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Riassunto esame Miglioramento genetico, prof. Chies Appunti scolastici Premium

Riassunto di Miglioramento genetico per l'esame del professor Chies. Gli argomenti trattati sono: la cellula, la mitosi e la divisione genetica, la meiosi e la divisione riduzionale, il Cariogramma: modo di rappresentare i cromosomi di una specie, le elggi dell'eredità.

Esame di Miglioramento genetico nei sistemi zootecnic docente Prof. L. Chies

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nel bovino: paresi spastica, cecità, brachignatismo (mandibola accorciata),

 nanismo, albinismo, polidattilia, criptorchidismo (manca discesa dei testicoli

nella borsa scrotale).

Generalmente questi sono fattori recessivi, per cui una loro comparsa si manifesta

solo nel caso in sui sia il padre che la madre sia portatori del gene recessivo.

TRASMISSIONE EREDITARIA DEI CARATTERI QUANTITATIVI

CARATTERI QUANTITATIVI

La quantità di latte prodotto, il suo contenuto in grasso, l’indice di conversione degli

alimenti, l’incremento ponderale giornaliero e, in generale, la maggior parte dei

caratteri attitudinali degli animali sono dei caratteri quantitativi a variabilità continua.

La maggior parte dei caratteri quantitativi di interesse zootecnico presenta una

distribuzione normale, che segue, cioè, una curva a campana o curva Gauss. I

caratteri che si distribuiscono normalmente sono caratterizzati da un gran numero di

individui che presentano valori intermedi, mentre la frequenza (numero) dei soggetti

che presentano valori via via più elevati (plus-varianti)o più bassi (minus-varianti )

diminuisce progressivamente a mano a mano che ci si allontana dai valori intermedi.

La curva della distribuzione normale è simmetrica ed il suo asse di simmetria presenta

alcune proprietà; esso infatti coincide contemporaneamente con:

la moda, cioè con il valore che presenta la maggior frequenza (numero di

 animali) nella popolazione e quindi il valore per il quale la curva raggiunge il suo

punto più alto (massimo);

la mediana, cioè il valore che divide a metà la popolazione;

 la media, cioè il valore che si ottiene sommando i valori di tutti gli individui della

 popolazione e dividendo poi la somma per il numero degli individui stessi.

Ovviamente esistono anche caratteri che non si distribuiscono normalmente. A titolo di

esempio, tra i caratteri di interesse zootecnico, possiamo citare l’ intervallo

parto-concepimento (cosi come l’intervallo parto-primo calore e l’intervallo

inter-parto), che presenta una distribuzione asimmetrica (non simmetrica). In questo

caso, ovviamente non esiste alcun asse di simmetria e moda, mediana e media non

coincidono, ma assumono valori differenti.

VARIABILITA’

La produzione zootecniche sono tutte dei caratteri quantitativi e come tali presentano

una variabilità fenotipica che è determinata dagli effetti dell’insieme di tutti i geni

(complesso poligenico) relativi al carattere in questione (variabilità genetica), dagli

effetti dei fattori ambientali che condizionano la manifestazione fenotipica del

carattere quantitativo (variabilità ambientale o variabilità para-tipica)e dell’effetto

dell’eventuale interazione tra il patrimonio ereditario e l’ ambiente di allevamento

(covarianza genotipo-ambiente).

La variabilità di una popolazione avente distribuzione normale può essere misurata

dalla devianza, dalla varianza e dalla deviazione standard. La devianza di una

distribuzione normale (Dev) di N dati è uguale alla sommatoria degli scarti quadratici

dei singoli dati (Xi) rispetto alla media (X), cioè:

(i) 2

La varianza di una distribuzione normale (indicata con i simboli V o Var o σ ) si chiama

anche scarto quadratico medio ed è uguale alla devianza divisa per il numero di gradi

di libertà (N – 1), cioè:

(ii)

La deviazione standard di una distribuzione normale (indicata con i simboli d.s. o σ)

rappresenta la distanza tra la media (asse di simmetria) e i punti di flesso della curva

ed è uguale alla radice quadrata della varianza, cioè:

(iii)

I gradi di libertà di un parametro esprimono il numero di informazioni indipendenti che

sono state utilizzate per calcolarlo.

VARIABILITA’ GENETICA

I singoli geni del complesso poligenico ad effetto additivo possono risentire anche di

effetti di dominanza-recessione. La deviazione di dominanza e interazione

costituiscono gli effetti genici non additivi, che sono importanti soprattutto per i

caratteri quantitativi che interessano l’efficienza riproduttiva e le caratteristiche vitali

degli animali.

VARIABILITA’ AMBIENTALE

Oltre ai fattori genici, anche l’ambiente influenza fortemente l’espressione fenotipica

dei caratteri quantitativi. I più importanti che, ad esempio, influenzano la quantità di

latte prodotto sono l’età della vacca, il periodo stagionale in cui si verifica il parto e il

regime alimentare. Inoltre esiste tutta una serie di fattori ambientali conseguenti a

cambiamenti climatici, alle condizioni di allevamento e alle tecniche di mungitura. I

fattori ambientali possono essere distinti in fattori ambientali comuni quando

interessano allo stesso modo un gruppo di animali e in fattori ambientali individuali

quando interessano differenziata gli animali di uno stesso gruppo. Inoltre si possono

distinguere fattori ambientali permanenti , che influenzano in maniera costante tutta

la carriera di un animale, e fattori ambientali temporanei, che invece interessano solo

un periodo più o meno limitato di tempo. Infine, nell’ambito dei fattori ambientali

vengono inclusi anche tutti gli errori di misurazione, valutazione, trascrizione,

elaborazione, ecc.

COVARIANZA GENOTIPO-AMBIENTE

Oltre all’effetto indipendente e additivo dei fattori genici e di quelli ambientali bisogna

anche considerare la possibilità di interazioni genotipo-ambiente, cioè che l’effetto di

un determinato genotipo sia diverso da ambiente ad ambiente o che l’effetto di un

fattore ambientale sia diverso su animali di genotipo differente. Una misura

dell’interazione esistente tra due caratteri a distribuzione normale misurati sugli stessi

individui di una popolazione è data dalla codevianza, dalla covarianza, dal coefficiente

di correlazione, dal coefficiente di determinazione e dal coefficiente di regressione.

