LA TETTONICA DELLE PLACCHE
1915 (Wegener )
Wegener osservò che c’erano delle geometrie tra le differenti masse continentali, che si aveva una
distribuzione della flora e della fauna non casuale (e addirittura alcuni continenti dislocati in posti differenti
della Terra avevano gli stessi fossili sia vegetali che animali) e che da ricostruzioni paleo climatiche si era
arrivati a dire che zone del pianeta che nel 1900 erano soggette a climi ben definiti, non lo erano state per
tutto il corso dell’evoluzione terrestre (ad esempio si era riscontrato che la Groenlandia e l’Europa
settentrionale un tempo erano soggette a climi tropicali).
Coloro che tentavano di dare una spiegazione a tutte queste coincidenze finivano con l’affermare l’esistenza
di “ponti”, i quali si erano nel corso del tempo estinti, che collegavano i vari continenti spiegando la presenza
di fossili simili in aree geografiche tanto differenti.
Wegener invece fu il primo a pensare alla possibilità che questi continenti si fossero mossi nel corso del
tempo, e diede al continente primordiale il nome di Pangea; questo continente poi, col passare del tempo, si
smembrò fino a creare quella che è l’attuale disposizione.
In un congresso del 1926 in America, l’idea di Wegener non venne minimamente presa il considerazione, ma
suscitò grande interesse tra i geologi sud africani i quali stavano studiando la disposizione dei camini
kimberlitici nel mondo.
L’idea innovativa fu rifiutata non solo perché andava contro il pensiero comune, ma anche perché lo studioso
non riusciva a dare una spiegazione plausibile ai meccanismi di quella che lui definì la deriva dei
continenti. L’unica cosa che riuscì a dire fu che l’attuale disposizione spaziale dei continenti non era altro
che la diretta conseguenza della forza centrifuga causata dalla rotazione terrestre. Una delle cose che
Wegener non riusciva a spiegare era il fatto che i margini continentali (ossia le terre emerse) non erano
deformati.
PROVE PRINCIPALI A FAVORE DELLA TEORIA DELLA DERIVA DEI CONTINENTI
1. Spostamenti dei continenti: la teoria della deriva dei continenti è stata proposta da Wegener tra il
1919 e il 1929; secondo Wegener le masse continentali migravano sotto la spinta della poliflucht,
connessa alla rotazione terrestre e all’attrazione gravitazionale. Mancava però a questa teoria un
meccanismo sensato che spiegasse il movimento dei continenti. Per spiegare il fenomeno della
deriva dei continenti Wegener spiegò e cercò di dimostrare l’esistenza del fenomeno della
frammentazione del super continente Pangea avvenuto nel Mesozoico. Tra le evidenze dello
spostamento dei continenti c’è il fatto che si ha una congruenza tra le linee di costa atlantiche
dell’Africa e dell’America meridionale, le similarità faunistiche e floristiche tra continenti ora separati,
evidenze paleo climatiche (tracce della glaciazione tardo carbonifera in continenti ora separati e
lontani dal Polo sud in Australia, India, Sudafrica e Sudamerica) ed evidenze geologiche (come ad
esempio la continuità di grandi elementi strutturali).
2. Paleomagnetismo e migrazione apparente dei poli magnetici: il paleomagnetismo si occupa
dello studio del magnetismo fossile conservato in alcune rocce contenenti minerali paramagnetici
come l’ematite, la magnetite in basalti, arenarie rosse o calcari. Questi minerali si dispongono
secondo le linee di forza del campo magnetico presente al momento della loro formazione. Si pensa
che il campo magnetico terrestre sia generato nella parte esterna fluida del nucleo dalla circolazione
convettiva del materiale costituito da leghe di ferro allo stato liquido, attraverso l’effetto dinamo
(dinamo ad autoeccitazione). Il campo magnetico della Terra è simile a quello indotto da una barra
magnetica allineata con l’asse di rotazione, e le linee di forza del campo magnetico escono dal Polo
sud ed entrano nel Polo nord. Le carte del campo magnetico mostrano variazioni secolari da decine
di anni a decine di migliaia di anni. Come caratteristiche salienti nelle ultime migliaia di anni abbiamo
il fatto che si ha una diminuzione della componente dipolare e la deriva a ovest di parte del campo.
L’orientazione del campo magnetico è definita dall’inclinazione (che è l’angolo rispetto all’orizzontale
del vettore magnetico) e dalla declinazione (l’angolo rispetto al nord geografico dello stesso).
