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Appunti di Propedeutica clinica, microbiologia, basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Borgogna dell’università degli Studi di Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di laurea in infermieristica. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Propedeutica clinica docente Prof. C. Borgogna

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cocchi uniti). Le sole neisserie hanno questa caratteristica morfologica. Normalmente sono due

cocchi che si associano e vengono rivestiti da un'unica capsula. Sono aerobi obbligati e sono

molto facili da riconoscere rispetto a tutti gli altri batteri. Esistono moltissime neisserie: molte sono

commensali delle vie aeree superiori, due però sono patogene per l'uomo: la Neisseria

Meningitidis (agente eziologico della meningite) e la Neisseria Gonorrhoeae (agente eziologico

della gonorrea, un’infezione urinaria).

- Neisseria Meningitidis: si trasmette da uomo a uomo. Le neisserie possono colonizzare il naso-

faringe in persone sane. Queste persone possono sviluppare la malattia (se l'infezione raggiunge il

circolo. Si avrà in questo caso la meningite) oppure essere semplicemente portatrici sane in modo

asintomatico (l'infezione resta confinata al naso-faringe), che diffondono però l'infezione tramite via

aerea.

Quindi l'eventuale infezione inizia dal naso-faringe e, se il batterio entra in circolo (batteriemia),

raggiunge il sistema nervoso centrale, dando origine alla meningite, patologia in cui si ha

un'infezione purulenta a livello delle meningi. Dà un fortissimo mal di testa, incapacità di muovere

gli arti, malessere generale, disturbi di tipo cognitivo, nausea, vomito, poiché aumenta la pressione

intracranica.

La neisseria meningitidis non è l’unica causa della meningite in quanto essa può essere causata

da diversi batteri.

I fattori di virulenza di Neisseria Meningitidis sono l'LPS (essendo un gram negativo) e la presenza

della capsula.

- Neisseria Gonorrhoeae: è un microrganismo che dà origine alla gonorrea. I fattori di virulenza

sono l'LPS, la capsula e i pili, che fanno aderire il microrganismo alle cellule dell'uretra, sia

maschile che femminile. La gonorrea (o blenorragia) è dunque un'infezione dell'uretra, che dà

origine a una secrezione purulenta. Questa infezione è sintomatica sin dall'inizio nell'uomo, mentre

nella donna può rimanere latente per più tempo: ciò può portare (proprio a causa del ritardo nelle

cure) allo sviluppo di una malattia infiammatoria di tutte le pelvi, non solo dell'uretra. In particolare,

questa neisseria rende la donna portatrice e ne minaccia la fertilità; si accorgerà di essere infettata

solamente quando l’infezione diventerà importante.

Se Neisseria Gonorrhoeae raggiunge il circolo sanguigno o linfatico, può causare varie

complicanze come orchiti, meningiti..

Vibrionacee

Le vibrionacee sono la famiglia cui appartengono i vibrioni, microrganismi gram negativi che

presentano una caratteristica forma a virgola. Non presentano capsula e non fanno spore. Si

trovano normalmente nell'acqua, nei molluschi, nei crostacei che hanno vissuto in acque

contaminate. La trasmissione avviene per via oro-fecale. Le più importanti specie di interesse per

la patologia umana sono il vibrione del colera (Vibrio Cholerae) e il Vibrio Vulniticus.

- Vibrio Cholerae: il colera è una delle cosiddette “patologie del viaggiatore”. Esistono diversi tipi

di vibrione del colera, che viene diviso in due biotipi e tre sierotipi, a seconda delle caratteristche

della patologia a cui dà origine; ogni sottogruppo corrisponde a diagnosi e terapie diverse.

Bisogna ricordare che il Vibrio Cholerae è poco resistente al calore, quindi viene eliminato a

temperature piuttosto basse (bastano 55 gradi per 15 minuti).

La trasmissione dell'infezione avviene per via oro-fecale o per ingestione di crostacei e molluschi

infettati. L'infezione si ha a livello dell'intestino tenue. Quindi il microrganismo aderisce

tenacemente alle cellule dell'intestino e esplica la sua azione patogena mediante la produzione

della tossina colerica (è il fattore di virulenza), la quale è un'enterotossina (cioè agisce solo a livello

Sara Mazzone

intestinale), composta da più subunità: alcune riconoscono specificamente la cellula su cui devono

agire, una invece è la subunità attiva (subinità A). Una volta che è avvenuto il riconoscimento da

parte delle subunità deputate a questa funzione, la subunità B si lega ai recettori delle cellule

intestinali e così facendo la subunità A viene introdotta all'interno delle cellule intestinali. Essa ha

la capacità di bloccare l'attività dell'AMP ciclico (in particolare blocca l'adenilato ciclasi) e questo fa

sì che le cellule in cui l'AMP ciclico è bloccato rilascino acqua e vari sali dall'interno della cellula

(viene scombinato l’equilibrio elettrolitico). L'acqua e gli elettroliti rilasciati all'interno del lume

intestinale sono proprio ciò che dà origine al sintomo caratteristico del colera: diarrea profusa

molto acquosa.

Si osservano molti più casi di colera nei paesi in via di sviluppo; molti meno in Europa e in

America.

La trasmissione avviene per via oro-fecale: il vibrione del colera normalmente non si trova

nell'ambiente, tuttavia vi finisce perché portato dalle feci dell'uomo infetto, le quali vanno a

contaminare le acque. Il microrganismo viene poi ingerito attraverso la stessa acqua contaminata

oppure attraverso molluschi che sono cresciuti in acque contaminate.

La diarrea viene trattata con antibiotici che permettono reidratazione rapida. E’ molto difficile che

avvenga la trasmissione da uomo a uomo poiché la persona deve aver ingerito una buona quantità

di cibo o acqua contaminati per ammalarsi.

- Vibro Vulnificus: anche questo vibrione si trova nelle acque contaminate. Può dare origine a

patologie simili a quelle del colera ma la quantità di cibo o acqua che deve essere ingerito per

ammalarsi è molto più alta. In questo caso però la trasmissione non è oro-fecale, ma è dovuta al

contatto di una ferita con acqua contaminata. L'infezione dà origine a escoriazioni a livello cutaneo

e la ferita diventa necrotica, perché il vibrione rilascia delle tossine in grado di uccidere le cellule

del tessuto circostante. Se le ferite non vengono curate, l’infezione può proseguire e causare

setticemie. Il vibrio vulnificus causa ferite profonde, veri e propri buchi che possono portare alla

scopertura dell’osso.

Enterobacteriaceae

Sono microrganismi gram negativi, bastoncellari, ubiquitari (molto presenti) nell'ambiente.

Normalmente risiedono nell'organismo umano, in particolar modo nell'intestino (sono commensali).

Fanno parte di quella flora microbica normale che abbiamo detto essere così importante a livello

intestinale. Ovviamente le patologie a cui danno origine sono prevalentemente di tipo

gastrointestinale. Queste sono:

- gastroenterite: è una sindrome caratterizzata da dolori gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea,

dolori addominali);

- enterocolite: è un'infiammazione delle mucose dell'intestino, in particolar modo del tenue e del

crasso;

- diarrea: è un fenomeno in cui si hanno scariche di feci liquide, derivanti da infezioni dell'intestino

tenue;

- dissenteria: è un disordine infiammatorio del tratto gastrointestinale in cui si hanno feci liquide

che presentano spesso sangue e pus. E’ dovuta però ad infezioni dell'intestino crasso e può

essere accompagnata da febbre, dolore e crampi addominali.

Le enterobattieriacee sono una famiglia enorme, che comprende 40 generi e più di 150 specie, ma

solo 20 di queste sono importanti da un punto di vista clinico nella patologia umana.

Tra le enterobattieriacee vi sono patogeni primari, che danno una manifestazione patologica in

ogni individuo che viene infettato. Tra questi annoveriamo shigella, salmonella, yersinia, i patogeni

più importanti della famiglia delle enterobattieriacee.

Sara Mazzone

Vi sono poi patogeni opportunisti: sono normalmente presenti nell'intestino umano, ma in

particolari condizioni possono causare patologia (esempio: Escherichia Coli).

Le enterobattieriacee sono importanti perché possono dare origine a una vasta gamma di

patologie, ma in particolare perché, essendo così presenti nell'organismo umano, possono

causare, soprattutto in pazienti ospedalizzati, delle setticemie. La cosa più importante da ricordare

è che in ambiente ospedaliero danno origine al 70% delle infezioni delle vie urinarie (in particolare

nei pazienti cateterizzati): infatti crescono in maniera eccessiva a livello intestinale e vanno ad

invadere anche quei siti che sono vicini: dall'intestino scendono cioè verso le vie urinarie.

Essendo le enterobattieriacee dei gram negativi, tra i fattori di virulenza avremo l'endotossina LPS;

inoltre vi sono una serie di antigeni (K, H, F), che permettono il riconoscimento delle cellule

specifiche da infettare, cioè mediano l'adesività del microrganismo alle cellule da infettare.

Salmonella

Tra i patogeni primari ricordiamo la salmonella: la trasmissione delle infezioni da salmonella può

avvenire con trasmissione interumana (ad esempio, per contaminazione fecale di acqua, o per cibi

contaminati), oppure vi può essere zoonosi, cioè la trasmissione dell'infezione da parte di animali.

Di solito la salmonella dà una patologia intestinale, o comunque un'infezione a livello dell'intestino.

Le patologie date dalla salmonella si dividono in salmonelle maggiori (trasmissione interumana) e

salmonelle minori (trasmissione animale-uomo).

La maggiori sono la Salmonella Typhi e la Salmonella Paratyphi, che danno febbri enteriche: in

seguito, ad esempio, all'ingestione di cibi contaminati, si ha un'infezione che si manifesta a livello

della colecisti e che scatena altissime febbri.

Tra le salmonelle minori annoveriamo la Salmonella Entiritidis e la Typhimurium, che causano

gastroenteriti. Di solito sono dovute a trasmissione animale-uomo (per esempio attraverso

l'assunzione di cibi infetti, come uova, carne o pollame) e sono più frequenti rispetto alle

salmonelle maggiori.

Quindi in seguito a ingestione di cibi contaminati (o perché contaminati da materiale fecale umano

o perché le salmonelle si stanno moltiplicando, ad esempio, all'interno di uova infettate), i

microrganismi raggiungono l'intestino umano e si moltiplicano. Nel caso delle salmonelle maggiori

si avrà febbre molto alta e si avrà la trasmissione e localizzazione dell'infezione anche ad altri

organi; nel caso delle salmonelle minori, la patologia maggiore è una diarrea profusa e un dolore

gastrointestinale.

Le infezioni da salmonella e in particolare dalla S. Typhi, portano all’ingestione di batteri che

entrano in circolo e raggiungono il fegato, dove si moltiplicano nei macrofagi. Questi raggiungono

la colecisti e vengono rilasciati con la bile: si genera un’ infezione secondaria intestinale che dà

rialzo febbrile e che può portare alla formazione di ulcere nel tratto intestinale. Questi batteri

vengono eliminati tramite la defecazione e infettano le acque quando vengono eliminati da un

soggetto infetto, potendo quindi anche infettare altre persone.

Shigella è un altro patogeno primario che appartiene alla famiglia delle enterobatteriacee. Anche

in questo caso si ha infezione interumana (tramite acque e cibi contaminati) oppure zoonosi.

Addirittura anche gli insetti (ad esempio le mosche) possono portare il batterio sui vari cibi. Non c’è

però la possibilità che infetti altri animali (come avviene nelle salmonelle minori).

La patogenesi caratteristica delle shigelle è la dissenteria bacillare muco-sanguinolenta: si ha

rilascio di feci liquide con possibile presenza di sangue e muco, dovuta a perforazione intestinale.

Il microrganismo riconosce le cellule intestinali, aderisce ad esse grazie a degli antigeni di

superficie, entra al loro interno e ne provoca l'apoptosi. Questo fa sì che avvenga il rilascio di

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liquidi a livello del lume, i quali provocano la dissenteria. Come detto, si verifica anche la

perforazione del lume intestinale che provoca la presenza di sangue all’interno delle feci.

Yersinia: è un altro patogeno primario. Ne esistono tre specie importanti per la patologia umana:

Yersina Pestis, l'agente eziologico della peste (è la più studiata); Yersina Pseudotuberculosis (dà

dolori al tronco, in modo simile a quanto succede nell’appendicite, e si trasmette per via oro-

fecale); Yersina Enterocolitica (trasmissione oro-fecale che determina enteriti acute, con diarrea

ecc..). Le ultime due non sono molto diffuse. La Yersina Pestis invece è il microrganismo

maggiormente patogeno per l'uomo: la peste è una malattia definita zoonosi, perché viene

trasmessa all'uomo tramite un vettore animale, in questo caso roditori. La Yersina Pestis si replica

a livello delle pulci dei roditori: se l'uomo viene in contatto con queste pulci, può contrarre la peste.

L'infezione è molto più frequente nei paesi dove le norme igieniche sono scarse, non lo è invece

nei paesi industrializzati. Il problema però esiste: non solo la peste può manifestarsi in seguito

all'infezione da animale a uomo, ma può anche esservi un passaggio interumano, con

trasmissione per via aerea (goccioline di saliva mentre si tossisce o si starnutisce), che dà origine

a una peste polmonare, diversa dalla peste che si contrae dalle pulci, la quale crea grossi bubboni

o lesioni molto profonde nei tessuti. La peste bubbonica è una manifestazione prettamente

cutanea che, se trattata con antibiotici e curando bene i bubboni, è trattabile dal punto di vista

sanitario.

Escherichia Coli: è invece un patogeno intermedio, che può essere sia un patogeno opportunista

sia un patogeno primario. Esso infatti è normalmente presente nell'intestino umano e solo in alcuni

casi, quando si ha l'abbassamento delle difese immunitarie, si possono avere infezioni endogene

dei siti vicini, prevalentemente delle vie urinarie. Infezione endogene oltre a quelle urinarie

possono essere le infezioni addominali (che possono provocare danno al peritoneo e alle vie

biliari) e infezioni alle vie aeree (bronchiti).

L'Escherichia Coli può inoltre causare meningite neonatale. Infatti, se è presente a livello delle vie

genitali della madre durante il parto, può causare meningite nel neonato, poiché questi non ha

ancora sviluppato il sistema immunitario.

Esistono però dei ceppi di Escherichia Coli, normalmente non presenti nel nostro organismo (sono

esogene), che hanno sviluppato delle caratteristiche patogene. Sono 5 ceppi di patogeni primari (la

famiglia di Escherichia Coli ha però moltissimi ceppi), che hanno sviluppato dei fattori di virulenza

tali per cui, nel momento in cui si viene infettati, si ha l'esacerbazione (aggravamento) di una

patologia. A seconda delle tossine e caratteristiche che presentano, vengono classificate e

possono dare origine a gastroenteriti e diarreee.

Klebsiella: batterio intermedio. E’ normalmente presente nel nostro intestino e può causare sia

infezioni endogene che esogene. Le infezioni endogene comprendono infezioni delle vie urinarie,

mentre esistono varie tipologie di Klebsiella (pneumoniae, rhinoscleromatis, ozenae e oxytoca) che

possono causare patologie esogene.

