NEUROCHIRURGIA
IPERTENSIONE ENDOCRANICA
Gran parte delle problematiche neurochirurgiche hanno come causa
l’ipertensione endocranica. Dentro il cranio c’è una pressione che è
determinata dal sistema costituito dalla scatola cranica all’interno della quale si
trova l’encefalo, il liquido cefalo rachidiano o liquor e il sangue. Il cervello può
essere considerato un tessuto visco-elastico, il sangue e il liquor invece sono
liquidi e quindi incomprimibili ma possono entrare e uscire dalla scatola cranica
e quindi sono i determinanti dell’ipertensione endocranica. Consideriamo
quindi un sistema idrodinamico.
I valori della pressione endocranica sono 5-10 mmHg anche se è variabile
perché risente di molte variabili, fisiologiche e parafisiologiche, e quindi se la
misuriamo (tramite una sonda nel cranio) si osserva che c’è una linea formata
da molte piccole oscillazioni rapide di pochi mmHg e queste oscillazioni
formano una linea pressoché continua, la media tra le oscillazioni è abbastanza
costante. Queste onde veloci sono sincrone al battito cardiaco perché nella
sistole arriva un po’ più di volume nella scatola cranica che poi però si
riequilibra in diastole. Ci sono poi delle oscillazioni più lente che sono date dalle
variazioni della profondità del respiro; in condizioni basali il respiro non ha
sempre la stessa profondità infatti prima aumenta e poi ridiminuisce e questo è
regolato dalla pCO2 (quando si alza il respiro diventa più profondo e quindi c’è
più ventilazione e viceversa). Queste oscillazioni influenzano la pressione
intracranica attraverso il sistema venoso. Le principali vene che scaricano nel
cervello sono le giugulari interne (che vanno alla cava superiore), sono vene
molto grosse, senza valvole e con un tragitto breve dal cranio all’atrio destro
(la pressione venosa centrale si misura nell’atrio destro) e quindi c’è una
comunicazione diretta tra l’atrio destro e il sistema venoso intracranico e quindi
tutte le variazioni di pressione dell’atrio destro si trasmettono in maniera quasi
istantanea al compartimento intracranico. La pressione venosa centrale e cioè
quella dell’atrio destro a sua volta è influenzata dall’attività respiratoria perché
durante l’inspirazione si crea una depressione all’interno del torace e quindi
nell’atrio destro, durante l’espirazione invece questa pressione tende a salire e
quindi si hanno delle oscillazioni questo avviene in condizioni basali.
Vi sono poi una serie di condizioni parafisiologiche come la tosse, gli starnuti, le
variazioni posturali che provocano aumenti repentini della pressione venosa
centrale attraverso vari meccanismi e quindi si trasmettono al compartimento
intracranico dove poi la situazione torna nella norma.
Vi è quindi un sistema idrodinamico perché la dinamica dei fluidi è quella che
entra in gioco; vi è un volume solido (cervello) e un volume fluido e delle forze
che agiscono su questo sistema.
La pressione atmosferica non ha azione diretta sulla pressione intracranica
perché la scatola cranica è sufficientemente rigida ma ha invece influenza sulla
pressione venosa centrale (anche gli strumenti per la misurazione sono tarati
sulla pressione atmosferica).
La forza di gravità invece ha un’influenza abbastanza significativa sulla
pressione intracranica soprattutto attraverso il sangue venoso (il sangue
arterioso invece ha una pressione abbastanza elevata da non subire grandi
variazioni) e il liquor questo è influenzato dalla posizione del corpo.
Un soggetto con ipertensione endocranica infatti deve innanzitutto stare
disteso con la spalliera del letto sollevata di 30-40° per favorire il deflusso
venoso e provocare un abbassamento di qualche mmHg. Anche il liquor poi
risente della forza di gravità perché non si trova solo nel cervello e nei
ventricoli ma anche negli spazi midollari e quindi si crea una colonna fluida che
in posizione supina è ben distribuita ma in posizione seduta o ortostatica
provoca la creazione di un gradiente tra la parte sacrale (bassa) e la parte
cranica e quindi si crea una dislocazione in cui il liquor tende a scendere e
questo influenza la pressione.
