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USA. Altri ancora si basano su singole questioni e sono simili ad organizzazioni o

movimenti come quelli sul proibizionismo, delle donne, del diritto alla vita e dell’ambiente.

Il ramo legislativo

Durante gli anni di crisi della guerra fredda, il presidente sembrava avere più potere

rispetto al Congresso per la necessità dell’esecutivo di prendere decisioni immediate.

Dagli anni ’70 il Congresso ha cercato di limitare il suo potere al livello legislativo, militare

e commerciale. Ha il potere di legiferare (principalmente sulle questioni sollevate

dall’agenda del presidente), creare strutture e programmi per migliorare la politica,

supervisionare la burocrazia che ne risulta, chiedere e piazzare i fondi governativi,

consigliare il presidente sugli affari esteri e sulle nomine.

Differenze tra le camere

Mentre sul piano teorico le due camere hanno lo stesso potere, ci sono delle differenze

per quanto riguarda i loro membri, l’organizzazione interna e le pratiche. La Camera dei

Rappresentanti risponde più velocemente rispetto al senato alle richieste dell’elettorato

poiché ogni due anni, nelle unità geografiche più piccole, avvengono le elezioni e ciò

consente ai rappresentanti di portare in parlamento i bisogni più immediati. Ciò non

avviene con i senatori, il cui mandato è di sei anni. Essi rappresentano perlopiù i singoli

stati. I membri delle due camere sono solitamente bianchi di mezz’età e avvocati. Mentre

però al senato abbiamo gruppi meno variegati, tra i rappresentanti ci sono gruppi misti.

Per concorrere al senato bisogna avere 30 anni, essere cittadini da 9 anni ed essere

residente dello stato in cui si viene eletti. I rappresentanti devono avere 25 anni, avere 7

anni di cittadinanza e risiedere nel distretto per cui si candidano. I progetti di legge

finanziari devono essere iniziati nella Camera, sebbene poi siano spesso modificati dal

Senato. Gli accordi e le nomine presidenziali devono essere approvati dal Senato. Nella

camera, lo speaker e il comitato legislativo organizzano programmi di lavoro e limitano i

dibattiti accesi. Lo speaker influenza il compito dei membri e decide quali progetti di legge

portare a votazione. Egli è scelto dal partito di maggioranza e sceglie a sua volta i membri

del suo partito da eleggere al comitato legislativo. Il partito di maggioranza sceglie anche

(a maggioranza) il leader che affianca lo speaker e un capogruppo. L’altro partito si sceglie

il suo leader e capogruppo di opposizione. Il senato ha procedura più blande e nessuno ha

un potere simile allo speaker (per il minor numero di membri presenti in senato). I progetti

vengono discussi senza un ordine preciso. Ci sono leader alla maggioranza e

all’opposizione. Il vice-presidente presiede le sedute del Senato e richiede ai senatori di

eleggere un presidente pro tempore (che presiede in sua assenza). Il vice è però spesso

assente e ha pressoché un valore di rappresentanza o cerimoniale. Se si presenta una

situazione di parità di voto, la costituzione dà al presidente il potere di rompere lo stallo.

Tuttavia possiamo considerare come vero capo il leader della maggioranza che però non

ha potere di limitare il dibattito. Così i membri possono attuare ostruzionismo fino al ritiro di

un progetto. Solo se 60 membri di una camera votano per la “chiusura” (closure), che

limita i dibattiti per un’ora, l’ostruzionismo può essere interrotto. Il mezzo

dell’ostruzionismo è molto usato e avviene spesso per segnalare una questione (o per una

nomina presidenziale) così urgente che i senatori non sono disposti a scendere a

compromessi.

Organizzazione del Congresso

I membri del Congresso si organizzano in base al partito. Ogni partito ottiene un numero di

membri del comitato uguale alla percentuale di posti vinti nelle ultime elezioni. Il partito di

maggioranza vince la posizione di leadership e il più alto numero di membri nel comitato. I

membri agiscono in base anche alle altre loyalties. Nella Camera, i delegati di stato sono

importanti soprattutto perché i membri degli stati con vasta popolazione rappresentano

blocchi di elettori ampi e concordi su alcuni temi. Il Congresso ha oltre 100 Caucuses

(gruppi di interesse formati per influenzare gli altri membri) che consentono ai membri di

radunarsi in gruppi che sono importanti rivali per i partiti come fonte di proposte politiche.

Ci sono Caucuses conservatori, moderati e liberali per ogni partito, nonché Caucuses

formati per promuovere questioni regionali, economiche ed etniche che interessano sia il

partito e le divisioni camerali.

Poteri e funzioni del Congresso

La costituzione affida al Congresso tutti i poteri legislativi del governo federale. Solo il

Congresso può approvare le leggi. Il presidente, le lobby e i cittadini possono spingere il

Congresso a legiferare ma devono convincere un membro di ogni camera a introdurre le

loro proposte. Il lavoro dei membri è anche quello di gestire le richieste e i richiami degli

elettori o dei gruppi di pressione. La legislatura, solo lei, può gestire il budget federale.

Nessun fondo può essere investito o impiegato senza il suo consenso. Il Congresso ha

anche il compito di regolare il commercio interno ed estero e solo esso può dichiarare lo

stato di guerra e finanziare o dirigere le forze armate. Il potere legislativo ha grande potere

anche sulle altre armi del governo nazionale. Esso crea le corti federali al di sotto della

Corte Suprema, può modificare il numero dei giudici della Corte e decidere quali casi

possono essere sentiti da quali giurisdizioni. Il Congresso (non il presidente) stabilisce i

dipartimenti e la burocrazia esecutiva.

Il sistema dei comitati

Il Congresso esegue gran parte del suo lavoro nei comitati in cui i membri guadagnano la

competenza e il potere per attuare il loro esercizio in politica pubblica. La quantità di leggi

introdotte ogni anno è tale che i comitati diventano indispensabili per la suddivisione del

lavoro. Il sistema dei comitati assegna ai membri specifici compiti legislativi: la

supervisione dei dipartimenti e delle organizzazioni esecutive, udienze su problemi

pubblici e nomine presidenziali. Poiché il governo è coinvolto nelle ampie procedure della

vita quotidiana, i 24 comitati permanenti (circa) di ogni camera hanno formato dei

sottocomitati.

Come un progetto diventa un Atto del Congresso

Le procedure di creazione di una legge sono simili in entrambe le camere. I progetti di

legge possono essere introdotti prima in una camera e poi nell’altra oppure

simultaneamente. Poi il progetto viene inviato ad un comitato che lo invia ad un

sottocomitato. Qui i membri espongono le loro idee e riuniscono le relazioni di esperti e

lobbisti tenendo udienze per avere più opinioni a riguardo. Il sottocomitato si accorda sulle

eventuali modifiche del progetto che ritorna al comitato per un’altra revisione o modifica e

infine il progetto passa davanti all’intera camera per il dibatto e il voto finale. Se il progetto

passa in entrambe le camere le modifiche aggiunte in una o entrambe le camere

potrebbero dare origine a testi diversi. Quindi un comitato misto con membri di entrambe

le camere produce un testo di compromesso. Se pasa in entrambe le camere il progetto di

compromesso viene inviato al presidente che può firmarlo o porre il veto.

Elezioni del Congresso

Le elezioni del Congresso avvengono in due differenti suddivisioni della nazione: distretti

del Congresso ognuno dei quali sceglie un membro dell’House, e gli stati ognuno dei quali

seleziona due membri del senato. Le elezioni del Congresso avvengono ogni due anni,

quando tutti i membri dell’House e un terzo dei senatori vengono sostituiti o rieletti.

L’House si espande quando entrano nuovi stati nella federazione o quando cresce la

popolazione. Ma nel ’29 il numero di componenti è stato fissato a 435+3 delegati non

votanti del distretto di Colombia. Da allora i seggi per stato sono stati stabiliti in base al

processo di riassegnamento che avviene ogni 10 anni col censimento federale. La

costituzione garantisce minimo un membro per stato. In base al numero di popolazione

ogni stato avrà 1 o più rappresentanti. Dal momento in cui il numero di seggi della Camera

è stato fissato, si tenderà a togliere membri negli stati meno popolati per pareggiare con

altri stati più popolati. Nel ’62 la sentenza della corte Baker vs Carr stabilì che i distretti del

congresso dovevano essere proporzionati in base al numero di abitanti (550.000 per

distretto). Nell’82 gli emendamenti al Voting Right Act federale ordinarono che un piano

statuale per ridisegnare le linee distrettuali dovesse rendere possibile l’elezione dei gruppi

minoritari alla camera in numero equivalente alla grandezza del gruppo etnico popolazione

dello stato. Il Congresso non sceglie il capo dell’esecutivo. I suoi membri possono votare

senza la paura che il governo possa cadere se non supportano il proprio partito (perché in

Usa non abbiamo un governo parlamentare, per cui il premier è anche il leader del partito

di maggioranza). Costoro possono dare la priorità al loro distretto e al loro stato piuttosto

che rispecchiare ciecamente il partito di provenienza. Essi non vengono eletti tramite i

partiti come nel nostro sistema ma tramite le elezioni distrettuali quindi si sono fatti

eleggere per la loro ideologia e personalità ma non per l’appartenenza ad un partito. I

partiti non possono controllare le candidature al Congresso o dirigere le campagne. I

candidati si autofinanziano non dal partito ma dalle raccolte fondi personali. Per

concorrere per un posto al Congresso un candidato deve vincere prima le primarie. Due o

più candidati dello stesso partito competono alle primarie. Possono proporsi o essere

proposti dal partito. Le leggi statali richiedono ai candidati di autentificare la serietà della

loro candidatura raccogliendo un alto numero di firme a supporto del loro impegno prima di

essere accettati alle primarie. La vittoria alle primarie avviene raggiunta con la pluralità

piuttosto che una maggioranza dei voti perché i candidati sono in genere da 3 a 5. Durante

l’elezione generale ci sono due candidati, un Dem e un Rep, sebbene talvolta ci possano

essere candidati Indipendenti o del terzo partito.