Vi sono infine dei patogeni opportunisti che si trovano normalmente nell'intestino umano e che non

creano alcun tipo di problema negli individui immunocompetenti, mentre negli individui

immunodepressi causano infezioni, comunque non complesse, delle vie urinarie. Sono Proteus,

Providencia e Morganella. Essi non possono dare origine a infezioni esogene ma solo endogene.

Quindi le enterobatteriacee si dividono fondamentalmente in tre grosse famiglie: i patogeni primari

(salmonelle, shigelle, yersinie); poi vi è l'Escherichia Coli, normalmente un patogeno opportunista,

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ma che presenta anche 5 ceppi di patogeni primari; infine, i tre batteri visti per ultimi (Klebsiella,

Proteus e Providencia), che sono patogeni in tutto e per tutto opportunisti.

Helicobatteri

Helicobacter pylori è un gram- ed è un batterio scoperto molto recentemente, alla fine degli anni

'80. Si trova a livello dello stomaco, in particolare a livello della mucosa gastrica. Il pH dello

stomaco è 2 e solo questo batterio è in grado di sopravvivere qui.

Ha una forma bastoncellare e ha flagelli solo ad un'estremità, che rappresentano i fattori di

virulenza e gli conferiscono grandissima mobilità. Questa è una caratteristica molto importante,

perché questi batteri devono spostarsi rapidamente nello stomaco, passando dalle zone dove il pH

è più acido alle zone più vicine alle cellule gastriche, che hanno un pH più neutro. Quindi essi si

devono muovere molto rapidamente per colonizzare l'intera superficie gastrica e passare

rapidamente nelle zone dove il pH è più acido, in modo da raggiungere la parete cellulare che è

ricoperta da uno strato mucoso, in cui il pH si alza, cioè diventa più tendente al neutro.

È un batterio aerobio-anaerobio facoltativo, quindi può vivere sia in presenza che in assenza di

ossigeno.

E’ a trasmissione è interumana, probabilmente mediante il contatto con vomito e sondini naso-

gastrici infetti; recentemente è stato scoperto che la trasmissione potrebbe venire anche tramite il

gatto.

Helicobacter aderisce alla mucosa gastrica con le adesine (specifiche per questo tipo di tessuto).

In seguito all’adesione alla mucosa gastrica, per poter sopravvivere produce un enzima detto

ureasi, che scinde l’urea che si trova nello stomaco in ione ammonio e ione bicarbonato, che

abbassano il pH nella zona di adesione alla mucosa. Proprio sulla presenza di questo enzima e

sulla sua funzionalità, avviene la diagnosi: per diagnosticare la presenza di questo batterio, si

utilizza un test del respiro, in cui si va a valutare la presenza di urea o di ioni, per capire se nello

stomaco c'è l'helicobacter e se sta svolgendo la sua funzione ureasica.

Helicobacter dà origine a gastriti e ulcere gastriche e recentemente si è scoperto che potrebbe

essere anche l’agente eziologico del carcinoma gastrico (quindi anche i batteri possono essere

causa di tumori). Nell’80% dei casi la presenza di Helicobacter non dà sintomi; tuttavia bisogna

tenere sotto controllo l'infezione poiché un 10-20% di pazienti va incontro a gastriti e ulcere

gastriche e il 2-3% va incontro a formazione di tumori a livello gastrico.

Micobatteri

Non sono né gram+ né gram-, perché hanno una parete batterica di composizione completamente

diversa. Ciò che caratterizza i micobatteri è dunque la loro parete batterica, fatta di cere ed acidi

micolici. È molto spessa e quindi conferisce un'estrema resistenza contro i vari detergenti e

disinfettanti. Questo spessore però fa sì che anche i nutrienti facciano fatica ad attraversarla,

quindi i micobatteri crescono molto lentamente.

I micobatteri sono microrganismi aerobi. Ne esistono 74 specie, la maggior parte delle quali ha una

lenta crescita, proprio dovuta alla composizione della parete batterica. Alcune di queste specie

sono patogene; in particolare i micobatteri di interesse sanitario sono Mycobacterium tubercolosis

e mycobacterium lebrae.

- Mycobacterium tubercolosis: non è ne gram+ ne gram- ed è l’agente eziologico della

tubercolosi.

L’infezione avviene a livello polmonare per via interumana, in particolare per via aerea (tramite

goccioline di saliva o tramite starnuto). Raggiunge le prime vie aeree e prosegue ai polmoni, dove

infetta i macrofagi e si moltiplica.

A livello polmonare distrugge il tessuto circostante e dà origine a buchi (granulomi), ovvero parti

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non funzionanti del polmone che si osservano a loro interno (per vedere se una persona è infetta si

effettua una radiografia, in cui si notano dei focolai tubercolotici in cui il batterio si sta replicando).

In realtà la tubercolosi, dopo aver scatenato l’infezione primaria, può rimanere latente, quindi ci

sono dei macrofagi che rimangono inattivi e dopo anni si possono riattivare producendo infezioni

secondarie che possono avvenire a livello di qualsiasi organo (sistema nervoso centrale, muscoli,

reni, ossa, ecc..), formando anche qui i granulomi.

La tubercolosi è una malattia ubiquitaria ed è molto più elevata nei paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, coi movimenti migratori, essa sta ritornando anche nei paesi occidentali.

L’uomo rappresenta l’unico serbatoio. Esiste un vaccino per la tubercolosi; in particolare, la

reazione di Mantoux è il test che permette di sapere se un individuo è venuto in contatto con il

micobatterio della tubercolosi: va infatti a rilevare la presenza di anticorpi contro specifici antigeni

del microrganismo. Si iniettano delle tossine micobatteriche (tubercolina, una proteina della

superficie del micobatterio) nel soggetto per via intradermica e si valuta poi se si sviluppa o meno il

pomfo. Se dopo 24/48 ore non vi è sviluppo del pomfo e non c’è arrossamento, l'individuo non ha

una risposta anticorpale e dunque non è mai venuto a contatto col micobatterio; invece, se si

sviluppa un pomfo, significa che il soggetto è venuto in contatto col microrganismo e ha i linfociti B

memoria che hanno prodotto gli anticorpi: costui quindi è protetto dall'infezione.

- Mycobacterium leprae: è un batterio che dà malattia cronica a lungo periodo di incubazione.

Produce una manifestazione patologica a livello cutaneo e provoca lesioni granulomatose molto

profonde che possono raggiungere le trasmissioni nervose. La via di trasmissione è interumana e

avviene per contatto. Fondamentalmente questo micobatterio non è presente nei paesi occidentali,

anche se vi sono rischi connessi ai massicci flussi migratori.

Domande

1) Cosa può causare lo Streptococcus Agalactiae nei primi mesi di vita di un neonato? Può

causare meningite, nel caso la madre non sia stata trattata opportunamente con terapia antibiotica

prima del parto.

2) Quale batterio è la principale causa di infezioni delle vie urinarie? L'Escherichia Coli, soprattutto

in ambiente ospedaliero.

3) Le infezioni da ustioni (e anche le ferite) sono normalmente associate a quale microrganismo?

La Pseudomonas. È molto presente negli ambienti ospedalieri e quindi, tra i microrganismi

elencati, è quello che potrebbe dare delle infezioni a livello di questo sito.

4) Quale, tra i microrganismi elencati, è un anaerobio obbligato? Il Clostridium Botulinum. In

particolare cresce bene in cibi sott'olio o in scatola mal conservati.

5) Quale, tra i microrgansmi elencati, è sporigeno (N.B. Imparare bene quali sono i microrganismi

sporulanti)? Il Clostridium Tetani è un microrganismo sporigeno. I clostridi e i bacilli sono

microrganismi sporulanti.

6) A quale famiglia appartiene l'escherichia? Il genere escherichia appartiene alla famiglia delle

enterobatteriacee.

7) La colite pseudomembranosa da Clostridium Difficile si può verificare in seguito a? Terapia

antibiotica. Infatti questa elimina gli altri microrganismi normalmente presenti nell'intestino e il

Clostridium prende così il sopravvento, producendo appunto la tossina che dà origine alla colite

pseudomembranosa.

8) Qual è il principale agente eziologico di faringotonsillite batterica (e di scarlattina)? Lo

Streptococcus Pyogenes.

9) Il Clostridium Tetani normalmente si trova? Nell'ambiente sottoforma di spora.

10) Nel colera il contagio per quale via avviene? Per via oro-fecale, ed è una trasmissione

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interumana: l'uomo infetto rilascia feci infette, che vanno ad infettare l'ambiente: acqua, molluschi,

crostacei. Quando un altro uomo se ne ciba, si infetta a sua volta col vibrione del colera.

11) Quale, tra le seguenti specie batteriche, può essere impiegata come arma batteriologica? Il

Bacillus Anthracis. Le sue spore possono appunto essere utilizzate come arma batteriologica. Dà

origine al carbonchio, patologia che può avere trasmissione per via cutanea, per via inalatoria,

oppure per via gastrointestinale.

12) Le infezioni urinarie sono più spesso dovute a microrganismi di provenienza? Intestinale.

Soprattutto in ambiente ospedaliero.

13) Quale, tra i microrganismi elencati, può provocare infezioni perinatali? Lo Streptococcus

Agalactiae, che può dare meningite, se la madre ha il canale del parto infettato con questo

streptococco.

14) Quale, tra i batteri elencati, non produce spore? Salmonella typhy. Gli altri elencati (clostridi e

bacilli) sono tutti microrganismi sporulanti.

15) La causa più frequente di endocardite in pazienti con protesi valvolare è? L'infezione da

stafilococco.

16) Che tipo di batteri sono i clostridi? Anaerobi obbligati.

17) La gonorrea è usualmente trasmessa? Per mezzo di rapporti sessuali. Un grosso problema è

che nella donna l'infezione è asintomatica: potenzialmente essa può quindi infettare più uomini.

Ricordiamo che è dovuta al microrganismo Neisseria Gonorrhoeae.

18) Le salmonellosi alimentari si possono contrarre per ingestione di? Pollame e uova. Sono

veicoli delle salmonelle minori, quelle che danno le classiche gastroenteriti.

19) Da quale microrganismo è data la colite pseudomembranosa? Da Clostridium Difficile.

Normalmente esso è presente nella flora batterica, ma, in seguito a terapia antibiotica, può dare

origine a colite pseudomembranosa.

20) Il carbonchio è una malattia causata da? Dal Bacillus anthracis.

21) Quale di questi microrganismi è frequentemente causa di infezioni nosocomiali?

Pseudomonas Aeruginosa. È molto difficile da eliminare, può infettare tutti i tessuti, è ubiquitario.

22) Quale di questi alimenti è, nel nostro Paese, il più comune responsabile della tossinfezione da

Clostridium Botulinum? I cibi mal conservati. In particolare i cibi sott'olio e in scatola, all'interno dei

quali, essendovi un ambiente anaerobio, tali microrganismi possono replicarsi e produrre la

tossina. È proprio l'ingestione della tossina che provoca paralisi flaccida.

23) Il sito corporeo più frequentemente colonizzato da Escherichia Coli nei processi infettivi

endogeni è? Il tratto urinario. Avviene uno spostamento erroneo di questo microrganismo

dall'intestino al tratto urinario. Ricordiamo che vi sono anche 5 ceppi di escherichia coli che hanno

acquisito le caratteristiche di patogeni primari, e che quindi possono dare origine a infezioni

esogene.

24) L'angina streptococcica, il rash scarlattiforme e la febbre reumatica sono causati da? Da

Streptococcus Pyogenes, che produce una tossina in grado di dare febbre alta e anche l'esantema

della scarlattina. Invece, l'angina streptococcica e la febbre reumatica fanno parte delle sequele

post-streptococciche, cioè di quegli strascichi che l'infezione da streptococco si porta dietro.

25) L'agente eziologico della peste bubbonica è? Yersinia Pestis.

26) A cosa è associata la patologia da Clostridium Tetani? Alla produzione di una neurotossina, la

tetanospasmina, che si lega in maniera specifica alla giunzione neuromuscolare ed impedisce il

rilascio delle molecole che inibiscono la contrazione, per cui si ha paralisi spastica.

27) A cosa è associata la patologia da Clostridium Botulinum? A un quadro di paralisi flaccida. Qui

la neurotossina impedisce il rilascio delle molecole che fanno avvenire la contrazione, per cui i

muscoli rimangono rilassati e non si possono contrarre.

Sara Mazzone

28) Da quale tipo di batterio è causata la sindrome della cute scottata? Da un cocco gram positivo.

Precisamente questa sindrome si deve allo stafilococco aureo.

Virologia

I virus sono dei parassiti intracellulari obbligati, cioè non hanno vita propria e hanno bisogno di

infettare delle cellule per potersi moltiplicare (mentre i batteri possono moltiplicarsi anche

nell’ambiente esterno). Inoltre i batteri sono cellule procariote: hanno il loro materiale genetico, i

loro enzimi per la biosintesi delle proteine e così via. I virus invece sono strutture semplicissime,

formate solo da materiale genetico e da un involucro di proteine, ma riescono a dare gravi

problematiche all’organismo umano.

Sono formate da una molecola di acido nucleico (RNA o DNA, che non sono mai presenti insieme)

e da un involucro di proteine; tutti i batteri, invece, hanno un materiale genetico esclusivamente a

dna.

I virus sono più piccoli rispetto ai batteri , infatti sono nell’ordine dei nanometri mentre i batteri sono

dell’ordine nei micrometri.

Il rivestimento esterno di protezione di solito possiede recettori specifici per determinati tipi di

cellule che devono essere infettate; viene sfruttato il meccanismo replicativo della cellula per poter

proliferare, perché i batteri non possiedono enzimi. Ad esempio, il virus dell'epatite deve

parassitare le cellule del fegato e deve possedere una proteina che riconosce in maniera specifica

solo le cellule epatiche.

Quindi le differenze fondamentali tra virus e batteri sono:

a. I virus non possono crescere indipendentemente all'esterno di una cellula ospite. I batteri invece

sì: se trovano i nutrienti e una temperatura adeguata possono replicarsi, in quanto sono vere e

proprie cellule.

b. I virus non hanno tutti gli enzimi necessari per la replicazione e devono utilizzare quelli della

cellula ospite. I batteri invece hanno tutti gli enzimi e tutte le molecole che servono per la

replicazione, la sopravvivenza, la produzione di proteine, ecc.

I virus, quindi, sono totalmente dipendenti dall'infezione di una cellula ospite.

c. I virus sono molto più piccoli dei batteri e non possiamo vederli al microscopio ottico, ma solo a

quello elettronico, in forma di vibrione. Quello che possiamo osservare al microscopio ottico sono

le cellule infettate dal virus, che cambiano la loro morfologia: quindi possiamo vedere gli effetti che

il virus causa sulle cellule.

I virus hanno un genoma che può essere fatto da DNA o RNA. Il genoma virale è di solito protetto

da involucro costituito da proteine detto capside. Il genoma virale unito all’involucro proteico viene

detto nucleocapside (o virus nudo). In alcuni virus oltre al nucleocapside vi è un involucro

lipoproteico detto pericapside o peplos o envelope, una struttura esterna al capside formata da

membrane cellulari). I virus più semplici vengono chiamati virus nudi o nucleocapsidi ed hanno

solo il genoma racchiuso all'interno di questo involucro proteico, mentre i virus che hanno anche

l'envelope esternamente al capside vengono chiamati virus rivestiti.

Il capside è costituito da proteine e ha la funzione di racchiudere e proteggere il genoma virale.