L’aumento di pressione intracranica è legata a eventuali aumenti di pressioni
dovuti nella maggior parte dei casi a aumenti di volume patologico e quindi è
importante capire come questo sistema si comporta nel caso in cui ci siano
degli aumenti di volume. Sperimentalmente questo corrisponde a misurare la
pressione e quindi la forza che è necessaria per iniettare un nuovo volume in
questo sistema; questa non è una forza fissa ma dipende dalle caratteristiche
del sistema ed è nota come FORZA DI RIEMPIMENTO e cioè alla pressione/forza
che bisogna esercitare per iniettare un nuovo volume nel sistema.
Questo dipende da una caratteristica del sistema che è la ELASTANZA che
sarebbe la rigidità di un corpo e cioè la forza che contrasta una deformazione;
maggiore è la elastanza e maggiore è la sua resistenza alla deformazione e
quindi aumenta il suo modulo elastico (= è più rigida).
Ad esempio se dobbiamo gonfiare un palloncino con dell’aria facciamo uno
sforzo maggiore o minore a seconda di quanto spessa è la parete del palloncino
stesso; questo dipende dalle caratteristiche del materiale.
Questo concetto può essere trasferito al cervello che a seconda di come è l
elastanza può risentire in maniera positiva o negativa a un aumento di volume.
La pressione intracranica si misura come pressione del liquor e la misurazione
più semplice è mettere un ago a livello lombare o un trasduttore nei ventricoli
perché il liquor essendo un liquido distribuito equamente nel sistema nervoso
dà una pressione media del sistema; l’unità di misura sono mm di acqua o
mmHg.
Quello che ci interessa è vedere come la pressione intracranica varia al variare
del volume
la relazione non è lineare (è un iperbole) perché pur aumentando il volume
inizialmente la pressione non aumenta ma poi la situazione si inverte e per
piccoli aumenti di volume abbiamo grandi aumenti di pressione e abbiamo
quindi un grafico a iperbole.
Quindi nella prima fase prevale la compliance del sistema che si deforma
facilmente accogliendo il nuovo volume ma a un certo punto la situazione si
inverte e prevale la rigidità del sistema; questo comunque è un
comportamento abbastanza intuitivo anche se si pensa all’esempio di gonfiare
il palloncino (all’inizio lo gonfiamo con poco sforzo ma con il passare del tempo
per gonfiarlo di poco bisogna utilizzare molta forza).
Il volume endocranico contiene circa 1400-1500 cc di cui il 90% è occupato da
cervello, cervelletto e tronco encefalico, il 10% dal liquido cefalo-rachidiano e
una piccola quantità restante dal sangue arterioso e venoso la somma di
questi volumi deve essere costante perché la scatola cranica è inestensibile.
La legge di Monro-Kelly afferma che al variare di uno dei componenti ci deve
essere una variazione reciproca degli altri componenti;
questa legge viene soddisfatta dai meccanismi di compenso dell’organismo
come la dislocazione di liquor nei vari compartimenti del sistema (meccanismo
più lento) e la dislocazione di sangue venoso (componente liquida che più
facilmente può entrare e uscire dal sistema) questi meccanismi riescono a
compensare circa il 10% dei volume totale.
Se c’è una massa all’interno del cervello si riduce il volume venoso e si ha una
dislocazione di liquor verso gli spazi subaracnoidei spinali o uno
schiacciamento dei ventricoli cerebrali.
Fino ad ora abbiamo considerato un aumento di volume che avvenga con una
certa velocità ma considerando un aumento di volume più lento si osserva che
la curva si modifica (in particolare si sposta verso destra) perché aumenta la
fase di compenso perché i meccanismi di compenso hanno maggior possibilità
di entrare in azione e quindi sono più efficienti se l’aumento di volume avviene
lentamente.
Lo stesso volume quindi può determinare un’ipertensione endocranica
maggiore o minore a seconda che si sviluppi velocemente o lentamente.
Se prendiamo ad esempio il meningioma esso si sviluppa lentamente e quindi
può raggiungere anche dimensioni notevoli senza dare ipertensione
endocranica perché si sviluppa nell’arco di molti anni; tumori maligni come il
glioblastoma invece si accrescono velocemente (anche nel giro di settimane) e
possono dare aumento di pressione endocranica; l’emorragia cerebrale invece
forma un ematoma anche in poche ore o minuti e quindi l’aumento di volume
non riesce ad essere compensato e questo provoca ipertensione endocranica.
