasi per caso, doveva essere

ampliato da un livello personale ad uno più sociale; ciò era possibile attraverso l’introduzione di

seminari, i quali potevano integrare l’insegnamento dalla cattedra. Infine, un’altra critica che

Gramsci mosse nei confronti del mondo universitario e degli studenti fu che essi, dopo la fine del

loro percorso di studi non avevano la possibilità di mantenere un legame vivo con questa

istituzione.

LA RESISTENZA: UNA NUOVA STAGIONE EDUCATIVA

La crisi del regime fascista è iniziata a manifestarsi tra il 1936 e il 1939 in quanto esso perse il

consenso da molti intellettuali che – per molti anni- lo avevano sostenuto con la speranza che il

corporativismo potesse diventare una forma di governo alternativa al capitalismo e al socialismo.

Nel momento in cui giunsero, in Italia, gli echi dei diversi movimenti filosofici, letterari e culturali che

stavano avvenendo in Europa, i giovani cominciarono a rendersi conto che al di fuori della realtà in

cui erano costretti a vivere, c’era una realtà più complessa e articolata. L’insofferenza che nacque

a causa di questa presa di coscienza divenne una vera e propria avversione nei confronti del

regime nel momento in cui vennero emanate le leggi razziali ed ebbe inizio la persecuzione

antisemita, cominciata con la pubblicazione (nel 1938) di un manifesto sul Giornale d’Italia n cui si

è messo in evidenza che le razze esistono e che la razza gli ebrei non appartenevano alla “pura

razza italiana”. Nello stesso anno queste linee di pensiero espresse sul manifesto vengono

accettate anche dalle autorità più alte perché ritenute coerenti con l’identità del regime; e un mese

dopo il Consiglio dei Ministri cominciò ad approvare una serie di leggi antisemite. Questo clima

così pesante spinse molti giovani ad allontanarsi – sia da un punto di vista ideologico che morale-

dal fascismo e a formare dei gruppi antifascisti o ad unirsi a quelli già esistenti per poter lottare e

abbattere i falsi miti del fascismo, in vista della edificazione di un sistema democratico. La ripresa

dell’antifascismo – avvenuta negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale- non ha

determinato la fine del regime, ma è molto importante perché ha dimostrato che giovani, cresciuti

con principi fascisti, all’interno di un sistema totalitario e totalizzante, sono riusciti a formarsi una

coscienza civile e a prendere una decisione non semplice. Questi stessi giovani – infatti.

Costituiranno – tra il 1940 e il 10943, insieme agli antifascisti- i gruppi dirigenti della Resistenza.

La crisi che sta vivendo il fascismo cerca di essere risolta – in qualche modo- dal ministro Bottai, il

quale tentò di recuperare il consenso degli intellettuali pubblicando “Il Cantiere”, una rivista

culturale sulla quale vennero pubblicati temi di diverso genere e alla cui elaborazione

parteciparono giornalisti, poeti, filosofi, storici e artisti di grande calibro (come Montale, Ungaretti,

Quasimodo, ecc). Tuttavia, molti di questi personaggi ruppero la loro collaborazione a causa di

contrasti ideologici e gli altri che restarono per gli altri tre anni e mezzo di vita della rivista,

produssero un qualcosa che si fece promotrice di una cultura lontana da quella fascista perché

impregnata di valori che si sono affermati dopo la caduta del regime.

Nel momento in cui Mussolini dichiarò – il 10 luglio 1940- l’entrata in guerra dell’Italia, si scatenò un

malcontento generale incentivato dal fatto che la dura realtà del conflitto mise in evidenza

l’arretratezza e l’inconsistenza delle forze delle truppe italiane. A ciò si aggiunse la carenza dei

generi mentali, l’aumento dell’inflazione e i continui bombardamenti sulle fabbriche del nord. In

questo clima di caos e terrore il malcontento crebbe sempre di più e – per questo motivo- nel 1943

ebbero inizio una serie di scioperi che, ad un certo punto, spaventarono l’alta borghesia industriale

la quale – nonostante avesse appoggiato Mussolini e il regime per 20 anni – si allontanò dal

fascismo e pose le condizioni affinchè Mussolini potesse essere arrestato e allontanato dal potere.

Il 25 luglio 1943 il re fece arrestare Mussolini e affidò il potere del governo a Badoglio, il quale non

arrivò a compiere nessun opera di scioglimento del partito fascista in quanto esso crollò in modo

repentino, dimostrando la sua effettiva debolezza.

Nei giorni successivi il Comitato nazionale degli antifascisti presentò a Badoglio due dichiarazioni

il cui messaggio chiave era quello di dare un taglio a questa guerra che andava contro le tradizioni

e gli interessi nazionali; Badoglio li ricevette, ma rifiutò ogni impegno. Intanto il 10 luglio gli anglo-

americani sbarcarono in Sicilia e, in poche settimane, si impadronirono dell’isola e intensificarono i

bombardamenti sulle città italiane; in seguito essi aprirono delle trattative segrete con il Governo

italiano che si conclusero con la firma dell’armistizio il 3 settembre 1945. Tale armistizio venne

reso noto l’8 settembre e ciò mise l’Italia nel caos. I tedeschi- infatti- attaccarono il nostro paese e

sia il re che Badoglio abbandonarono Roma si rifugiarono a Brindisi, sotto la protezione degli alleati

sbarcati in Puglia. Con questo loro comportamento, il re e Badoglio lasciarono l’Italia indifesa e

lasciarono ai tedeschi spazio libero per occupare il territorio, sottomettere e sfruttare la nostra

gente. La notizia dell’armistizio – infatti- colse di sorpresa l’esercito che rimase privo di guida e di

direttive d’azione; e lo stesso discorso valse per la marina e l’aviazione, che però riuscì a

raggiungere i capi di atterraggio previsti. Da ciò si evince – dunque- che l’Italia fu dominata, in

questo periodo, da un clima di passività e profondo smarrimento dal quale – però- emerse la forza

morale dell’antifascismo che si propose come politica alternativa a quella del re e di Badoglio. Il