La codevianza (Codev) è uguale alla sommatoria dei coscarti (prodotto dello scarto

della variabile X per lo scarto della variabile Y di ciascun individuo), e cioè:

(i)

La covarianza (COV) è uguale alla codevianza diviso per i gradi di libertà delle

osservazioni(N – 1), cioè:

(ii)

Il coefficiente di correlazione (r) è uguale al rapporto tra la cavarianza e il prodotto

delle deviazioni standard delle due variabili, e cioè:

(iii) 2

Il coefficiente di determinazione (r ) è uguale al quadrato del coefficiente di

2XY

correlazione (mentre r indica il rapporto tra la misura delle due variabili, r indica il

XY

rapporto tra le variabilità), e cioè:

(iv)

Il coefficiente di regressione b misura l’entità della variazione del primo al variare del

X/Y

secondo, e cioè:

(v)

VARIABILITA’ FENOTIPICA

Mentre la media della popolazione dipende quindi dalla costante μ (fenotipo medio di

popolazione) e non dai singoli fattori di variazione, la variabilità complessiva della

produzione di latte nella popolazione (VP 0 varianza fenotipica) non dipende dalla

media generale (che essendo una costante ha varianza uguale a zero), ma,

ovviamente, dai fattori di variazione.

EREDITABILITA’

I fattori ereditari e quelli ambientali influenzano in modo diverso i singoli caratteri

attitudinali. E’ noto che la produzione di latte di una vacca varia da una lattazione

all’altra molto di più che non la percentuale di grasso. Se assumiamo che non

esistano, o comunque non siano rilevanti, eventuali interazioni tra il genotipo e

l’ambiente come due forze indipendenti l’una dall’altra, ciascuna delle quali agisce

sull’animale e ne condiziona il fenotipo. Possiamo rappresentare il genotipo e

l’ambiente come due vettori ortogonali (l’angolo di 90° indica che le due forze sono

indipendenti in quanto la proiezione dell’una sull’altra è uguale a zero). Il fenotipo

invece è il vettore risultante delle due forze applicate all’animale e, avendo una

lunghezza pari all’ipotenusa di un triangolo rettangolo avente per cateti il genotipo e

2 2

l’ambiente, può essere calcolato come: FENOTIPO (P) = √genotipo (G) + ambiente

(A)

L’incidenza degli effetti genetici sul fenotipo relativo ad un carattere quantitativo è

chiamata “coefficiente di ereditabilità” del carattere ed è generalmente indicata con il

2

simbolo h . Il suo valore, è pari al rapporto, espresso in valore assoluto o in 2

percentuale, tra l’effetto del genotipo sul fenotipo (G) ed il fenotipo stesso (P): h =

G/P

Il coefficiente di ereditabilità, essendo un rapporto tra variabili caratterizzate dalla

stessa unità di misura, è un numero puro (non ha unità di misura) e può assumere

valori compresi tra 0, nel caso in cui il fenotipo del carattere non dipenda dai fattori

genetici ma solamente da quelli ambientali, e 1, nel caso, al contrario, in cui il

carattere dipenda solamente dai fattori genetici; L’ereditabilità è un valore misurabile

quantitativamente ed è pertanto riferibile solamente a caratteri quantitativi. Nel caso

dei caratteri qualitativi a comportamento mendeliano il fenotipo dipende solo e

unicamente dal genotipo dell’animale ed il carattere è quindi ereditato. Quindi mentre

il termine ereditabilità è riferito ai caratteri quantitativi, il termine eredità è utilizzato

per i caratteri qualitativi. Il coefficiente di ereditabilità è il rapporto tra l’effetto

2

genetico additivo e il fenotipo (h = G /P). Infatti, in precedenza abbiamo rilevato come

A

la componente genetica additiva è ereditata dai genitori ed è trasmissibile ai figli (è

cioè ereditabile), mentre le componenti genetiche non additive (effetti di dominanza e

di interazione) dipendono da specifiche combinazioni genetiche, influenzano il

fenotipo, ma non sono ereditabili, così come non lo sono i fattori ambientali. Il

coefficiente di ereditabilità, può risultare piuttosto variabile anche per uno stesso

carattere in funzione della popolazione cui si riferisce e dal metodo di calcolo adottato.

Pertanto non è possibile fornire dei valori esatti di ereditabilità applicabili alle più

diverse situazioni, ma solo una classificazione orientativa dei caratteri produttivi a

seconda che, nella maggior parte dei casi, presentino ereditabilità bassa, media o alta.

Valore del coefficiente di ereditabilità di alcuni caratteri attitudinali:

BASSO < 0,1 (Fertilità)

MEDIO 0,1 – 0,4 (Quantità di latte, grasso e proteine)

ALTO > 0,4 (Percentuale di grasso del latte – Percentuale di latte prodotto – Resa al

macello)

RIPETIBILITA’

La reperibilità è un parametro che quantifica la somiglianza esistente fra fenotipi

diversi di uno stesso individuo (ad esempio le successive lattazioni di una vacca da

latte). Quindi la ripetibilità è il rapporto tra le componenti permanenti della varianza

fenotipica e la varianza fenotipica totale. Maggiore è la ripetibilità di un carattere e

minore sarà la variabilità dei fenotipi di animali diversi. La ripetibilità di un carattere

assume sempre valori superiori alla sua ereditabilità, dato che la ripetibilità contiene

l’ereditabilità.

CORRELAZIONI FENOTIPICHE E GENETICHE

Nel caso dei caratteri quantitativi, oltre allo studio del carattere in sé (variabilità,

ereditabilità, ripetibilità, ecc.) è essenziale studiare anche le relazioni che esso ha con

altri caratteri quantitativi di interesse zootecnico. La percentuale di grasso e la

percentuale di proteina del latte in una popolazione di vacche da latte possono

presentare una correlazione ambientale negativa quando si confrontino animali

allevati in stalle con differenti criteri di alimentazione, in quanto l’aumento

dell’incidenza dei mangimi concentrati nella razione causa generalmente una

diminuzione della percentuale di grasso (fino alla cosiddetta “sindrome del latte

magro”) e, al contrario, un aumento della percentuale di proteina nel latte.

SELEZIONE

Un programma di miglioramento genetico di una popolazione animale prevede le

seguenti fasi:

1) controllo del fenotipo di tutti gli animali della popolazione per il carattere o per i

caratteri considerati;

2) registrazione dei rapporti di parentela tra tutti gli individui;

3) valutazione genetica dei riproduttori e degli aspiranti riproduttori della

popolazione;

4) scelta di riproduttori o selezione dei soggetti da destinare alla riproduzione;

5) impiego dei riproduttori selezionati per la produzione della successiva

generazione;

CONTROLLI OGGETTIVI E VALUTAZIONI SOGGETTIVE

Le rilevazioni sul fenotipo degli animali sono sostanzialmente di due tipi:

a) i controlli oggettivi, cioè delle vere e proprie misurazioni del carattere con

l’impiego di uno strumento di misurazione ed espressione dei risultati come

rapporto con l’unità di misura;

b) le valutazioni soggettive, cioè delle stime di un carattere effettuate ad occhio da

un operatore senza l’impiego di strumenti di misurazione e con l’espressione dei

risultati secondo una scala di valori soggettiva.