Ci sono delle condizioni in cui la curva si sposta verso sinistra e cioè aumenta l
elastanza del sistema come ad esempio nel caso di edema cerebrale e cioè un
rigonfiamento del cervello in cui gli spazi subaracnoidei pericerebrali e i
ventricoli sono ridotti e quindi il cervello è già stretto all’interno della scatola
cranica e l’immissione di nuovo volume porterà ad ulteriori aumenti di volume
e a una situazione vicina allo scompenso.
L’ipertensione endocranica è una condizione preoccupante perché ha due tipi
di effetto: uno meccanico e uno sul flusso ematico.
Per quanto riguarda l’EFFETTO MECCANICO dobbiamo ricordare che il
cervello è diviso in tre parti: emisfero destro e emisfero sinistro divisi dalla falce
cerebrale, lo spazio sopratentoriale dove c’è il cervello vero e proprio e lo
spazio sottotentoriale dove c’è il cervelletto e il tronco divisi dal tentorio e in
comunicazione attraverso lo iato tentoriale; anche se questi compartimenti
sono comunicanti sono in parte anche separati, c’è una sorta di
compartimentalizzazione e quindi se c’è un aumento di pressione in un
compartimento si creerà una spinta dal compartimento a maggior pressione
verso il compartimento a minor pressione.
Ci sono delle zone del cervello che tendono a scivolare sotto questa spinta e a
incunearsi sotto determinate strutture e queste sono delle parti caratteristiche
che possono portare alla formazione di un’ernia cerebrale interna (o
incuneamento); esempi sono lo scivolamento del giro del cingolo (è la
circonvoluzione del corpo calloso, sotto la falce cerebrale), ernia centrale e la
più frequente e pericolosa che è l’ernia trans-tentoriale o ernia uncale e
cioè l’incuneamento della zona mesiale del lobo temporale nel margone libero
del tentorio e nel mesencefalo.
Nel caso dell’ernia uncale caso si ha una compressione del mesencefalo e
questa è un’eventualità pericolosa perché lo stato di vigilanza è controllato
proprio a questo livello e c’è una concentrazione di molte altre funzioni come
afferenze ed efferenze nervose e quindi una lesione del tronco encefalico
centrale è un evento pericoloso e eventualmente mortale si ha una lesione
diretta sul tronco encefalico e l’ernia trans-tentoriale darà una compressione
sulle vie piramidali che provoca emiparesi controlaterale, alterazione dello
stato di coscienza sempre più profondo e in particolare darà come segno clinico
caratteristico l’anisocoria (Dovuta a deficit del III nervo cranico) e cioè una
disuguaglianza nel diametro delle pupille che non risulterà più simmetrico, è
dovuto a una midriasi (aumento del diametro pupillare) dal lato della lesione; è
interessata anche la componente estrinseca dei muscoli dell’occhio perché si
ha anche una deviazione dell’occhio dal lato colpito.
L’anisocoria si spiega con il fatto che nell’ernia uncale viene compresso il
tronco encefalico nella zona postero-laterale dove ci sono i nuclei
dell’oculomotore e i fascicoli che poi danno origine al nervo, invece nella parte
più dorsale c’è il nucleo di Edinger-Westphald che è il nucleo parasimpatico che
innerva lo sfintere della pupilla e quindi una sofferenza dei neuroni di questo
nucleo porta a un’ipofunzione dello sfintere della pupilla e quindi si ha una
prevalenza della funzione del muscolo dilatatore con conseguente midriasi (se
la compressione è maggiore si può arrivare anche a una paralisi dei muscoli
oculari con deviazione dell’occhio) incuneamento trans-tentoriale.
Per quanto riguarda invece gli EFFETTI SUL FLUSSO EMATICO CEREBRALE
sono effetti generalizzati sull’encefalo e possono portare a conseguenze
estreme.
Il flusso in un vaso è dato dalla pressione nel vaso diviso le resistenze che sono
date dalla viscosità del sangue, dalle caratteristiche della parete del vaso e dal
diametro del vaso (minore è il diametro maggiori sono le resistenze). Il flusso
quindi è dato dalla pressione diviso le resistenze; quando si parla di flusso
ematico cerebrale la pressione non è semplicemente la pressione arteriosa ma
bisogna considerare la pressione di perfusione.