Il ramo esecutivo

Il grado di controllo che il presidente ha sul ramo esecutivo (15 dipartimenti, 90 agenzie

indipendenti, 4 rami delle forze armate e corporazioni governative della burocrazia

federale) dipende dalle leggi stabilite dal Congresso. Il presidente nomina i più alti

funzionari del ramo esecutivo: i segretari e gli assistenti che guidano i dipartimenti

principali, gli amministratori di agenzie e commissioni, e gli ufficiali di rango delle

ambasciate americane. Questo nomine devono essere approvate dal senato. Solo 2000

posizioni circa sono inserite senza l’approvazione del Congresso, quelle delle alte cariche

dell’ufficio esecutivo del presidente.

L’ufficio esecutivo del Presidente

I componenti principali dell’Ufficio che operano al di fuori della Casa Bianca sono il

Consiglio dei consulenti economici, il consiglio di sicurezza nazionale, l’ufficio di gestione e

bilancio e la CIA. Dentro la Casa Bianca abbiamo la First Lady e il suo staff, il presidente e

il suo staff, che include i suoi consulenti personali, il suo segretario stampa, il capo dello

staff e l’intermediario del Congresso.

Requisiti e poteri presidenziali

Le qualifiche e i poteri del presidente riflettono le clausole costituzionali destinate a

prevenire lo sviluppo di un governo presidenziale pur prevedendo una forte leadership

nazionale. Il presidente deve essere un cittadino sin dalla nascita di almeno 35 anni ed

essere residente negli Usa da almeno 14 anni. Il Capo dell’Esecutivo è l’unico funzionario

ad essere eletto dagli elettori di tutti gli stati; non può essere sfiduciato (non necessita

della maggioranza in parlamento) e per questi motivi è più indipendente rispetto ai

presidenti di altre democrazie. Le funzioni presidenziali sono: scritte nella costituzione,

delegate dal Congresso o sono il risultato di circostanze esterne. Il più importante tra i

poteri extra-costituzionali è quello di agire come capo dello stato ed essere il leader del

partito ma anche avere un ruolo cerimoniale. I poteri del presidente derivano dal vago

dettato costituzionale per cui “i poteri esecutivi saranno attribuiti al presidente”. Egli

dunque sarebbe “interpretativamente” in dovere di fermare uno sciopero, inviare le truppe

presso le scuole pubbliche per chiedere l’integrazione ecc. Ogni presidente ha quindi

interpretato il testo avvalendosi di poteri più ampi o più limitati talvolta invadendo altri

poteri del governo oppure venendo fermati dal sistema di controllo e contrappesi. Come

capo amministrativo egli è tenuto più in generale a controllare che le leggi scritte dal

Congresso siano attuate.

Presidente legislatore

Il ruolo del presidente come leader legislativo viene in parte dalla costituzione che

specifica che costui deve informare il Congresso circa lo “stato della nazione” e suggerire

“misure” da lui considerate necessarie o opportune. Un’altra clausola gli consente di

convocare una sessione special del Congresso se lo ritiene necessario. Nel ’21 il

Congresso ha allentato la presa sul “power of the purse” col Budget Act e ha delegato al

presidente il potere di selezionare la proposta di stanziamento per dipartimenti ed agenzie.

È dunque la Casa Bianca che stabilisce le priorità politiche, proponendo quanti soldi

devono essere dati ai programmi governativi. Con la Grande Depressione il presidente

divenne anche legislatore, anche se ovviamente i progetti di legge devono essere

approvati dalla camera, ma può spingere e far pressione se necessario. Il Veto è posto in

due modi: tramite un messaggio in cui si esprimono i motivi dell’obiezione oppure tramite il

pocket veto: il presidente non controfirma un progetto approvato entro 10 giorni. Il potere

di veto del presidente è limitato: la camera le può rifiutare solo se raggiunge i 2/3. Altro

dispositivo per il presidente è il signing statement, ovvero una dichiarazione scritta e

firmata su un progetto approvato tramite il quale il presidente pone delle clausole e abroga

parte della legge, perché a parer suo non costituzionale o ingiusta politicamente e poco

chiara. In caso negativo, questo potere va a coincidere col vero parziale, anche se in

questo caso il presidente decide espressamente di scavalcare il Congresso per ottenere

una sentenza di costituzionalità o incostituzionalità della legge in questione.

Il presidente e la politica estera

Il presidente secondo la Costituzione è il comandante supremo ed è anche il comandante

delle forze armate, ma lo stato di guerra deve essere dichiarato dal Congresso. Nel 1973

la War Power Act costringeva il presidente ad interpellare il congresso prima di spiegare le

forze armate. I presidenti lo hanno spesso dichiarato incostituzionale. Le guerre intraprese

dagli USA durante la Seconda Guerra Mondiale, non sono mai state dichiarate: il

Congresso dava al presidente “carta bianca”. Questo è un fattore che rafforza

enormemente i suoi poteri in politica estera, anzi questo è il campo in cui il ramo esecutivo

si è sviluppato quanto a predominio. I consulenti per la sicurezza nazionale, eletti dal

presidente, sono i consulenti più influenti per la politica estera. Le decisioni sono dunque

molto spesso prese nel ramo esecutivo più che in parlamento. I Dipartimenti di Stato e di

Difesa, la CIA, e il Consiglio di Sicurezza Nazionale sostengono e consigliano il presidente

in tale ambito. Dal 2002 è stato creato il Dipartimento della Sicurezza Interna, una

divisione permanente per disciplinare la politica di difesa nazionale durante la guerra

globale al terrorismo.

Elezioni presidenziali: denaro, caucus e primarie

L’elezione del Presidente padre di una procedura lunga, complicata e costosa. Dopo

essersi consultato con i consulenti politici, i singoli tengono conferenze stampa 18 mesi

prima (almeno) dell’elezione per annunciare la candidatura. In questa fase i candidati

tastano il terreno e in base alla risposta dei sostenitori decidono se continuare con una

dispendiosa campagna elettorale, oppure sospendere. Le pre-primarie iniziano

precedentemente, nell’autunno prima dell’anno delle elezioni. La campagna di Obama è

stata ampliamente finanziata tramite donatori online. Dalla Riforma Finanziaria delle

campagne elettorali degli anni 70 i candidati possono ricevere fondi, a patto che

dimostrino un sostegno ampio, accettando una spesa limite (ottenendo donazioni da

almeno 20 Stati). Altrimenti possono fare affidamento ai loro sostenitori online. Da gennaio

a giugno dell’anno delle elezioni, gli Stati hanno il compito di restringere il campo dei

candidati a due soli: uno del Partito Democratico e l’altro del Partito Repubblicano. Ciò

avviene tramite i caucuses (assemblee del partito) o le primarie. I votanti iscritti al partito

partito scelgono dei delegati per l’assemblea nazionale del partito, e danno loro l’autorità

di decretare la candidatura ufficiale. Gran parte degli Stati usano le primarie per

restringere il campo, ma 15 tengono invece i caucuses presidenziali. Le primarie possono

essere chiuse quando solo gli iscritti al partito possono votare i delegati (elettori

presidenziali). Alcune sono aperte, alle quali possono votare anche i non iscritti a nessun

partito. Nel Super Tuesday i votanti scelgono i delegati che successivamente, nella

convenzione nazionale di agosto, nomineranno ufficialmente i candidati alla presidenza.

Politica dei media: convenzioni, gli annunci e dibattiti presidenziali

Durante la “stagione delle primarie”, i media fanno un calcolo dei delegati promessi ad

ogni candidato e tracciano dei pronostici non ufficiali ma quasi sicuri di quello che sarà

ufficializzato nelle convention di Luglio e Agosto. Il Partito della Casa Bianca, che

ricandida il presidente in carica cosi vi è un solo candidato alla fine delle primarie e dei

caucuses, ha raggiunto una maggioranza di delegati per la convention. I candidati alla

presidenza annunciano il loro vice qualche settimana prima. Infine, i Partiti e i loro

candidati ufficiali si affrontano l’un l’altro nella campagna post-convention che inizia alla

fine di agosto; per novembre gli elettori vanno finalmente alle urne. I candidati

attraversano ancora una volta il paese rendendo voti e facendo conoscere il proprio

pensiero, ma questa volta rimangono in una città solo il tempo necessario di contrattare

con i media per la propria visibilità. La televisione è diventato il mezzo più utilizzato. Nei

mesi conclusivi della campagna i dibattiti pubblici, che sono trasmessi in diretta e in

visione nazionale, offrono ai candidati la migliore opportunità di sfruttare i media e di

ottenere cosi il massimo sostegno. Negli anni recenti ci sono stati 3 dibattiti presidenziali e

uno vice-presidenziale. In questa fase non sono ammesse gaffe ed è necessario

rispondere a tono e in modo preparato a qualsiasi domanda politica. I dibattiti però non

sono buoni indicatori, né predicono gli esiti in modo definitivo, anzi.