Nel caso dei controlli oggettivi, il risultato non dipende dall’operatore che esegue la

misura, dipende semmai dagli strumenti di misurazione utilizzati. Nel caso delle

valutazioni soggettive, invece, l’operatore esercita sempre un’influenza notevole sui

risultati ottenuti. Tutti i caratteri quantitativi sono misurabili oggettivamente e allo

stesso modo possono essere valutati soggettivamente. Un esempio tipico di ciò è la

statura di un animale, che può essere misurata (utilizzando l’ippometro ed esprimendo

il risultato in centimetri) o valutata da un esperto di razza (non utilizzando nessuno

strumento). In generale si preferisce utilizzare la misurazione oggettiva per i caratteri

più importanti ed in particolare per quegli aspetti delle produzioni che è possibile

misurare sull’animale vivo, come: la quantità di latte, le percentuali di grasso e

proteina, la velocità di mungitura, l’intervallo parto-concepimento, l’accrescimento

giornaliero, l’indice di conversione, lo spessore del lardo dorsale (con gli ultrasuoni), la

produzione di lana, il peso delle uova, ecc. Si parla in questi casi di controlli funzionali

dell’attitudine produttiva degli animali. Oltre ai controlli funzionali vengono fatte

alcune misurazioni relative ai cosiddetti rilievi zoometrici, quali: l’altezza al garrese,

l’altezza al sacro, l’altezza del torace, la lunghezza del tronco, la lunghezza della

groppa, la larghezza della groppa (bis-iliaca, bitrocanterica e bis-ischiatica), la

circonferenza del torace, la circonferenza massima dell’addome, la circonferenza dello

stinco, la circonferenza dello scroto, il perimetro delle cosce, lo spessore della pelle,

ecc. La valutazione soggettiva più frequentemente utilizzata è la valutazione

morfologica, cioè una descrizione della conformazione dell’animale. La tecnica

attualmente più utilizzata dal punto di vista dell’elaborazione statistica dei dati è la

descrizione lineare. Con questa tecnica il valutatore “misura ad occhio” un carattere

che è direttamente misurabile con uno strumento. Un’altra modalità frequentemente

utilizzata è quella della valutazione di merito, in base alla quale il valutatore esprime

un giudizio sull’animale per il carattere in questione secondo una scala soggettiva che

va dall’espressione ottimale del carattere a quella più difettosa. Una terza tecnica di

valutazione morfologica è costituita dalla classificazione per codici, secondo la quale

un animale viene classificato attribuendo un determinato codice (ad esempio il

numero 1) se, per quel dato carattere, esso corrisponde alla conformazione ottimale,

mentre vengono attribuiti codici diversi (ad esempio il numero 2, 3, 4 o 5) se per quel

carattere l’animale presenta uno o più difetti di varia natura ed entità. La descrizione

lineare si avvicina ad una valutazione oggettiva che descrive e non giudica. Le

valutazioni soggettive da parte di un operatore vengono utilizzate anche per caratteri

funzionali e, per la stima in vivo dei caratteri misurabili solo dopo la macellazione

dell’animale, come la resa al macello, la conformazione della carcassa, lo stato di

ingrassamento, ecc. (valutazioni commerciali).

RAPPORTI DI PARENTELA

Con il termine parentela additiva si intende la proporzione dei geni identici per origine

in due individui diversi. Occorre distinguere tra individui che sono parenti in linea

diretta da altri che sono invece parenti collaterali. Nel caso di parenti in linea diretta la

parentela additiva rappresenta esattamente la proporzione di geni identici per origine

nei due individui. Ad esempio, la parentela additiva tra padre (P) e figlio (F) è pari a un

mezzo (a = 0,5 = 50%) in quanto un figlio eredita esattamente il 50% dei propri geni

PF

dal padre e l’altro 50% dalla madre; infatti un genitore trasmette un campione casuale

pari a metà dei propri geni (gamete) a ciascun figlio. Nel caso invece di parenti

collaterali (i quali non discendono l’uno dall’altro, ma hanno uno o più ascendenti

comuni) la parentela additiva rappresenta probabilmente la proporzione di geni

identici per origine nei due individui parenti. Ad esempio la parentela additiva tra due

mezzi fratelli (figli dello stesso padre e di due madri diverse) è pari a un quarto, due

mezzi fratelli hanno il 25% di geni identici per origine; Nel caso di parenti collaterali

con un solo ascendente (A) comune, la parentela additiva è pari a:

a = 0,5 (n + n )

XY XA YA

dove n e n rappresentano, rispettivamente, il numero di generazioni che dividono i

XA YA

collaterali X e Y dall’ascendete comune A. Il termine parentela additiva sostituisce il

fatto che si considera la somma dell’effetto dei singoli geni indipendentemente da

specifiche combinazioni tra gli stessi. In tal modo si considera in toto o quasi il valore

genetico degli individui per quei caratteri, come quelli di maggiore interesse

zootecnico (produzione di latte, di carne, ecc.), che sono l’espressione quantitativa di

un complesso poligenico ad azione additiva. Poiché alcuni caratteri di rilevante

interesse zootecnico (fertilità, vitalità, longevità, ecc.) sono influenzati in misura più o

meno rilevante da fattori genetici non additivi (dominanza, epistasi, interazione), può

essere importante stabilire anche il concetto di parentela non additiva (o parentela di

dominanza): in questo caso interessa stabilire non tanto la proporzione dei geni

identici per origine nei due individui.

VALUTAZIONE GENETICA DEGLI ANIMALI

Il valore genetico di un individuo può essere stimato sulla base del fenotipo o dei

fenotipi:

• dell’individuo stesso;

• dei suoi ascendenti ;

• dei suoi collaterali;

• dei suoi discendenti;

Nel miglioramento genetico di una popolazione animale un individuo non interessa

tanto per il proprio fenotipo (cioè come produttore), ma per il fenotipo dei suoi

discendenti (cioè come riproduttore), e pertanto l’interesse dei genetisti è di solito

rivolto alla stima del valore genetico generale dei riproduttori.