La pressione arteriosa quando si valuta un flusso è comunque la pressione
arteriosa media perché c’è sempre l’alterazione tra sistolica e diastolica (2/3
della sistolica + 1/3 della diastolica) ma quando il sangue entra nella scatola
cranica c’è una pressione intracranica che si oppone all’ingresso del sangue
si hanno quindi due forza con un vettore opposto e quindi la pressione effettiva
con cui il sangue arriva nei vasi cerebrali, e quindi la pressione di
perfusione, è data dalla pressione arteriosa media meno la pressione
intracranica e quindi flusso ematico cerebrale = pressione arteriosa media
meno pressione intracranica diviso le resistenze.
Da qui si capisce che a parità di altre condizioni se aumenta la PIC diminuisce
la pressione di perfusione (quindi diminuisce il numeratore) e quindi il flusso
diminuisce quindi un aumento della pressione intracranica porta a una
diminuzione del flusso.
Le conseguenze di ciò (diminuzione del flusso) al di sotto di certi limiti sono
ischemia cerebrale fino ad arrivare alla necrosi.
Anche in questo caso però ci sono dei meccanismi di compenso che rendono la
precedente relazione non del tutto lineare:
per un range di pressione di perfusione che va da 50 a 150 mmHg il flusso
viene mantenuto pressoché costante e questo è dovuto alla reazione
dell’organismo che modifica le resistenze vascolari tramite vasodilatazione (nel
caso di ipoafflusso, riduzione delle resistenze).
La vasodilatazione è regolata tramite il sistema simpatico con i gangli e le altre
strutture e quindi la regolazione è centralizzata. A livello cerebrale questa
regolazione è automatica e si parla appunto di autoregolazione ed avviene
tramite la regolazione della pressione parziale di CO2 nel tessuto (parametro
fondamentale per la perfusione del tessuto, un aumento di CO2 provoca
vasodilatazione, la diminuzione di CO2 provoca vasocostrizione), della
pressione parziale di O2 (un aumento provoca vasocostrizione e una
diminuzione provoca vasodilatazione) e con modificazioni del pH (acidosi e cioè
abbassamento del pH provoca vasodilatazione e viceversa).
Per quanto riguarda la pCo2, se si abbassa facendo una iperventilazione
forzata, ad un certo punto gira la testa, questo perché l’iperventilazione porta
ad un abbassamento della Pco2 che a livello cerebrale provoca una
vasocostrizione, che da una sensazione di vertigine. L’aumento della Pco2
provoca vasodilatazione.
Questo schema riassume tutto questo meccanismo e ci porta a vedere cosa
succede quando la pressione intracranica aumenta ed i meccanismi di
compenso falliscono, e si entra in una fase di compenso.
Partendo dalla PIC, l’aumento della pressione intracranica determina una
riduzione del flusso, che a sua volta provoca una condizione di ischemia.
L’ischemia porta ad alterazioni metaboliche, che entro certi limiti sono i trigger
per l’attivazione dei meccanismi di scompenso, ma quando questi meccanismi
di scompenso vengono meno, questi parametri si alterano e determinano una
vasodilatazione massiva che porta a un abbassamento delle resistenze fino
ad arrivare alla vasoparalisi (la muscolatura liscia del vaso è completamento
rilassata e il vaso è completamente rilassato) in cui si ha la perdita
dell’autoregolazione del vaso, si ha anche un aumento del volume ematico
circolante e edema cerebrale (rigonfiamento del cervello, aumento quantità di
liquido) che a sua volta provoca un ulteriore aumento intracranico e aumento
della PIC (pressione intracranica).
La PIC si avvicina sempre di più alla pressione di perfusione fino ad arrivare ad
essere uguale a essa con conseguente arresto del flusso (=0).
Queste quindi sono le estreme conseguenze di un aumento di PIC incontrollato
con ischemia cerebrale dovuta al mancato apporto ematico a causa dell’arresto
del flusso = morte cerebrale (arresto irreversibile delle funzioni cerebrali, EEG
piatto).
Dal punto di vista legale la morte cerebrale viene assimilata alla morte
dell’individuo anche se il cuore è ancora battente; può essere confermata con
un angioTAC alla quale si osserva l’arresto di flusso a livello cerebrale.
SINDROME DA IPERTENSIONE ENDOCRANICA
L’ipertensione endocranica clinicamente si manifesta con dei sintomi che sono
cefalea (spesso è il primo sintomo, è un sintomo aspecifico anche se presente
nella quasi totalità dei soggetti con ipertensione endocranica ed è quindi un
sintomo sensibile ma non specifico, cefalea diffusa, a volte pulsante), vomito
(vomito non preceduto da nausea, vomito
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