Comitato delle opposizioni – infatti- lanciò un appello alla Resistenza a tutti i gruppi antifascisti,

chiedendo di lottare contro i tedeschi. Questa loro azione è stata molto importante – da un punto di

vista storico- in quanto ha rappresentato l’altra Italia: l’Italia del coraggio e della volontà di riscatto.

La volontà di rompere dal passato si è espressa nel lavoro di organizzazione della Resistenza

armata, la quale ha dato vita ad un movimento di liberazione in diverse parti di Italia. La Resistenza

– infatti- è stato un movimento nato per andar contro l’oppressione fascista, la quale voleva ridurre

l’uomo a cosa. Gli antifascisti rifiutavano l’idea di un uomo ridotto a cosa e si facevano portavoce

della persona la quale desiderava che tutti gli uomini restassero tali in quanto bastava offendere

un unico individuo per ferire e lenire la dignità degli altri. Sulla base di questi principi nacque la

Resistenza che combattè – per circa 20 anni- una lotta molto dura utilizzando il silenzio e il segreto.

E ogni tanto nel silenzio di questa lotta sorda risuonava il nome di un caduto che, nel dire addio,

pareva incitare i compagni a continuare. Lo spirito di sacrificio che animò gli eroi della Resistenza

può essere considerato un fattore continuativo di rinnovamento sociale e politico in quanto esso si

dimostrò capace di animare e di nobilitare gli atti più umili della vita quotidiana. Per questo motivo

la resistenza, anche se è nata in guerra, poteva diventare pace, nel senso di modello sociale e

politico da seguire.

Dopo l’armistizio, l’Italia si divise in due: a Sud rimase lo Stato monarchico; nel resto del Paese

risorse il fascismo sotto la protezione del nazismo. Ciò accadde perché Mussolini fu liberato dai

tedeschi il 12 settembre 1943 e fondò a Salò la Repubblica Sociale Italiana, un nuovo Partito

Fascista repubblicano e un esercito pronto a combattere a fianco dei nazisti contro tutti gli

oppositori, ma – in particolar modo- contro il movimento partigiano il quale diede vita alla

Resistenza nei confronti dell’esercito tedesco. La Resistenza cominciò ad essere molto potente in

quanto agì su più fronti: nelle fabbriche, i partigiani, spinsero gli operai alla lotta la quale si

concretizzò in una serie di scioperi ( a cui parteciparono diverse categorie di lavoratori) che

rallentarono la produzione per diversi mesi. Nel marzo 1944 l’attività di informazione e di

educazione all’impegno svolto dalla Resistenza, si è concretizzata in uno sciopero generale che ha

dimostrato il rifiuto nei confronti della politica fascista da parte di molti lavoratori e – nello stesso

tempo- la forza del movimento della Resistenza. Sul piano militare la Resistenza si organizzò in

bande armate composte da militanti provenienti dai diversi gruppi antifascisti, ai quali si aggiunsero

– giorno dopo giorno- coloro che si allontanavano dalle proprie abitazioni per evitare di essere

deportati dai tedeschi; gli operai minacciati di licenziamento; numerosi soldati e ufficiali

dell’esercito; carabinieri lasciati senza una guida; giovani che , arruolati nell’esercito di Salò,

disertavano appena ne avevano l’opportunità; e – infine- carabinieri che erano stati invitati a partire

volontariamente per la Germania. Quest’ultimi, dopo aver ricevuto la notizia, disertarono in massa,

ma – nonostante ciò- alcuni furono presi con forza e costretti a partire.

Anche se la guerra portò con sé solo cose negative, d’altro canto è possibile affermare che – da un

punto di vista sociale e pedagogico- essa ha abbattuto la rigida divisione dei ruoli tra uomini e

donne che fu impostata dal regime fascista, il quale ridusse la donna a madre, moglie e curatrice

del focolare. Con l’avvento della guerra gli uomini furono costretti ad andare a combattere sul

fronte e le donne a sostituirli nei loro lavori. In questo modo molte donne cominciarono a lavorare

in diversi settori della Pubblica Amministrazione, nelle fabbriche, nei trasporti, ecc; acquisendo una

libertà di movimento prima impensabile e – nello stesso tempo- un nuovo ruolo sociale e una

maggiore consapevolezza della propria libertà e autonomia che difficilmente potrà essere

abbandonata e dimenticata in futuro.

Il contributo femminile è stato molto importante anche nella Resistenza, in cui le donne svolgevano

il ruolo di “staffetta”; un ruolo molto difficile e rischioso, ma più adatto ad esse che avevano

maggiore libertà di movimento e che destavano meno sospetto degli uomini. Per tanto le donne

diventarono indispensabili nel movimento della Resistenza, anche perché esse furono pronte a

combattere e a morire per il proprio ideale.