Giorno delle elezioni

Il giorno delle elezioni i media mostrano proiezioni e punteggi delle elezioni. Uno è il voto

popolare (numero di elettori votanti l’uno o l’altro candidato) che non stabilisce il vincitore,

ma è piuttosto basato su statistiche e interviste di campioni di elettori all’uscita dei seggi

elettorali. I candidati sono scelti indirettamente tramite le primarie e anche le elezioni finali

sono stabilite indirettamente tramite i delegati. Secondo la Costituzione il voto popolare

non è calcolato nazionalmente, ma dallo stato. Il secondo numero che compare nelle TV

americane è il voto del collegio elettorale (dei delegati). Ogni stato ha un numero di voti

pari al numero dei delegati, che è dispari alla somma di senatori più rappresentanti

(minimo 3 per stato dunque). Dato che il numero totale di senatori e rappresentanti è di

100+435, aggiungendo i 3 voti del Distretto di Colombia, si arriva a 538 voti in collegio. I

membri del collegio elettorale lavorano nelle loro rispettive capitali a metà dicembre e

votano il candidato, le schede saranno poi contate a gennaio in Senato. La corte suprema

stabilisce che lo stato non può chiedere ad un delegato di votare un candidato o l’altro, ma

solo poche volte i delegati non rispettano le proprie “promesse”. Il candidato che vince in

uno stato (anche con un voto popolare che non raggiunge la maggioranza in quello stato)

riceve tutti i voti del collegio di quello stato. Il sistema è stato studiato per ricompensare gli

stati più piccoli che ricevono tre voti elettorali indipendentemente dalla loro popolazione.

Riformare il sistema?

Gli americani sono generalmente divisi uniformemente tra le posizioni dei due candidati

maggiori, oltretutto il sistema elettorale può presentare elementi non democratici. Queste

sono le due più grandi realtà. Si è dibattuto a lungo per cambiare il sistema dei grandi

elettori, ma non sono mai stati fatti degli sforzi considerevoli. I critici ricordano che

un’elezione con piccolissimo margine, può essere sottoposta alla Camera dei

Rappresentanti, la quale decreta il Presidente. Un candidato può vincere il voto popolare

ma perdere al collegio. Nel 2002 il congresso passò l’atto Help America Vote, che

richiedeva ad ogni Stato di inviare un piano per uniformare le procedure di voto e le

norme, e che potesse fornire fondi federali per l’attuazione dei cambiamenti.

Il potere giudiziario

L’unica corte specificata nella Costituzione e quella Suprema. Tuttavia il Congresso ha

istituito corti federali minori. Le corti distrettuali hanno giurisdizione di prima istanza, per la

maggior parte. Alcune decisioni possono poi passare al secondo grado, la corte d’appello.

Gran parte del lavoro della corte suprema è quello di assistere ad udienze della corte

d’appello o delle corti supreme di Stato inerenti a questioni di legge federale o che

coinvolgono controversie tra stati e governo federale. Può assistere a casi di primo grado

in caso siano coinvolti funzionari del governo Federale. La Costituzione non specifica il

numero di giudici (possono essere da 5 a 10) né il loro mandato, dunque restano in carica

a vita, salvo casi di condotta negativa (disciplinati dal Congresso) o pensione.

Judicial review

il potere di decidere se gli atti dello Stato, del Presidente e del Congresso sono in

conformità con la Costituzione e dichiarare non conformi se necessario. Dapprima la Corte

conquistò il diritto di invalidare le leggi degli stato qualora incostituzionali; poi, con la

sentenza Marbury v. Madison (1803), ottenne il diritto di abrogare anche la legge federale

in casi di necessità; infine il Judicial fu esteso anche per gli atti dell’esecutivo. In questo

modo la corte mantiene la supremazia sulla legge federale e uniforma le interpretazioni

della Costituzione di Stato in Stato. Secondo alcuni, il judicial review dovrebbe diventare

un judicial restraint: i giudici dovrebbero quindi rivedere solo quelle leggi che risultano

poco chiare e, senza decidere nulla, sottoporle al Congresso. Altri critici sostengono il

cosiddetto judicial activism (versione opposta). Le due tipologie di revisione sono state

applicate ciclicamente durante la storia. Negli anni 30 ad esempio la Corte, dichiarando

che le questioni economiche non erano di competenza esecutiva, bocciò molti

provvedimenti di Roosevelt che il Presidente mise alla Corte dei giudici ben disposti, che

nel 37 inaugurarono un ciclo di judicial activism che durò fino alla fine degli anni 80. In

questo periodo la Corte aveva di rado bocciato provvedimenti economici, ma aveva

rovesciato decine di leggi che limitavano i diritti degli individui. In questo periodo, secondo

alcuni studi, la corte seguiva la linea dell’opinione pubblica, o almeno la soddisfaceva

molto più di quanto facessero gli altri rami del governo. Per alcuni, questo potere e libertà

della corte dovrebbe essere arginata, ma la realtà è che col sistema di controllo e

contrapporsi, anche la corte può essere scavalcata: il Congresso e il presidente possono

rivedere i loro atti e fare approvare e approvare in maggioranza un emendamento che può

essere sottoscritto o meno dal presidente.

Capitolo 6- Istituzioni politiche

Il ruolo del governo dello stato nel federalismo americano

Un intero articolo della Costituzione (IV) è dedicato agli Stati. Esso stabilisce la sovranità

limitata degli Stati e nega all’autorità federale di modificare i confini degli stati senza il loro

permesso. La capitale federale, Washington, è nata dalla volontà del Maryland e Virginia

di creare un distretto, quello di Colombia. Le procedure costituzionali prevedono l’adesione

alla federazione da parte di nuovi stati (originariamente 13), ad ognuno dei quali è

garantita la forma repubblicana (altre sezioni della costituzione sottolineano l’importanza

degli stati: ad ognuno di essi sono garantiti almeno due senatori e un rappresentante; le

elezioni generali sono determinate da ogni singolo stato; per modificare la costituzione è

necessario che l’emendamento passi nelle legislature dei ¾ degli Stati ecc. Al tempo si

pensava che la Costituzione avesse dato una giusta suddivisione dei poteri tra autorità

nazionali, gli stati e le persone. Nonostante l’autonomia degli Stati, la Costituzione limita i

poteri degli Stati: non concede loro di coniare moneta, condurre autonomamente la politica

estera, avere propri rami militari indipendenti, fare guerra. Questi sono considerati “poteri

delegati”. Dall’altra parte, però, la Costituzione dà alle autorità federali la responsabilità di

proteggere gli stati dall’invasione straniera, e dalle ribellioni interne. Per proteggere poi i

diritti dell’uomo da entrambi i livelli del governo, sono stati stilati i Bill of Rights. Poi ci sono

dei poteri che sono unicamente riservati agli stati che possono istituire governi locali,

proteggere la sicurezza pubblica e dunque dipartimenti di polizia, vigili del fuoco e di

sanità, tra le altri istituzioni. Sempre gli Stati sono responsabili di fornire scuole ed

ospedali, nonché imporre le tasse, prestare fondi per queste attività. Gli Stati scrivono i

loro codici penali e civili. La manutenzione dei trasporti, le questioni relative documenti

ufficiali e licenze come matrimonio e attestati professionali, gli atti d’avvio di un’impresa

dipendono tutti dal singolo stato. I singoli stati stabiliscono i requisiti per la votazione e

conducono elezioni a tutti i livelli di governo. Il sistema base del federalismo è dunque che

2 livelli di governo esprimono poteri e autorità sullo stesso territorio.

La crescita del potere federale

Nonostante ciò, i poteri concomitanti e le dispute riguardanti tali poteri hanno lavorato a

favore delle autorità federali che si sono rafforzate. Circostanze storiche e politiche hanno

determinato questo spostamento. Una serie di sconfitte e di crisi storiche (guerre,

depressione, guerra fredda, urbanizzazioni, industrializzazione, guerra del terrorismo) si

sono dimostrate oltre le capacità del singolo stato, la cui corte federale ha poi deciso di

trasferire i poteri alle autorità nazionali. I poteri dati alla nazione (quelli aggiuntivi)

risultarono poi come emendamenti nella Costituzione. Ad esempio sono stati limitati i

poteri degli Stati quanto a riscossione delle tasse, diritti di voto ed elezioni. O, ad esempio,

è la nazione che si occupa dei diritti civili dell’individuo, nonostante il 14° emendamento

stabilisca che gli Stati debbono offrire ai cittadini il dovuto processo legale, e un’eguale

protezione delle leggi. La maggior parte dei poteri federali attribuiti, provengono però dalla

pressione politica e della creazione di nuove leggi. Il congresso ha, secondo la

costituzione, il diritto di fare qualsiasi legge necessaria e approvala, oppure spesso il

presidente spinge sul congresso per allargare questa o quella frase della costituzione,

poiché i cittadini ritengono che debba essere il presidente a guidare la nazione fuori dai

guai. Il governo può anche fornire agli Stati, dei sussidi come mezzo di persuasione per

legittimare la propria intrusione. Solitamente oltre al sussidio vengono disciplinate delle

regole e vengono date delle direttive dall’atto.

L’evoluzione del governo dello stato e del federalismo negli Stati Uniti

L’espansione dei poteri federali avvenne nell’800, quando la corte suprema decise il suo

potere di rivisitare e di interpretare ampliamente i poteri costituzionali del governo federale.

Dagli anni 30 il modo più visibile attraverso cui il governo coinvolse i cittadini, fu tramite la

promozione dell’economia sviluppando la frontiera e combattendo i nativi sempre più ad

ovest. Le nuove terre fornirono scuole, e davano agli imprenditori privati e statali la

possibilità di costruire case e strade.

Dual federalism

Quando il governo federale tentò di legiferare sulla sanità pubblica, la sicurezza e altro

nell’800, la Corte disse che questi erano interessi statali. Decise altrettanto che il business

statale doveva competere solo lo stato. Questa divisione dei poteri venne chiamata doppio

federalismo: due sfere di sovranità indipendenti e separate. Fortemente influenzata dalla

teoria economica del laissez-faire dall’800 fino agli anni ’20 del ‘900, la corte ha rifiutato di

accettare leggi per regolamentare il lavoro minorile, salari minimi, orari di lavoro, sicurezza

o le condizioni di lavoro. Industria e lavoro sono campi la cui competenza spetta solo agli

stati. All’inizio della Grande Depressione solo gli Stati provvedevano i servizi ai cittadini,

mentre il governo centrale si limitava a fornire servizi relativi alle poste. Con la crisi e la

legislazione del New Deal, la corte appoggiò una nuova teoria federalista (1939): il

federalismo cooperativo.