Inoltre ha sulla sua superficie dei recettori (detti antirecettori), che vanno a contattare direttamente

i recettori delle cellule che il virus deve infettare. La cellula espone questi recettori nella membrana

citoplasmatica.

Il capside può avere due simmetrie diverse: può essere icosaedrico o elicoidale, a seconda di

come si associano le proteine. La forma icosaedrica è un poliedro con 20 facce all’interno del

Sara Mazzone

quale si trova il genoma virale. Nella forma elicoidale le proteine si dispongono intorno al genoma

virale dando origine a strutture tubulari.

I virus rivestiti vengono rilasciati dalla cellula per gemmazione e acquisiscono il peplos. I virus nudi

invece vengono rilasciati mediante lisi della cellula, che muore dopo essersi lisata.

Alcuni virus, come detto, hanno il pericapside (envelope, o peplos), ovvero il rivestimento più

esterno, lipoproteico e derivante dai fosfolipidi delle membrane cellulari, citoplasmatiche oppure

nucleari. Il virus viene infatti assemblato all'interno della cellula ospite e, una volta assemblato, il

capside viene rilasciato per esocitosi, portandosi dietro una parte della membrana della cellula

ospite, nucleare o citoplasmatica, che va quindi a ricoprirlo. Anche in questo involucro lipoproteico

è necessario che vi siano quelle proteine in grado di riconoscere le cellule che il virus deve

infettare, per cui anche qui il virus presenta gli antirecettori.

Sebbene i virus rivestiti abbiano un’ulteriore rivestimento, sono i virus più fragili perché sono più

sensibili ai disinfettanti e al calore in quanto esternamente possiedono membrane lipidiche, quindi

qualsiasi detergente potrebbe distruggere queste membrane. Inoltre, possono permanere anche

per più tempo nell'ambiente esterno, in quanto possono resistere all'essiccamento (i virus con

envelope no). Alcuni di essi possono anche resistere a pH molto acido, quindi possono

attraversare lo stomaco e arrivare all'intestino, cosa che invece non succede ai virus che hanno un

envelope, poiché questi sono molto più sensibili alle variazioni di pH. Se il virus rivestito perde la

sua membrana esterna, perde anche le proteine e i recettori e quindi diventa un virus innocuo.

Invece i virus nudi hanno maggiore resistenza e stabilità nell’ambiente esterno.

Un'altra differenza tra i virus nudi e i virus con envelope è che i virus nudi vengono rilasciati per lisi

dalla cellula in cui sono stati prodotti: la cellula, dopo aver prodotto questi virus, viene distrutta e i

vibrioni prodotti vengono in questo modo rilasciati nell'ambiente esterno.

I virus con envelope vengono rilasciati invece per esocitosi e gemmazione da parte delle

membrane cellulari, quindi la cellula non muore.

Il genoma virale, che troviamo all'interno del capside, può essere dna o rna. Questa è una grande

differenza rispetto ai batteri. Il materiale genetico può poi essere a singola elica, a doppia elica,

lineare, circolare. Dunque vi sono tantissime modalità di materiale genetico che possiamo trovare

all'interno del genoma virale. Invece nei batteri il materiale genetico è dna, e da questo vengono

prodotti gli rna messaggeri per la sintesi proteica.

Il genoma virale può essere molto piccolo o molto grande a seconda del virus, ma non si potranno

mai avere le stesse informazioni che si hanno nel genoma batterico o umano (le basi vanno da

7.000 a 100 000)

La replicazione dei virus avviene sfruttando il macchinario di replicazione della cellula ospite.

Il meccanismo di replicazione si può dividere in 5 fasi:

1. adsorbimento, cioè avviene il legame del virus alla superficie della cellula ospite. Questo

avviene per riconoscimento tra il recettore che c'è sulla cellula ospite e l'antirecettore che si trova

sul virus. I virus si devono legare a specifici recettori presenti sulla membrana della cellula ospite e

questo è proprio ciò che determina il tropismo del virus, cioè il fatto che questo infetti determinati

tipi di cellule e non altri.

2. penetrazione all'interno della cellula ospite. Può avvenire in maniere diverse:

a)Virus con envelope: può avvenire per fusione: in seguito al legame tra il virus e la cellula, la

membrana della cellula ospite e quella dell'envelope si fondono, rilasciando all'interno del

citoplasma il materiale genetico del virus. Un'altra possibilità è che in seguito al legame tra virus e

membrana cellulare avvenga un'endocitosi: il virus viene ricoperto dalla membrana citoplasmatica

Sara Mazzone

e inglobato all'interno della cellula, attraverso la formazione di un endosoma. Una modificazione di

pH all'interno dell'endosoma facilita la fusione dell'envelope del virus con la membrana

dell'endosoma: una volta che il virus è stato endocitato, intervengono infatti degli enzimi che

acidificano il pH. Questa variazione fa sì che la membrana dell'endosoma e il pericapside si

fondano.

Questo permette che il materiale genetico venga poi rilasciato all'interno del citoplasma della

cellula ospite (scapsidazione). Dunque, in questo caso la fusione dell'envelope con la membrana

citoplasmatica non avviene dopo il riconoscimento recettore-antirecettore, ma in seguito

all'endocitosi e alla variazione di pH che si verifica nell'endosoma.

b) Virus senza envelope (virus nudi): la penetrazione avviene per endocitosi: dopo il legame del

virus alla membrana citoplasmatica, il virus viene endocitato e, anche in questo caso, si ha

un'acidificazione dell'endosoma, in seguito a cui le proteine del capside si disaggregano e il

materiale genetico viene rilasciato all'interno del citoplasma della cellula ospite (scapsidazione).

3. scapsidazione (o decapsidizzazione): è il rilascio all'interno del citoplasma o del nucleo della

cellula ospite del materiale genetico del virus.

4. una volta che il materiale genetico è libero all'interno della cellula ospite, ovviamente si avrà la

sintesi delle varie proteine, grazie appunto agli enzimi della cellula ospite e all'utilizzo dei suoi

ribosomi e così via. Quindi il materiale genetico verrà trascritto in rna e i ribosomi faranno le varie

proteine del capside;

5. maturazione e liberazione dei vibrioni: dopo la sintesi, si avrà assemblaggio all'interno cellula

ospite delle proteine capsidiche, dentro le quali verrà inserito il materiale genetico. Infine i virus di

nuova generazione verranno liberati, per lisi o per gemmazione, a seconda che siano virus nudi o

virus con envelope.

Tutto questo processo di replicazione virale avviene solo se le cellule sono sensibili e permissive.

Una cellula è sensibile se ha il recettore che fa sì che il virus possa entrare all'interno della cellula.

Permissiva significa che la cellula permette al virus di replicarsi utilizzando il suo macchinario di

replicazione, cioè i suoi enzimi, ribosmomi, eccetera. Esistono cellule che sono sensibili, ma non

permissive: il virus può entrare, ma non può replicarsi. Quando la cellula è sensibile e permissiva,

si ha un'infezione di tipo produttivo, ossia si ha la produzione e la moltiplicazione di nuovi virus,

e quindi il completamento del ciclo replicativo.

Quando una cellula è sensibile ma non permissiva, si parla di infezione non produttiva: il virus

entra, ma non si moltiplica.

I virus si possono classificare in vari modi: in base alla struttura, in base alla patologia che

manifesta una certa infezione virale, in base a qual è la cellula ospite. La classificazione più

conosciuta è quella in base al genoma virale (classificazione di Baltimore) che divide i virus in 7

classi.

1) Nella prima classe virale si hanno i virus a DNA a doppio filamento

2) Nella seconda classe si hanno virus a DNA a singolo filamento

3) Nella terza classe si hanno virus a RNA a doppio filamento

4) Nella quarta classe si hanno virus a RNA a singolo filamento a polarità positiva (sono RNA che

possono essere usati dalla cellula ospite come RNA-messaggeri, quindi sono già pronti per essere

tradotti dai ribosomi)

5) Nella quinta classe si hanno virus a RNA a singolo filamento a polarità negativa (questo RNA

deve essere prima replicato, ossia deve essere fatto il loro complemento prima di essere utilizzato

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per produrre le proteine virali)

6) Nella sesta classe vi sono i virus a RNA a singolo filamento che hanno un enzima all’interno, la

trascrittasi inversa, o retro-trascrittasi, che serve per trascrivere l’ RNA in DNA (ad esempio i

retrovirus dell’HIV)

7) Nella settima classe vi sono virus a DNA a doppio filamento che passano da un intermedio a

RNA per produrre il loro genoma virale in DNA (da DNA a RNA e da RNA a DNA), quindi anche

loro hanno la retro-trascrittasi (sono molto particolari e comprendono i virus della famiglia

Hepadnavirus)

Bisogna ricordare che, qualsiasi sia il genoma del virus, a DNA o a RNA, devono esserci degli

RNA messaggeri riconosciuti dai ribosomi della cellula ospite, perché il virus non ha alcun

apparato di biosintesi proteica e deve utilizzare ribosomi ed enzimi riconosciuti dalla cellula ospite.

Quindi deve essere in grado di produrre degli RNA messaggeri leggibili dai ribosomi della cellula

ospite.

Replicazione virus a DNA

I virus a dna, una volta scapsidati, rilasciano il loro materiale genetico nel citoplasma, che da qui

viene trasportato nel nucleo, in quanto nel nucleo si trovano gli enzimi che servono per la

trascrizione e per la replicazione: il dna viene trascritto in rna messaggero dall'enzima cellulare rna

polimerasi dna dipendente, che trascrive il dna in m-rna (cioè rna messaggero), il quale può poi

essere letto e tradotto dai ribosomi della cellula ospite, che produrranno così le proteine del

capside.

La replicazione del genoma avviene sempre a livello del nucleo, ma ad opera di dna polimerasi,

cioè enzimi che da dna replicano altro dna. I virus di piccole dimensioni sfruttano l'enzima cellulare

dna polimerasi dna dipendente, mentre i virus più grandi, che hanno un genoma molto complesso,

si portano dietro il loro enzima virale: si tratta di una polimerasi propria, portata all'interno della

cellula e rilasciata insieme al genoma virale durante il fenomeno di scapsilazione.

Ripetiamo: i virus a dna, una volta avvenuta la scapsidazione, rilasciano il loro genoma nel

citoplasma. Questo viene portato nel nucleo, dove viene trascritto da un enzima cellulare in rna

messaggero e quindi verranno prodotte le proteine del capside. Per replicare invece il loro

genoma, i virus, se piccoli, utilizzano la dna polimerasi cellulare; se sono virus grandi e complessi,

come gli herpes virus, portano con sé un enzima virale, quindi una dna polimerasi virale, che va a

replicare il loro genoma.

Quindi avremo da una parte l'enzima rna polimerasi che produce gli rna messaggeri, i quali

vengono tradotti dai ribosomi con la conseguente produzione delle proteine del capside; dall’altra

parte abbiamo la dna polimerasi, cellulare o virale, a seconda delle dimensioni del virus, che va

invece a replicare il genoma.

Replicazione di virus a RNA

Contrariamente a quella del dna, avviene nel citoplasma. Una volta che il virus a rna è scapsidato,

il materiale genetico, rna, rimane nel citoplasma e non viene portato nel nucleo.

La caratteristica fondamentale di questi virus è che essi portano con sé degli enzimi, rna

polimerasi rna dipendenti, che permettono la replicazione del l'rna. Questi enzimi non esistono

nella cellula ospite, perché normalmente essa non replica rna, ma lo produce semplicemente da

uno stampo di dna.

I virus a rna si dividono in tre grosse famiglie: rna a singola elica positivo, rna a singola elica

negativo, rna a singola elica positivo con un intermedio a dna. Di quest'ultima famiglia fanno parte i

retrovirus (ad esempio l’HIV).

Sara Mazzone

Cosa si intende per polarità positiva e polarità negativa?

Quando parliamo di virus a rna a singola elica a polarità positiva, parliamo di un virus il cui

materiale genetico può essere direttamente utilizzato come rna messaggero dai ribosomi e quindi

può essere immediatamente tradotto in proteine. Questo rna funziona anche da stampo per quegli

enzimi virali, rna polimerasi rna dipendenti, che lo replicano, in modo da generare nuovo materiale

genetico, rna appunto, da introdurre all'interno del capside virale.

I virus a rna a singola elica positiva vengono replicati grazie alla loro capacità di sfruttare il

materiale genetico direttamente come rna messaggero: l'rna viene rilasciato nel citoplasma e può

essere direttamente utilizzato dai ribosomi per la produzione delle proteine del capside.

Successivamente questi virus portano con sé un enzima virale (rna polimerasi rna dipendente),

che utilizza l'rna messaggero per produrre altro rna, il quale viene utilizzato poi come materiale

genetico per produrre nuovi virus.

I virus a polarità negativa sono invece virus il cui materiale genetico è il complementare dell'rna

messaggero. Nei virus a rna a singola elica negativa l'rna non può quindi essere utilizzato

immediatamente dai ribosomi per la sintesi proteica: viene utilizzato come stampo dall'enzima

virale, che produce il filamento complementare, il quale può essere utilizzato come rna

messaggero ed essere tradotto dai ribosomi. Quindi il materiale genetico rilasciato all'interno del

citoplasma deve essere trascritto da una rna polimerasi virale nel suo complementare e diventare

a polarità positiva: così può essere utilizzato come rna messaggero per poter essere tradotto dai

ribosomi.

Gli rna messaggeri prodotti in seguito alla trascrizione da parte dell'enzima virale vengono tradotti

in proteine e una parte di questi viene utilizzata come stampo per produrre l'rna complementare a

polarità negativa che darà origine al nuovo materiale genetico dei nuovi virus.

Quindi è una continua trascrizione: da polarità negativa a polarità positiva per fare le proteine; poi i

filamenti di rna a polarità positiva prodotti dovranno fungere anche da stampo per produrre l'rna a

polarità negativa da introdurre come materiale genetico all'interno dei nuovi virus.

Per fare tutte queste trascrizioni serve l'enzima virale che viene liberato assieme al materiale

genetico con la scapsidazione.

All'ultima classe di virus appartengono quelli a rna a singola elica a polarità positiva, che hanno un

intermedio a dna. A questa classe appartengono i retrovirus (es: hiv). Sono virus molto particolari,

perché, nonostante la polarità positiva, l'rna non viene utilizzato immediatamente come rna

messaggero, ma viene trascritto in dna, grazie a un enzima virale importantissimo che è la

trascrittasi inversa, che da rna produce dna a doppio filamento. Questo dna poi si integra

all'interno della cellula ospite e utilizza il suo macchinario biosintetico per produrre proteine. Viene

trascritto in rna messaggero, che viene utilizzato come materiale genetico dei nuovi vibrioni, i quali

vengono assemblati all'interno del citoplasma della cellula ospite.

I virus vengono assemblati creando un involucro di proteine, il capside, all'interno del quale viene

inserito il genoma virale, dna o rna.

L'infezione di una cellula da parte di un virus fa sì che essa produca poi nuovi vibrioni in maniera

esponenziale. C'è però un periodo di tempo (che va dall'infezione alla maturazione dei virus),

chiamato eclissi, durante il quale non è possibile osservare, all'interno della cellula infettata, un

virus completo. Quindi la cellula viene infettata, ma sarà possibile osservare la presenza di virus

completi all'interno della cellula solo quando i virus si assemblano e avviene la maturazione.