La Resistenza è stato – per chi ne ha fatto parte- un momento formativo in quanto essi hanno

imparato a condividere ciò che era proprio (anche in una situazione di disagio come quella della

guerra) e a combattere per un unico fine e un unico ideale. Il fine era quello di liberarsi dai

nazifascisti; l’ideale quello di dar vita ad una nuova società, basata su di un governo democratico e

rispettosa dei bisogni e delle aspirazioni di tutti i cittadini. Questo forte sentimento democratico si

sviluppò sempre di più tra le file dei partigiani che – nei momenti di pausa- elaborarono una serie di

progetti finalizzati a promuovere una nuova cultura, un nuovo modello educativo e una nuova

scuola, più vicina ai bisogni e alle capacità di coloro che provenivano dalle classi sociali le quali

sono state sempre escluse dal sapere. Tra questi progetti, uno che ha avuto maggior successo è

stato quello proposto da 5 partigiani: egli chiesero di istituire – dopo la guerra- una nuova scuola,

all’interno della quale non dovevano esserci discriminazioni e corruzione, ma solo una molteplicità

di opportunità formative aperte a tutti. Questo progetto si tramutò in realtà in quanto dopo il conflitto

venne istituita a Milano la “Scuola ex partigiani” che si proponeva di formare delle coscienze

civiche senza tener conto della loro appartenenza politica e/o economica. Questa scuola venne

strutturata sotto forma di convitto e ottenne un finanziamento dal ministero dell’assistenza post-

bellica. Gli insegnanti erano tutti di ruolo e – insieme al preside e agli allievi- facevano di tutto per

garantire un buon funzionamento dell’istituto. Questa scuola-convitto fu la prima di una lunga serie

di istituti simili, i quali nacquero in diverse città d’Italia dando ai ragazzi una formazione che li ha

permesso di superare con grande successo gli esami pubblici dei diversi ordini e gradi. Tuttavia la

sorte delle scuole-convitto venne segnata dalla svolta politica che si ebbe in Italia nel 1948: i partiti

di sinistra furono sconfitti e lasciarono lo spazio ad un governo di stampo moderato. In questo

contesto non si tenne conto dei risultati raggiunti dagli allievi di questi istituti e – di conseguenze- il

governo procedette nel tagliare i fondi a tali convitti-scuola che – a loro volta- furono costretti a

chiudere. Negli anni successivi tre convitti rimasero in attività: quello di Milano, Venezia e Genova;

ma – alla fine- restò in piedi solo quello di Milano il quale seguiva solo i giovani della scuola media

inferiore. In questo modo si pose fine a quello che era il desiderio dei membri della Resistenza:

creare una scuola aperta a tutti e strutturata democraticamente. Nonostante tutto, la guerra aveva

portato i giovani contadini ad avere dei contatti con altre realtà e – di conseguenza- a rendersi

conto dei propri limiti culturali. La reazione di questi fu quella di richiedere continuamente

istruzione; ed è per questo che venne istituita dalle brigate partigiane l’ora politica, durante la quale

tutti i giovani combattenti si riunivano intorno ad un commissario politico e tutti insieme discutevano

su temi posti da ciascuno. L’attenzione era sempre alta in queste riunioni e tutto ciò non ha fatto

altro che alimentare – nella mente di questi ragazzi- il desiderio di creare una nuova società e una

nuova scuola, aperta a tutti e gratuita. CAPITOLO III

VERSO UN NUOVO IMPEGNO PEDAGOGICO-POLITICO

La Resistenza è stata un’esperienza molto importante per la storia del nostro Paese in quanto essa

ha favorito la nascita e la crescita di uno spirito nuovo: quello democratico. La liberazione dalla

guerra ha suscitato – da un lato- una sensazione di sollievo; dall’altro un senso di smarrimento e di

incertezza in quanto con la fine del fascismo cadevano tutti gli ideali su cui si era retta la vita

dell’Italia per 20 anni.

Nel dibattito che si aprì tra le forze della Resistenza e quelle che si stavano muovendo per

ricostruire il Paese, si distinsero – immediatamente- due fronti: quello laico e quello cattolico, i quali

avevano un’idea diversa di democrazia e un’immagine altrettanto divergente dell’Italia futura. Il

fronte cattolico poggiava sulla Chiesa, punto di riferimento di tutti i credenti; il fronte laico era

alquanto eterogeneo perché comprendeva sia i liberali (guidati da Benedetto Croce) che i socialisti,

che si proponevano di cambiare l’assetto sociale in favore delle masse popolari. Il fronte laico era

spinto dalle speranze di cambiamento alimentate nelle masse operaie e contadine dalla lotta di

Liberazione; mentre quest’ondata di cambiamento non raggiunse il Sud, dove le masse popolari

restarono prigioniere di un’ignoranza che le spinse ad essere sempre sottomesse alla monarchia e

al papato. Tuttavia, il problema che si pose a tutti – sia laici che cattolici- fu quello di ricostruire

delle condizioni di vita accettabili per il Paese che appariva lacerato sia da un punto di vista

materiale che da un punto di vista morale. In questa direzione si mosse il governo alleato, il quale

effettuò una serie di interventi in campo assistenziale, artistico ed educativo. Quest’ultimo settore

era stato quello più colpito; infatti Wasburne e i suoi collaboratori si resero conto immediatamente

delle condizioni di arretratezza in cui si trovava la scuola italiana ereditata dal fascismo, ed è per

questo che cercarono di trovare una soluzione. Nel nostro Paese la scuola era carente da un punto

di vista didattico, pedagogico, organizzativo, ma la cosa più grave era che essa appariva tagliata

fuori dal pensiero, dall’esperienza e dall’analisi scientifica mondiale inerenti all’educazione. Infine,

la conseguenza più drammatica ereditata dal sistema fascista è stata il determinarsi di una

profonda frattura tra le generazioni, ossa fra chi aveva ricevuto una educazione alla resistenza e i

più giovani, i quali non possedevano un retroterra politico-culturale. La costruzione di tale retroterra

è – poi- avvenuta molto lentamente e la conseguenza di ciò è stata la creazione di un’elitè culturale

non sempre capace di opporsi ai vecchi schemi aristocratici che cercarono di affermarsi nel

dopoguerra.