Federalismo Cooperativo

Dai tardi 30, si parlò di federalismo cooperativo, e le autorità nazionali si impegnarono nel

regolare l’economia e una rete di programmi per il welfare. In questa forma di federalismo,

la divisione dei poteri non è netta ma è un lavoro comune, quello cooperativo. Questa

soluzione però portò Washington a spendere il triplo, mentre le spese dei singoli Stati per

gli stessi problemi rimasero invariate. I sussidi cominciarono col New Deal e continuarono

per quasi 40 anni. Negli anni 50, per competizione con l’URSS e il progresso tecnologico,

il governo dovette affrontare finanziamenti pesanti per le scuole e le autostrade, e negli

anni 60 tali fondi andarono alla guerra contro la povertà, e alla Great Society di Johnson. Il

governo federale divenne attivo nell’applicazione della legge locale, progetti di edilizia

abitativa a basso affitto, servizi sanitari urbani e formazione professionale. In sostanza

condivideva la responsabilità in tutti i servizi che prima erano solo di competenza statale.

Ha incoraggiato le domande di contributo diretto da parte dei governi locali e delle

associazioni private, scavalcando spesso lo stato nelle sue decisioni in materia di

finanziamento.

‘Nuovo federalismo’

dagli anni 70 gli Stati e i governi locali cominciarono a lamentarsi dell’inutile burocrazia e

della tendenza del governo nazionale di imporre leggi che impongono doveri senza

adeguati finanziamenti. I Conservatori di entrambi i partiti invocarono il ritorno al vecchio

dualismo federale, ma Nixon nel 72 avviò un Nuovo Federalismo. La sua ridistribuzione

degli introiti federali tagliò la maggior parte delle clausole imposte dal governo federale per

i sussidi federali, così che i più bassi livelli di governo potessero riacquisire più controllo

nell’organizzare le priorità e le norme. La burocrazia venne sfoltita e i programmi di

sovvenzione furono affiancai a finanziamenti a fondo perduto (il governo federale dava

fondi senza gestire o disciplinare rigidamente i progetti dall’alto), ma la spinta del potere

verso i livelli più alti non si bloccò. Il Congresso non voleva lasciare la presa sul controllo

della distribuzione di fondi tra i distretti e gli stati. L’esperimento della ridistribuzione degli

introiti finì nell’86 con Reagan, e si tornò ai sistemi precedenti: tagliò i sussidi del 25% nei

primi anni 80 e ad oggi la situazione è molto simile. Il congresso e i presidenti da Nixon, si

guardarono bene dal disciplinare in modo vincolante le leggi sui sussidi perché con la crisi

tali fondi vengono spesso meno. Dagli anni 90 il governo federale ha lasciato gli stati a

vedersela con i loro problemi interni, questa devoluzione o trasferimento di poteri vuol dire

che le iniquità fra gli stati crescono dal momento in cui il taglio di fondi colpisce i primis gli

stati più poveri. Con il boom degli anni 90 gli stati più ricchi rimediavano alla mancanza di

fondi federali, alzando la pressione fiscale; i più poveri sfioravano la bancarotta. Negli anni

2000 tutti gli stati tagliarono i servizi per mantenere un bilancio equilibrato. La corte

suprema annullò gli atti del congresso, che davano al cittadino il diritto di curare in giudizio

il governo in caso di mancati servizi dallo stato.

La rinascita del grande governo federale

Nel primo mandato George Bush si proclamò un conservatore compassionevole e venne

incontro ai conservatori nel dibattito sul federalismo, ma non su altri. Nel 2005 ha spinto

per l’approvazione di due ampi pacchetti per la riduzione delle tasse, e una riforma delle

tasse nel secondo mandato. Egli puntava quindi a liberare i cittadini dalla morsa della

tassazione e a ridurre l’importanza del governo federale. Dall’altra parte introdusse nella

politica federale settori appartenenti agli stati e allargò le spese federali del 29%,

triplicando il tasso di crescita degli anni 90. Egli attivò dispendiosi programmi nazionali

circa le scuole pubbliche, educazione sessuale (promuovendo l’astinenza sessuale) e un

piano Medicare per la prescrizione di medicine per gli anziani. In politica estera le

dispendiose azioni militari (Afghanistan e Iraq) e costi riguardanti la sicurezza interna

organizzata da un dipartimento esecutivo dopo l’attacco alle torri, prosciugarono lo Stato.

Nel 2009 la grande II crisi: ciò produsse uno squilibrio tra i poteri stati/nazione,

paragonabile solo a quello degli anni 30.

La struttura del governo dello stato

La struttura degli Stati e del governo federale sono molto simili: ognuno dei 50 Stati ha una

Costituzione scritta. Ognuno ha una separazione dei poteri in 3 rami coordinati dal sistema

di controllo e contrappesi. Tutti i corpi legislativi degli Stati, tranne quello del Nebraska,

hanno la stessa forma del Congresso con due camere, masi chiamano senato e

assemblea di stato. L’approvazione della legge e il lavoro che è svolto tramite i comitati,

sono mutuati dal Congresso. Il presidente del singolo stato è detto governatore ed è a

capo dell’amministrazione, ha diritto di nominare i suoi aiutanti e porre il veto. La struttura

dell’ordinamento giudiziario è parallelo a quello della corte federale. Nella maggior parte

degli Stati vi è una corte suprema statale, e al di sotto abbiamo le corti d’appello (parallele

alle corti distrettuali) e le corti municipali o della contea. Ci sono delle differenze: la

Costituzione è più lunga e contiene misure più dettagliate scritte in linguaggio più

specifico. La divisione dei poteri è più rigorosa e meno interpretabile, per quello le leggi

costituzionali vengono frequentemente modificate. I legislatori, come i parlamentari, hanno

mandati prestabiliti ma spesso lavorano part-time e si occupano di affari o sono anche

avvocati nella vita. Solitamente non scelgono di rieleggersi ma tornano al loro lavoro

quotidiano, oppure fanno carriera nel mondo funzionario anche se sono molto pochi

costoro, dal momento che nel settore privato possono guadagnare di più. Avere legislatori

a tempo pieno sarebbe dispendioso per lo stato anche se, dal sempre crescente ritiro del

governo federale dai programmi di sussidio, la responsabilità di ogni singolo stato,

potrebbe crescere e il crescente lavoro richiesto ai legislatori potrebbe far loro ottenere dei

posti full-time (almeno negli Stati più popolati). A differenza del presidente, i governatori

hanno maggior controllo sul budget e il potere di porre un veto parziale approvando la

legge parzialmente. Dall’altra parte il potere del governatore è più debole: non può

nominare molto personale liberamente; i capi dei dipartimenti sono spesso eletti (questo li

rende più indipendenti, molte volte non appartengono nemmeno al partito del

governatore); il governatore non ha molto controllo sulle proposte di nuove leggi (che

spesso vengono dagli elettori e dai legislatori scavalcando i governatori). In questo modo i

cittadini possono richiedere di votare per una legge o un emendamento Costituzionale

tramite il parlamento locale o pubblicamente durante le elezioni. Per farlo bisogna

raccogliere le firme di circa il 5-10% della popolazione di uno stato (di votanti registrati). In

caso positivo si va al referendum, tale pratica è concessa solo in metà degli stati. I

referendum costituzionali invece possono essere richiesti in tutti gli stati tranne uno. I

governatori hanno perso anche altri poteri. Ad esempio non hanno potere nei distretti

speciali. Alcuni di essi sono diventati cosi famosi che vengono chiamati governi regionali.

Alcuni di essi vengono proposti dalle autorità federali e poi creati dagli stati. Ciò non è una

congiura dei corpi parlamentari statali contro il governato per abolire il suo potere; essi

semplicemente riconoscono che alcuni problemi locali (inquinamento, mancanza di acqua

e terra, smaltimento, traffico regionale) non possono essere efficacemente gestiti da un

singolo stato per cui spesso diversi stati condividono le responsabilità su queste questioni.

Questi distretti speciali sono governati da funzionari provenienti da questi governi statali o

locali in cui si presentino questi problemi. I distretti speciali hanno un loro budget e un loro

staff, sono finanziati da sussidi federali e sono al di fuori del controllo del governatore. Nel

sistema giudiziario statale ci sono due differenze importanti:

- I giudici locali e di stato vengono eletti piuttosto che nominati (il loro mandato è da 4

fino a 15 anni), in alcuni stati eleggono anche i giudici della corte costituzionale.

- Le corti costituzionali degli stati non hanno mai l’ultima parola sui casi più

importanti. Sarà compito della corte suprema federale valutare la costituzionalità di

una norma. Questo perché la costituzione federale ha la precedenza sulle altre

costituzioni e leggi statali.

Governo locale

I 50 Stati sono divisi in 83.000 governi locali: in aggiunta ai distretti speciali ci sono contee,

città, provincie, distretti (comuni) che vengono creati dallo stato che ne stabilisce i poteri

(nessuno di essi ha sovranità: non sono neanche citati nella Costituzione). Non sono

neanche citati dalla costituzione ma sono stati creati dagli stati per essere aiutati da essi

nel portare a termine le proprie responsabilità. Alcuni governi locali vengono istituiti dalle

costituzioni di stato, altri tramite atti del corpo legislativo del singolo stato. Mentre i distretti

sono il risultato di accorti tra due o più stati, questi governi sono diversi di stato in stato e

hanno nomi diversi. Nelle aree rurali è più facile avere contee e la maggior parte di esse

condividono con lo stato molte responsabilità. Non hanno nessun potere legislativo ma

agisce come un agente dello stato che mette in atto programmi nazionali nelle aree locali,

rilascia licenze, tiene registri etc.. L’autorità è sempre quella statale ma i compiti e i poteri

sono delegati: fornire i sistemi di trasporto, scuole, protezione della polizia e dei vigili del

fuoco, programmi sanitari. Le contee si finanziano tramite le tasse di proprietà locali. Il

governo delle contee è composto da un consiglio di 3 fino a 12 mentori, una corte della

contea, e i capi dei dipartimenti delle contee. I membri di questi consigli vengono eletti e

sono part-time. Essi spesso decidono quanto alzare le tasse e quanto spendere in

programmi, oppure assegnano altre terre un codice che regola lo scopo per cui è destinato

un determinato appezzamento. Il consiglio non ha potere sulla corte ma col sistema delle

zone si ritaglia un certo potere che è più forte dei dipartimenti che devono chiedere al

consiglio il permesso di utilizzare fondi o per avere un sito su cui ad esempio costruire una

scuola. In una contea possiamo avere altre figure: lo sceriffo, il medico legale,

l’esaminatore medico, il commissario sanitario e l’addetto all’ufficio del registro della

contea.