Esistono due principali tipi di magnetizzazione primaria: la magnetizzazione termo rimanente (MTR)
che viene acquisita durante il raffreddamento successivamente alla solidificazione (al di sotto del
punto di Curie) dei minerali magnetici presenti nelle rocce magmatiche e la magnetizzazione
rimanente detritica (MRD) acquisita dalle rocce sedimentarie durante la deposizione (minerali
magnetici si orientano secondo le linee di campo magnetico). Il magnetismo fossile consente di
determinare la paleolatitudine, la paleoposizione apparente del Polo nord e la paleodirezione del
campo magnetico terrestre. Combinando queste informazioni in rocce di età nota, è possibile
ricostruire l’andamento del campo magnetico terrestre nel passato e gli eventuali spostamenti subiti
dalle placche. Un altro importante fattore è la migrazione apparente dei poli (APWP), studiabile
attraverso le successioni sedimentarie di datazione certa dove ogni livello rappresenta un momento
della storia terrestre con la rispettiva direzione del campo magnetico in quel preciso istante. Il polo
1
apparente è fondamentale per la ricostruzione della curva apparente di spostamento di una data
placca o di un dato continente; il dubbio che può sorgere da questi studi è il fatto che a muoversi può
essere sia il continente che il polo, ma questo dilemma è risolvibile attraverso un’approfondita
osservazione della situazione: se a muoversi fosse il polo, tutti i continenti o le placche dovrebbero
avere, lungo la loro successione sedimentaria, la stessa inclinazione del campo magnetico in un
dato istante; ciò però non è vero in quanto ogni placca presenta, in medesimi momenti, differente
inclinazione del campo magnetico e ciò comporta lo spostamento della placca e non del polo.
3. Struttura ed espansione dei fondali oceanici: le tecnologie sviluppate negli anni 50 consentono di
analizzare i bacini oceanici attraverso le ricerche oceanografiche permettendo la comprensione della
struttura. I principali elementi individuati grazie a queste ricerche sono la presenza di dorsali medio-
oceaniche lungo i fondali oceanici, la presenza di faglie trasformi che dislocano queste dorsali, un
alto flusso di calore presente lungo le assi delle dorsali e la presenza di fasce di anomalie
magnetiche simmetriche. Queste anomalie magnetiche furono studiate approfonditamente in quanto
la navigazione prima della scoperta del GPS era guidata dalla bussola; le anomalie magnetiche
erano in grado di modificare le rotte, perciò era necessaria la conoscenza approfondita del fondale
oceanico. Si osservò che il fondale oceanico era tappezzato da queste anomalie che si
presentavano a bande simmetriche rispetto alla dorsale; esistono due tipi di anomalia: quella
positiva e quella negativa. I basalti sono rocce ricche di elementi paramagnetici come l’ematite e la
magnetite. Questi elementi sono in grado di “catturare” il campo magnetico al momento del
raffreddamento della roccia e producono anomalie positive se la magnetizzazione degli elementi si
somma alla magnetizzazione del campo terrestre di quel dato momento (anomalia magnetica
positiva, il campo risultante è più forte) mentre producono anomalie negative nel momento in cui il
campo magnetico terrestre è invertito e la somma della magnetizzazione degli elementi + quella del
campo terrestre danno origine ad un campo magnetico di intensità minore. Nel 1963 fu stipulata una
nuova ipotesi, chiamata ipotesi di Vine e Matthews, la quale affermava che i basalti che si formano
lungo la dorsale, raffreddandosi, acquisiscono una magnetizzazione di tipo termo rimanente che
registra l’andamento del campo magnetico terrestre. Questo tipo di processo è continuo e procede
simmetricamente all’asse dell’espansione, allontanando la litosfera formatasi lateralmente. Quando il
campo magnetico inverte la polarità, la nuova crosta basaltica registra questa inversione. La crosta
oceanica registra quindi in modo continuo le inversioni di campo magnetico e utilizzando la scala
delle inversioni è possibile datare i fondali oceanici e misurarne la velocità di espansione.