Intanto i partiti che hanno fatto la resistenza dovevano scegliere quale doveva essere il primo

governo dell’Italia liberata; tale decisione si indirizzò verso Ferruccio Parri, leader del Partito

d’Azione, nonché capo militare della resistenza stessa che – però- risultò debole da un punto di

vista politico. Infatti il governo cadde dopo pochi mesi a causa dell’opposizione dei liberali alla

politica economica proposta da Parri, ed esso fu sostituito da Alcide De Gaspari, esponente della

Democrazia Cristiana. L’istituzione di questo governo segnò il punto di svolta verso una scelta

politica di stampo moderato, aderente ai dettami della Chiesa e che – per oltre 40 anni- ha fatto

dell’Italia un paese poco dinamico. Nel periodo in cui in Italia c’era un predominio cattolico – in

ambito politico, il mondo si stava dividendo in due blocchi contrapposti a causa della guerra fredda

nata tra gli USA e l’Urss. L’Italia era inserita nel blocco occidentale, dominato dagli Stati Uniti; e ciò

ha influenzato anche l’impossibilità di un ricambio del governo in quanto in alternativa alla DC c’era

uno schieramento di sx egemonizzato da un forte partito comunista che non poteva avere

responsabilità governative a causa del suo legame forte con l’Urss.

Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati ad esprimere un doppio voto: uno relativo alla scelta dei

componenti di un Assemblea Costituente, la quale aveva il compito di scrivere una nuova

Costituzione; uno sul referendum istituzionale tra monarchia e repubblica. Dopo 25 anni, queste

erano le prime votazioni che potevano essere definite “libere” e – per la prima volta- fu concesso il

diritto di voto anche alle donne. Dal referendum venne fuori che la scelta istituzionale coincideva

con la repubblica, mentre l’Assemblea Costituente cominciò il suo lavoro il 24 giugno 1946 e

terminò il 27 dicembre 1947. La Costituzione entrò in vigore il 1 gennaio 1948. Intanto, mentre

nell’Assemblea Costituente tutti i partiti che avevano preso parte alla lotta per liberare l’Italia dal

dominio nazista lavoravano per dar vita ad una nuova carta fondamentale al Paese, De Gasparii

cercò di allontanare – gradatamente- la sinistra dal potere, provocando due crisi ministeriali: la

prima si concluse con un ridimensionamento del ruolo dei partiti di sx nell’esecutivo; la seconda

con la loro esclusione che rafforzò l’egemonia del partito cattolico.

Nell’Assemblea Costituente si chiarirono due concezioni diverse relative al rapporto Stato-

istruzione: una laica e una cattolica. Per il fronte laico l’organizzazione scolastica ed educativa

doveva essere affidata allo Stato al quale spettava il compito di garantire – a tutti i cittadini- di

accedere a tutti i gradi dell’istruzione. Pertanto il carattere pubblico dell’istruzione era necessario

per garantire la libertà d’insegnamento, intesa come libertà all’interno dell’istituzione pubblica.

Per il fronte cattolico, invece, la responsabilità dell’educazione e dell’istruzione doveva essere

condivisa tra Stato e famiglia: le famiglie dovevano avere la possibilità di poter scegliere se far

frequentare ai propri figli una scuola Statale o non statale e lo Stato – dal canto suo- doveva

garantire l’esercizio di tale diritto. Quindi – in questa seconda prospettiva- la libertà di insegnamento

coincide con la libertà di scegliere il percorso scolastico più consono alla concezione educativa

della famiglia. A tal proposito sono stati creati l’articolo 33 e 34 nella Costituzione: il primo

riconosce la libertà di insegnamento, il ruolo dello Stato come responsabile dell’istruzione e il diritto

dei privati di istituire delle scuole senza oneri per lo Stato; il secondo esplicita il diritto di tutti di

accedere ai più alti gradi dell’istruzione.

Nel luglio 1946 si insediò il secondo governo De Gaspari che affidò ad un cattolico, Guido Gonella,

il ministero della Pubblica Istruzione in modo da dimostrare alle gerarchie ecclesiastiche che la DC

era sensibile alle aspettative della Chiesa. Gonella sosteneva la tesi che assegnava allo stato una

funzione di supplenza all’iniziativa privata dove questa risultava insufficiente a soddisfare i bisogni

sociali. Con la nomina di questo ministro iniziò un lungo periodo di sintonia tra il potere politico e le

gerarchie ecclesiastiche, il quale favorì il predominio dell’integralismo cattolico nell’ambito

dell’educazione. Ciò fu visibile già dai programmi per la scuola elementare del 1955 che

assegnarono un preminenza assoluta all’insegnamento della religione cattolica.