Sara Mazzone

Noi possiamo ugualmente sapere se la cellula è infettata o meno con determinate tecniche

diagnostiche, ma non è possibile osservare i virus completi.

I virus hanno elaborato strategie diverse per far sì che le cellule lavorino per loro. Essi inibiscono la

replicazione cellulare bloccando la sintesi proteica della cellula: questa non produce più le proteine

per se stessa ma solo per i virus.

Nel citoplasma si assembla il genoma virale e il capside (le proteine). A seconda poi se il virus che

si sta replicando è nudo o con envelope, si ha rilascio tramite lisi o gemmazione.

Domande

1) Che cosa sono i virus? Sono parassiti endocellulari obbligati. Hanno bisogno di una cellula

ospite per poter svolgere la loro replicazione. Se lasciati all'esterno di una cellula ospite non si

replicano.

2) Da cosa è composto il capside virale? Da proteine.

3) Come si chiama, se presente, l'involucro più esterno rispetto al capside? Pericapside o

envelope. Solo alcuni virus sono però rivestiti da questo ulteriore involucro.

4) Cosa sono i virus nudi? Virus che all'esterno del capside sono privi di involucro lipoproteico.

5) Quali sono i principali componenti dei virus? Proteine ed acidi nucleici.

6) Cos'è il pericapside virale? È il rivestimento lipidico del nucleocapside, il quale viene

acquisito per gemmazione ed è costituito da una parte delle membrane cellulari della cellula ospiti.

Dobbiamo ricordare che è una struttura lipoproteica, che deriva da membrane cellulari. Il virus

introduce al suo interno delle proteine virali, gli antirecettori.

7) Qual è l'enzima dei retrovirus? È la trascrittasi inversa. È presente solo nei virus.

8) Quale delle fasi di moltiplicazione del ciclo virale viene detta scapsidazione? La liberazione

dell'acido nucleico virale.

9) Una cellula si definisce sensibile ad un virus quando? Quando esprime sulla superficie i

recettori per quell virus.

10) Una cellula è permissiva quando? Quando supporta l'intero ciclo replicativo virale.

11) Qual è la funzione dell'enzima trascrittasi inversa? Permette di trascrivere l'rna in dna

(esempio: i retrovirus)

12) Per potersi moltiplicare un virus ha bisogno di? Di un ospite specifico. Spesso non solo di un

ospite specifico, ma anche di una specifica cellula all'interno di quell'ospite.

Azione patogena dai virus

I virus possono dare origine all’azione patogena attraverso 4 modalità:

- Trasformazione oncogena: danno origine a vari tipi di tumori quando si verifica che il genoma

virale si integra all’interno della cellula ospite (es. il papilloma virus e il tumore alla cervice uterina)

- Infezione litica-citocidica: si ha un’infezione acuta/litica in cui il virus che infetta la cellula si replica

e, una volta abbandonata la cellula, essa muore.

- Infezione persistente: è a lungo termine e cronica nel tempo. È un esempio l’infezione del virus

dell’epatite B che rimane nel fegato, si replica lentamente e dà origine a sintomatologia cronica.

- Infezione latente: una volta che il virus ci infetta non se ne va più e ogni tanto questo si ripresenta

(es. herpes labiale). Il virus che infetta la cellula non è più riproduttivo, rimane in fase quiescente e

in caso di immunodepressione si risveglia (anche dopo anni dall’infezione primaria).

Come abbiamo visto, i virus, diversamente dai batteri, non possono essere coltivati su terreni ricchi

di nutrienti come i terreni di coltura o mettendoli in piastre solide dove vi sono fattori di crescita:

essi infatti non possono replicarsi in assenza di una cellula ospite. Quindi, per essere coltivati

devono essere messi a contatto con colture cellulari. Inoltre, alcuni di essi possono essere coltivati

Sara Mazzone

in uova embrionale (in particolare vengono utilizzate uova di quaglia), oppure possono essere

inoculati in animali (esempio: cavie da laboratorio).

Il meccanismo più utilizzato è quello della coltivazione dei virus su cellule: non richiedendo la

stabulazione di animali, è il metodo più semplice. Ovviamente le cellule su cui devono essere fatti

crescere i virus devono essere specifiche per quel tipo di virus, cioè devono essere sensibili e

permissive per quel tipo di virus. A seconda del virus, anche la coltura di cellule deve essere

differente. Per esempio, se abbiamo un virus che infetta la cute, dovremo utilizzare delle cellule

della cute come i cheratinociti; un virus dell'epatite avrà bisogno di cellule epatiche e così via.

Le cellule vengono coltivate in terreni di coltura all'interno di fiasche di plastica, al cui fondo

aderiscono le cellule. Le cellule formano un monostrato e bisogna fornire tutti i nutrienti mediante

terreni di coltura. Essendo, nella maggior parte dei casi, cellule umane, esse vanno incubate in

incubatori appositi, che hanno la caratteristica di mantenere la temperatura costante a 37°. Inoltre

sarà aggiunta anche una percentuale di CO2 del 5%, per mimare le condizioni fisiologiche delle

cellule nell'organismo umano.

Per far replcare i virus si possono utilizzare:

- colture primarie: consistono di cellule normali prelevate da organi umani o animali. Esse si

possono replicare per un tempo limitato: dopo qualche divisione, muoiono e devono essere

rimpiazzate da altre cellule. Sono infatti cellule sane e normali, quindi vanno incontro al normale

fenomeno di invecchiamento (senescenza e morte).

- colture continue: sono anche dette cellule immortalizzate. Sono sì costituite da cellule umane o

animali prelevate da un organo, ma sono state prelevate da un tumore, e quindi hanno

caratteristiche anormali e possono moltiplicarsi in maniera indefinita, a causa di modificazioni a

proteine che regolano l'apoptosi, del differenziamento terminale e della senescenza. Alcune di

queste cellule hanno delle telomerasi super-attive, che impediscono alla cellula di andare in

senescenza e fanno sì che queste cellule possano proliferare in maniera indefinita. Le cellule ILA,

ad esempio, sono cellule che hanno integrato il virus del papilloma virus e che vennero prelevate

da una signora affetta da questo tumore 50 anni fa; dopo 50 anni sono ancora vive.

Per vedere un virus sulle colture cellulari non basta un microscopio ottico. Con questo possiamo

però osservare gli effetti che il virus sortisce sulla coltura cellulare.

A questo punto per eseguire una diagnosi o per verificare se in un determinato campione prelevato

dal paziente è presente un determinato virus, si pone il campione all’interno della cultura cellulare

e se ne studiano gli effetti. Gli effetti sono diversi e ci permettono di identificare il virus che li causa.

Il virus, una volta infettata la cellula e dopo aver messo il macchinario biochimico di questa al

proprio servizio, fa mutare la morfologia della cellula. Quindi gli effetti che si produrranno sono:

- Effetto citopatico, ossia di uccisione della cellula. Ad esempio, si possono vedere le cellule di

controllo (le quali, ben adese, formano una sorta di tappeto continuo) staccarsi dalla piastra,

arrotondarsi e morire dopo che è stato aggiunto il virus e l'infezione si è propagata.

- Formazione di sincizi, cioè cellule fuse insieme. Il virus, infettando la cellula e replicandosi, fa sì

che le cellule fondano le loro membrane e formino una mega-cellula, all'interno della quale

vengono poi prodotti moltissimi virus. Questo è un meccanismo di escape dal sistema immunitario:

infatti il virus in questo modo si può replicare senza che il sistema immunitario lo possa eliminare.

Questo effetto è quello prodotto ad esempio dal virus del morbillo.

- Formazione di inclusioni. Un esempio classico è quello del citomegalovirus, che conferisce il

caratteristico aspetto ad “occhio di gufo”, non presente nelle cellule non infettate: le cellule

risultano essere notevolmente ingrandite e all'interno di esse si può osservare un alone chiaro con

all'interno una struttura più scura, che appunto è un'inclusione data dal virus, cioè una struttura

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addizionale, normalmente non presente, in cui i virioni vengono composti.

- Emoadsorbimento: cellule infettate possono esprimere sulla loro membrana cellulare delle

proteine tipiche del virus. Queste proteine attraggono i globuli rossi, se messe a contatto con essi.

Quindi, per verificare se una cellula è infettata da virus (esempio: virus della parotite), si fa

incubare la coltura cellulare insieme a globuli rossi: se questi ultimi aderiscono alle cellule, significa

che sulla membrana cellulare vi sono proteine virali e dunque la cellula è infettata dal virus.

Normalmente infatti le cellule non attraggono i globuli rossi alla loro membrana citoplasmatica.

Un'altra modalità di coltivazione consiste, come detto, nell’iniettare dei campioni all'interno di uova

embrionate. Alcuni virus (esempio: influenza) si replicano molto bene nelle uova embrionate,

sortendo i caratteristici effetti citopatici nelle cellule. Questo è un metodo utilizzato per lo più per

scopi di ricerca e non in ambito diagnostico-ospedaliero, così come del resto il metodo che

prevede l'utilizzo di animali. Da un punto di vista di diagnosi ospedaliera, la metodica più utilizzata

è invece quella delle colture cellulari e delle modificazioni morfologiche che si possono osservare

in esse.

In passato il metodo delle colture cellulari era l’unico modo per capire quale virus infettava il

paziente; questo richiedeva tempistiche molto lunghe, almeno di qualche giorno, quindi non si

poteva dare una risposta tempestiva dal paziente. Inoltre non tutti i virus possono essere coltivati

in questo modo, perché alcuni di essi non si replicano in cellule in monostrato: hanno bisogno di un

epitelio vero e proprio, fatto di più strati, per potersi replicare.

Una tecnica molto utilizzata per i virus in ambito diagnostico è la pcr, la quale permette di

amplificare una porzione del genoma del virus, in modo da ottenerne una grande quantità. Questo

consente di determinare la presenza o l'assenza del virus in un campione, grazie all'amplificazione

di una zona del dna presente solo nel virus e non nel genoma della cellula umana: se vediamo che

la zona è presente, significa che il virus ha infettato la cellula. Questa è una metodica molto rapida:

il risultato si ha nel giro di una-due ore.

Nella pcr abbiamo a disposizione due piccoli frammenti di oligonucleotidi che si appaieranno

all’inizio e alla fine della sequenza del DNA in cui è presente il virus. Una volta avvenuto

l’appaiamento, si aggiunge un enzima (dna polimerasi) che riconosce questi oligonucleotidi

(primer) e sintetizza un pezzo di DNA della sequenza da valutare. Questo si ripeterà moltissime

volte, quindi avremo una crescita esponenziale. A questo punto si fa passare l’amplificazione

all’interno di una specie di gel, che separa le varie parti di DNA a seconda della loro lunghezza.

Un’altra modalità per valutare rapidamente la presenza di virus nei campioni prelevati dai pazienti

sono i metodi sierologici, dove si va a ricercare la presenza di anticorpi o proteine virali contro il

virus.

Queste tecniche comprendono i metodi immunoenzimatici (ELISA),i Western Blot, e

l’immunofluorescenza su tessuto che si avvalgono della capacità degli anticorpi di riconoscere gli

antigeni. Le proteine del virus possono essere riconosciute da anticorpi che hanno una specificità

per queste proteine, e, se un paziente è venuto in contatto col virus, avrà prodotto degli anticorpi

contro le proteine virali, che dunque potranno essere rilevati nel suo siero.

- Test Elisa: si mette il siero del paziente all'interno di alcuni pozzetti, in fondo ai quali è stata

messa una proteina del virus. Se vi sono anticorpi che riconoscono questa proteina, avviene il

legame immunologico molto specifico antigene-anticorpo. Con lavaggi, si elimina poi tutto il resto

del siero e, poiché il legame è molto forte, l'anticorpo (ammesso, appunto, che ci sia) rimane

legato a queste proteine del virus; si aggiungono quindi degli anticorpi fluorescenti, che

riconoscono quelli umani. Questi sono anticorpi secondari, che si legano solo al frammento

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costante di quelli umani. Grazie alla fluorescenza, mostrano se è avvenuto o meno il legame

anticorpo-antigene: se si vede fluorescenza, vi è un anticorpo del paziente che ha riconosciuto la

proteina del virus, il che significa che il paziente è stato infettato; se non vi è fluorescenza, il

paziente non è stato infettato.

- Western Blot: si fanno correre tutte le proteine del virus in un particolare gel; ogni bandina

rappresenta una proteina. Si trasferiscono le proteine su una membrana. Mettendo sulla

membrana il siero del paziente, si va a valutare la presenza degli anticorpi del siero del paziente

contro il virus.

Un'altra modalità per rilevare la presenza del virus è l'analisi di materiale bioptico prelevato

direttamente dal paziente. Avremo quindi sezioni di tessuto del paziente: se è presente il virus,

esse presenteranno proteine virali. Per rilevarle utilizzeremo degli anticorpi prodotti

industrialmente, che riconoscono una determinata proteina all'interno del tessuto. Anche in questo

caso, il legame antigene-anticorpo avviene solo se nel tessuto del paziente è presente quella

determinata proteina e dunque il virus. Si utilizzano degli anticorpi già fluorescenti di loro, e quindi

andiamo a rilevare la fluorescenza nel momento in cui avviene il legame con la proteina virale;

altrimenti si può utilizzare un anticorpo primario non fluorescente e poi uno secondario

fluorescente che va a riconoscere e a marcare quello primario.

Domande

1) Cos'è la pcr? È una reazione che permette di amplificare un segmento di dna. Quindi ci

permette di dire se il dna del virus è presente all'interno del campione che stiamo analizzando.

2) Come si rileva la presenza di una proteina virale (quindi la presenza di un virus)? Con degli

anticorpi specifici per quella proteina virale. Quindi avviene quel legame specifico anticorpo-

antigene, che può essere visualizzato mediante fluorescenza.

3) Attraverso quale metodo è possibile dimostrare la presenza del genoma virale in campioni

clinici? Con la pcr, che permette di amplificare una porzione del genoma virale, in modo da capire

se il virus è presente o meno all'interno del campione.

4) Come si possono coltivare i virus? Solo in presenza di cellule sensibili e permissive, che

permettono l'ingresso del virus e la sua replicazione.

Farmaci antivirali

I farmaci antivirali sono molti meno rispetto agli antibiotici, cioè i farmaci utilizzati per uccidere e

inibire la replicazione dei batteri. I virus al momento trattabili coi farmaci antivirali sono degli herpes

virus (virus dell’herpes simplex, della varicella-zoster e il citomegalovirus), il virus dell'influenza,

quello dell'epatite e il picornavirus. È possibile anche trattare l'hiv, ma solo per rallentare il declino

delle funzioni dei pazienti.

Il farmaco antivirale contro gli herpesvirus più conosciuto è l'aciclovir (conosciuto anche come

zovirax).

Come detto, ci sono una serie di farmaci che possono rallentare i sintomi dell'aids. Devono essere

somministrati più farmaci insieme, poiché il virus muta molto rapidamente. Si cerca quindi di

bloccare il virus a più livelli.

Per quanto riguarda l'influenza, oltre ai vaccini, vi sono anche dei farmaci antivirali: i più conosciuti

sono l'amantadina e la rimantadina.