VALORE GENETICO IN BASE AL FENOTIPO DELL’INDIVIDUO (performance test)

Il valore genetico dell’individuo è solamente una delle componenti che influenzano il

fenotipo dell’animale e l’importanza di questa componente dipende dal coefficiente di

2

ereditabilità (h ) del carattere in quella popolazione. Tenendo conto di ciò, il valore

genetico di un individuo X può essere stimato (VGS ) nel modo seguente:

X

2

VGS = h (P – P)

X X

Il valore genetico stimato di un individuo è quindi pari ad una frazione della propria

deviazione fenotipica (P – P = fenotipo dell’individuo X meno il fenotipo medio del

X

gruppo di appartenenza), pari al coefficiente di ereditabilità (che infatti rappresenta

l’effetto del genotipo additivo sul fenotipo dell’animale). Il valore genetico stimato è

solamente il più probabile fra gli infiniti valori che noi possiamo attribuire al valore

genetico reale dell’animale, che non possiamo conoscere con esattezza.

Una tecnica efficace di riduzione della varianza fenotipica consiste nell’effettuare la

prova delle prestazioni individuali o performance test. Con questa tecnica vengono

comparati in contemporanea animali il più possibile omogenei per età, peso e

condizioni nutrizionali. I soggetti vengono riuniti in una stazione di controllo o centro

genico dove vengono sottoposti ad un periodo di adattamento e quindi alla fase di

prova vera e propria.

La prova di performance è una tecnica di valutazione genetica degli animali

relativamente veloce, economica ed efficiente e si adatta a tutti i caratteri che

soddisfano le seguenti condizioni:

a) abbiano un’ereditabilità medio-alta;

b) manifestino il fenotipo sugli animali del sesso, generalmente quello maschile,

sottoposto a controllo (ad esempio la produzione del latte è presente solo nelle

femmine e non può essere controllata nei maschi);

c) manifestino il fenotipo sull’animale vivo o comunque ad un’età compatibile con

la successiva destinazione degli animali scelti alla riproduzione (ad esempio la

valutazione della resa al macello richiede l’abbattimento dell’animale che,

qualora risultasse positivo, non potrà più essere impiegato per la produzione,

mentre la valutazione della longevità richiede che l’animale muoia o raggiunga

un’età avanzata, non più pienamente compatibile con l’età riproduttiva).

VALORE GENETICO STIMATO IN BASE AL FENOTIPO DEGLI ASCENDENTI (indice

pedigree)

Il valore genetico di un individuo, stimato sulla base del fenotipo di uno o più

ascendenti è generalmente chiamato indice pedigree in quanto utilizza i dati riportati

nel certificato genealogico (pedigree) di un individuo. I passi logici che si compiono

nella stima dell’indice pedigree di un animale sono i seguenti:

a) utilizzazione del fenotipo dell’ascendente per la stima del valore genetico

dell’ascendente (ereditabilità del carattere);

b) calcolo del rapporto di parentela tra l’ascendente e l’individuo (correlazione

genetica fra i due animali);

c) verifica dell’additività (indipendenza) delle informazioni fornite dai vari

ascendenti quando questi sono più di uno.

Il valore genetico di un ascendente, oltre che sulla base del suo fenotipo, può essere

stimato sulla base del fenotipo dei suoi ascendenti o dei suoi collaterali, o dei suoi

discendenti o con metodi misti.

VALORE GENETICO STIMATO IN BASE AL FENOTIPO DEI COLLATERALI (sib-test)

I collaterali di un individuo sono i discendenti dei suoi ascendenti (parenti in linea

collaterale), come i fratelli, gli zii, i nipoti, ecc.

Poiché un individuo non è legato ai suoi collaterali in linea diretta, i dati fenotipici dei

collaterali non servono tanto ad una valutazione diretta di un individuo, quanto a

quella dei suoi ascendenti e, solo tramite questi, dell’individuo stesso (valutazione

indiretta). Ad esempio le mezze sorelle paterne di una vacca da latte servono a

valutare il padre della stessa (prova di progenie) ed il valore genetico stimato del

padre viene poi utilizzato per stimare quello della bovina in questione.

Una tecnica particolare di valutazione genetica di un individuo che utilizza il fenotipo

dei suoi collaterali è il sub-test o prova dei fratelli. Questa valutazione viene

generalmente condotta con procedure simili a quelle delle prove di performance, ma,

invece che effettuarsi sull’individuo oggetto di valutazione, si applica a due o più

fratelli pieni e/o sorelle piene. Il sub-test presenta i seguenti vantaggi rispetto al

performance test:

a) non richiede la presenza fisica dell’animale oggetto di valutazione presso la

stazione di controllo o il centro genetico;

b) può essere effettuato in fratelli pieni di sesso diverso da quello dell’individuo da

valutare, del quale si può quindi stimare il valore genetico anche per caratteri

che non si manifestano fenotipicamente nello stesso;

c) può prevedere anche la macellazione dei fratelli pieni e quindi la valutazione

dell’individuo vivente per caratteri rilevabili solo post mortem;

Il sib-test viene condotto sulle specie ad elevata prolificità ed in particolare sui suini.

VALORE GENETICO STIMATO IN BASE AL FENOTIPO DEL DISCENDENTI (progeny test)

Un figlio rappresenta un campione casuale del 50% dei geni paterni e del 50% dei geni

materni. Il fenotipo (o i fenotipi ripetuti) di un figlio permette quindi di stimare il valore

genetico dei suoi genitori ed il peso da dare alla deviazione fenotipica e l’accuratezza

della stima sono ovviamente uguali a quelli della stima del valore genetico di un

individuo in base al fenotipo di un genitore. Se invece di disporre un solo figlio si può

rilevare la deviazione fenotipica media di un gruppo numeroso di figli di una coppia di

genitori, l’accuratezza della stima del valore genetico dei genitori ovviamente

aumenta. I mezzi fratelli non presentano infatti alcuna parentela non additiva ed il

contributo genetico dei partner. La prova di progenie, pertanto, rappresenta l’unico

metodo di valutazione dei riproduttori che fornisce una stima del valore genetico

generale dell’individuo. La conoscenza della deviazione fenotipica di un figlio è una

buona fonte di informazioni genetiche per la valutazione non solo del suo genitore ma

anche dei suoi mezzi fratelli. E’ evidente che, in teoria, solo un numero infinito di figli è

in grado di permettere la completa conoscenza del genotipo del genitore. Con numeri

più ridotti di figli, l’accuratezza è funzione dell’ereditabilità del carattere, oltre che del

numero di figli.