Capitolo 7

Una nazione a parte? L'atteggiamento americano verso le questioni mondiali

Da una parte la politica estera degli USA è come quella di molti Stati: vengono perseguiti

degli interessi interni e si tenta di agire secondo ideali comuni. Dall’altra parte però si

contraddistingue per la sua forza e taglia e talvolta la violenza in particolari situazioni

storiche. Si tratta, infatti, di una superpotenza che si fa responsabile di un equilibrio

internazionale e dunque non si fa scrupoli ad usare la forza se necessario, soprattutto

dopo l’attacco dell’11/09. Fino al XX secolo la politica estera dell’America era debole e

dipendeva dagli europei, che detenevano il potere mondiale. In seguito, dopo il 900, la

presenza di altre etnie fece cambiare il centro d’interesse, che prima era eurocentrico

poiché i coloni erano tutti europei. Dunque, l’immigrazione ha influenzato il carattere

dell’America che è diventata la meta degli oppressi. L’immigrazione ha portato sia

l’isolazionismo che l’internazionalismo all’interno della politica estera americana, perché gli

immigrati si lasciavano alle spalle la madre patria mentre alcuni nutrivano ancora profondi

legami con essa. La letteratura dei primi europei coloni parlava di un futuro di

civilizzazione e di miglioramento, al che molti partirono con l’intento di scoprire la

“promessa americana”. Nacque ovvero la fede dell’eccezionalismo americano. Questo è il

credo (retorico o sincero che sia) della politica estera americana che non si basa su un

credo auto-interessato come in molti casi, ma offre una forma migliore di società. Quando

il leader puritano parlò di una città su una collina su cui tutti avevano gli occhi puntati

(John Winthrop), aveva in mente una riforma religiosa che avrebbe catturato

l’ammirazione dell’Inghilterra. I leader americani successivi, da George Washington a

Obama che ripresero le due parole, tenevano a confermare la missione americana di

esportare la democrazia, libertà e uguaglianza american alla lettera. L’eccezionalismo

reale o immaginario proprio caratterizza la storia delle relazioni internazionali americane.

Accanto a ciò c’è un aspetto più concreto di real politic, anche l’America ha da sempre

protetto i suoi vitali interessi: il successo economico interno ed esterno, il rispetto per il suo

potere militare e il supporto delle proprie ideologie. Un fattore da valutare per quanto

riguarda la politica estera e che ha formato la politica americana è la posizione geografica:

centrale rispetto gli altri continenti. L’enorme distanza che isola gli USA dal resto è una

caratteristica che fermenta l’isolazionismo di cui si parlava. Un ritiro dal resto del mondo

accompagnato dalla convinzione che l’America da sola poteva creare qualcosa di nuovo e

di domestico. L’internazionalizzazione dell’economia e la rivoluzione nelle armi, nella

comunicazione e nei trasporti misero l’America in una posizione invincibile in politica

estera. La separazione geografica ha anche fomentato un complesso, quello di sentirsi

circondati dall’Unione Europea e dall’Asia. Si passò quindi a creare un sistema di

sicurezza interno. Gli USA cercarono di diventare padroni di quel quarto di mondo che

rappresentavano e passarono a scalzare il potere europeo interno e imporne uno tutto

americano. La sicurezza interna è stata una via richiesta a causa delle espansioni

territoriali, delle guerre etc. Durante le due guerre, l’America ha partecipato una volta per

la violazione della libertà dei mari e il conseguente impedimento di poter liberamente

commerciare con l’Intesa e l’altra volta per attacco diretto dei giapponesi (Pearl Harbor).

L’apoteosi della difesa fu raggiunta da Reagan il quale finanziò il costosissimo progetto di

costruire uno scudo spaziale che avrebbe disintegrato i missili a testata nucleare inviati da

altri paesi e potenzialmente URSS. Dopo la guerra fredda, invece, la minaccia era dei

cosiddetti stati canaglia che vivono e appoggiano regimi militari e totalitari che fomentano il

terrorismo e sopprimono i diritti dell’uomo. Negli anni 90 con Bush si riparlò dello scudo,

ma il nemico era dunque il terrorismo e lo scudo era più grande e prometteva di difendere

le nazioni alleate. Dopodiché l’attacco alle torri e al pentagono, i simboli del potere militare

ed economico diedero cosi il via alla guerra contro il terrore in Afghanistan e Iraq e ad una

serie di misure di sicurezza che limitavano la libertà e la privacy domestica. Secondo

alcuni la riconferma della presidenza di Bush è stata un incitamento a continuare quella

guerra. Ma dopo la fine del suo mandato, i candidati democratici alla presidenza,

asserirono che la nazione doveva ripristinare il “soft power” in contrapposizione all’ “hard

power” e la vittoria andò ad Obama che ancora prima dell’elezione si oppose alla guerra in

Iraq, anche se promise di continuare la guerra in Afghanistan usando frequentemente la

diplomazia e la cooperazione multilaterale per perseguire i suoi intenti.

Dalla neutralità all’isolazionismo, 1776-1830

Convenzionalmente il primo periodo di politica estera americana va da 1776 al 1830. In

questo periodo la politica estera nei confronti dei paesi europei sembrava quella dei paesi

del 3° mondo nei confronti dell’esterno (nel 21° secolo). Proprio come le politiche

terzomondiste, quella degli USA stette lontana dalle alleanze con paesi forti e mantenne

una certa neutralità per non diventare una pedina della Francia. Attorno all’800 gli USA

erano economicamente e politicamente insignificanti. Avevamo le colonie britanniche al

nord, Louisiana francese e ovest e al sud il potente impero spagnolo. L’America non entrò

per diverso tempo in merito alle guerre napoleoniche e rifiutò di essere coinvolta nella

rivoluzione francese sebbene la Francia l’avesse aiutata come alleata nella guerra

d’indipendenza contro l’Inghilterra. Il discorso di fine mandati di Washington diceva che

l’America doveva continuare su quella linea militare di non schieramento e di cercare dei

partner commerciali. Quando nel 1812 gli USA intervennero al fianco della Francia nelle

guerre napoleoniche, venendo meno ai principi di non alleanza, i risultati furono disastrosi:

le perdite furono molte, le vittorie poche e gli inglesi bruciarono Washington DC. Cosi il

discorso di Washington fu ripreso e perseguito fino a dopo la II guerra. Nel 1798 gli Alien

and Sedition Acts erano la prova evidente della paura dell’esterno visto come potenziale

indebolitore dell’unione interna. Tali atti incaricavano le autorità a deportare, multare e

imprigionare gli stranieri e i nuovi arrivati che sembravano sovversivi e pericolosi per la

sicurezza nazionale. La Dottrina Monroe fu un pensiero di politica estera che influenza la

più tarda politica. Tra l’800 e l’820 le colonie spagnole del centro e sud si dichiararono

indipendenti. Gli USA volevano riconoscere queste nuove nazioni ma temeva uno scontro

con la Spagna e la possibilità che Francia e Inghilterra potessero far tornare la situazione

iniziale e facendole ritornare sotto il dominio spagnolo. Cosi si passò alla dottrina Monroe.

La dottrina Monroe si basava su tre punti:

- opposizione alla formazione di nuove colonie nelle americhe (non-colonization);

- non intrusione delle potenze europee negli affari delle nazioni del nuovo mondo

(non-intervention);

- in cambio dell’osservanza di tali leggi, gli USA avrebbero osservato un terzo

principio (non-interference) ovvero: gli USA avrebbero accettato la presenza delle

restanti colonie europee nelle Americhe, mantenendosi al di fuori degli affari

europei.

Questi punti non furono mai attuati se non nel 900 quando gli Usa costruirono una marina

di stato. Prima di ciò l’Inghilterra garantiva l’osservanza della Dottrina da parte europea,

ma nel frattempo impose la propria influenza economica in America Latina. La dottrina

trasformò la neutralità in isolazionismo. Con l’attuazione fisica della dottrina, solo gli USA

potevano avere influenze in America Latina e si ruppe definitivamente con l’influenza e le

politiche straniere.