Poi vi sono una serie di virus (epatite, papilloma virus, virus respiratorio sinciziale), che vengono

trattati con l'interferone, una molecola normalmente prodotta dal nostro organismo e stimolante la

risposta immunitaria. Questo aiuta il nostro organismo a eliminare i virus.

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I farmaci antivirali possono andare ad agire su tutte le fasi di replicazione del virus viste in

precedenza.

Esistono quattro classi di farmaci antivirali più conosciute: analoghi dei nucleosidi; analoghi dei

nuecleotidi; inibitori della trascrittasi inversa; inibitori delle proteasi.

Analoghi nucleosidici: la maggior parte dei farmaci antivirali sono analoghi nucleosidici.

Sono delle basi azotate leggermente modificate che una volta incorporate mentre si sta replicando

il genoma virale bloccano la replicazione del genoma (impediscono che vengano aggiunte altre

basi azotate). Le polimerasi per replicare il DNA o RNA (e quindi per allungarli) usano delle basi

azotate; se la polimerasi prende uno di questi analoghi e li aggiunge alla catena che sta

replicando, non riesce ad aggiungere nient’altro. Quindi essi sono molto simili ai nucleotidici,

normalmente presenti nelle cellule, ma si legano più facilmente alle polimerasi, perché hanno

un'affinità di legame maggiore rispetto ai nucleotidici. Ovviamente si legano alle polimerasi virali,

perché se inibissero le polimerasi cellulari tutte le nostre cellule ne risentirebbero: anche in questo

caso i farmaci antivirali devono logicamente avere una tossicità selettiva per gli enzimi del virus.

Il beneficio dell’attività antivirale supera la tossicità intrinseca del farmaco. Il più recente tra questi

analoghi è il Sovaldi (Sofosbuvir), che va a bloccare l’RNA polimerasi dell’epatite C.

Analoghi nucleotidici: hanno una funzione analoga ai primi ma hanno una base fosfato

aggiuntiva. Sono un’ulteriore modificazione degli analoghi nucleosidici, infatti sono basi azotate

modificate con l’aggiunta di una base azotato, che permettono loro di restare più a lungo

nell’organismo e di avere un’efficacia nel tempo. La funzione, però, è esattamente la stessa: si

legano alla catena dell'acido nucleico nascente e ne impediscono la continuazione.

Inibitori della trascrittasi inversa: sono fondamentali nella terapia dei retrovirus (es. Hiv). Si

legano al sito attivo della trascrittasi inversa, quell'enzima che trascrive l'rna in dna, e gli impedisce

di svolgere la sua funzione. Questo fa sì che il virus non possa più replicarsi. I farmaci antivirali

sono specifici solo per l’enzima virale (la trascrittasi inversa non è presente nelle cellule umane).

Inibitori delle proteasi: in alcuni virus vengono prodotte delle proteine capsidiche fuse insieme,

che solo alla fine del ciclo replicativo vengono tagliate per dare origine a due proteine differenti.

Per far questo servono le proteasi, enzimi che vengono inibiti dai farmaci antivirali, i quali

impediscono così l'assemblaggio corretto dei virioni. Detto altrimenti, esistono dei virus che

producono degli rna messaggeri che codificano per più proteine: i ribosomi li traducono in proteine

fuse, che devono essere poi tagliate dalle proteasi per dare origine alle proteine definitive che

costituiscono il capside. Se questo taglio non avviene, in quanto le proteasi vengono inibite dai

farmaci antivirali, non avviene la corretta replicazione del virus, poiché esso non viene assemblato.

Normalmente però i virus non possiedono enzimi.

Come per gli antibiotici, esistono anche dei virus resistenti agli antivirali, perché i virus mutano

molto rapidamente e possono modificare gli enzimi a cui i vari farmaci antivirali devono legarsi.

Questo problema della resistenza ai farmaci antivirali è molto sentito soprattutto per i retrovirus,

che essendo a rna si modificano molto rapidamente. Per questo motivo vengono somministrati ai

pazienti più farmaci assieme, per cercare di inibire più vie possibili, in modo da eliminare il più

possibile il virus. Virologia sistematica

Papillomavirus

Sara Mazzone

Per classificare i virus bisogna conoscerne il tipo di genoma e sapere se hanno l'envelope.

I papillomavirus umani (hpv) appartengono a una famiglia vastissima (Papillomaviridae). Sono

virus a dna a doppia elica e il loro dna è circolare. E’ un virus che possiede poche basi.

Presentano solo il capside e non hanno l'envelope, per cui sono dei virus nudi.

Esistono più di 150 tipi diversi di papillomavirus. Quelli che interessano di più da un punto di vista

clinico sono gli alfa papillomavirus e i beta papillomavirus, cioè quelli in grado di dare patologie

nell'uomo. Degli alfa hpv fanno parte i papillomavirus 16 e 18, responsabili dello sviluppo del

carcinoma della cervice uterina.

I papillomavirus infettano gli epiteli squamosi pluristratificati, come cute e mucose. La loro

replicazione dipende da questa stratificazione degli epiteli, cioè hanno bisogno di epiteli completi

per poter completare il loro ciclo infettivo. Quindi possiamo avere patologie a carico sia della cute

che delle mucose; L’infezione si acquisisce per contatto diretto (interumano) e nel caso di virus

mucosali si trasmette per contatto sessuale, mentre per i virus cutanei avviene tramite contatto.

Perché il virus possa infettare, si deve avere sulla propria cute o mucosa una ferita, che permette

al virus di entrare e di andare a infettare le cellule dello strato basale, cioè quelle che si replicano

negli epiteli. Quindi per essere infettati non basta venire a contatto col virus, ma si deve venire a

contatto con esso in una zona ferita.

Le manifestazioni cliniche possono essere cutanee o mucosali. Le lesioni cutanee date dai

papillomavirus sono le verruche comuni a livello delle mani e dei piedi. Inoltre, nei soggetti che

hanno una particolare patologia, l'epidermodisplasia verruciforme, le verruche possono evolvere in

tumori cutanei. Si è fra l'altro scoperto che, nei pazienti trapiantati, i papillomavirus possono

sviluppare carcinomi cutanei, cosa che invece non accade nei soggetti normocompetenti.

Le lesioni delle mucose si possono avere a livello dei genitali esterni (sono le più frequenti perché

durante il contatto sessuale si possono verificare delle microabrasioni): vi sono i condilomi

acuminati, come a livello del pene (lesioni floride) e della cervice uterina. Oltre al distretto genitale,

possono esserci lesioni anche a livello delle vie respiratorie (condilomi papillomatosi) e a volte a

livello congiuntivale.

I papillomavirus che infettano le mucose vengono a loro volta divisi in:

- ad alto rischio: hanno un alto potere trasformante, quindi se non curati possono trasformarsi in

tumori a livello genitale (genotipi 16 e 18)

- a basso rischio: bassa capacità trasformante che danno condilomi e papillomi (genotipi 6 e 11)

Come il papilloma virus può dare origine a tumori?

Quando il dna di una cellula è mutato, a causa del fatto che il dna del virus si è integrato nel suo,

normalmente essa va incontro ad apoptosi. I papillomavirus ad alto rischio però, esprimono delle

proteine capaci di bloccare l'attivazione del meccanismo apoptotico e la cellula mutata resta così

proliferante. Questa proliferazione incontrollata genera appunto la massa tumorale in quanto

inibisce la produzione di proteine dette soppressori tumorali (p53 e pRb).

Per quanto riguarda hpv 16 e di hpv 18, è possibile effettuare screening con pap test (molto

probabilmente, in breve tempo verranno sostituiti con degli screening con pcr), che permettono di

verificare se l'infezione è presente a livello della cervice uterina, in particolare nelle donne dai

ventott'anni in su.

Il fatto che il pap test risulti positivo, non significa che la donna svilupperà sicuramente carcinoma.

Semplicemente significa che dovrà fare controlli regolari, al fine di valutare eventuali cambiamenti

verso la trasformazione tumorale. Molto spesso però il fatto di avere questi virus a livello vaginale

non significa assolutamente nulla: normalmente, donne sessualmente attive hanno questi virus a

livello del canale vaginale. Solo se l'infezione si mantiene attiva a lungo nel tempo, può provocare

Sara Mazzone

negli anni (si parla di una decina di anni) la trasformazione tumorigenica, altrimenti essa può

autorisolversi nel giro di uno-due anni e non portare assolutamente a trasformazione (questo

avviene nel 90% dei casi).

Herpesvirus

È un'altra famiglia di virus molto importante. Anche questi virus sono a dna a doppio filamento, ma

lineare. Sono molto grossi rispetto ai papilloma virus e sono virus rivestiti, che hanno intorno al

capside un envelope. Tra le loro caratteristiche, c’è quella di codificare per enzimi virali che

vengono espressi in seguito all’infezione. Il contagio avviene tramite il contatto con secrezioni

infette (anche in questo caso la trasmissione è solo interumana). Un’altra caratteristica

fondamentale degli herpesvirus è che, una volta contratta l'infezione, il virus rimane per sempre

latente nell'organismo: l'infezione non si risolve completamente e il virus rimane a livello di alcune

cellule del nostro corpo.

Gli herpesvirus si dividono in tre sottofamiglie: gli alfa herpesvirus, i beta herpesvirus e i gamma

herpesvirus.

- Nella famiglia degli alfa herpesvirus annoveriamo gli herpesvirus di tipo 1,2 (herpes zoster) e il

varicella-zoster (herpes virus di tipo 3), cioè il virus della varicella. Essi vanno in latenza nei

neuroni.

- Nei beta herpesvirus annoveriamo il citomegalovirus (herpes virus di tipo 5), l' herpesvirus 6 e 7

(chiamati hhv 6 e hhv7). L’Herpes virus 5 va in latenza nei reni e nelle ghiandole, mentre gli altri

due vanno in latenza nel tessuto linfatico, ossia nei linfociti.

- Nella famiglia dei gamma herpesvirus abbiamo il virus di epstein-barr (herpes virus di tipo 4) e l'

herpesvirus 8. Vanno anch’essi in latenza nei linfociti.

- Gli Herpes virus di tipo 1 (herpes virus simplex) appartengono ai virus che danno origine

all’herpes labiale, ovvero alle manifestazioni classiche erpetiche che si hanno soprattutto sulle

mucose a livello labiale. Di solito questo virus si contrae nella prima infanzia, per contatto diretto

con delle secrezioni infette. E’ possibile che si ripresenti nella vita adulta perché il virus rimane

latente.

- L’Herpes virus di tipo 2 (herpes simplex di tipo 2) è un virus che dà origine all’herpes genitale e si

trasmette per via sessuale. E’ un infezione che si trasmette in età adulta, quando si iniziano ad

avere rapporti sessuali.

- L’ Herpes virus di tipo 3 (o varicella-zoster) è l'agente eziologico che dà la varicella. Solitamente

si manifesta nei bambini e il contagio non avviene per contatto, ma per inalazione delle secrezioni

infette. Come sappiamo, si manifesta con un esantema molto pruriginoso, con formazione di

vescicole. Di solito si risolve piuttosto rapidamente (nel giro di 10 giorni), soprattutto nei bambini

(negli adulti può essere in forma più grave); solo in rarissimi casi si possono avere complicanze, ad

esempio l’encefalite. Tuttavia il virus rimane latente nell'organismo e quindi, in un secondo

momento della vita, il virus si può riattivare, dando origine a una manifestazione secondaria:

l'herpes-zoster, o fuoco di Sant'Antonio. Esso si manifesta in tutta la zona innervata dai neuroni in

cui si trova il virus e dà origine ad una manifestazione cutanea molto dolorosa, in particolare nelle

regioni oftalmica e toracica. Essa è una patologia davvero dolorosa e può durare da un mese o

più.

I tre virus appena visti sono alfa herpesvirus: essi vanno in latenza nei neuroni. Come fa il virus ad

andare in latenza? L'infezione iniziale è a livello cutaneo nel caso dell'herpesvirus simplex uno e

del due, a livello del nasofaringe e della trachea per quanto riguarda il varicella-zoster.

Sara Mazzone

Il virus si replica e dà la sua manifestazione vescicolosa. Le cellule dell’epitelio sono innervate da

neuroni: i virus raggiungono il neurone e lo risalgono dalla zona periferica fino al suo nucleo,

permanendo in latenza per tutta la vita. Per un abbassamento delle difese immunitarie, il virus può

slatentizzarsi e per un movimento retrogrado e ripercorrerlo dando origine a manifestazioni

primarie e secondarie. Questo movimento anterogrado e retrogrado nel neurone può avvenire

innumerevoli volte durante la vita; esso può essere causato da estreme condizioni atmosferiche.

Un esempio di ciò è la ricomparsa dell'herpes labiale, che si manifesta più o meno sempre nella

stessa zona proprio in virtù della dinamica appena descritta.

Il virus di Epstein-Barr (herpes virus di tipo 4) è un gamma herpesvirus ed è l'agente eziologico

della mononucleosi infettiva, la cosiddetta malattia del bacio. La trasmissione avviene per via

aerea e vengono infettate inizialmente le cellule dell'orofaringe. Esso va in latenza solo nei linfociti

B, dove rimane per tutta a vita. Nei pazienti immunocompromessi è stato correlato alla comparsa

dei tumori, come il linfoma di Burkitt e il carcinoma nasofaringeo. La mononucleosi dà origine a

dolore ai linfonodi, febbre.. e la guarigione completa si ha dopo 4/8 settimane, in quanto vi è una

continua sensazione di astenia.

Il citomegalovirus è un beta herpesvirus ed è molto diffuso (circa il 90% della popolazione).

L'infezione si ha per via aerea e di solito avviene in età infantile. Non dà alcun tipo di

sintomatologia negli individui sani, ma il grosso problema del citomegalovirus è durante la

gravidanza: la donna che decide di avere un figlio, appena scopre di essere incinta, deve

assolutamente sottoporsi al test che rileva se essa è citomegalovirus positiva o negativa, ossia se

ha gli anticorpi o meno. Infatti contrarre l'infezione durante la gravidanza rappresenta un grosso

rischio: Nella gravidanza se l’infezione avviene per la prima volta, nel 40% dei casi avviene

un’infezione intrauterina e nel 10% dei casi di feti intaccati dall’infezione si avrà un esito neonatale.

L'infezione neonatale è invece quella che avviene se la madre presenta il citomegalovirus a livello

del canale del parto e quindi l'infezione per il bambino avviene durante la nascita. In questo caso

una piccola percentuale di bambini (3-10%) contrae l'infezione e sviluppa una serie di sintomi

come ritardo dello sviluppo, polmonite interstiziale, cioè una serie di problematiche abbastanza

importanti. È sicuramente meno grave dell'infezione intrauterina, ma può dare dei problemi al

bambino.

Se la donna è incinta del secondo figlio e ha un primo figlio, bisogna fare attenzione perché di

solito i bambini piccoli possiedono molti citomegalovirus, che si contraggono soprattutto all’asilo.

Invece l'infezione nei bambini, negli adolescenti o negli adulti immunocompetenti non dà alcun tipo

di patologia. Se si è venuti in contatto col citomegalovirus, esso è latente e, in alcuni momenti della

vita, si può riattivare. La riattivazione è asintomatica: semplicemente diventiamo portatori sani del

virus e quindi possiamo diffonderlo nell'ambiente e contagiare le persone che ci stanno intorno.