VALORE GENETICO STIMATO IN BASE AL FENOTIPO DI CATEGORIE DIVERSE (combined

test)

E’ evidente che nella valutazione genetica di un individuo possono essere utilizzate

contemporaneamente anche fonti diverse di informazioni fenotipiche appartenenti

all’individuo stesso e/o ai suoi ascendenti e/o ai suoi collaterali e/o ai suoi discendenti.

Un caso tipico è quello dell’indice genetico vacca (I.G.V.). Una delle procedure miste

più utilizzate è la prova combinata o combined test. Il combined test è dato

dall’effettuazione congiunta di un performance test e di un sib-test presso una

stazione di controllo o un centro genetico. Con questa tecnica si controllano

contemporaneamente l’individuo da valutare geneticamente e due o più fratelli pieni

dello stesso sesso o di sesso diverso. Al termine della prova i fratelli pieni possono

essere macellati per la valutazione delle caratteristiche post mortem.

VALORE GENETICO STIMATO IN BASE A TUTTI I FENOTIPI DISPONIBILI (animal model)

Il modello di stima del valore genetico di un individuo più complesso, più corretto e più

accurato oggi disponibile è il modello animale o, in inglese, animal model, calcolato

con procedura BLUP (Best Linear Unbiased Prediction). Questo metodo si basa su tre

principi:

1) stima contemporaneamente il valore genetico di tutti gli individui della

popolazione, sia maschi che femmine, sia che abbiano oppure meno

manifestazioni fenotipiche controllate;

2) utilizza contemporaneamente i dati fenotipici di tutti gli animali controllati della

popolazione (anche quelli morti o eliminati controllati precedentemente);

3) utilizza la matrice di coefficienti di parentela fra tutti gli animali della

popolazione;

PROGRESSO GENETICO

Il progresso genetico di una popolazione per un carattere quantitativo dipende

sostanzialmente dalla scelta dei riproduttori e dal loro impiego. La scelta dei

riproduttori è la selezione.

SELEZIONE DIRETTA

La selezione diretta è quella tecnica di miglioramento genetico di una popolazione per

la quale la scelta dei riproduttori viene fatta in base al loro valore genetico generale

stimato per un carattere (mezzo di selezione), che coincide con il carattere da

migliorare (obiettivo di selezione). Il processo genetico che si ottiene da una

generazione alla successiva è uguale alla differenza tra il valore genetico medio dei

riproduttori selezionati e il valore genetico medio della popolazione della quale sono

stati scelti.

SELEZIONE INDIRETTA

Si definisce come selezione indiretta quella tecnica di miglioramento genetico per la

quale non si procede al controllo diretto del fenotipo che è l’obiettivo della selezione,

ma si controlla il fenotipo di un altro carattere ad esso correlato, che diventa lo

strumento della selezione.

CONSANGUINEITA’ E INCROCIO

A differenza della selezione, la consanguineità e l’incrocio sono metodi di riproduzione

nei quali i riproduttori non vengono scelti e accoppiati sulla base del proprio fenotipo o

del proprio valore genetico, ma sulla base del rapporto di parentela che essi hanno con

il partner.

CONSANGUINEITA’

Se due individui parenti si accoppiano e generano un figlio, quest’ultimo potrà

ereditare, due alleli identici per origine, derivati, attraverso i due genitori parenti,

dall’ascendente comune. Si dice che l’individuo è consanguineo essendo stato

generato da due genitori parenti (che hanno lo stesso sangue).

COEFFICIENTE DI CONSANGUINEITA’

Si definisce come coefficiente di consanguineità la probabilità che entrambi i geni di

un determinato locus siano identici per origine. Mentre la parentela si riferisce sempre

a due individui X e Y, il coefficiente di consanguineità si riferisce invece sempre ad un

solo individuo. Si dice quindi che due soggetti sono parenti quando uno è discendente

dell’altro e/o quando entrambi discendono da uno o più ascendenti comuni; si dice

invece che un individuo è consanguineo quando è concepito da due genitori che sono

tra loro parenti. La consanguineità fa aumentare nei figli il grado di omozigosi di geni

identici per origine. Questa tecnica di riproduzione fa aumentare negli individui

consanguinei la proporzione di geni derivati dall’antenato o dagli antenati comuni dei

genitori. Queste caratteristiche determinano un aumento della somiglianza genetica, e

quindi della parentela additiva, di un individuo consanguineo.

SPECIE, RAZZE, CEPPI, LINEE E FAMIGLIE

L’evoluzione naturale, ha dato origine alle diverse specie, ma all’interno di queste, si

sono venute differenziando delle sottopopolazioni costituite da sottospecie, razze e

ceppi. Gli individui di una sottopopolazione sono caratterizzati da una maggior

somiglianza genetica tra di loro e da una minor somiglianza genetica con gli individui

di un’altra sottopopolazione. Una sottopopolazione può essere identificata anche su

una precisa base genealogica ed in tal caso si parla di linea, quando si raggruppano

tutti i discendenti di un antenato comune, o di famiglia, quando si considerano tutti i

discendenti di una coppia di ascendenti comuni. Gli accoppiamenti fra individui della

stessa linea o famiglia sono accoppiamenti fra individui che hanno un coefficiente di

parentela superiore a quello medio della popolazione e porteranno alla nascita di

individui aventi un coefficiente di consanguineità superiore a quello medio di

popolazione. Tale tecnica di riproduzione è chiamata consanguineità e comporta una

diminuzione del grado medio di eterozigosi (la condizione genetica di una cellula o di

un organismo costituita dalla presenza di una coppia di alleli diversi per un dato gene,

gli alleli occupano gli stessi loci sui cromosomi omologhi corrispondenti), che è tanto

più rapida quanto più stresso è il coefficiente di parentela degli individui che vengono

accoppiati.

DEPRESSIONE DA CONSANGUINEITA’

La consanguineità prolungata induce due manifestazioni di carattere genetico:

a) la fissazione progressiva negli individui consanguinei di alleli presenti

nell’ascendente/i comune/i;

b) la graduale riduzione del fenotipo degli effetti dovuti ai fenomeni di dominanza

tra geni;

La consanguineità consente di valutare meglio il valore genetico additivo degli

individui, è da rilevare tuttavia che, allo stesso modo, possono manifestare

pienamente il loro effetto geni recessivi ad azione letale, subletale, patogenica e/o di

riduzione della fecondità. Poiché ogni specie animale di interesse zootecnico presenta

diverse decine di geni recessivi ad azione letale, subletale, patogenica o riducente la

fertilità, con la consanguineità si verifica un aumento medio della loro azione e tale

fenomeno viene generalmente invocato come la causa più importante per spiegare la

depressione da consanguineità che sempre si verifica quando aumenta il coefficiente

di consanguineità di una popolazione. La depressione da consanguineità comporta

soprattutto un aumento della mortalità e della morbilità ed una diminuzione della

rusticità, della fecondità e della longevità degli animali. La depressione da

consanguineità influenza negativamente soprattutto i caratteri a più bassa

ereditabilità. La depressione da consanguineità è tanto maggiore quanto più elevato è

il coefficiente di consanguineità medio della popolazione.