Dall’espansionismo all’imperialismo, 1783-1914

Il secondo periodo si sovrappone al primo (1783) e continua fino al 1914. Nei primi anni

dell’800 gli USA triplicarono il territorio tramite trattati e acquisti stipulati con i coloni

europei. La Florida fu acquistata dalla Spagna. Dall’Inghilterra ebbe i territori compresi tra

gli Appallachi e il Mississippi compresa parte del Minnesota e delle Dakota. Dai francesi il

Louisiana Purchase che comprendeva tutta la zona centrale al di là del Mississippi fino

alle Montagne Rocciose. Secondo alcuni, questo era un modo non aggressivo per

scalzare le presenze esterne. Gran parte della politica estera americana fino al 900

consisteva nella guerra e nei trattati con i nativi. Con le grandi espansioni si ingrandiva

anche il senso patriottico. La guerra tra frontiere e nativi divenne un mito e crearono un

immaginario collettivo fatto di tratti caratteriali idealizzati. Le persone del lontano west e le

loro istituzioni, erano più americane di quanto si pensava. Alcuni pensavano che solo una

nazione capace di abbracciare il continente poteva effettivamente isolarsi e difendersi

dalle minacce esterne; altri invece credevano che si stavano estendendo i benefici della

democrazia a persone meno evolute. I rossi e i neri dovevano essere confinati, conquistati

e dominati. Negli 1840s, l’espansione verso ovest era ormai diventata qualcosa di

comunemente accettato, anzi un destino manifesto e inevitabile. La guerra più accanita

per gli americani fu quella col Texas. I coloni, infatti, volevano annetterlo poiché avevano

acquisito una certa influenza in quest’area. Il confine tra Texas e Messico fu a lungo

conteso negli anni ’40 dell’800, cosi l’America si offrì di comprare quel territorio e una volta

negatogli dal Messico, passò alle maniere forti. L’espansione verso il sud-ovest destò

l’opposizione del New England che si opponeva all’annessione. Il Texas era una

Repubblica schiavista e la Nuova Inghilterra incolpava l’America che voleva immolare le

truppe US per avere più territori da destinare a schiavi. Il Texas accettò l’annessione nel

1845. Nel ‘48 venne aggiunta anche la California e la maggior parte degli stati montuosi

meridionali. Dopo la guerra civile, uomini d’affari e contadini diedero l’apertura dei mercati

all’estero per evitare la sovrapproduzione interna con conseguente ristagno economico.

Gli strateghi aggiunsero che una marina sarebbe stata d’aiuto oltremare per garantire

l’apertura dei mercati e le spedizioni. I religiosi si convinsero che il fardello dell’uomo

bianco era quello di supportare le missioni d’oltremare per civilizzare i popoli stranieri. I

nazionalisti usando il linguaggio del Darwinismo sociale, dissero che gli americani erano i

più adatti per sopravvivere alla competizione internazionale per il territorio e l’influenza.

Dopo la chiusura delle frontiere del 1890 alcuni temevano che l’America avrebbe

continuato l’espansione all’estero. Sostenuta dalla maggioranza dell’opinione pubblica, la

politica US divenne territorialmente ed economicamente imperialista. L’America usò l’hard

power per imporre il suo controllo sui popoli d’oltremare, sia in modo formale

(colonizzazione, annessione, occupazione) che informalmente (minaccia militare,

dominazione militare ed economica). Nel 1898 gli Usa dichiararono guerra alla Spagna in

quanto potenza imperialista che stava soffocando la libertà di Cuba. Dopo la sua vittoria,

l’America acquisì il controllo economico su Cuba e il diritto di intervenire nei suoi affari. Poi

passò ad inglobare sotto forma di colonie Porto Rico, Guam Island, le isole Filippine, dove

i nazionalisti combatterono atrocemente per ottenere l’indipendenza dall’America. Gli USA

posero rapidamente le basi in Asia e America Latina per avere vantaggi economici e di

scambio. In Cina, per proteggere il suo crescente commercio, gli USA fomentarono

un’alleanza con poteri europei per soffocare la ribellione cinese. E annunciò una politica a

porte aperte in Cina, al contrario degli europei che volevano l’esclusiva per l’accesso al

mercato cinese. In America Latina, T. Roosevelt fomentò una rivolta panamense contro la

Colombia nel 1903, per assicurarsi il diritto di costruire e controllare il canale di Panama.

Egli propose anche una revisione della dottrina Monroe, il corollario Roosevelt secondo

cui gli USA avevano il diritto di insinuarsi negli affari interni dell’America Latina, qualora si

fosse dimostrata instabile economicamente e politicamente; indirettamente servì come

promemoria per gli europei sul fatto che l’America era sotto la totale influenza degli USA.

Alcuni antimperialisti si opposero all’espansione americana d’oltremare. L’intervento di

costoro servì a non far annettere Cuba e le Filippine al territorio nazionale. Secondo loro,

infatti, l’invio delle truppe per intenti d’ingerenza e colonizzazione dei paesi esterni,

destabilizzava la bilancia del potere tra Presidente e Congresso e ansi rafforzava

impropriamente il primo. Oltretutto erano convinti che l’America avrebbe potuto ottenere

l’accesso ai mercati esteri senza opprimere le libertà dei popoli e che, invece di sprecare

energie all’estero, avrebbe dovuto lavorare all’interno per porre fine alla corruzione e alle

iniquità. Sia tradizionalisti che progressisti chiesero all’America di ricordare il suo compito

storico di assicurare l’autodeterminazione (Dichiarazione di Indipendenza).

Isolazionismo e internazionalismo, 1914-1915

Per circa tre anni gli USA non interagirono nella prima guerra mondiale perché ritenuta

una guerra europea. Ciò rispecchiava la politica d’isolazionismo di Wilson che rifletteva a

sua volta il tradizionale isolazionismo degli elettori. La sua posizione cambiò: Wilson e

molti altri politici mostravano una simpatia per l’intesa. La maggior parte degli americani si

sentivano fedeli alle tradizioni anglo-americane, anche se gli irlandesi e i tedeschi

americani rifiutavano un’alleanza con l’Inghilterra. L’ago della bilancia si spostò

definitivamente quando i sottomarini tedeschi oltraggiarono la libertà dei mari facendo

affondare i contingenti americani, diretti agli alleati e minacciando il libero commercio da

cui dipendeva l’economia americana. L’America preferiva entrare in guerra nascondendosi

dietro motivazioni morali o facendo leva su di esse, cosi prima di dichiarare guerra Wilson

aveva già pronti i suoi 14 punti, tramite cui faceva coincidere l’intervento con la missione

americana di creare un nuovo ordine mondiale. Nei 14 punti si parlava infatti di

autodeterminazione dei popoli: i confini europei dovevano essere ristabiliti in base a tale

concetto; di linee politiche internazionali che tutte le nazioni dovevano attuare: libero

scambio, libertà sui mari, riduzione delle armi e ritorno ad un equilibrio fra le potenze

europee, causa maggiore di tensioni; infine parlava della creazione di un organo

sopranazionale che avrebbe garantito l’attuazione delle norme suddette e anche la

sicurezza collettiva, la Società delle Nazioni. I 14 punti furono la giustificazione pubblica

attraverso cui Wilson entrò in guerra. Le truppe americane non erano alleate ma socie, ciò

sottolineava la natura momentanea dell’alleanza. L’America combatté gli ultimi 8 mesi ed

ebbe perdite relativamente basse se comparate a quelle delle nazioni europee. Sebbene

sembrasse materialmente disinteressata, il richiamo americano sulla libertà dei mari e il

libero mercato giovava più all’America, la cui flotta era integra e la cui industria stava

conoscendo un boom. L’Intesa voleva il pagamento delle riparazioni da parte della

Germania che rifiutò i 14 punti tranne la società delle nazioni. Ma al suo ritorno, Wilson

non ottenne la ratifica del trattato della conferenza di Parigi da parte del Senato, che

rifiutava un’alleanza internazionale. Senza la partecipazione degli USA, la Società non

divenne mai una forza internazionale. Negli anni 20 l’America vide ripristinata la pace, e il

suo diritto al libero scambio visto anche come mezzo promotore di pace, di per se facendo

entrare a contatto le culture. Tuttavia le nazioni europee e l’America non vennero a capo di

un piano economico atto a riunificare l’economia europea, cancellando o alleggerendo i

debiti europei nei confronti dell’America e nel ‘30 il Congresso passò la legge protezionista

Smoot-Hawley Tariff che effettivamente chiuse il mercato americano alla maggior parte dei

beni europei. Nel ‘28 il Patto Kellogg-Briand, fece firmare a 62 nazioni la promessa di

rifiutare la guerra come mezzo per risolvere le controversie. Negli anni 30 questo piccolo

internazionalismo si convertì in isolazionismo. La Germania ricominciò le aggressioni e i

paesi ripresero il riarmo. Data la grande opposizione all’intervento, Roosevelt ottenne dal

Congresso una legge di “prestiti e affitti” che forniva alle forze alleate aiuti non militari ma

economici: affittava, prestava o vendeva materiale bellico con la clausola che poi gli

sarebbe stato restituito e pagato tutto. Ma l’attacco a sorpresa di Pearl Harbor precipitò la

situazione (7 dicembre 1941). Roosevelt riuscì ad ottenere il patriottismo necessario per

l’intervento. In qualche giorno il Congresso dichiarò guerra alle potenze dell’Asse e

annunciò il sostegno agli alleati. Anche Roosevelt, come Wilson, costruì una versione del

nuovo ordine mondiale per il periodo post-bellico. Questa volta Roosevelt non prese le

distanze dagli alleati e li chiamò Nazioni Unite sin dall’inizio, integrando le proprie truppe

con quelle della Francia e della Gran Bretagna. Per non essere tacciato di arroganza o

doppi fini, propose le sue 4 libertà (già contenute nel Bill of Rights: libertà di culto, parola e

di espressione più libertà di vivere lontani dal bisogno e dalla paura, che equivale alla

versione dell’America Dream). Le UN erano dunque preposte a questo compito,

proteggere le quattro libertà. Le Nazioni Unite attecchirono rispetto alla Società delle

Nazioni perché l’organizzazione poteva chiedere ai membri di fornire le proprie truppe per

ristabilire la pace e far pressione su nazioni aggressive (sempre sotto approvazione di tutti

i membri). Nella Conferenza di Yalta del 45, Roosevelt ottenne l’appoggio di Stalin e

Churchill per l’UN, anche se tale approvazione non fermò il meccanismo di sfere

d’influenza che si era venuto a creare in Europa. Divenne però da lì chiaro l’assetto post-

bellico della Germania: nessuno voleva che tornasse ad essere una potenza militare

aggressiva, ma i metodi che le nazioni volevano attuare per prevenire questo erano

differenti, cosi la questione fu rimandata in altri incontri.

