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Risposte aperte paniere di

FILOSOFIA DELLA MENTE

Scienze e tecniche psicologiche

Prof: Lei Lorenza

2.

Quali sono

le origini della filosofia ?

Anche se nel corso dei secoli, la classificazione dei diversi campi della conoscenza si è trasformata per adeguarsi alla società, il

termine “filosofia” ha subito molteplici slittamenti di significato. Rimangono comunque due costanti nelle definizioni che di volta in

volta sono state date della filosofia: “la tensione all’universalità”, ovvero il tentativo di strutturare una conoscenza sistematica che sia

la più valida e la più estesa possibile, capace di indagare tutti gli aspetti dell’essere; e la prescrizione di una saggezza intesa come

pratica di vita, ovvero l’indicazione di una condotta conforme ai risultati di tale indagine”. La parola ‘mente’ proviene dal latino mens

come sinonimo dell’anima razionale di Aristotele. Ecco che allora la Filosofia della mente ha per oggetto la natura dei fenomeni

mentali, di cui analizza in particolar modo la relazione con il corpo e il resto del mondo fisico.

Perché affermare che l’uomo è un essere “speciale”, posto al vertice del mondo animale e non un essere “qualsiasi”, anche se più

evoluto, uno tra i tanti altri esseri animali, che popolano il mondo? La Filosofia della mente tenta di rispondere a queste domande.

L’interrogativo trova una risposta, nell’evoluzione del cervello, che ha “creato” l’attività mentale e la facoltà del linguaggio. Mente e

linguaggio segnano il perimetro stesso dell’umanità.

Si cerchi di spiegare il concetto

di filosofia.

Dal latino concipĕre = cum-capĕre, comprehendĕre, si riferisce al pensiero, come concepito dalla mente, ad una idea, ad una nozione

che ne esprime le caratteristiche essenziali e coerenti di una determinata realtà che prende forma collegando assieme i diversi

aspetti di uno specificato oggetto che alla mente interessa aver presenti nel suo complesso

.

3.

Il candidato

spieghi cosa è

l'ascetismo.

Pratica di sacrificio e di rinuncia ai piaceri mondani per raggiungere un grado superiore di spiritualità, di intellettualità, o di

consapevolezza di sé. Nell'antica Grecia, il termine áskesis ('esercizio') significava l'allenamento sostenuto dagli atleti e dai soldati. La

valenza morale era fondamentale anche per i filosofi cinici e stoici, per i quali l’ascesi e l’esercizio di astinenza era considerato

necessario a chiunque volesse raggiungere il controllo dei pensieri e delle passioni.

L’aspetto etico dell’ascesi è anche presente nel cristianesimo, in una prospettiva rivolta al trascendente: l’ascesi conduce

all’unione con Dio nella contemplazione mistica, attraverso il superamento degli ostacoli mondani.

Rientrano nell’ascesi, in quanto pratica di conversione, la meditazione, la preghiera, l’esercizio della virtù, ma anche rigorose forme di

mortificazione fisica, come astinenza dal cibo, dalle bevande o dall'attività sessuale, come avviene nel digiuno o nel celibato, e

talvolta anche resistenza al caldo o al freddo estremo o l'autopunizione, come avviene nel sufismo o tra i flagellanti.

Nella storia della spiritualità cristiana non sono mancate deviazioni della pratica ascetica, spinte fino all’eresia, ma l’ascesi è sempre

stata considerata come un mezzo fondamentale di formazione, purificazione ed espiazione. Le sue forme più elevate erano, oltre al

monachesimo, il martirio e la verginità. Svalutata per ragioni teologiche dalla riforma protestante, l’ascesi ha di fatto ispirato l’etica di

molteplici confessioni evangeliche, dal puritanesimo al pietismo.

Un significato non religioso dell’ascesi, viene attribuito nell'Ottocento, dal filosofo Arthur Schopenhauer, che vide in essa “l'orrore

dell'uomo per la volontà di vivere e l'essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore”.

4.

Cosa si intende per etica?