Tuttavia mentre – da un lato- il centrismo democristiano attuò, in ambito educativo, una politica

conservativa che bloccò il cambiamento; dall’altro la cultura stava vivendo una stagione di

profonde trasformazioni e scontri ideologici, guidati dagli esponenti di due fronti: quello laico e

quello marxista che – con il loro contributo e le loro iniziative- arricchirono il dibattito pedagogico.

Nel 1949 un gruppo di pedagogisti aderente al fronte laico istituì la NEF, un’associazione

presieduta da Cordignola. La NEF operò in molti paesi, proponendosi di diffondere nell’educazione

una coscienza democratica e di abbattere tutti quei miti e quelle false ideologie che andavano

contro le esigenze della società. L’associazione operò concretamente per raggiungere i suoi

obiettivi; funzionò come centro di informazione e di ricerca sui problemi pedagogici; e – infine-

cercò di allargare l’ambito delle persone interessate a questi problemi e di indagarne gli aspetti più

particolari per poi diffonderli. Nonostante tutto l’associazione ha avuto vita breve, ma ha gettato i

semi del rinnovamento in ambito pedagogico.

Un secondo gruppo di studiosi del fronte laico si raccolse intorno alla Nuova Italia, una casa

editrice fondata da Cordignola già nel 1926, la quale – nel dopoguerra- divenne no strumento di

rinnovamento in campo educativo perché diffuse l’opera di Dewey e promosse un dibattito serrato

teso alla formazione civile alla luce dell’impegno di socialismo, liberalismo rivoluzionario e laicismo

intransigente. L’impegno della Nuova Italia procedette mediante la produzione di diverse collane di

testi.

Codignola, proseguendo nella sua opera di rinnovamento della cultura, fondò – nel 1950- la rivista

“Scuola e città” che, presentandosi come luogo di discussione e di dibattito su tematiche relative

all’istruzione e alla cultura, ha aperto agli studiosi nuovi orizzonti e ha tenuto viva l’attenzione sulle

scelte politiche riguardanti l’istruzione, la quale tendeva a rispondere – in modo eccessivo- alle

richieste del clero. Nel primo editoriale della rivista, Codignola dettò le coordinate pedagogico-

politiche di essa: egli mise per iscritto che il suo progetto era quello di rinnovare la scuola mirando

alla creazione di un istituto capace di rispondere e soddisfare le richieste della società

contemporanea. Tale rinnovamento non coincideva con il trapianto – all’interno della scuola- di

valori e metodi propri di altri paesi; bensì con il suscitare dibattiti, con il presentare problemi che –

nella modernità- hanno coinvolto la maggior parte dei paesi del mondo e con il discutere tali

questioni. Pertanto “Scuola e città” voleva essere un convegno internazionale di spiriti liberi i quali,

accomunati dall’idea che l’educazione ha una funzione liberatrice, si proponevano di realizzarla e

non di limitarsi a dibatterla in modo accademico. Inoltre questa rivista si presentava come una

palestra per coloro che volevano eliminare dalla scuola il tradizionalismo, il conformismo e

l’ipocrisia; elementi che hanno fatto perdere a quest’agenzia educativa il suo ruolo sociale e le sue

responsabilità nei confronti della collettività. In relazione a quest’ultimo aspetto, i principali attori di

“Scuola e città” cercarono di creare un nuovo rapporto tra la scuola e la società mostrando – in un

primo momento- le iniziative e le esperienze pedagogico-sociali che si sono realizzate o che si

tentava di realizzare in altri paesi, ossia in quelli in cui la scuola era consapevole delle proprie

responsabilità nei confronti della società. Tuttavia, il punto su cui battevano gli esponenti di questa

rivista era quello di riformare la scuola. Ciò significava: strapparla dal suo isolamento; restituirle

una efficacia sociale, renderla partecipe dei problemi degli individui; utilizzare – all’interno di essa-

dei metodi non più passivi e antiquati, bensì idonei per la formazione di uomini liberi e capaci di far

fronte ai cambiamenti che investivano la società. Mentre da un lato Codignola scriveva ciò,

dall’altro affermava che il male della scuola aveva radici profonde le quali affondavano nelle idee di

numerosi educatori disincantati e delle famiglie. I primi consideravano la formazione di uomini liberi

una richiesta troppo retorica; le famiglie – invece- si preoccupavano solo di soddisfare degli

interessi particolari mandando i loro figli a scuola, senza curarsi che essi sono prima persone e poi

alunni. Nonostante tutto questo male poteva essere risolto dagli educatori coscienziosi e innovativi

i quali hanno – nelle loro mani- un potere molto forte (se utilizzato bene). Pertanto l’obiettivo che

Codignola e i suoi collaboratori si ponevano e che hanno messo bene in evidenza in questa rivista

era quello di creare una scuola libera, viva, moderna e rivolta alla formazione di coscienze

indipendenti e illuminate.

Molti pedagogisti afferenti al fronte laico (come Visalberghi, Laporta, Capitini) hanno apportato dei

contributi importanti alla rivista la quale, nel periodo successivo al 18 aprile 1948 dominato –

politicamente- dal partito cattolico, ha guidato una vera e propria battaglia per la difesa di una

scuola laica. In questo modo “Scuola e città” è diventato il punto di riferimento pedagogico per lo

schieramento progressista che riteneva importante puntare su un’educazione libera dai vincoli

clericali per realizzare una società democratica. A tale scopo la rivista ha denunciato l’aumento dei

fondi – stanziati dallo Stato- nei confronti degli istituti privati e il clima di restaurazione culturale reso

evidente dal personalismo imposto come filosofia si stato. Inoltre essa ha esercitato una critica nei

confronti della Riforma Gonella, ritenuta non adeguata alle esigenze dello Stato moderno.