L'herpesvirus di tipo 6 è il virus che causa la sesta malattia. L'infezione di solito si contrae

nell'infanzia e dà un esantema vescicolare. Si risolve nel giro di pochi giorni. Anche in questo caso

la trasmissione avviene per via aerea e il virus va ad infettare il linfociti B, dove rimane latente.

Circa l’80/90% della popolazione è stata infettata da questo virus nell’arco della vita.

L'herpesvirus 7 è stato recentemente isolato (anni '90), ma in realtà non è ancora associato ad

alcun quadro morboso: semplicemente si sa che esiste.

L'herpesvirus di tipo 8 è stato recentemente scoperto all'interno delle cellule di un tumore, il

sarcoma di Kaposi, e dunque sembra essere la causa dello sviluppo di questo tumore, il quale dà

origine a delle macchie rosse, dovute a riattivazione di cellule del sistema vascolare. Le cellule

Sara Mazzone

vascolari continuano a proliferare e danno così origine a queste macchie rosse. A livello cutaneo si

manifestano in questo modo, ma in realtà possono riattivarsi in qualsiasi organo: ad esempio, a

livello polmonare. E’ un’infezione che si riscontra nella popolazione in generale ma solo nella

popolazione affetta da AIDS.

Adenovirus

Hanno anch’essi genoma a DNA a doppio filamento lineare. Sono più piccoli rispetto agli Herpes

virus e sono virus nudi, quindi non hanno il pericapside. La manifestazione patologica si ha a livello

del sistema respiratorio e possono dare anche congiuntiviti a livello oculare(si acquisiscono

normalmente nelle piscine). In rari casi possono dare patologie gastrointestinali (in questo caso la

trasmissione avviene per via oro-fecale). La trasmissione può avvenire per via oro-fecale, per

aerosol (quindi via aerea da uomo a uomo), e, soprattutto per le patologie a livello oculare, per

acqua delle piscine poco clorurata. I quadri patologici che può dare sono quindi: congiuntivite,

faringite (trasmessa per via aerea) e gastroenterite (per via oro-fecale).

Normalmente le manifestazioni più frequenti sono le affezioni respiratorie (appunto le faringiti) e le

cheratocongiuntiviti.

Parvovirus

Sono virus a dna lineare ma a singolo filamento. Sono virus nudi e la manifestazione patologica è

la V malattia, cioè una di quelle patologie che si acquisiscono durante l’infanzia e danno origine ad

un esantema cutaneo. La trasmissione avviene per aerosol (via aerea) e nell’infanzia si

autorisolve. Nei casi più gravi può dare origine a crisi aplastica transitoria (il midollo osseo non

riesce a formare le cellule del sangue); essa però si autorisolve alla fine dell’infezione. Può essere

un virus molto grave durante la gravidanza, perché il feto può andare incontro a idrope fetale e può

andare incontro a morte (in quanto si creano ad esempio problemi circolatori). Non vi è nessun

vaccino contro questo tipo di virus, quindi è importante monitorare le donne in gravidanza. La

trasmissione avviene per via aerea.

Ortomixovirus

Sono i classici virus influenzali. Hanno un genoma a RNA a polarità negativa, ma è un genoma

spezzettato in 8 porzioni separate. Presentano il pericapside, quindi hanno un involucro esterno e

sono quindi virus rivestiti. Sull’envelope vi sono due proteine virali, l’emoagglutinina e la

neuroaminidasi. I cambiamenti a livello di queste due proteine superficiali determinano la

mutazione del virus influenzale, che ogni anno cambia e per il quale occorre dunque generare

sempre un vaccino diverso. La modificazione di queste due proteine è agevolata dal fatto che il

virus è a rna, quindi il controllo della sua sequenza genica è molto più instabile rispetto a un virus a

dna. La trasmissione avviene sempre per via aerea tra diversi soggetti umani.

La sintomatologia comprende febbre, faringiti, laringo-tracheo-bronchiti, dolori articolari, astenia,

mialgia; si autorisolve nel giro di una settimana. Il virus dell’influenza debilita il sistema immunitario

dando origine a superinfezioni batteriche (come polmoniti) quindi in particolare nei bambini e

anziani di solito si propone il vaccino.

Gli ortomixovirus si dividono in tre gruppi: tipo A, B e C.

I gruppi A e B sono quelli che normalmente danno le epidemie stagionali, in quanto sono i due

gruppi in cui maggiore è la variabilità antigenica, la quale è dovuta, come visto, alla modificazione

dell'emoagglutinina e della neuroaminidasi. Queste sono infatti le proteine verso le quali il sistema

immunitario monta la sua risposta anticorpale. Tuttavia, se queste mutano ogni anno, esso non

sarà pronto a eliminare il virus, e dovrà riformarsi degli anticorpi. Per questo motivo, ogni anno

Sara Mazzone

deve essere prodotto un vaccino diverso: non appena il nuovo virus compare, si vanno a studiare

e identificare le sue mutate molecole di superficie, che vengono poi iniettate nel nuovo vaccino.

Gli ortomixovirus non sono mai uguali a se stessi, cambiano continuamente i loro antigeni perché

sono virus a rna in cui non si ha il controllo della sequenza ma ogni tanto avviene una

modificazione a livello di base nucleica e questo causa mutazioni a livello delle proteine espresse

a livello del pericapside. Quindi ogni anno dobbiamo costituire nuove difese immunitarie. Vi sono

due tipi di immunità: l’antigen drift (quella di cui abbiamo appena parlato) e l’antigen shift. La

prima crea una epidemia, mentre la seconda dà origine a vere e proprie pandemie. In quest’ultimo

caso si ha una variazione molto più grande del virus; questo avviene quando virus influenzali di

specie diversa si ricombinano tra loro, creando così grandi pandemie. Ad esempio questo è quello

che si è verificato nel caso dell’aviaria, dove si sono ricombinati i virus umani con quelli animali.

Questo tipo di riassortimento avviene di solito nei Paesi in via di sviluppo dove ci sono scarse

condizioni igieniche e dove uomini e animali vivono in stretto contatto. Per far avvenire la

ricombinazione, l’uomo deve entrare in contatto o con volatili o con maiali: si formano virus al cui

interno vi sono pezzetti di genoma del virus aviario e pezzi di genoma del virus umano. Questo tipo

di infezione può dare origine a infezioni gravi nell’uomo, che possono portare spesso a morte.

Questo è quello che è accaduto sia con l’aviaria che con la spagnola.

Paramixovirus

Sono virus che presentano un singolo filamento di rna a polarità negativa, il quale, avendo tale

polarità, non può essere direttamente utilizzato come rna messaggero, ma è ad esso

complementare. Sono virus nudi e si dividono in due sottofamiglie: paramyxovirinae e

pneumovirinae.

a) Paramyxovirinae, in cui troviamo il Paramixovirus (un virus parainfluenzale), il Rubulavirus (il

virus della parotite), il Morbillivirus (è il virus del morbillo);

b) Pneumovirinae, in cui troviamo lo Pneumovirus, detto anche virus respiratorio sinciziale.

Vediamo nel dettaglio:

- I paramixovirus (virus parainfluenzali) vengono trasmessi per via respiratoria e causano una

sintomatologia simile a quella influenzale, dando manifestazioni a livello delle vie aeree (riniti,

faringiti, bronchiti o, nei casi più gravi, polmoniti). L’infezione si risolve nel giro di una settimana e si

trasmette per via aerea.

- Il rubulavirus causa come detto la parotite, ossia l'ingrossamento delle ghiandole parotidi

(orecchioni). Anche in questo caso la conduzione è per via aerea. Si ha ingrossamento delle

ghiandole parotidi, con difficoltà a deglutire. Il contagio avviene tramite saliva e ha un periodo di

incubazione di 15 giorni. Quando si ha nell’infanzia non dà gravi complicanze, ma in problema si

ha se viene contratto in età adulte, perché negli uomini può causare orchite e atrofia testicolare,

mentre nelle donne al primo trimestre di gravidanza può generare danni al fegato.

- Il morbillivirus causa appunto il morbillo, malattia tipica dell'infanzia, che si manifesta con un

esantema a papule diffuso su tutto il corpo, piuttosto pruriginoso. Si ha anche sintomatologia

febbrile, con mialgia e astenia. La trasmissione è per via inalatoria; il periodo in incubazione è di

10-12 giorni e nei bambini si autorisolve nel giro di 1-2 settimane. Il morbillo può dare origine a pan

encefalite sclerosante, quindi a problemi neurologici che causano sordità in alcuni casi. Le

complicanze sono maggiori se si verificano in età adulta: possono causare infertilità nell’uomo e

nella donna in caso di gravidanza possono portare all’aborto. In Italia il vaccino è altamente

raccomandato dal Sistema Sanitario Nazionale.

- Lo Pneumovirus, o virus respiratorio sinciziale, si trasmette per via aerea e dà malattie del tratto

respiratorio inferiore, come polmoniti o bronchiti. È un virus importante negli ospedali perché è può

Sara Mazzone

dare infezioni nosocomiali (soprattutto polmoniti). Si trasmette per aerosol e nella popolazione

sana non dà gravi problematiche, che si verificano invece nei pazienti immunocompromessi.

Togavirus

Contiene diversi generi di virus, quali l’α-virus, normalmente trasmessi da antropodi (zanzare) e i

rubivirus, tra cui il virus della Rosolia.

- Il rubivirus è il virus della rosolia. Il rubivirus, responsabile della rosolia, ha un genoma a RNA e

non ha envelope (è un virus nudo). La trasmissione della rosolia avviene per via aerea; è un virus

normalmente presente in età infantile che si manifesta con esantemi distribuiti su tutto il corpo; è

una patologia normalmente benigna (come il morbillo, si autorisolve in 1-2 settimane) ma può

causare problemi se contratto da donne incinte in quanto può determinare rischi di anomalie fetali

(malformazioni cardiache, cataratta infantile o sordità). In rarissimi casi il virus può permanere nel

corpo causando problemi a livello del SNC (encefalo mielite postinfettiva e panencefalite

progressiva da rosolia). Nonostante non ci sia alcuna evidenza scientifica si sta speculando sulla

possibilità che anche i vaccini possano avere effetti lesivi sul SNC.

DOMANDE

1) L’infezione di herpes virus di tipo 2 interessa primariamente: l’apparato genitale

2) Il virus che ha un genoma distinto in 8 frammenti è l’orthomixovirus (virus influenzale)

3) Il virus che può raggiungere l’embrione quando affetta la donna in gravidanza è il

citomegalovirus, che può dare infezioni intrauterine e neonatali.

4) L’herpes zoster si può manifestare in soggetti che hanno avuto la varicella

5) Varicella ed herpes zoster sono manifestazioni cliniche diverse di infezioni con lo stesso virus

5) Il virus del papilloma umano è correlato con lo sviluppo di carcinomi alla cervice uterina

5) Fattore di rischio per il carcinoma della cervice uterina è l’infezione da HPV 16-18

6) Il virus di Epstein Barr infetta solo i linfociti B

7) Il morbillo si trasmette per via aerea

Retrovirus

La famiglia dei retrovirus si divide in diversi generi: oncovirus, lentivirus e spumavirus. I primi due

causano patologie negli essere umani, mentre gli spumavirus non sono ancora stati associati a

patologie e sono stati scoperti nelle scimmie: le cellule infettate da questi virus hanno un aspetto

spumoso ma per ora non sono ancora stati associati a patologie. Il genoma dei retrovirus è

composto da RNA, in particolare è costituito da due molecole di RNA a singolo filamento a polarità

positiva. Caratteristica di questi virus è la presenza dell’enzima trascrittasi inversa che trascrive

l’RNA in DNA. Sono virus rivestiti.

Lentivirus

A questa famiglia appartiene il più conosciuto virus dell’HIV (virus dell’immunodeficienza umana).

Esistono due diversi virus dell’HIV, geneticamente differenti e localizzati in differenti aree

geografiche. L’HIV1 origina la patologia soprattutto in Europa e nei paesi occidentali, mentre l’HIV2

causa le epidemie patologia nell’Africa occidentale. Sembrerebbe che l’Hiv si sia evoluto da un

virus nella scimmia, divenendo cos’ in grado di infettare l’uomo.

Il virus dell’HIV si trasmette per contatto parenterale (contatto col sangue). La trasmissione

dell’HIV è solo intraumana (colpisce solo l’uomo) e questo virus colpisce i linfociti T CD4 positivi

(linfociti helper), provocando una diminuzione delle difese immunitarie e rendendo l’individuo

suscettibile a tutti i tipi di infezione, anche causata da patogeni normalmente non problematici per

individui immunocompetenti, ad esempio da patogeni opportunisti. Infetta i linfociti T, in particolare i

Sara Mazzone

CD4+. Il virus dell’Hiv non dà carcinogenesi ma dà immunodepressione: infetta i linfociti T e li

uccide. La sigla AIDS significa sindrome da immunodeficienza acquisita: il virus elimina il sistema

immunitario della persona infetta.

Le grosse complicanze evidenziate da pazienti affetti da AIDS sono rappresentate dalla

contrazione di infezioni, una in seguito all’altra; le infezioni possono essere di grande entità e

alcuni virus possono anche dare origine a fenomeni neoplastici. Il virus dell’HIV presenta in

superficie le proteine GP120 e GP41, fondamentali per riconoscere in maniera specifica i linfociti T

garantendo il legame al recettore CD4+.

Da solo, il virus dell’HIV, non provoca autonomamente la trasformazione delle cellule; provoca

invece la riduzione delle difese immunitarie dell’ospite, a cui seguono normalmente una serie di

infezioni e di progressioni che possono anche implicare la tumorigenesi.

Il virus dell’HIV si trasmette solo per via parenterale, con qualsiasi tipo di contatto sanguigno

(siringhe infette, rapporti sessuali, contatti di sangue derivanti da trasfusioni, trasmissione

orizzontale da madre a figlio al momento del parto).

Il decorso dell’infezione da HIV è molto lento e può durare anche parecchi anni; si ricordi infatti che

appartiene alla famiglia dei lentivirus.

Nella fase iniziale, acuta, si ha una sintomatologia simile a quella mononucleotica (febbre, astenia,

dolori muscolari), con copiosa replicazione del virus all’interno dei linfociti T. Il sistema immunitario,

ancora forte, risponde all’infezione portando a livello normale la situazione. All’interno dei linfociti T

il virus continua a replicarsi, in maniera latente, senza dar vita a nessuna sintomatologia; questa

fase, controllata dal sistema immunitario e priva di sintomo evidenti, può durare dai due ai sei anni.

Dopo circa cinque anni dal momento della contrazione del virus il sistema immunitario è troppo

debilitato: il virus ha distrutto troppi linfociti T e inizia la fase avanzata della malattia. In questa fase

il sistema immunitario non riesce più a controllare la replicazione virale, che assume dimensioni

enormi, con conseguente diminuzione di linfociti T circolanti. Mentre un soggetto sano ha circa

1100 linfociti T per μlt di sangue, un soggetto con AIDS conclamato ha meno di 200 linfociti T per

μlt di sangue. La conta dei linfociti T è uno dei metodi di diagnosi per monitorare lo stato del

sistema immunitario di un paziente affetto da HIV. Inoltre il rapporto CD4 e CD8 è molto più basso

nei pazienti infetti.