Con “etica” si intende quell’Insieme dei principi o di norme che disciplinano la condotta umana, e per estensione anche lo studio di

questi principi che assumono il nome di “filosofia morale” (dal latino mores, “costumi”). L’etica (dal greco ethos, “carattere”,

“costume”) cerca di rispondere a domande come: “Quando un’azione è giusta?”, “Quando un’azione è sbagliata?” e “Qual è il

principio che decide del bene e del male?” . Dal momento che gli esseri umani vivono insieme in gruppi, è diventato necessario

adottare un comportamento morale per garantire la sopravvivenza di ogni comunità. Anche se i sistemi di valori venissero via via

modificati in base alla condotta, i principi dell’etica hanno spesso origine, in forma irrazionale, da fonti molteplici: determinanti sono

sempre state le azioni accidentali che, una volta diventate di uso comune, si stabilizzarono dando origine a tradizioni e costumi, sia le

leggi costrette dai governanti per evitare le proteste tra i loro sudditi.

Le grandi civiltà antiche, come quella egizia e quella sumera, non svilupparono etiche sistematiche; nell’antica Cina, a partire dal VI

secolo a.C., le massime di Confucio vennero accettate come un codice morale. Nello stesso periodo, in Grecia, i primi filosofi

elaborarono teorie del comportamento morale, sollevando problemi e interrogativi che ancora oggi sono alla base della riflessione

filosofica dell’Occidente.

5.

Che temi tratta e cosa studia la filosofia della scienza?

Disciplina filosofica che ha per oggetto la pratica scientifica e che si occupa della nascita, dello sviluppo e del mutamento delle teorie

scientifiche. I temi trattati dalla filosofia della scienza, che possono, in certi casi, coincidere con quelli dell’epistemologia, o teoria

della conoscenza, non sono soltanto al centro della riflessione dei filosofi, ma sono sempre stati oggetto d’indagine anche per i più

grandi scienziati, ad esempio Galileo, Isaac Newton, Albert Einstein.

I risultati dell’osservazione, della sperimentazione e dei controlli determinano la validità di una teoria scientifica, ma non provano la

sua verità. Anche le più banali generalizzazioni empiriche travalicano infatti ciò che si può rigorosamente inferire dall’esperienza

diretta: se così non fosse, le teorie scientifiche non potrebbero prevedere il corso della natura, né avrebbero alcun potere

esplicativo. Il rapporto fra osservazione e teoria costituisce uno dei problemi fondamentali dell’epistemologia, il problema

dell’induzione, la cui formulazione tradizionale si deve al filosofo scozzese David Hume.

Egli prese in considerazione semplici previsioni basate su dati ricavati dall’esperienza, dimostrando con solidi argomenti che

tali inferenze non sono razionalmente sostenibili. Hume non negava che i ragionamenti induttivi garantissero alle leggi

scientifiche una certa attendibilità, ma affermava che è legittimo continuare a fidarsi dell’induzione solo se si trova una

valida ragione per credere che l’induzione continuerà a mostrarsi attendibile anche in futuro.

Questa, tuttavia, è una previsione che può essere giustificata solo per via induttiva: più precisamente, ritenere che

l’induzione funzionerà in futuro solo perché ha già dimostrato la sua validità in passato significa cadere in un circolo vizioso

che, per giustificare l’induzione, la presuppone. I filosofi si sono impegnati con vigore per confutare questa conclusione

scettica.

Alcuni hanno cercato di dimostrare che i criteri adottati dagli scienziati per controllare i dati sperimentali sono in qualche modo

razionali per definizione; secondo altri invece, l’esito positivo ottenuto in passato dalle indagini induttive può giustificare il loro futuro

utilizzo, senza per questo imbattersi in un circolo vizioso. Recentemente, alcuni filosofi hanno affermato che la realistica attendibilità

delle abituali pratiche induttive è sufficiente per suffragarne la conoscenza scientifica.

Nella storia della filosofia della scienza, la disputa fra realisti e strumentalisti ha costituito un tema costante. Secondo i realisti, la

scienza deve svelare la struttura nascosta del mondo e le teorie scientifiche devono mirare alla descrizione di tale struttura,

ipotizzando l’esistenza di aspetti del reale e di entità che non sono osservabili. I realisti non affermano l’esattezza di tutta la scienza

contemporanea, ma sostengono che le migliori teorie scientifiche sono approssimativamente vere, che la maggior parte dei

fenomeni di cui forniscono una spiegazione esiste davvero e che, nella storia della scienza, le teorie si avvicinano sempre più alla

verità. Per i realisti, dunque, il progresso scientifico consiste essenzialmente nel produrre descrizioni sempre più ampie e rigorose di

un mondo in gran parte invisibile.

7.

Cosa è la Metafisica di Aristotele?