INCROCIO

Mentre la consanguineità consiste nell’accoppiamento di individui aventi un

coefficiente di parentela superiore a quello medio della popolazione, l’incrocio

rappresenta il sistema di riproduzione opposto e consiste nell’accoppiare animali

aventi un coefficiente di parentela inferiore alla media. Se la consanguineità aumenta

le differenze tra le popolazioni che si vengono a creare e diminuisce il livello di

eterozigosi all’interno delle stesse, l’incrocio tende invece a ridurre le differenze tra le

diverse popolazioni e ad aumentare nel contempo il livello di eterozigosi medio degli

individui.

SCHEMI DI INCROCIO

Negli schemi di incrocio i genotipi parentali vengono generalmente indicati riportando

le sigle delle rispettive popolazioni, cominciando da quella paterna e seguendo con

quella materna (es. A x B). Nelle specie di interesse zootecnico, per le quali i maschi

presentano una efficienza riproduttiva superiore a quella delle femmine, generalmente

la popolazione paterna è definita “incrociante” e quella materna “incrociata”. Nella

pratica vengono utilizzati numerosi schemi di incrocio e in particolare:

a) incrocio a due vie, o incrocio in prima generazione, o incrocio industriale (A x B):

è lo schema più semplice, e forse più usato, con il quale si devono mantenere le

due popolazioni parentali A e B in purezza, mentre tutti i soggetti meticci AB

vengono destinati allo sfruttamento produttivo ma non alla produzione della

rimonta;

b) incrocio continuato (A x AB): quando gli individui meticci di prima generazioni

vengono accoppiati con soggetti della popolazione incrociante e gli individui

meticci di seconda generazioni, 75% A e 25% B, vengono destinati allo

sfruttamento produttivo e non alla rimonta;

c) incrocio di ritorno (B x AB), B x (B x AB), ecc.: quando individui meticci vengono

accoppiati con soggetti della popolazione incrociata per una o più generazioni,

anche fino all’eliminazione completa dei geni della popolazione incrociante;

d) incrocio a tre vie C x (A x B): quando individui meticci di prima generazione AB

vengono accoppiati a soggetti puri di una terza popolazione C formando

individui di seconda generazione – 25%A, 25% B, 50% C – destinati allo

sfruttamento produttivo e non alla produzione della rimonta;

e) incrocio a quattro vie o incrocio di seconda generazione (A x B) x (C x D):

quando tanto i maschi che le femmine sono meticci di prima generazione

ottenuti da quattro popolazioni grand-parentali diverse accoppiate a due a due

per fornire i genitori dei meticci finali di seconda generazione – 25% A, 25% B,

25% C, 25% D – destinati allo sfruttamento produttivo e non alla produzione

della rimonta;

f) ibridazione interspecifica (W x Z): quando un maschio della specie W viene

accoppiato ad una femmina della specie Z; l’individuo WZ ottenuto non è un

meticcio ma un ibrido in quanto, essendo stato generato da individui di specie

diversa, esso non sarà illimitatamente fecondo;

Ciascuno degli schemi di incrocio prima elencati può essere definito come incrocio

interraziale, quando si utilizzano in partenza individui di razze diverse, o come incrocio

intrarazziale, quando invece si utilizzano ceppi, linee o famiglie appartenenti alla

stessa razza.

ETEROSI

L’incrocio tra famiglie consente di riaumentare il livello medio di eterozigosi e quindi di

eliminare gli effetti negativi della consanguineità. Ma anche quando è praticato tra

linee, ceppi o razze non consanguinee l’incrocio determina un miglioramento di

numerosi parametri produttivi e vitali, attribuibile ad un fenomeno, l’eterosi, opposto

alla depressione da consanguineità. Anche l’eterosi, come la depressione da

consanguineità, è attribuibile a fattori genetici non additivi. Oltre alle teorie sugli

effetti della dominanza e della mancata espressione dei geni ad azione dannosa, per

spiegare l’effetto dell’eterosi vengono addotte anche altre teorie, secondo le quali una

maggior “ricchezza” di geni sarebbe responsabile di una stimolazione dell’attività

metabolica dell’individuo e/o di una più ampia gamma di possibilità di reazione agli

stressori ambientali. Anche l’eterosi interessa prevalentemente caratteri a bassa

ereditabilità ed in particolare quelli connessi con la rusticità e l’efficienza riproduttiva

degli animali. Per tale motivo, oltre a sfruttare l’eterosi a livello degli animali destinati

alla produzione, appare altrettanto se non più importante sfruttare l’eterosi a livello

parentale, e specialmente a livello materno, dato che nelle specie di interesse

zootecnico il sesso femminile è caratterizzato da una minore efficienza riproduttiva.

Variazione dell’eterozigosi media della progenie in funzione al coefficiente di parentela

dei genitori nei più comuni sistemi di riproduzione. (Grafico pag. 136)

OBIETTIVI DELL’INCROCIO

Gli obiettivi principali per i quali si pratica l’incrocio sono:

a) ottenere caratteristiche intermedie fra le due razze;

b) incorporare l’effetto della selezione;

c) sfruttare l’eterosi, per sfruttare l’aumento dell’efficienza riproduttiva

d) sfruttare la complementarietà dei caratteri, come nel caso degli allevatori di

pecore di popolazioni autoctone che, per migliorare la produttività numerica,

ricorrono all’incrocio con arieti appartenenti alle razze prolifiche nordeuropee,

combinando una rusticità pari o quasi a quella della razza locale ed una

prolificità notevolmente più elevata;

Poiché, spesso, gli obiettivi dell’allevatore possono essere più di uno e vista la

molteplicità delle alternative disponibili, la scelta del tipo ottimale di incrocio può

presentare non poche difficoltà. APPUNTI

Sistema zootecnico. È un insieme di animali che devono produrre.

Biodiversità: è la variabilità delle specie viventi, questo porterà all’adattamento delle

specie al cambiamento delle condizioni climatiche.

Poligastrici: ruminanti (bovini, ovini e caprini). presentano lo stomaco composto da

quattro diverse sacche: rumine, reticolo, omaso ed abomaso (che è l'equivalente dello

stomaco dei monogastrici in quanto l'unico dotato di mucosa gastrica).