4. Migrazione apparente dei punti caldi: con punti caldi intendiamo zone di forte magmatismo
intraplacca, che presentano edifici vulcanici a scudo e attività effusiva con magma basaltico. I
vulcani attivi degli hot spots fanno parte di una catena vulcanica dove, allontanandosi dall’edificio
vulcanico attivo, i vulcani presenti si sono estinti in quanto hanno superato la zona di risalita dei
pennacchi di calore. Un tipico esempio è quello delle Hawaii, dove allontanandosi la punto di hot
spot, gli edifici vulcanici ormai sommersi più lontani (sea mountains) raggiungono i 64 milioni di anni
di età. Il fatto che tutti questi edifici vulcanici siano frutto di uno stesso pennacchio di calore è dato
dal fatto che i prodotti vulcanici di tutti gli edifici hanno composizione pressoché identica. La striscia
continua di edifici vulcanici è un marker di quello che è l’andamento della placca nel corso del
tempo. È importante sottolineare il fatto che gli hot spots sono generati da anomalie termiche, le
quali solitamente risalgono dallo strato D’’ e che hanno una temperatura di circa 100 °C superiore
rispetto alle rocce circostanti e ciò permette al mantello di fondere dando origine agli hot spots.
1950
Fu scoperto il paleomagnetismo dei fondali oceanici; ciò fu possibile grazie alla guerra, in quanto furono
mappati tutti i fondali oceanici per scopi militari. Per paleomagnetismo si intende il fenomeno che avviene a
margine dei rift oceanici che comporta l’intrappolamento del campo magnetico terreste al momento della
solidificazione del magma basaltico.
Con lo studio del paleomagnetismo si è potuto notare che a lato delle dorsali, simmetricamente l’una all’altra,
si sviluppano bande con opposta magnetizzazione di differente spessore. L’estensione di tali bande varia a
seconda della velocità di espansione del fondo oceanico e anche in funzione alla quantità di tempo in cui il
campo magnetico è rimasto invariato.
1962 (Hess – Diets)
Il meccanismo di espansione dei fondali oceanici poteva essere associato ai moti convettivi presenti nel
mantello. Per la prima volta vennero collegati tutti gli ambienti presenti sulla superficie terrestre: esistevano
porzioni di crosta (SLAB) i quali erano trasportati lateralmente portando con se i continenti; la crosta
oceanica dal RIDGE OCEANICO veniva consumata nelle FOSSE OCEANICHE.
1965 Wilson 2
Fu scoperto da Wilson che le dorsali oceaniche non erano continue ma dissestate da faglie trasformi e alla
fine degli anni 60 fu stipulata una teoria, la plate tectonic, la quale lega tutto ciò che si osserva: le placche
litosferiche insieme alle placche secondarie sono in movimento relativo tra le parti.
La “poy on a stove” metaphor venne utilizzata per la prima volta negli anni ’60 per spiegare le prime idee
sulla convezione terrestre. Nel 1931 Arthur Holmes ipotizzò che il movimento litosferico fosse legato alla
convezione del mantello terrestre e associò i flussi discendenti terrestri (SLAB) con la formazione di
particolari tipi di rocce come le eclogiti e le scisti blu.
IL MOTORE DELLA TETTONICA DELLE PLACCHE
La convezione terrestre non è stata sempre la stessa lungo il corso della storia: verso i 2,5 miliardi di anni ci
fu un cambio radicale che sconvolse il moto delle placche; esse infatti erano molto più piccole rispetto a
quelle che sono visibili ora.
Si ipotizzano due differenti meccanismi all’origine delle celle di convezione:
1. Edge force/SLAB pull: le placche si muovono in risposta a forze applicate ai loro margini. Nelle
zone di dorsale si produce una spinta verso l’esterno (ridge push) causata dall’espansione del
materiale caldo a densità minore proveniente dal sollevamento dell’astenosfera. Nella zona di
subduzione si sviluppa una forza di trazione (SLAB pull) causata dalla placca oceanica fredda e
densa che sprofonda nel mantello. In sostanza la convezione comprende anche le placche
litosferiche che si muovono in risposta a forze applicate ai loro margini (ridge push, SLAB pull)
2. Mantle drag: il limite superiore della convezione si ha nell’astenosfera e le placche trascinate dalla
convezione (viscous drag). La forma prevista delle celle è troppo regolare rispetto alla forma
variabile che le stesse assumono e la presenza della LVZ rende questa ipotesi poco probabile. In
questo modello la litosfera ha un ruolo passivo.
Il modello delle forze marginali è in grado di spiegare il fatto che la velocità è indipendente dal movimento
delle placche (quindi una prova a sfavore del secondo modello) e che le placche con i margini in subduzione
sono le placche che si muovono a velocità maggiori (quindi una prova a favore del primo modello).
Mentre prima si credeva che la tettonica delle placche derivasse dal movimento passivo delle stesse sul top
di celle convettive del mantello, ora si pensa che le placche organizzino il flusso del mantello e che il
mantello stesso sia l’elemento passivo.