L’era della Guerra Fredda, 1946-92

Le prime divergenze nate dopo Yalta furono immediate quando Stalin cominciò a formare

governi filocomunisti nell’Europa dell’est. Ma Roosevelt morì improvvisamente e la

situazione precipitò ulteriormente quando, sotto Truman, furono sganciate le due bombe

atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La giustificazione fu quella di salvare vite umane,

altrimenti lo scontro si sarebbe protratto e avrebbe portato alla morti di più persone. Gli

schieramenti della Guerra Fredda si erano ormai formati: la cortina di ferro tra occidente e

URSS con i suoi stati satelliti. L’aggressività sovietica convinse l’America che gli stati

d’influenza sarebbero cresciuti in numero anche fuori dall’Europa. Nel 47 la dottrina

Truman era determinata a bloccare questa eventualità immediatamente in Grecia e in

Turchia dalle quali nazioni la Russia voleva l’accesso agli stretti. Tale politica americana si

chiamo containment. E mentre diventava il fondamento della politica estera americana,

dall’altra parte abbiamo un’America che tenta di influenzare gli Stati dell’America Latina,

legittimata tra l’altro dal corollario Roosevelt. Nei tardi anni 40 cominciò una corsa agli

armamenti senza precedenti. Quando l’URSS si rifiutò di sottostare ad un progetto che

avrebbe proibito l’uso e la produzione di armi nucleari, l’America rispose allargando la

ricerca sul settore nucleare e producendo principalmente armi nucleari. I National Security

Act del 47 centralizzava il controllo del Governo federale su tutti i rami limitari tramite il

Pentagono (dipartimento di difesa) e il National Security Council e la CIA. L’atto mise

l’America in una posizione di prima linea, il presidente ora aveva il compito di entrare in

guerra senza previa dichiarazione di guerra. Nel frattempo il segretario di Stato propose

un ripresa economica in Europa con il fine di mettere sul mercato le eccedenze che

stavano causando la recessione e di rafforzare i partner commerciali oltreoceano.

Oltretutto si pensava che i paesi più forti economicamente, sarebbero stati più propensi a

contrastare il comunismo, e ciò rafforzava il containment. Anche l’utopia dei quattro punti

si sfaldò, ora abbiamo due superpotenze che si minacciano vicendevolmente a suon di

armi nucleari. Si passò a formare altri dispositivi sovranazionali, però. L’Organization of

American States (48), la NATO nel 50 e altri patti di mutua difesa. L’isolazionismo era stato

rimpiazzato dall’internazionalismo. Quando le truppe sovietiche entrarono in Ungheria nel

56, stroncando la rivolta anticomunista, gli USA non intervennero perché la dottrina

Truman non si estendeva alle nazioni comprese nel patto di Varsavia, l’alleanza militare

degli Stati satelliti più URSS. Ciò avvenne anche nel 68 quando le forze di Varsavia

bloccarono una rivolta popolare in Cecoslovacchia. Negli anni 50 il senatore Joseph

McCarthy propose una commissione preposta a cacciare gli americani coinvolti in attività

“non-americane”. Il maccartismo ebbe largo consenso perché nacque come interprete

delle ansie costituite dalla Guerra Fredda e dalla minaccia nucleare. Dagli anni 50 si può

dire che il benessere economico statunitense dipenda dalla produzione bellica e dalla rete

che la sorregge. Dopo la Guerra Fredda, la guerra contro il terrorismo ha fatto parlare

della militarizzazione dell’America che alcuni denunciavano assieme alle conseguenze

che ciò comporta. La scoperta del coinvolgimento della CIA negli affari Cubani, tra gli

eventi della Baia dei Porci e la crisi missilistica di Cuba, riportarono le tensioni al massimo.

Ma da ambo le parti uno scontro diretto si sarebbe rivelato una distruzione mutua

assicurata. Dopo la crisi ci fu un clima relativamente più disteso. Nel 63 venne stipulato un

trattato che proibiva i test nucleari e successivamente le due superpotenze decisero di non

intervenire nella guerra arabo-israeliana. Negli anni 70 Nixon inaugurò un periodo di

coesistenza pacifica tra i due blocchi con la riduzione accordata degli armamenti.

Nonostante momenti più o meno instabili, nel 91 entrambe le potenze condannarono alle

Nazioni Unite l’occupazione irachena del Kuwait e spinsero Saddam a ritirare le proprie

truppe in Iraq. Gli USA in Asia continuarono le lotte al comunismo in Korea, Vietnam,

Cambogia e Laos. Quella del Vietnam fu una sconfitta fisica e morale e portò al dissesto

dell’opinione pubblica. I costi della guerra prosciugarono i fondi di Johnson che dovevano

essere impiegati contro la povertà e le iniquità. I tentativi disperati finali portarono Nixon ad

autorizzare il bombardamento di Laos e Cambogia senza l’approvazione del congresso.

Nel Golfo e in Afghanistan, l’America chiese una coalizione multinazionale dopo

l’approvazione UN, sebbene il più largo gruppo d’azione fu quello US. Un altro punto di

svolta in politica estera avvenne quando il presidente Nixon volò a Pechino per allacciare

relazioni diplomatiche sfruttando l’allontanamento tra URSS e Cina. Ciò alleggerì la

minaccia comunista. Con Carter, l’America allentò il controllo militare, e l’accento si spostò

verso il sostegno dei diritti umani negli altri paesi. Ciò rese più tesi i rapporti con l’URSS

che proprio in quel periodo internava i dissidenti in “ospedali” psichiatrici. I rapporti tra le

due superpotenze sembravano oscillare, anche perché l’America spingeva per finanziare

o “favorire” regimi di destra in America Latina e in medio-oriente, e spesso questo

programma diventava più importante rispetto alla difesa dei diritti umani. Con Reagan

nell’84 firmò una serie di accordi con la Repubblica popolare cinese. Mente con

Gorbachev (segretario generale) furono poste le basi per un’apertura che sfociarono poi in

trattati di disarmo e, con Bush SR., di apertura culturale e di commercio. Nel novembre

dell’89 il simbolo della Guerra Fredda venne demolito da ambo le parti e nell’estate

seguente le due Germanie furono riunite da un trattato che era stato firmato dai 4 alleati

nella seconda guerra mondiale.

L’unica superpotenza nell’era del post-Guerra Fredda

Con la caduta del muro, l’assetto mondiale e la posizione che l’America aveva in esso

divennero chiare. Tra il 2004 e il 2007 gli ex satelliti URSS divennero parte della comunità

europea. Molti divennero poi membri della NATO i cui compiti dovettero essere ridefiniti.

La NATO coordinò poi la campagna contro Osama bin Laden e i suoi terroristi, nonché

contro i talebani afghani. Dall’altra parte però l’organizzazione fu oggetto di tensioni

quando, ad esempio, la Georgia espresse la volontà di volerne far parte ma fu minacciata

dalla Russia. Gli ex satelliti nell’ultimo decennio si sono dimostrati, forse per riconoscenza,

estremamente filoamericani in politica estera, mentre i rapporti tra EU e USA divennero a

tratti tesi: durante la guerra irachena i paesi dell’est diedero molte risorse umane, mentre

l’EU spesso si trovava in contrasto con le modalità d’approccio americane. Il segretario

della difesa Ronald Runsfeld si oppose alla nuova Europa, mentre la vecchia aveva

richiesto il controllo da parte dell’UN delle armi di distruzione di massa in Iraq. Tra il 2002 e

il 2008 le tensioni USA vs EU crebbero probabilmente per la tendenza

dell’amministrazione Bush ad agire unilateralmente e segretamente, e gli eccessi della

guerra in Iraq come la reclusione e i brutali interrogatori dei militari nemici in violazione

delle convenzioni di Ginevra. Gli scontri militari e politici nella federazione Russa e gli ex

satelliti continuarono e Bush SR e Clinton si chiesero come aiutare la rinascita di questi

Stati, senza interferire troppo negli affari interni e senza provocare la Russia. Questo

nuovo approccio pacifico si concretizzò nel 1991 quando le due superpotenze

acconsentirono nell’allontanare le truppe di Saddam fuori dal Kuwait durante la guerra del

golfo. Questo avvenne a causa della crisi economica ed istituzionale della Russia e al

riconoscimento implicito dell’esistenza di una sola superpotenza. Dopo la Ripresa Russa

(gas e petrolio) Putin e Bush ebbero negli anni 2000 buoni rapporti diplomatici e la

situazione attuale è nuovamente difficile. Infatti la Russia non tollera l’espansione NATO

verso est né i piani americani di costruire satelliti radar in Repubblica Ceca e Polonia per

prevenire gli attacchi dagli Stati canaglia contro EU, Russia e America. Durante il primo

mandato di Clinton, furono fatti degli accordi per rafforzare l’economia interna e i

commercio. Nel ‘95 il NAFTA tra Canada, Messico e USA e il GATT con l’Uruguay per le

tariffe e il commercio. Con Bush SR e Clinton si cercò di stabilire il ruolo che l’America

doveva avere nel mondo post Guerra Fredda nelle nuove nazioni nascenti in Africa, Asia e