Monogastrici: (maiale).

Monogastrici particolari: (coniglio e cavallo).

Differenza tra naturale e culturale: naturale quando le cose avvengono per natura;

culturale quando avviene per l’intervento dell’uomo.

Fattore Ulisse: è un fattore del DNA che porta a rari individuo di accoppiarsi con

individui lontani dal loro habitat per non portare alla consanguineità.

Omeostasi: uguale equilibrio.

Bovina indiana: è naturale perché il suo metabolismo è in equilibrio. Tutti i bovini

italiani cono colturali: (avviene l’intervento dell’uomo) e il loro metabolismo non è in

equilibrio.

Ereditarietà: genetica di qualità.

Ereditario: è quello che si prevede.

Ereditabile: è un carattere che si manifesta in discendenza in percentuale (genetica di

quantità).

Tutto ciò che è legato ai geni è di natura genetica, tutto ciò che non lo è, è di natura

ambientale.

Aspetto trofico: aspetto legato all’alimentazione.

ANOMALIE EREDITARIE

Fattori sub-letali: paresi, cecità, brachignotismo (mandibola piccola), nanismo,

 polidattilia (più dita), criptorchiolismo (testicoli che non scendono – si è sterili),

albinismo.

Fattori letali: atricosi (non regola temperatura interna - esterna), agnatia (senza

 mandibola), anchilosi(arti paralizzati), idrocefalo (testa grande), atassia

(incapacità di muoversi).

Mutazioni: (puntiformi). È fonte di variabilità: - positiva (evoluzione); -negativa

 (morte).

CRONOGENETICA (o genetica del tempo biologico)

La cronogenetica si poggia su tre concetti base:

Il gene possiede una dimensione temporale;

 La variabilità fenotipica è quali-quantitativa, ma anche temporale;

 Il tempo del gene è carattere ereditario.

Fattori di stabilità del gene:

Sinonimia o stabilità molecolare;

 Ridondanza o stabilità da ripetizione della informazione;

 Repair o stabilità di riparazione.

Informazione genica (ha tre aspetti):

Quali-quantitativo;

 Stabilità;

 Durata.

Stress:

Distress (negativo);

 Eustress (positivo).

I geni sono attivati anche dagli stressori, cioè induzioni ambientali che possono essere

positivi o negativi.

Tipi di bovine:

Manzetta. Bovina ancora non fecondata.

Manza. Bovina fecondata (fino al sesto mese di gravidanza).

Giovenca. Bovina prossima al parto.

BOVINI DA LATTE

IL LATTE BOVINO

COMPOSIZIONE CHIMICA E VALORE NUTRITIVO

Il latte è il secreto delle ghiandole mammarie che viene prodotto dalle femmine di

tutte le specie appartenenti alla classe dei mammiferi. La secrezione mammaria inizia

con il parto ed è destinata ad essere l’unico alimento dei mammiferi neonati. Il latte è

composto principalmente di acqua, zuccheri, lipidi, proteine e minerali. Il suo valore

nutritivo è ovviamente determinato dal contenuto di sostanza secca e non da quello di

acqua. Le proteine e i lipidi presentano una notevole variabilità. Essi sono più

concentrati nel latte delle specie che allattano i figli una sola volta al giorno (conigli)

che non in quello delle femmine che allattano i redi decine di volte al giorno (ruminanti

ed equini). Il rapporto tra proteine e energia riflette quello fra fabbisogni di

accrescimento e di mantenimento del neonato. La digeribilità del latte è sempre molto

elevata per tutti i principi nutritivi, superando in ogni caso il 90%. Il contenuto

energetico del latte dipende dal suo tenore lipidico. Nel caso della specie bovina il

grasso costituisce da solo quasi la metà del valore nutritivo del latte, mentre lattosio e

proteine apportano il resto dell’energia. Il latte bovino è un prodotto a composizione

costante, ma presenta una considerevole variabilità. I maggior fattori di variabilità

della composizione chimica sono rappresentati dalla razza bovina, dallo stadio della

lattazione, dall’orario e dalla modalità di mungitura, dalle condizioni

climatico-ambientali e dal regime alimentare. Analizzando la composizione chimica del

latte bovino si può rilevare che i lipidi sono costituiti soprattutto da trigliceridi e da

sostanze liposolubili che svolgono però ruoli metabolici molto importanti: i fosfolipidi,

le vitamine liposolubili (A, D, E,K) e gli steroli. Dal residuo secco magro del latte il

componente quantitativamente più importante è il lattosio. Il lattosio è uno zucchero,

e per la precisione un disaccaride, composto da una molecola di glucosio e una di

galattosio. La sua finalità alimentare è unicamente quella di apportare energia

altamente digeribile e prontamente utilizzabile dall’organismo animale o umano per il

soddisfacimento dei propri fabbisogni, specie di mantenimento. In taluni individui, esso

può dare fenomeni di intolleranza alimentare se consumato in quantità elevate. Le

sostanze azotate sono composte soprattutto da proteine vere e proprie e da modeste

quantità azotate non proteiche fra le quali l’urea, l’ammoniaca e amminoacidi. Le

proteine rappresentano sicuramente il componente di maggior valore, sia nutrizionale

che economico del latte. Il valore biologico delle proteine del latte e dei suoi derivati è

secondo solamente a quello delle proteine dell’uovo nella scala degli alimenti proteici.

Le proteine del latte possono essere divise in due grandi gruppi: le caseine e le

proteine del siero. Le caseine sono così chiamate perché rappresentano quelle

sostanze che durante i processi di caseificazione danno origine, assieme al grasso, al

formaggio. Si distinguono vari tipi di caseine: le principali sono la α -caseina, la

S1

β-caseina e la k-caseina. Di ogni tipo di caseina sono state inoltre identificate due o

più varianti genetiche. Le più importanti sono le varianti A e B della k-caseina. Le

vacche, quindi, possono essere ripartite fenotipicamente in tre gruppi: quelle della

kAA, che producono latte con k-caseina A, quelle kBB che producono latte con

k-caseina B, e quelle eterozigoti kAB che producono latte sia con k-caseina A che B. Le

sieroproteine sono così chiamate perché durante dalla caseificazione non vanno a

costituire il formaggio ma restano in dispersione nel siero (o latticello), cioè nel residuo

liquido che si ottiene dalla produzione del formaggio. Le due più importanti sono la

β-lattoglobulina e la sieroalbumina, anch’esse caratterizzate da varianti genetiche

specifiche che, specie nel caso della β-lattoglobulina, influenzano significativamente le

proprietà tecnologiche del latte. Anche gli enzimi sono proteine che, pur presenti nel

latte in quantità ridottissima, sono caratterizzate da attività biologiche molteplici e

importanti che condizionano la produzione e la maturazione dei formaggi. Gli elementi

minerali, legati alle proteine, sono importanti tanto per la nutrizione umana che

animale. In particolare il calcio esercita un ruolo fondamentale nella crescita. L’unico

elemento minerale piuttosto carente nel latte di quasi tutte le specie è il ferro, tanto

che, per evitare la comparsa di forme di anemia, sia i bambini, che i vitelli, che i

suinetti lattanti devono ricevere opportune integrazioni di questo metallo.