La rivista nel decennio 1950-1960 dominato dal centrismo democristiano, ha proposto un progetto

pedagogico più aderente alle esigenze di un paese democratico, in modo da dar vita ad una scuola

laica, nuova e aperte alle esperienze di Dewey. Dopo il 1962 la politica è stata investita dalla

presenza della componente socialista del governo e ciò ha determinato l’emergere – in ambito

pedagogico- di un atteggiamento di attesa e di una speranza di cambiamenti e riforme a lungo

sperati. In questo periodo si è passati da una pedagogia centrata sull’insegnamento di Dewey, ad

una maggiore attenzione al dato sperimentale, e ad una didattica di ispirazione piagettiana. La

rivista “Scuola e città” ha svolto un ruolo molto importante per la cultura italiana in quanto l’ha

condotta al di fuori di quei limiti imposti dal fascismo proponendo lo studio di autori e temi di respiro

internazionali, la conoscenza dell’opera di Dewey e – quindi- la consapevolezza che il rapporto tra

la scuola e la società rappresenta l’architrave dell’educazione.

Il gruppo che si è raccolto intorno alla rivista “scuola e città” ha costituito la “Scuola di Firenze”, la

quale è stata considerata molto importante perché ha dato vita ad un profondo rinnovamento

culturale in ambito pedagogico attraverso un lavoro che ha coinvolto diversi settori e che ha fatto

emergere un nuovo modello di società, una nuova concezione di cultura e un nuovo modo di fare

scuola.

Secondo Cambi è essenziale- nella formazione di un docente consapevole- la lettura e l’analisi dei

saggi di autori come Borghi, Santoni e Tomasi all’interno dei quali è stata ricostruita l’antistoria

d’Italia e messe in evidenza le condizioni storiche in cui sono maturate determinate politiche e le

conseguenti strategie pedagogiche. Borghi, per esempio, in un suo saggio ha proposto

un’immagine inedita e diversa da quella tradizionale del rapporto tra pedagogia e politica: per

l’autore tale rapporto è necessario ed è per questo che esso non deve assumere l’identità di un

servaggio della pedagogia rispetto alla politica, bensì quella di un’interazione tra entità autonome.

Inoltre, il gruppo dei redattori della rivista “scuola e città” – insieme ai docenti maggiormente aperti

alle innovazioni- hanno portato avanti due battaglie importante: 1) la prima era contro il tentativo

delle forze politiche cattoliche di confessionalizzare la scuola; 2) la seconda era contro coloro che

si opponevano all’istituzione di una scuola media unica la quale avrebbe messo fine alla divisione

discriminante tra chi era destinato (per censo ed estrazione sociale) a continuare gli studi e chi no.

La scuola media unica è nata nel 1962 e con ciò è caduto uno dei pilastri fondamentali della

Riforma Gentile la quale proponeva la selezione scolastica sin dalla scuola di base. Dopo di

questo, la Riforma ha perso un altro punto forte nel 1969 con la liberalizzazione degli accessi

universitari. Il 1970 è stato un anno molto particolare in quanto la scuola di Firenze cominciò ad

avvertire la crisi che stava attraversando la cultura italiana – a causa delle contestazioni giovanili

del 1968- e che presto è stata la principale causa della sua disgregazione.

L’EDUCAZIONE ALLA RESPONSABILITA’ E ALLA LIBERTA’

Nel 1955 Lucio lombardo Radice e Dina Bertoni Jovine, due esponenti del fronte marxista della

pedagogia, hanno fondato una nuova rivista intitolata “Riforma della scuola” la quale si proponeva –

come finalità ultima- quella di diffondere all’interno dell’istituzione scolastica uno spirito scientifico.

Nella prima edizione della rivista Radice ha scritto che la scuola dell’epoca era una scuola arretrata

e incapace di rispondere alle richieste della società. questo pensiero non apparteneva solo agli

esperti del settore educativo, ma all’intera opinione pubblica ed essa si è costruita piano piano a

partire da dieci anni prima, durante i quali la crisi della storia ha messo in discussione tutte le

strutture della società italiana, compresa la scuola. Per quest’ultima una soluzione si vedeva

nell’elaborazione di una riforma che – dopo- fu elaborata da un ministro conservatore all’interno di

un governo altrettanto conservatore. Tale riforma fu quella del ministro Gonella, la quale rimase

nella rivista ministeriale – nonostante il fatto che se ne è parlato e scritto. Dopo di essa non si è

parlato più di “riforma della scuola” e- secondo Radice- essa era troppo matura per le esperienze

fatte dalla scuola italiana, la quale ha vissuto il fallimento di una riforma globale e la graduale

attuazione di una riforma silenziosa, diffusa non mediante le leggi, bensì attraverso le circolari. Per

questo, nel campo della scuola, si è cominciato ad optare per l’attuazione dei principi costituzionali,

il che equivaleva a dire istituire una scuola dell’obbligo all’interno della quale bisognava introdurre

un elemento culturale nuovo: lo spirito scientifico. All’interno dell’istituzione scolastica,

l’insegnamento doveva essere dominato dallo spirito scientifico e l’istruzione doveva porsi come

scopo fondamentale la formazione di una mentalità scientifica, ossia della capacità del soggetto di

ragionare, sperimentare e pensare con la propria testa. Pertanto la scuola – secondo gli esponenti

della pedagogia marxista- non doveva formare dei retori o dei tecnici, bensì dei cittadini

consapevoli, dei lavoratori e dei costruttori. I maggiori collaboratori di questa rivista si sono – poi-

concentrati sui collettivi pedagogici naturali, ossia: la classe, l’istituto, il consiglio, ecc e hanno

criticato quegli artifici creati per far nascere il senso della collettività e della collaborazione. Essi

consideravano la classe come il centro operoso di lavoro, collaborazione, democrazia e spirito

d’iniziativa e di costruzione, all’interno della quale formare degli uomini capaci di andare contro ciò

che era destinato ad appassire e perire.