Dal momento che questo virus è ad RNA e presenta trascrittasi inversa, incapace di riparare a

errori di trascrizione, questo virus muta molto rapidamente; ciò determina l’azione limitata nel

tempo dei farmaci contro l’HIV: mutando potrebbe sviluppare resistenza al farmaco. Non esiste

una vera e propria terapia contro questo virus, perciò si somministra un cocktail di farmaci (che

inibiscono la trascrittasi inversa, nucleosidici, nucleotidici, ecc..) per prolungare il tempo di latenza

del virus prima che si manifestino le complicazioni. Le terapie allungano la fase di latenza,

portandola dai cinque anni succitati a oltre dieci.

Anche gli oncovirus, in grado di originare tumori, appartengono alla famiglia dei retrovirus.

All’interno di questa famiglia va menzionato il virus della leucemia umana, HTLV1 (virus della

leucemia), che attacca i linfociti T ma non distruggendoli, bensì portandoli alla proliferazione

continua.

Come il virus dell’HIV, è caratterizzato anch’esso da un lungo periodo di latenza, e nel 90% dei

casi i soggetti infetti da questo virus non manifestano sintomatologia. La proliferazione continua

può provocare mutazioni a livello dei linfociti T che possono dare origine ad un clone tumorigenico;

la patologia si manifesta come leucemia o linfoma: le cellule mutate, a livello del midollo osseo,

sostituiscono le normali cellule eritropoietiche. Questo causa nel paziente anemia (insufficiente

produzione di cellule della linea eritroide), un abbassamento del livello dei linfociti T, dei linfociti C,

Sara Mazzone

dei monociti, portando ad una maggiore suscettibilità alle infezioni. Va ripetuto che questa

sintomatologia si presenta solo in una percentuale molto bassa di persone infettate con questo

virus.

Rotavirus

Il rotavirus è un virus molto importante, soprattutto nei reparti pediatrici in quanto è responsabile

della maggior parte delle manifestazioni diarroiche della prima infanzia, anche con conseguenze

severe. Sono virus a rna a doppio filamento, non hanno pericapside (sono virus nudi) ma il loro

capside è doppio (ha due strati di proteine che proteggono il genoma). Per questo vengono detti

rotavirus, perché il loro capside doppio somiglia ad una ruota. La trasmissione avviene per via

aerea e oro-fecale e si origina una manifestazione enterica (diarrea profusa). La malattia si

manifesta soprattutto nella prima infanzia (2-3 anni.) e nei neonati può dare gravi problemi, in

quanto la diarrea profusa può causare eccessiva disidratazione.

Picornavirus

Sono virus a rna a singolo filamento positivo che non hanno pericapside. Sono molto resistenti

anche nell’ambiente esterno. Si dividono in 3 grandi generi: rinovirus (di cui fa parte il virus del

raffreddore), enterovirus (causano enteriti e poliomielite) e epatovirus (causano epatite A).

- Il rhinovirus è l’agente eziologico del raffreddore. Infetta le alte vie aeree dando la classica

sintomatologia del raffreddore (naso che cola, mal di testa, malessere generale). L’incubazione

dura 5 giorni e la malattia si risolve nel giro di una settimana autonomamente, grazie al sistema

immunitario. Si replica a livello del naso faringe, con secrezioni mucose dal naso.

- Enterovirus: la maggior parte delle infezioni sono asintomatiche, ma possono causare

manifestazioni molto gravi. Si trasmettono per via oro fecale, per contatto con feci umane infette.

La sintomatologia è ad ampio spettro: si possono avere gastroenteriti, patologie a carico di cuore,

congiuntiva e SNC. La via di ingresso è oro fecale, il virus entra a livello intestinale e può dare

infezioni a livello intestinale, oppure può passare in circolo e localizzarsi in una serie di organi dove

può dare patologie di vario tipo.

Esistono diversi gruppi, ad esempio il poliovirus (agente eziologico poliomielite paralitica); essi

danno manifestazioni a livello di organi diversi, tra le quali congiuntiviti, bronchiti e miocarditi. Il

polio virus è responsabile della poliomielite (una volta chiamata paralisi infantile e molto diffusa fino

a 50 anni fa), una malattia virale acuta altamente contagiosa che si trasmette per via oro-fecale;

nonostante la maggior parte delle persone infette non presentino una grave sintomatologia, può

dare manifestazioni di tipo neurologico (manda in apoptosi le cellule neuronali) e a seconda di

dove colpisce si può avere disabilità agli arti o di tipo cognitivo-percettivo.

La poliomielite era molto frequente intorno all’inizio del 900, ma successivamente grazie ai vaccini

è diminuita. Oggi sta aumentando a causa delle importanti migrazioni dai paesi africani, dove la

malattia è ancora presente.

Virus epatitici

Contrariamente a quanto si può immaginare, non esiste una famiglia che raggruppi i virus epatitici

(A, B, C, D, E e forse G). Questi virus appartengono a famiglie diverse, hanno differenti vie di

trasmissione e differenti genomi (DNA, RNA); il tratto comune è l’organo bersaglio, il fegato.

L’epatite A è provocata da un picornavirus, ad RNA. La trasmissione avviene per via oro-fecale,

per ingestione di cibi contaminati. E’ diffusa in paesi caratterizzati da scarsa igiene diffusa, per

visitare i quali è infatti consigliata una vaccinazione anti-epatite A. Ha un periodo di incubazione

molto lungo (da 3 a 5 settimane). In alcuni casi la manifestazione è asintomatica, per via della

reazione del sistema immunitario, mentre in altri casi si assiste a manifestazioni diarroiche che si

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risolvono autonomamente oppure grazie a idratazione tramite flebo. L’entità e la gravità di questo

tipo di epatite è molto vasta e dopo la manifestazione sintomatologica la patologia di solito si

risolve senza cronicizzazioni. Questo virus generalmente non è diffuso in Europa.

L’epatite B è dovuta a un virus della famiglia degli Hepadnavirus. E’ un virus a DNA circolare a

doppio filamento. Sono virus rivestiti, che hanno pericapside e all’interno del loro virione hanno già

una dna polimerasi virale, perché appartengono alla classe di virus che, sebbene sono a dna, per

replicare il loro genoma passano ad un intermedio a rna; sono quindi provvisti di trascrittasi

inversa.

Si trasmette per via parenterale (contatto con sangue infetto), che può avvenire tramite scambio di

siringhe, contagio sessuale e tra la madre e il feto, a livello intrauterino o durante la nascita. 1/3

della popolazione mondiale ha questo virus. Infetta le cellule epatiche e da qui va in circolo nel

sangue (per questo si trasmette per via parenterale).

Prima di una sintomatologia manifesta, l’HBV necessita un periodo di incubazione tra i 45 e i 120

giorni, seguito da una fase prodromica caratterizzata da febbre leggera, affaticamento e malessere

generale. Nell’80% dei casi la patologia si autorisolve con questa fase itterica (incompleta

degradazione della bilirubina. Essa è dovuta alla degradazione dei globuli rossi e, se il fegato non

funziona bene, la bilirubina va in circolo e dà questa colorazione giallastra). Nel 5-10% dei casi la

replicazione massiccia porta alla distruzione degli epatociti e alla conseguente morte del soggetto

interessato per epatite fulminante (con cirrosi, che può essere anche fatale). In un altro 10% dei

casi il virus non viene completamente eradicato e la sua replicazione non è massiccia ma lenta e

costante; causa danni costanti alle cellule del fegato e dà origine ad un’epatite cronica (danno

cronico al fegato, con degenerazione del tessuto epatico detta fibrosi e cirrosi, la quale può essere

alla base dello sviluppo di tumori epatici).

Il virus dell’epatite B ha alcuni antigeni caratteristici; i più importanti, soprattutto nell’analisi degli

esiti di un esame del sangue teso a comprovare l’avvenuto contatto con il virus, sono l’antigene S

(HBsAg), l’antigene C e l’antigene E.

- L’HBsAg è l’antigene di superficie, ovvero la proteina espressa sulla superficie esterna del virus.

In questo caso significa che il virus è presente nel paziente.

- L’HBcAg e l’HBeAg sono antigeni del core, si trovano cioè all’interno dell’envelope. Sono rilevate

quando il virus è in replicazione, ovvero quando si ha assemblaggio delle varie parti del virus, che

possono entrare in circolo. E’ verso questi antigeni che si sviluppano gli anticorpi.

A seconda della presenza di antigeni e anticorpi, possiamo capire se l’epatite è acuta, se si sta

risolvendo, oppure se è un epatite cronica attiva (continua distruzione delle cellule).

Nella fase acuta si assiste ad una fase di incubazione dell’HBV, durante la quale si ha un aumento

della presenza dei tre antigeni nel siero dovuta alla replicazione del virus. Mentre il soggetto si

avvia verso la convalescenza, con lo sviluppo della risposta anticorpale, si visualizzerà la presenza

degli anticorpi contro i tre antigeni. In particolare la presenza di anticorpi contro l’HBsAg indica il

contatto in passato dell’individuo con il virus, la sua completa guarigione (non sono presenti gli

antigeni) e lo sviluppo di un’immunità permanente contro il virus stesso. Il vaccino si basa infatti

sull’iniezione delle proteine dell’HBsAg in circolo in modo da sviluppare l’immunità contro

l’antigene.

Nell’epatite cronica, invece, sono sempre rinvenibili nel sangue gli antigeni (S, C e E) ma non sono

presenti gli anticorpi contro l’HBsAg e il virus rimane per questo attivo nel tempo.

L’epatite B cronicizza nel 10-20% dei casi.

Il virus dell’epatite C è un virus rivestito, che quindi presenta l’envelope e appartiene alla famiglia

dei flavivirus; ha genoma a RNA a polarità positiva. Si trasmette per via parenterale e nella

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maggior parte dei pazienti (80% dei casi), dopo aver dato una manifestazione acuta, cronicizza

rendendo il paziente portatore del virus (e quindi potenzialmente infettivo) e rimanendo presente a

livello degli epatociti. Fa si che si abbia un danno costante delle cellule del fegato. Non dà quasi

mai epatite fulminante, ma cronicizza e l’epatite cronica nel 15-20% dei casi dà origine a cirrosi,

mentre nei casi restanti rimane come infezione cronica asintomatica e nel 7% dei casi può causare

tumore epatico. E’ un virus oncogeno, per la sua capacità di cronicizzare nei pazienti e in alcuni

casi dare cirrosi che evolve verso il carcinoma.

Contrariamente al virus dell’epatite B, non vi è alcun vaccino disponibile, ma vengono usate

terapie con interferone.

Il virus dell’epatite D (virus delta), scoperto di recente (a Torino, 1977), è un virus difettivo, in

quanto infetta solo cellule del fegato già interessate precedentemente dall’HBV, di cui peggiora gli

effetti. E’ trasmesso per via parenterale ed è a rna ed è un virus difettivo perché necessita l’azione

di un altro virus per replicarsi e poter dar vita alla propria infezione. Ha bisogno che il paziente sia

infettato già con il virus dell’epatite B: questo porta all’aggravamento della malattia.

Il virus dell’epatite E, calicivirus e anch’esso scoperto di recente. E’ un virus a rna ed è un virus

nudo. La trasmissione avviene per via oro-fecale. Inizialmente sembrava che la sintomatologia

fosse legata a gastroenteriti; è quindi una forma lieve di epatite.

Esistono altri virus dell’epatite, l’epatite G e l’epatite F, i cui effetti non sono ancora del tutto noti, al

punto che non è ancora certo se vadano inclusi nella famiglia dei virus aventi come cellule

bersaglio gli epatociti o se siano invece varianti di altri virus.

Le epatiti B e C sono particolarmente pericolose per gli operatori sanitari avendo come via di

trasmissione quella parenterale. I prioni

Inizialmente si riteneva che le malattie neurologiche in grado di conferire al cervello il caratteristico

aspetto spongiforme fossero causate da virus; all’inizio del ‘900 si scoprì però che la causa di

queste malattie non sono virus, bensì proteine. Fu lo scienziato Prusiner, interessandosi al caso

della scrapie (neuropatia degli ovini), a scoprire nel 1982 che l’agente eziologico delle malattie

spongiformi neurologiche era una proteina. La parola prione deriva infatti da Proteinaceous

Infectious Only particle e rappresenta una proteina ripiegata e codificata in modo scorretto.

Normalmente la proteina prionica è presente sia negli umani che negli animali; negli umani il suo

gene è normalmente presente sul braccio p del cromosoma 20. Questa proteina è presente nei

tessuti nervosi e sembra essere coinvolta nella segnalazione cellulare e nella formazione delle

sinapsi. E’ soprattutto presente nei tessuti nervosi e serve per far avvenire gli stimoli neuronali,

mediando gli scambi di ioni.

Ha una particolare conformazione: mentre la proteina normale presenta più foglietti α che foglietti

β, la proteina che si trova modificata in malattie spongiformi ha una struttura diversa e, avendo

subito una modificazione a livello strutturale, presenta più foglietti β che α: si ha rilassamento della

formazione proteica. Questa proteina modificata è molto resistente alle proteasi (enzimi che

degradano le proteine), al calore, ai raggi gamma.., quindi è difficile da degradare. La

conformazione modificata è estremamente nociva per l’organismo umano ed è molto resistente

all’attività di enzimi, quali le proteasi, in grado di distruggere le proteine. Per questo motivo non

può essere eliminata e si accumula nell’organismo. La proteina mutata ha la particolarità di poter

indurre variazioni anche nelle altre proteine normali a cui si lega, che diventano così a loro volta

proteine prioniche modificate. Sono proteine molto resistenti, che tendono ad accumularsi in

Sara Mazzone

blocchi che vanno a formare placche amiloidi all’interno del cervello, impedendo il corretto

funzionamento dei neuroni e provocando la morte delle cellule. Si formano così i classici buchi

che determinano la caratteristica conformazione spongiforme dei cervelli dei soggetti affetti da

prioni.

Tra le malattie da prioni si rinvengono:

- Scrapie: malattie degli ovini (patologie negli animali)

- BSE (che ha dato origine alla “sindrome della mucca pazza”, quindi patologie degli animali). I

casi di mucca pazza crebbero a causa dell’utilizzo di farine di origine animale prodotte con carni di

pecore infettate. VI sono degli organi in cui queste proteine erano presenti, perciò bisognava

evitare di mangiare questi organi infettati.

- Kuru (si trova nell’uomo ed è molto diffusa nelle popolazioni che praticano cannibalismo) e

Creutzfeldt-Jacob (ovvero la sindrome della mucca pazza indotta negli esseri umani cibatisi di

carni bovine infettate da BSE).

La malattia di Kuru è una malattia umana diffusa in popolazioni che praticano il cannibalismo:

originata da una mutazione spontanea avvenuta in un uomo, di cui causò la morte attraverso la

distruzione delle cellule cerebrali, si diffuse all’interno della comunità, cibatasi delle carni e del

cervello dell’individuo infetto morto. La proteina ingerita, entrando in circolo, modifica le proteine

prioniche normalmente presenti nel tessuto nervoso umano.

La BSE (Bovine Spongiform Encephalopathy) o morbo della mucca pazza è stata scoperta negli

anni ’80. Si manifestò inizialmente negli ovini e dilagò tra i bovini per l’utilizzo di mangimi ricavati

dalle carni di ovini morti al fine di evitare lo spreco delle carni stesse. Si sviluppò così una forma di

Encefalopatia bovina, responsabile della perdita, da parte dell’animale infetto, delle proprie

capacità cognitive e di movimento per via della degenerazione del tessuto nervoso.