DESTINAZIONE, USO E TRASFORMAZIONE

Il latte bovino può avere varie destinazioni, la principale destinazione è fra latte

destinato all’alimentazione animale, e quello destinato all’alimentazione umana

(modeste quantità hanno destinazioni industriali non alimentari).

La principale utilizzazione del latte per l’alimentazione animale è data

dall’allattamento diretto di vitelli da parte delle loro madri. Una quantità inferiore è

data dal latte munto e somministrato ai rispettivi vitelli per un periodo variante da

pochi giorni (scolostramento) fino anche allo svezzamento. Un’altra forma d’impiego

del latte vaccino in alimentazione animale è data dalla fabbricazione di sostitutivi del

latte in polvere per i vitelli, agnelli e capretti. Ancora una forma di utilizzazione del

latte nell’alimentazione animale è data dall’inclusione del latte magro in polvere e/o

del siero di latte in polvere in mangimi “prestarter” e “starter” destinati

all’alimentazione dei suinetti. Infine, i suini sono grossi utilizzatori di quel

sottoprodotto inquinante e difficilmente smaltibile che è il siero di latte residuo dei

processi di caseificazione.

La gran parte del latte bovino prodotto è ovviamente destinata all’alimentazione

umana. Ciò può avvenire mediante l’autoconsumo da parte dell’allevatore e della sua

famiglia o tramite la vendita diretta del latte o dei suoi derivati. La maggior parte del

latte viene tuttavia raccolta e sottoposta a vari trattamenti tecnologici da parte delle

latterie e dei caseifici.

Ai fini del consumo diretto come latte, il prodotto, oltre all’omogeneizzazione (riduce le

dimensioni dei globuli di grasso e quindi l’affioramento della crema) subisce

generalmente un trattamento termico che ne aumenta la conservabilità e riduce i

rischi di tipo sanitario: la pastorizzazione infatti elimina i germi patogeni che possono

essere presenti nel latte, mentre la sterilizzazione elimina tutti i microrganismi

presenti e permette quindi una lunga conservabilità del latte. Il latte può essere anche

essere sottoposto a scrematura parziale o totale ottenendo così da un lato un latte

parzialmente scemato e il latte scremato e dall’altro la crema da cui possono essere

ottenuti la panna e il burro. Il latte può essere sottoposto anche a una disidratazione

parziale (latte condensato e latte condensato e zucchero) o intera (latte in polvere).

La caseificazione rappresenta il processo di trasformazione del latte più importante

sotto il profilo economico, dato che interessa, in Italia, quasi i due terzi di tutto il latte

bovino raccolto e destinato al consumo umano e trasformato in formaggio. In Italia

esiste un’antichissima tradizione casearia grazie alla quale la produzione si è

diversificata e arricchita di centinaia di formaggi tipici delle varie zone di origine, basta

ricordare i formaggi a lunga maturazione prodotti nella pianura padana e nelle vallate

alpine, quali il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano e il Grana Trentino; i formaggi a

maturazione intermedia o variabile, i più diffusi sono il Fontina, il Taleggio, il Provolone,

il Gorgonzola, l’Asiago, il Montasio, il Latteria, le Scamorze e il Caciocavallo; tra i

formaggi freschi il Mascarpone e la Mozzarella (quest’ultima denominazione è

generalmente riservata a formaggi fatti con il latte di bufala per cui le imitazioni

prodotte a partire dal latte vaccino dovrebbero essere indicate come Fior di latte o

come Bocconcini o Trecce). Infine un prodotto caseario che non può essere definito un

formaggio, in quanto non prodotto a partire dal latte ma dal siero di latte per

precipitazione a caldo delle sieroproteine è la ricotta (costituita da latte e da proteine

del siero). Molti formaggi più tradizionali hanno ottenuto un riconoscimento ufficiale

grazie alla denominazione di origine controllata (DOC) e alla denominazione tipica.

Inoltre per la maggior parte di questi formaggi è operante un Consorzio di tutela, che

raggruppa la maggior parte dei produttori. Tali consorzi svolgono una serie di funzioni

tra le quali la più importante è la vigilanza del rispetto dei disciplinari di produzione da

parte dei soci e della correttezza dell’uso della denominazione a livello commerciale.

Altre importanti funzioni svolte dalla maggior parte dei Consorzi di tutela riguardano la

marchiatura delle forme, la ricerca e l’assistenza tecnica e la regolazione del mercato.

PRODUZIONE E CONSUMO

Il consumo pro capite di latte e latticini è continuamente aumentato. Gli italiani hanno

evidenziato, rispetto altri paesi, una forte propensione al consumo di formaggio, di cui

ormai detengono il primato a livello continentale, a scapito di quello di latte liquido

che è ancora piuttosto modesto. E’ evidente quindi, dal punto di vista qualitativo, il

maggior interesse del mercato italiano verso la componente proteica del latte che non

verso quella lipidica. L’aumento del consumo pro capite di latte e derivati si è tradotto

in un notevole incremento della domanda nazionale annua di latte. Anche la

produzione nazionale di latte ha mostrato un discreto incremento che però non è stato

in grado di colmare la domanda.

Si è quindi verificata una crescente importazione che ha interessato tanto il latte che i

formaggi. Il progressivo aumento delle produzioni comunitarie di latte e derivati ha

infatti indotto la Comunità Europea a ridurre il sostegno dei prezzi interni e ha spinto le

bovinicolture da latte più efficienti del Nord Europa a trovare uno sfogo di mercato alle

loro eccedenze produttive nei paesi strutturalmente più deboli, tra cui l’Italia.

Il nostro grado di autoapprovvigionamento è quindi progressivamente diminuito fino a

scendere sotto al 70%.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in produzioni agraria in ambiente mediterraneo (Lamezia Terme)
SSD:
Docente: Chies Luigi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher riccardo.rizzo.5851 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Miglioramento genetico nei sistemi zootecnic e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Chies Luigi.

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