America Centrale. Sia dall’esterno che dall’interno, gli USA subirono forti pressioni per

agire in queste crisi, ma le amministrazioni degli anni 90 temporeggiarono nella speranza

che anche l’Europa entrasse in merito a tali questioni. L’America dunque cominciò

operazioni umanitarie multilaterali in Bosnia, Somalia e Haiti e operazioni diplomatiche per

portare la pace in paesi problematici (Palestina, Korea del Nord, Irlanda del Nord) ma il

nuovo interventismo americano non sempre riuscì nelle sue missioni. Molti si chiedono

quale e di che grado debba essere l’intervento americano negli affari internazionali anche

agendo di concerto con gli organi sopranazionali e le loro politiche. Molti neo-conservatori

credono che la politica estera americana non debba essere influenzata dalle politiche delle

altre nazioni e organizzazioni internazionali. Mentre tutte le voci trovarono accordo nel

denunciare il non intervento americano nel genocidio in Ruanda, venne chiamato il

peggior errore dell’amministrazione Clinton e nel 2003 invece fu pronto nel chiedere aiuti

internazionali per fermare le carneficine della guerra civile in Sudan. Bush istituì un team

di funzionari addetti alla politica estera, sia moderati che neoconservatori. Questi ultimi

intimarono il ritorno ad una politica estera realista, atta a rivedere gli impegni internazionali

americani e che fosse composta da interventi energici e brevi e dall’altra parte ridurre gli

impegni che non sono strettamente legati agli interessi americani. Il frutto di questa linea di

politica estera portò l’amministrazione Bush a ritirarsi dal protocollo di Kyoto e dal trattato

anti missili balistici, rifiuto della corte penale internazionale e disimpegno negli sforzi

diplomatici in Korea e Medio Oriente. Fino all’11 settembre, l’amministrazione Bush

criticava l’amministrazione Clinton e la sua volontà di impegnare le truppe americane

all’estero. Ma dopo l’attacco, anche i neo-conservatori trovarono necessario un maggiore

intervento militare internazionale e soprattutto contro bin Laden e al-Qaeda in Afghanistan

dove i talebani avevano imposto il regime. Gli USA si comportarono come una

superpotenza e intervennero talvolta unilateralmente per cambiare il mondo secondo gli

ideali e gli interessi americani, piuttosto che concentrarsi in una politica estera globale e

preoccuparsi delle crisi locali. Bush in un epoca di terrorismo globale annunciò che gli USA

dovevano scovare le minacce prima che queste potessero materializzarsi e quindi

dovevano riunire le capacitò d’intelligence e agire. “Meglio combattere i nemici fuori che

dentro”. Bush identificò il Nord Korea, l’Iran e l’Iraq come l’asse del male e convinse il

Congresso dell’imminente minaccia da parte dell’Iraq di voler usare le armi di distruzione

di massa, collaborando con al Qaeda. Nonostante le forti opposizioni interne e di alcuni

dipartimenti, nel 2003 l’Iraq fu invaso e in pochi mesi le basi militari irachene furono per la

maggior parte vinte. Si passò dunque a ripristinare l’ordine pubblico e a favorire un

governo democratico. Secondo i neo-conservatori bisognava esportare i principi americani

di democrazia e di libero mercato di stampo capitalistico. Ma ciò risultò più difficile che

deporre Saddam. Nel 2007, quando la guerra sembrò incessante e senza sviluppi, si

passò a sostituire la dottrina del Generale Powel (alta tecnologia e interventi energici per

rendere la guerra breve e con basso numero di vittime) con la Dottrina Petraeus. Questa

enfatizza la linea opposta: prevedeva ovvero che il conflitto sarebbe stato estenuante, e

proponeva un altro tipo di approccio. Meno intervento militare e più negoziazione

diplomatica e ricerca di alleati locali per tentare di costruire una stabilità democratica. La

volontà dei sunniti ribelli di cooperare con gli occupanti americani è molto bassa per poter

richiedere l’intervento di altri aiuti internazionali. La guerra al terrorismo poteva forse

essere eseguita tramite la distruzione dei tanti gruppi terroristici e prevedendo ulteriori

attacchi interni. L’attuazione di ciò però fu controsenso, sia per i pesi economici che per la

limitazione delle libertà civili degli individui derivanti dall’attuazione della legge anti-

terrorismo “USA Patriot Act”. Nelle elezioni del 2004 la maggior parte degli americani,

nonostante criticassero alcuni aspetti della guerra in Iraq, sentirono che Bush dovesse

meritare un secondo mandato per ottenere i suoi programmi di politica estera. Annunciò di

voler trattenere i suoi membri conservatori nelle istituzioni di politica estera e nominò

Condoleezza Rice come Segretaria di Stato. Ma durante il suo secondo mandato sia la

guerra che la sua popolarità affondarono.

The foreign-policy establishment debate

L’esecutivo e il Congresso tramite il sistema di controllo e contrappesi, gestiscono la

politica estera. Anche altri gruppi e istituzioni sono responsabili della politica e possono

influenzare le decisioni dei due organi. Il congresso ha avuto un ruolo predominante in

questo campo per la maggior parte del 19° secolo, eccezione fatta per la guerra civile. Il

predominio dell’esecutivo è avvenuto a causa delle crisi internazionali che hanno coinvolto

l’America. Con la fallimentare politica estera condotta durante la guerra del Vietnam, il

congresso ha ripristinato il controllo e il contrappeso istituzionale e il presidente si è

mostrato più cauto nelle decisioni. Il potere è però condiviso con i capi militari e altri

esperti e non può dichiarare guerra da solo a meno che non ritenga che il territorio

nazionale e i suoi interessi non siano n serio pericolo. Solo il congresso può decretare tale

stato e dalla II guerra mondiale è stato piuttosto riluttante nel farlo. Lo schema usuale degli

ultimi decenni è quello in cui vi è una consultazione nel ramo esecutivo e poi il presidente

informa il congresso, chiedendo una risoluzione e congiunta da parte delle due camere

circa la probabilità di ingresso in guerra ed eventuali dibattiti sulla durata della guerra e

sulle spese governative. In tutto ciò è importante anche l’approvazione dei capi militari e

degli altri funzionari che possono più o meno fare pressione sul Parlamento. Il Congresso

oltretutto controlla se i soldi accordati negli atti del Congresso siano giustamente spesi e

può fermare i Finanziamenti e abrogare tali atti se la riuscita non è soddisfacente.

Ovviamente ci sono dei poteri solo presidenziali: nessun ufficiale piò nominare gli

ambasciatori e le altre alte cariche degli affari esteri (sebbene tali nomine debbano essere

approvate dalla maggioranza del Senato). Nel 39 lo stesso Congresso tolse questo limite

e il presidente sceglie i suoi consulenti, che entrano a far parte dell’Executive Office of the

President. Questo EOP eclissò i dipartimenti di Stato e di Difesa come centri della politica

estera dalla metà degli anni 60 e diminuì l’influenza del Congresso in politica estera. Il

Presidente può negoziare trattati con altre nazioni, anche se questi devono essere ratificati

da una maggioranza straordinaria (2/3 del senato). Dato che l’approvazione del Senato

non è spesso raggiunta specialmente dalla I Guerra Mondiale, i presidenti stringono

spesso accordi informali senza il senato. Tale accresciuto ruolo diplomatico ha fatto del

presidente degli ultimi decenni il fautore della politica estera. L’altra faccia della politica

estera è invece quella che concerne esclusivamente il Congresso: ogni comitato ha dei

sottocomitati che si occupano di disciplinare particolari ambiti come energia, commercio

ambiente e comitati di intelligence. È da questi gruppi che può talvolta partire un’influenza

diretta a far approvare o meno un determinato provvedimento. Il Dipartimento di Stato e di

Difesa, sono anch’essi suddivisi in sottocomitati di specialisti che si soffermano su

particolari affari esteri o aree del mondo. Questi formulano proposte che inviano tramite

canali burocratici al segretario di stato o di difesa, che le inviano all’EOP e al congresso. Il

Presidente dunque approva una politica di livello generale e macroscopico, mentre i

dipartimenti attuano la politica microscopica e quotidiana. I funzionari dei dipartimenti

tengono anche udienze. Tramite queste i gruppi di pressione e i membri del congresso,

cercano di avere voce in capitolo per influenzare i dipartimenti di stato e difesa.

Capitolo 8

Il sistema legale

Il sistema legale americano è formato dai giudici e gli avvocati che servono lo Stato e

l’apparato della legge federale delle corti indipendenti. Queste si occupano principalmente

di legge civile e penale, dunque i casi vengono smistati secondo queste categorie. Il diritto

civile: richiesta risarcimento (spesso finanziario) da individuo o gruppo che ha subito una

perdita o un danno per atti di terzi. Vi rientrano anche divorzio, affidamenti, adozioni,

materie aziendali, diffamazione, incidenti etc... e se tra le parti non si trova un

compromesso si va al processo. Il diritto penale: prevede un processo e una pena dei

soggetti che hanno commesso crimini contro la società: furto, rapine, omicidi. Le autorità

federali perseguono i trasgressori per stabilire il colpevole che può andare in contro a

multe, arresto e in casi estremi pena di morte. In America la legge è vista come qualcosa

che fa parte del quotidiano e non come una mera astrazione. Le questioni legali e le

sentenze sono oggetto di interesse e dibattito e sono strettamente legate alla vita politica,

sociale ed economica. Gli americani sono litigiosi e questo deriva da comportamenti

culturali: la tradizione coloniale e di frontiera li ha resi individualisti e pronti a difendere i

propri diritti. In secondo luogo la vita privata e pubblica è influenzata da una lunga

tradizione di costituzionalismo (credere nella salvaguardia della giustizia che puà avvenire

solo nell’osservanza dei documenti), che parte dalla dichiarazione di indipendenza e

continua con la Costituzione e il Bill of Rights, che garantiscono libertà e diritti civili ai

cittadini e una separazione dei poteri del governo. La maggior parte dei casi civili o penali

sono esaminati dalle corti locali e nazionali, piuttosto che da quelle federali con l’ausilio del

giudice imparziale e della giuria (un certo numero di cittadini che decide i fatti in molti

processi). Tali processi non sempre garantiscono equità, imparzialità o il risultato

appropriato. Una questione cruciale riguarda l’accesso alle corti civili e penali e molti

individui possono non avere successo in questo. L’accesso dipende dalla natura del caso,


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