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L'occhio clinico: medicina, psicologia e scienze umane

Psicologia dell'arte

La psicologia dell'arte, poco ben definita nella pratica, è talmente di sé da aprire a tutti i campi evidenziabili (psicologia dell'artista, campi difficilmente circoscrivibili: tanto quanto della fruizione, ecc.). È uno di quei campi che possiamo dire essere caratterizzato da una serie di relazioni con una serie di altre discipline e che una di queste ultime entri a far parte del bagaglio di essa. A seconda degli elementi cui si dà più peso, la psicologia dell'arte cambia accezione. Porre l'accento su psicologia centralizza maggiormente quest'ultima rispetto all'arte; porre l'accento al contrario sull'arte diluirebbe maggiormente l'idea della psicologia.

Sviluppo storico

Nei suoi 150 anni di vita, la psicologia dell'arte è stata considerata negli anni Sessanta affine all'estetica (studio della produzione/fruizione dell'opera d'arte e degli effetti di essa sull'uomo). Un altro ambito affine è l'estetica che si rimanda all'Ottocento, a Fechner. È psicologia dell'arte pure ad esempio la costruzione delle forme e loro relazioni con l’effetto, di cui si occupò Rudoph Arnaim; egli ha preso in esame ad esempio la struttura a spirale del Guggenheim Museum a New York, cercando di darne una spiegazione del successo, diventato paradigma museale. Come quella forma si inserisce così bene nel tessuto urbano newyorchese? Prendendo in esame questo scontro-incontro di forme, egli cerca di dare una risposta; la forma a spirale programma l’azione di visita del visitatore, dà un’indicazione visivo-simbolica del processo di avanzamento della disposizione cronologica delle opere.

Processi cognitivi e arte

L'idea dei processi cognitivi orienta la psicologia dell'arte verso il riportare al centro dell'indagine l'idea della mente dell'uomo e le attività ad essa collegate: l'idea principale è che la mente non sia un recettore passivo ma attivo agli stimoli ambientali, tra i quali seleziona. Idea che l'arte abbia a che fare con i processi mentali.

Varietà e problematiche della psicologia dell'arte

Ci sono moltissimi indirizzi che si elidono a vicenda nell'ambito della psicologia dell'arte. La psicologia dell'arte è di quelle formule talmente desuete che le ultime volte dove questo termine si trova tale, nudo e crudo, sono databili negli anni Quaranta. Malraux, intellettuale francese del Novecento molto legato all’aspetto dell’arte, in quel periodo ha scritto Psychologie de l’art, opera che però non parla affatto della psicologia dell’arte intesa odiernamente. Delacroix nel 1927 ha scritto Psychologie de l’art, anch'essa opera non connessa alla materia intesa oggi. Una voce estetica ha fatto parte della Annual Review of Psychology (rivista di settore) solo nel 1961. David Katz è famoso per un trattato di psicologia, cui ogni voce era affidata a un diverso collaboratore: la voce estetica era affidata a Katz, un filosofo. L'idea che la psicologia e l'arte potessero chiacchierare insieme in maniera molto fruttuosa è diventata famosa in questi ultimi anni grazie alla pubblicazione da parte di un editore romano.

Critiche e limiti

Ma il greco è diventato davvero astigmatico? (1940 ca.), libro che mette in luce aspetti importanti: l'autore è consapevole dei rischi di applicare con peso e con eccessiva determinazione le categorie psico-patologiche o fisio-patologiche per spiegare l'opera di un artista. Meccanismi causa-effetto altamente rischiosi. I problemi terminologici nella psicologia dell'arte sono molto seri per i suoi confini invisibili e molto labili.

Le certezze sulla psicologia dell'arte

Ricerca psicologica: parlando di psicologia, si parla di una branca della psicologia che nell’ambito dell’Ottocento si è frammentata in decine di sottogruppi. Parlare di psicologia non vuol dire nulla, è necessario parlare di un certo tipo di psicologia. Negli anni Sessanta e Settanta la psicoanalisi era molto in auge; tuttavia gli psicanalisti stessi hanno voluto essere sempre più autonomi dalla psicologia e dai suoi sviluppi, tanto che il titolo di una rivista (fondata da Laplanche, autore insieme a Pontalis di un dizionario di psicologia di ambito psicanalitico). La psicoanalisi non si è mai considerata una scienza; Karl Popper raccontava in alcuni dei suoi scritti che la psicoanalisi evidentemente non era una scienza, al contrario della psicologia sostenuta dai suoi praticanti molto legata alla scienza. Popper dà una definizione di teoria scientifica, ovvero i suoi dati devono essere il più possibile precisi, sintetici ma soprattutto falsificabili. La psicoanalisi può spiegare ogni comportamento inspiegabile dell’uomo e quindi non è controllabile.

Conclusioni sulla psicologia dell'arte

Parlando di psicologia dell'arte, si parla di una branca della psicologia e non a caso di psicologia dell'arte tout-court non si parla più dagli anni Quaranta. Questo è il motivo per cui è più facile trovare titoli come Ricerche di…, Ipotesi su…. Per le difficoltà definitorie su essa, si passa dalla pratica alla teoria: la psicologia dell'arte si applica sempre a qualcosa. Definizione di psicologia dell’arte (1958): studio degli stati di coscienza dei fenomeni inconsci, correlativi alla creazione e contemplazione dell’opera d’arte. Correlazione di contrapposizioni: coscienza-inconscio, creazione-contemplazione ma soprattutto cade l’attenzione su opera d’arte. Alcuni affermano che la psicologia dell’arte sia perfetta per spiegare opere di basso o medio livello ma non sia assolutamente adeguata ad opere di alto livello, come ad esempio un Leonardo Da Vinci. Anche lo stesso Sigmund Freud afferma ciò: per spiegare il genio di Leonardo abbiamo solo gli strumenti della biografia, modo terribile di gettare la spugna da parte della psicoanalisi. Coppia coscienza-inconscio: nella psicologia dell’arte non c’è sul peso da attribuire a questa coppia. Marie Bonaparte è stata una delle psicoanaliste dei primi tempi di grande fama di Freud, analizza le opere letterarie di Poe affermando che le poetiche degli autori sono elaborazioni secondarie, qualcosa che arriva dopo la creazione letteraria, volontà di razionalizzare quello che al momento della sua nascita sembra un delirio dell’autore. In un saggio sull’arte e la letteratura, Freud si chiede se Jensen fosse cosciente mentre componeva la sua opera, poiché egli arriva pur non essendo uno scienziato agli stessi risultati cui sarebbe giunto uno studioso. Più che uno stato di coscienza, ipotizza si tratti di un riversamento sulla pagina di ciò che l’autore in prima persona aveva vissuto non rendendosene conto (coscienza clinica al cubo): il riversamento del vissuto è tutt’altro che inconscio.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

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