La tettonica delle placche è guidata da un sistema autoregolante e lontano dall’equilibrio che si organizza
per dissipare l’energia presente tra le placche e al loro interno. Il mantello fornisce soltanto l’energia e il
materiale. Il flusso è guidato dall’instabilità del livello superficiale più freddo e dai gradienti laterali di
temperatura indotti dalla SLAB e dai continenti.
È molto importante non confondere la deriva dei continenti dalla teoria della tettonica delle placche, cose
completamente differenti.
I margini di placca: esistono tre differenti margini di placca
a. Margini convergenti o distruttivi
b. Margini divergenti o costruttivi
c. Margini trasformi o conservativi
MARGINI DIVERGENTI
I margini divergenti sono associati alla costruzione di fondale oceanico, di nuova crosta oceanica e questo
tipo di margini si trova solitamente nelle zone mediane degli oceani. Questi margini hanno velocità di crescita
differenti, infatti la dorsale oceanica atlantica ha una velocità di crescita del fondale oceanico minore rispetto
a quella pacifica; La velocità inoltre non è la stessa lungo tutta la dorsale e per riequilibrare questo sbalzo di
velocità si formano le faglie trasformi che dislocano la dorsale in differenti punti. Lungo le dorsali il 50% del
flusso di calore che viene disperso dal centro della Terra viene rilasciato proprio qui, quindi si ha un elevato
flusso termico. La valle mediana, la zona da cui fuoriesce il magma, ha una larghezza di circa 25-30 km e
fianchi molto ripidi (formati da faglie normali) che raggiungono i 1000-2000 mt di altezza. Il flusso di calore in
questa zona è molto elevato mentre quando si esce dalla valle mediana il valore si ristabilisce entro i
parametri usuali. Inoltre la morfologia della dorsale pacifica non è definita come invece è quella atlantica e
ciò è proprio causato dalla velocità di espansione del fondale. Più la velocità è elevata, meno la valle è
definita.
Il materiale che risale dal mantello fonde per decompressione → fonde la peridotite e ottengo un liquido a
composizione basaltica.
Se la velocità di espansione del fondo oceanico è elevata ciò implica che ci sia continuo apporto di materiale
alla camera magmatica sottostante alla dorsale; se la velocità di espansione è bassa ciò significa che
l’apporto di materiale alla camera magmatica è sporadico. Non avendo continuo apporto si generano delle
fratture molto estese le quali generano, a loro volta, la valle mediana.
Lo sviluppo di questo tipo di margini si divide in tre differenti fasi:
3
1. Formazione del rift: la crosta continentale si frattura e si ha la formazione di faglie normali le quali
poi, sprofondando, danno origine al rift vero e proprio. Nelle zone di rift la crosta tende ad
assottigliarsi fino a raggiungere lo spessore di circa 15-20 km e si ha inoltre la risalita
dell’astenosfera che comporta una forte attività vulcanica. Quando la piattaforma del rift va al di sotto
del livello del mare si ha la deposizione di gessi e sali a seconda del dislivello con l’acqua marina. La
tipologia di sedimenti che si hanno sulla piana del rift è molto irregolare.
2. Formazione di un bacino: tutte le faglie normali che si erano formate nella prima fase ora sono
immobili mentre la piana del rift tende a sprofondare a causa della densità (la roccia raffreddandosi
aumenta la sua densità e questo comporta un maggiore appesantimento). L’inarcamento della zona
è regolare e questa fase viene definita come successione post rift. In questa fase si formano
differenti depositi di tipo marino come ad esempio materiale terrigeno oppure piattaforme
carbonatiche se vi sono le condizioni adatte. Queste zone sono zone ricche di accumuli petroliferi e
sono intensamente studiate a causa dell’interesse economico che suscitano.
3. Oceano maturo: in questa fase si ha l’estensione e la formazione di un oceano molto esteso. Si ha
la sedimentazione a circa 5000 mt di profondità di argille oceaniche e silice (radiolariti). Nella
piattaforma continentale (profonda fino a 200 mt) si hanno sedimenti di tipo terrigeno o carbonatico a
seconda dell’ambiente di formazione (se climi tropicali); nella piana abissale è invece presente
sedimento di tipo torbiditico.
Questo tipo di margini vengono definiti come margini passivi maturi, ossia un margine continentale che si è
formato all’interno di una placca continentale
-
Parte due Appunti Principi di ingegneria elettrica
-
Appunti parte Geologia (Geologia applicata)
-
Apparato scheletrico - parte due
-
Psicologia - parte due - Appunti