Alla rivista, oltre a Radice e Jovine, collaborarono molti studiosi di area marxista i quali hanno dato

vita ad un modello pedagogico autonomo riprendendo il pensiero di Gramsci e criticando la

pedagogia di Dewey. Tuttavia l’elemento trainante della rivista è stato Lucio Lombardo Radice. Egli

è stato il figlio di Giuseppe Lombardo Radice, il quale ha elaborato i programmi per la scuola

primaria nella Riforma Gentile e, dopo il decreto-legge del 28 agosto 1931, è stato costretto a

prestare giuramento al regime fascista per evitare che la propria famiglia finisse in miseria e

povertà.

Lucio Lombardo Radice ha ricevuto un’educazione improntata su quei valori che il padre aveva

messo in evidenza nei programmi per la scuola elementare – da un lato; e dall’altro è stato molto

influenzato dalla mamma che lo ha fatto avvicinare alla matematica e alla cultura tedesca. Dopo il

liceo classico, Radice si iscrisse a matematica dove fu guidato da professori che egli stesso

definiva”uomini di doppia cultura”, ossia scienziati e umanisti insieme. Gli anni della università

sono stati gli anni in cui egli è maturato anche da un punto di vista politico: a tal proposito bisogna

dire che egli è entrato – nel 1936- in un gruppo di giovani che, in seguito, è diventato il nucleo

fondamentale del Partito Comunista della Resistenza. Fu arrestato due volte e dopo la sua

seconda liberazione (avvenuta nel 1943) ha collaborato – dapprima come professore e poi come

presidente- all’esperienza del convitto per partigiani e reduci di Roma, in modo da poter rendere

pratica la sua idea di scuola operaia, ossia di un’istituzione in grado di favorire la rapida

promozione culturale almeno di un avanguardia operaia.

La fondazione della rivista “Riforma della scuola” è stato il punto d’approdo di un’attività che

Radice ha svolto all’interno del Partito Comunista, il quale non si era mi occupato a fondo dei

problemi legati alla scuola; e nel primo numero di tale rivista egli si è focalizzato su alcuni punti in

particolare. Prima di tutto Radice si proponeva di attuare la Costituzione all’interno della scuola, ma

soprattutto nella scuola dell’obbligo. In secondo luogo egli voleva dar vita ad una riforma della

scuola la quale doveva essere il punto di arrivo di una battaglia culturale, politica e di costume in

quanto ogni riforma significativa è sempre stata l’affermazione di una cultura, di una concezione

dell’uomo e della società infine, Radice riteneva che l’elemento culturale nuovo da introdurre

all’interno della scuola era lo spirito scientifico il quale è stato considerato una componente

essenziale del nuovo umanesimo, ossia di questo periodo in cui alle generazioni non si proponeva

più un ideale dell’umanità lontano e fermo (come il mondo dei greci e dei romani) bensì uno molto

più recente: quello emerso dal Rinascimento.

Una delle idee principali che Lombardo Radice ha messo in evidenza già nel primo editoriale della

rivista è che il problema principale che la scuola italiana doveva porsi era quello di dare la

possibilità – ai giovani- di acquisire una mentalità scientifica come punto di partenza per una

organica e completa formazione culturale. Perché ciò potesse avvenire la scienza non doveva

essere pensata come un aggregato di risultati pazienti e geniali, bensì come un’esperienza

destinata a sviluppare nuove esperienze e ad orientare il lavoro degli studenti. Inoltre, nella

scuola proposta da Radice, occorreva ripensare non solo le scienze, ma anche le discipline

umanistiche in modo da rappresentare il cammino dell’umanità come un processo global che

investe ogni settore della vita culturale e non come una successione di perorsi settoriali che non

hanno nessuna correlazione tra loro.

In un saggio scritto per una rivista tedesca e – in seguito- pubblicato anche sulla propria rivista,

Radice ha affermato che il compito della scuola era quello di preparare gli alunni in qualità di

uomini adatti alla società futura la quale si prospettava in modo diverso rispetto a quella sua

contemporanea. L’ipotesi formulata da Radice – in riferimento alla comunità del futuro- era quella

di una società dominata dal prevalere del lavoro intellettuale-creativo su quello manuale-esecutivo

e caratterizzata dalla presenza di lavoratori medi che, dal punto di vista culturale, potranno essere

paragonati agli scienziati medi dell’epoca. Pertanto, come gli scienziati studiavano durante tutto il

corso della loro vita, così i lavoratori dovranno studiare per lavorare, e continuare ad istruirsi per

mantenere il lavoro; di conseguenza – in linea ad una società del genere- bisognava riformare

l’istruzione e adeguarla alle esigenze future.