Ramo della filosofia che indaga la natura dell’essere. Generalmente la metafisica si suddivide in due discipline: l’ontologia, che si cura

di determinare quali e quante specie distinte di entità popolino l’universo, e la metafisica propriamente detta, che si preoccupa di

descrivere i tratti universali dell’essere, quelli cioè che definiscono complessivamente la realtà e che – si presume –

caratterizzerebbero ogni possibile universo.

Per Aristotele la filosofia prima è la scienza suprema, in assoluto, perché la suprema fra le scienze teoretiche (le altre due

sono a lei subordinate, la fisica o “filosofia seconda”, e la matematica). La “filosofia prima” finì per essere conosciuta come

metà (tà) physiká (“successiva alla fisica”), espressione che venne poi abbreviata in “metafisica”.

Nel primo senso, per Aristotele la metafisica ha al suo centro la sostanza, causalità, struttura dell’essere ed esistenza di Dio, che ne

determinarono l’oggetto della speculazione metafisica per secoli. In epoca medievale san Tommaso d’Aquino asserì che lo scopo

della metafisica è la conoscenza di Dio, realizzabile anche attraverso lo studio razionale dei fenomeni della realtà sensibile. Tuttavia,

con la nascita dell’impresa scientifica nel XVII secolo, la riconciliazione di ragione e fede divenne un problema sempre più rilevante e

complesso.

Nel XVII secolo, la metafisica intesa come scienza dell’essere, prenderà il nome di ontologia. Come scienza del sovrasensibile,

la metafisica è la teologia: la teologia filosofica, o “razionale”, come verrà poi specificato durante il Medioevo e nell’età

moderna, per distinguerla dall’altra teologia che trae il proprio contenuto dalla rivelazione e presuppone quindi la fede.

Nel pensiero moderno e fino ad oggi, la nozione di metafisica oscilla ancora fra i due poli della definizione aristotelica, in

quanto contraddistinta ora dal suo carattere di generalità massima, ora dalla specificità dei suoi oggetti. In questo secondo

senso, F. Bacone assegna alla metafisica la determinazione delle cause formali e finali, di contro alla “fisica”, che si limita alle

cause materiali ed efficienti.

Una contrapposizione analoga si ha anche in Leibniz, per il quale la materia e il movimento sono meri fenomeni “fisici”, mentre alla

metafisica appartengono la sostanza e la forza. Per Cartesio, invece, oggetto della metafisica sono le sostanze spirituali, la cui essenza

è il pensiero di Dio e le anime umane. Nell’Illuminismo è già più prevalente l’uso spregiativo di “metafisica”, accusata di apriorismo e

verbalismo: uso che occasionalmente era già apparso nel XVII secolo e proseguirà fino ai nostri giorni, con le correnti empiristiche.

Cosa si intende con il termine “positivismo”?

Il termine positivismo rappresenta un indirizzo molto composito e venne utilizzato per la prima volta da Saint-Simon per indicare la

caratteristica propria del sapere scientifico, interpretato come un sapere 'positivo', cioè riferito alla realtà effettiva (in antitesi con le

astrazioni della metafisica), e quindi valido perché verificabile sperimentalmente. Deve tuttavia essere considerato come il vero

fondatore del positivismo Auguste Comte, allievo e collaboratore di Saint-Simon e autore di un Corso di filosofia positiva in sei volumi

(1830-1842). I diversi pensatori che si sono ricollegati alle sue idee, pur dando luogo a indirizzi autonomi, hanno soprattutto

condiviso le seguenti tesi:

• il rifiuto della metafisica come pseudosapere,

• l'identificazione dell'oggetto della conoscenza con i dati di fatto così come sono studiati dalle scienze

sperimentali,

• l'estensione dei metodi della scienza naturale a tutti i settori del sapere,

• la fiducia nel progresso dell'umanità come effetto del progresso scientifico.

8.

Si argomenti storicamente e filosoficamente lo

Scetticismo.

Dottrina filosofica secondo la quale non è possibile formulare giudizi veri, quindi ne nega anche ogni possibilità di conoscere il vero.

Lo scetticismo è una corrente filosofica che nasce e si sviluppa nel mondo antico, tra il IV a. C. e il II d. C., e si divide tradizionalmente

in tre fasi: 1) Pirronismo – risale a Pirrone e a Timone di Fliunte suo discepolo (IV e III a. C.);

2) Scetticismo dell’Accademia platonica – con Arcesilao di Pitane e Carneade (III e II a. C.);

3) Neoscetticismo – fine I a. C e tutto il II d. C.