La riforma - proposta da Radice - non si proponeva di avere un’influenza solo sul mondo della

scuola, ma sulla cultura in generale ed essa può essere riassunta in diversi punti:

1) il primo punto mette in evidenza l’esigenza di passare da un patrimonio enciclopedico ad un

possesso di metodi e di quadri strutturali;

2) il secondo punto mostra l’esigenza di trasformare la scienza d’avanguardia in cultura elementare

di massa: a tal proposito bisogna dire che – anche se in passato- è avvenuto che una capacità di

pochi è diventata (con il passare del tempo) una capacità di tutti (come il leggere, lo scrivere e il far

di conto), nella società moderna il discorso era diverso in quanto le caratteristiche delle nuove

competenze richieste e la rapidità dei processi di cambiamento non hanno consentito lo sviluppo

del processo di democratizzazione della cultura.

3) Il terzo punto mette in luce che occorreva passare dalla esposizione sistematica del sapere alla

messa in evidenza degli esperimenti cruciali e delle ipotesi che sono stati dei punti di svolta nello

sviluppo della scienza e della cultura.

4) Il quarto punto indica che se la scuola lavorava per preparare i giovani al futuro, essa doveva

impegnarsi per trasmettere a quest’ultimi il coraggio intellettuale, ossia la capacità di non

considerare mai assoluta una conquista e di esplorare strade che al senso comune sembrano

assurde. Inoltre la scuola doveva impegnarsi nel dare ai discenti la possibilità di sviluppare

un’indipendenza mentale e la capacità di correggere ipotesi, di modificare i propri schemi

intellettuale e di apprendere con spirito critico.

Molto importante – per Lombardo Radice- era anche formare dei cittadini che fossero – nello stesso

tempo- lavoratori e viceversa. Per fare ciò bisognava riprendere in considerazione il valore politico

dell’educazione che, in questo senso, non coincide – necessariamente- con l’istruzione. Riprendere

in analisi il rapporto tra politica ed educazione significava unire alla preparazione specialistica lo

studio dei fenomeni globali in quanto solo in questo modo i giovani maturano sia il gusto per la

ricerca specializzata che la passione per i problemi della società.

Infine Lombardo Radice, esaminando il rapporto tra il nostro Paese (dominato da un forte

capitalismo) e la scuola ha trovato una forte contraddizione. Le classi dirigenti, le quali puntavano

ad un potere nelle mani di pochi, si sono ritrovati costretti ad aprire le porte di un’istruzione

scientificamente qualificata a masse crescenti di giovani introducendo nell’educazione idee

democratiche e dando la possibilità alle classi sociali di estrazione più bassa di prendere il

sopravvento e modificare il sistema. Infatti, una scuola che educhi all’intelligenza e che si propone

di formare globalmente i lavoratori poteva portare ad una modifica della società in senso

democratico in quanto la democrazia richiede che stati sempre più ampi di popolazione partecipino

ai processi decisionali in modo consapevole. Tale consapevolezza poteva essere maturata in una

scuola aperta a tutti e capace di fornir ai giovani l’acquisizione del metodo scientifico.

PER UNA PEDAGOGIA DELLA POLITICA

Ripercorrendo la storia della pedagogia è possibile il legame che essa ha sempre avuto con la

politica. Tale rapporto – infatti- è nato nell’antica Grecia e, più precisamente, all’interno delle polis;

poi si è manifestato nuovamente durante la stagione dell’Umanesimo, nel 1700 grazie agli ideali

emersi con la Rivoluzione francese e – infine- si è consolidato nel pensiero di Marx nel 1800.

Questo legame tra pedagogia e politica si è riaffermato nel corso del 1900 con l’avvento dei

totalitarismo e con l’opposizione culturale e pedagogica ad essi e ciò può essere analizzato meglio

prendendo in considerazione due grandi personaggi: Giovanni Gentile e Grmsci i quali hanno

elaborato e presentato dei modelli pedagogici i dotati di una connotazione politica. Il primo avanzò

l’idea di una educazione nazionale (che in seguito divenne funzionale agli interessi del fascismo); il

secondo si è fatto promotore di un’educazione finalizzata ad emancipare le classi popolari. La

Resistenza e la Ricostruzione sono stati due momenti importanti- non solo da un punto di vista

storico- ma anche educativo in quanto essi hanno dato una nuova energia alla pedagogia

accentuandone la declinazione sociale e – di conseguenza- politica. L’opposizione al fascismo e la

voglia di ricostruire un Paese lacerato – sia da un punto di vista morale che materiale- hanno aperto

nel dibattito pedagogico un filone di ricerca volto all’impegno civile sia nella battaglia per

l’alfabetizzazione di massa, sia per la formazione di una coscienza democratica. Tra i diversi

esperimenti messi in atto (in questo senso) è importante ricordare la “Scuola-città Pestalozzi” nata

a Firenze per opera di Ernesto e Annamaria Codignola i quali cercarono di creare una scuola in cui

si seguissero le direttive pedagogiche di Dewey; pertanto l’istituzione scolastica doveva essere

intesa come democrazia e come luogo in cui gli allievi prendevano coscienza dei propri diritti e

doveri. La dimensione politica della pedagogia ha trovato terreno fertile anche durante la guerra


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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Pedagogia della politica. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Il termine pedagogia deriva dal greco pais,paidos ( che significa fanciullo) e assume un duplice significato, L’ostracismo, La graphè paranomon, La parola come strumento della politica, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia della politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Sirignano Fabrizio Manuel.

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