Pirrone è considerato il fondatore dello scetticismo nell’antichità, criticando il sapere e sostenendo che le le cose indifferenti sono

senza misura e indiscernibili, cioè che né le sensazioni e né le opinioni individuali sono in grado di penetrarle.

Nella seconda fase, quella detta dell’accademia platinica, lo scetticismo si radicalizza nelle proprie posizioni: per prima cosa evita di

avanzare una propria verità e si limita ad esaminare criticamente le tesi dei dogmatici (degli stoici principalmente), evidenziandone le

contraddizioni e le incertezze. Ciò che conta è porsi con un atteggiamento di epochè o sospensione totale dell’assenso (Cicerone),

fino a quando lo stesso discorso scettico non si sottrae alla radicalità del dubbio: “non si può affermare di sapere di non sapere”.

Nella terza fase, il neoscetticismo, al centro della speculazione resta il problema della epoche, che per

Enesidemo e Agrippa il compito principale diventa quello di elaborare un sistema organico per tutte le obiezioni

(tròpoi) da contrapporle alle costruzioni assolute. Il significato principale dei tròpoi è proprio quello di una

negazione estrema poiché nega, oltre al soggetto, anche sé stessa come criterio dogmatico di verità, ma solo

come negazione che nega, oltre il suo oggetto, anche sé stessa, non attribuendo alcun valore di veridicità al

proprio negare.

Lo scetticismo antico quindi nega la possibilità che ci sia una qualsiasi verità, ma nell’età moderna invece si mostra meno rigida e si

basa sulla possibilità di affermazione della soggettività della coscienza.

9.

A

quale

filosofo

italiano

può

essere

ricondotto

lo

“storicismo”? si spieghi questa corrente

di pensiero.

Termine associato sia a una specifica corrente di pensiero affermatasi in Germania alla fine del XIX secolo, sia a un complesso di

atteggiamenti filosofici e culturali che assegnano un ruolo centrale alla successione degli avvenimenti reali nella comprensione di un

fenomeno o del mondo in generale. In quanto generica tendenza di pensiero, lo storicismo può essere ricondotto al filosofo italiano

del Settecento Giambattista Vico e al suo progetto di una 'scienza nuova', che ricercasse nelle concrete azioni umane il manifestarsi

di una 'storia ideale eterna'. Tale approccio trova espressione soprattutto nel romanticismo ottocentesco e nell'idea che il destino

dell'uomo non è determinato dalla natura, come per gli altri esseri viventi, ma dalla storia.

Lo storicismo romantico considera i fenomeni storici come la manifestazione di un principio assoluto, divino, che si dispiega nella

realtà. In Germania, è l'atteggiamento comune a tutta una tradizione di pensiero, a partire da Lessing e Herder, per il quale le epoche

storiche sono tutte realizzazioni compiute dell'essenza umana, ognuna sullo stesso piano di fronte a Dio, fino a Schelling, che affida

alla storia il compito di condurre l'umanità a uno stato di perfezione e di pace fra le nazioni, a Hegel, per il quale la storia mondiale è

una progressione di stadi dello spirito verso la consapevolezza di sé, e per certi aspetti anche a Marx, che dall'analisi della storia trae

la concezione di una progressiva emancipazione delle classi subalterne. Questa tradizione è stata ripresa all'inizio del Novecento dallo

storicismo assoluto di Benedetto Croce, per il quale lo spirito divino si manifesta compiutamente e senza residui nella storia;

pertanto è nella storia, non nelle scienze naturali, che deve essere cercato il significato della realtà e dell'attività umana.

Lo storicismo è stato considerato lo stile di pensiero dominante di tutto il XIX secolo. Oltre alle citate posizioni filosofiche, che furono

criticate da storici come Leopold von Ranke e Johann Gustav Droysen (1808-1884), si diffuse in molti campi del sapere la tendenza a

studiare i fenomeni sulla base dell'analisi dei loro precedenti storici, ad esempio in economia con Gustav Schmöller (1838-1917) e nel

diritto con Friedrich Karl Savigny. Verso la fine del Novecento secolo il termine 'storicismo' passò a designare una particolare

posizione filosofica, il cui esponente più rappresentativo fu Wilhelm Dilthey. Dilthey rivendicò con forza la specificità della

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rafgio00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della mente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Lei Lorenza.
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