Dal momento che, prima di adottare provvedimenti quali l’incenerimento degli animali infetti, le

carni infette vennero comunque regolarmente commercializzate per scopi alimentari, negli anni ’90

si ebbe un’epidemia, seppur di ridotte dimensioni, di malattia spongiforme umana. Tale patologia

viene indicata come sindrome di Creutzfeldt-Jacob, dal nome del suo scopritore. La proteina

prionica modificata si accumulava soprattutto a livello del tessuto nervoso, degli occhi e delle

interiora, interessando in modo meno importante i tessuti muscolari.

Le malattie prioniche sono difficilmente debellabili poiché è estremamente complesso distruggere

queste proteine: resistono a 360 °C (nemmeno la cottura le può distruggere), a bombardamenti di

radiazioni ionizzanti (non essendo né batteri né virus non possiedono del materiale genetico

modificabile) e a immersione in formaldeide e varechina. Possono essere distrutte solo attraverso

trattamenti chimici molto invasivi e lunghi: ad esempio si dissolvono se trattate con NaClO

(ipoclorito di sodio) per un’ora, con NaOH (idrossido di sodio) a 121 °C per 30 minuti e con HCHO

(aldeide formica) per un’ora.

DOMANDE

1) Il virus in cui è presente la trascrittasi inversa è il retrovirus

2) I rotavirus possono causare gravi diarreee nell’età infantile

3) Il virus che può indurre trasformazione cellulare è il retrovirus (del genere oncovirus)

4) Il virus della poliomielite è un enterovirus, della famiglia dei picornavirus

5) I prioni NON contengono acido nucleico.

6) L’Hiv NON può essere trasmesso per via inalatoria

7) La trasmissione del virus epatite C avviene tramite sangue ed emoderivati

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8) Nell’infezione perinatale da Hiv la trasmissione la madre infetta avviene per via transplacentare,

durante il parto e allattamento.

9) Il virus che danneggia il feto se contratto durante la gravidanza è il virus della rosolia

10) I virus che causano epatite nell’uomo e si trasmettono tramite sangue infetto sono: epatite B e

C Il controllo della crescita microbica

Permette di evitare infezioni durante le varie pratiche di cura per il paziente. Il controllo della

crescita microbica è importante anche nel settore alimentare, dove la sterilità dei cibi è molto

importante. Vi sono 3 tipi diversi di controllo:

- Disinfezione: è la riduzione della carica microbica su materiali o superfici, ma non è la totale

eliminazione dei microrganismi. Si ha su materiali e superfici, non su superfici corporee.

- Sterilizzazione: è la distruzione di tutti i microrganismi (patogeni e non), spore comprese. Anche

in questo caso è applicabile solo ai materiali.

- Antisepsi: è la riduzione della carica microbica sui materiale biologico vivente (tessuti umani), ad

esempio prima di fare un prelievo o puntura

Solo con la sterilizzazione si ha l'eliminazione di endospore e prioni.

Sulle slide c'è il grafico dei microrganismi più resistenti. Dei microrganimi visti finora, sicuramente

le spore sono le più resistenti e possono essere eliminate solo con la sterilizzazione. Sono molto

resistenti anche i micobatteri, perché hanno una parete cerosa molto spessa, che impedisce ai vari

antisettici e disinfettanti di penetrare e di distruggerli. I batteri gram negativi sono più resistenti dei

gram positivi, perché hanno una parete batterica differente. Inoltre i virus nudi sono più resistenti

dei virus con envelope.

La sterilizzazione è la completa eliminazione dei microrganismi viventi su materiali, superfici,

oggetti (non su tessuti vivi!) Non vi sono gradi di sterilizzazione: o un oggetto è sterile o non lo è.

La sterilizzazione può essere ottenuta con metodiche fisiche e metodiche chimiche.

1) Metodi fisici: comprendono il calore, le radiazioni, la filtrazione.

Il calore è un metodo molto utilizzato e può variare in base al tipo di calore e alla tempistica del

mantenimento del calore. Si suddivide in:

a) sterilizzazione con la fiamma viva o incenerimento, in cui si passano direttamente gli strumenti

(aghi, anse e così via) su una fiamma viva. Questo è un metodo utilizzato in passato, ma che nella

realtà quotidiana ospedaliera non è più utilizzato.

b) Autoclavaggio: nell'autoclave c'è un calore a 121° per 15 minuti, sotto pressione. Questa

metodica è utilizzata per sterilizzare vetreria, terreni di coltura, e tutte le sostanze non termo-labili.

In alcuni casi si usa la temperatura a 134°, ad esempio per la strumentazione da sala operatoria.

Nell'autoclave c'è una camera che viene chiusa ermeticamente. In questa viene immesso vapore

acqueo e si crea una forte pressione. Si raggiungono temperature da 121 a 134 gradi sotto

pressione e in 15 minuti si ottiene la sterilizzazione completa di tutti gli oggetti che sono stati riposti

all'interno.

c) Calore secco in apposite stufe, da 160 a 180 gradi. Anche in questo caso si può utilizzare per

presidi chirurgici che resistono a un tale calore. La tempistica è più lunga: una o due ore. Dunque è

un metodo meno veloce dell'utilizzo di calore umido.

d) Bollitura: a 100 gradi per trenta minuti. Uccide quasi tutti i microrganismi, ma non le endospore.

Per eliminare le endospore con bollitura bisogna fare bolliture più lunghe ma intermittenti, perchè

sono più resistenti.

Sara Mazzone

Parlando di alimentazione, la pastorizzazione non dà una vera e propria sterilizzazione. In origine

era un trattamento dei cibi a 63° per 30 minuti, che consentiva di uccidere la maggior parte degli

organismi. La temperatura non era superiore, per non distruggere le sostanze organolettiche

all'interno dei cibi.

Oggi si usano modificazioni della pastorizzazione di Pasteur: la pastorizzazione istantanea, htst

(high temperature short time) e la pastorizzazione uht (ultra high temperature), usata ad esempio

per il latte. In queste due metodiche si è aumentata la temperatura (rispettivamente 72 e 140

gradi), ma è stato notevolmente diminuito il tempo. Si fa passare l'alimento, ad esempio il latte, in

tubicini molto sottili, che raggiungono la temperatura di 72 o 140 gradi in pochissimo tempo.

Questo permette di uccidere i microrganismi, ma di lasciare le sostanze organolettiche il più

possibile inalterate.

Un'altra metodica di sterilizzazione è data dalle radiazioni, gamma oppure ultraviolette.

Le radiazioni gamma rendono instabili le molecole organiche: allontanano gli elettroni dai vari

atomi e causano l'alterazione di dna e proteine. Si crea un problema sia a livello di struttura che di

funzione delle proteine, che, non funzionando più correttamente, fanno sì che i batteri non si

possano più replicare e vadano incontro a morte. Chiaramente è un sistema che si può usare solo

per sterilizzare superfici e presidi medico-chirurgici.

Gli ultravioletti vanno a danneggiare il dna, formando dei dimeri di timina; in questo modo

inibiscono la replicazione dei microrganismi, che così muoiono.

Questi metodi vengono utilizzati quando non è possibile utilizzare il calore, cioè quando il calore

andrebbe ad alterare i prodotti da sterilizzare.

Normalmente quello che si sterilizza con le radiazioni sono i farmaci o tessuti che devono essere

trapiantati, come valvole cardiache o cartilagine. Chiaramente non sono tessuti viventi, ma tessuti

che devono ancora essere riepitelizzati: sono solo le strutture su cui dovranno essere poste le

cellule, infatti la sterilizzazione può essere fatta solo su superfici. Quindi parliamo di cartilagini

senza cellule, che verranno in seguito ricellularizzate. Il procedimento dura circa una trentina di

minuti.

L'ultima metodica fisica di cui ci occupiamo è la filtrazione, in cui si utilizzano filtri per rimuovere

fisicamente i batteri. I filtri permettono il passaggio di liquidi e gas, ma trattengono i microrganismi,

ad eccezione dei virus, che sono troppo piccoli. Anche le tossine non vengono trattenute dai filtri,

per lo stesso motivo (esempio: LPS o le varie tossine del clostridium). I filtri sono dunque molto utili

per eliminare i batteri, ma non virus e tossine. Non si ottiene però una sterilizzazione completa

perché non abbiamo buchi abbastanza piccoli. Vi sono vari tipi di membrane filtranti che hanno

diversi tipi di pori, all’interno dei quali vengono intrappolati i batteri.

2) I metodi chimici, invece, si avvalgono di sostanze chimiche per eliminare i microrganismi.

Questi agenti chimici possono uccidere oppure inibire la crescita dei microrganismi.

Si dividono in antisettici e disinfettanti. Gli antisettici vengono utilizzati sulla cute, i disinfettanti

invece sulle superfici. Hanno diversa attività antimicrobica: possono essere batteriostatici

(inibiscono la crescita dei batteri), battericidi (uccidono i batteri ma non li distruggono) e

batteriolitici (uccisione e distruzione dei batteri).

Sia antisettici che disinfettanti uccidono i microrganismi, ma non le spore, che possono essere

eliminate solo con la sterilizzazione.

I meccanismi alla base di antisettici e disinfettanti che vengono utilizzati maggiormente sono la

denaturazione delle proteine e l'alterazione delle membrane. A far parte del gruppo che denatura le

proteine sono ad esempio i composti a base di iodio (tintura di iodio e composti iodofori) e i

perossidi (acqua ossigenata). Invece alcoli, fenoli e di-guanidine (di cui fa parte la clorexidina, uno

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degli antisettici più utilizzati in ospedale) alterano le membrane.

Gli antisettici sono degli antimicrobici utilizzabili sui tessuti viventi e possono essere utilizzati solo

esternamente, non internamente. Alcuni antisettici: mercurocromo, nitrato di argento, tintura di

iodio, alcoli, vari detergenti.

I disinfettanti sono sostanze utilizzabili solo su superfici e materiali chirurgici, non su tessuti viventi.

Sono: alcoli, composti a base di mercurio, ecc..

Alcuni composti sono sia negli antisettici che nei disinfettanti, perché molte volte la distinzione tra

antisettico e disinfettante non si basa su tipi di composto diversi, ma sulla diversa concentrazione

dello stesso composto.

DOMANDE

1) L'autoclave permette la sterilizzazione mediante quale metodologia? Il calore umido. Si crea

vapore acqueo ad alta temperatura che, sotto pressione, permette di eliminare qualsiasi

microrganismo e anche le spore dai materiali introdotti nell'autoclave.

2) Cos'è la sterilizzazione? È un procedimento che uccide qualsiasi microrganismo ed è l'unico che

elimina anche le spore.

3) L'esposizione a temperatura di 121 gradi per 15 minuti si ha in quale metodo di sterilizzazione?

Nella sterilizzazione con autoclave.

4) Cos'è la disinfezione? È la distruzione dei microrganismi patogeni presenti in materiale o in un

ambiente

5) Per cosa viene utilizzato il calore secco? Materiali non incendiabili, che non si fondono al calore:

vetreria, porcellana, alluminio, materiali utilizzati nei presidi chirurgici.

6) Le radiazioni vengono utilizzate per sterilizzare cosa? I farmaci e i terreni ad esempio possono

essere sterilizzati con le radiazioni. Le gamma sono più penetranti rispetto agli ultravioletti e

bisogna tenere in considerazione questo aspetto, quando si utilizzano le radiazioni per effettuare la

sterilizzazione. I vaccini

Quando l'infezione virale si manifesta, si utilizzano i farmaci antivirali. Tuttavia, si cerca soprattutto

di evitare le infezioni virali grazie all'utilizzo dei vaccini (vale anche per le infezioni batteriche,

chiaramente). Quindi i farmaci sono utilizzati per eliminare l'infezione in atto, i vaccini per prevenire

le infezioni.

I vaccini sono stati scoperti alla fine del 700 (1776) da Edward Jenner. Nel 700 il vaiolo era una

patologia molto grave; egli osservò che anche i bovini si ammalavano di vaiolo mentre i mungitori

contraevano il vaiolo bovino, ma si ammalavano raramente del vaiolo umano, molto più grave.

Aveva così pensato che ci fosse qualche correlazione tra le due patologie e aveva iniettato in un

bambino di 8 anni il siero di vaiolo di un bovino notando che questo bambino non si era

effettivamente infettato con il vaiolo umano.

I realtà però lo scopritore del vaccino in senso moderno è Pasteur. Egli studiò il virus della rabbia,

riprendendo il principio di Jenner. Aveva fatto ammalare dei conigli con il virus della rabbia, aveva

prelevato il sistema nervoso dei conigli, lo aveva fatto essiccare e lo aveva iniettato nei cani,

notando che questi cani non si ammalavano. Facendo lo stesso esperimento sugli umani, aveva

notato che solo una persona su tutti coloro che erano stati sottoposti all’esperimento si era

ammalato. Questo esperimento bastò per dimostrare la validità della scoperta del vaccino e

diffonderla.

I vaccini sono preparazioni farmaceutiche che stimolano il sistema immunitario a produrre una

risposta attiva su un determinato microrganismo, portandolo così a produrre anticorpi contro di

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esso. Si formano dei linfociti B in memoria che rimarranno nel nostro organismo o per alcuni anni o

per tutta la vita e che ci permettono di riconoscere un virus estraneo mediante gli anticorpi.

La vaccinazione è la stimolazione del sistema immunitario contro diversi tipi di microrganismi. Essa

si pone obiettivi diversi, sia verso il singolo individuo (si protegge l’individuo vaccinato dalla

patologia) ma anche verso la collettività (“effetto gregge”: se la maggior parte della popolazione è

vaccinata, il microrganismo non circola più nella popolazione e si può arrivare alla sua

eliminazione completa. In questo modo risulteranno protetti anche coloro che non sono stati

sottoposti a vaccinazione).

Il vaiolo è una delle infezioni che sono state eliminate completamente e per questo non esiste più

un vaccino contro di esso. Abbiamo ridotto l’incidenza di varie patologie come difterite, tetano,

pertosse, poliomielite, febbre gialla, morbillo, rosolia, parotite e infezioni invasive HIB.

I vaccini si dividono in 4 grandi categorie:

- Vaccini inattivati (es. vaccino anti-epatite A, IPV Salk, anti-influenzali): sono preparati con

microrganismi uccisi, quindi sono primi di virulenza, patogenicità e infettività. Conservano però

l’antigenicità: le proteine di superficie sono mantenute, quindi il sistema immunitario può

riconoscerle e produrre una risposta immunitaria adeguata. Nel momento in cui il sistema

immunitario ha prodotto la risposta, se un individuo viene in contatto con il microrganismo

patogeno, è in grado di fronteggiarlo avendo già una risposta anticorpale pronta, data dalla

presenza di linfociti B in memoria.

I metodi di inattivazione sono diversi: calore, esposizione ai raggi UV e esposizione alla

formaldeide. Quest’ultimo metodo è il più usato, perché il calore potrebbe portare all’alterazione

della formazione delle proteine. La formaldeide è invece un composto chimico che fissa i

microrganismi, mantenendo la conformazione proteica in modo da far sì che il sistema immunitario

possa produrre una risposta anticorpale adeguata.

- Vaccini attenuati (es. anti-morbillo, parotite, rosolia, anti-tubercolare): sono virus preparati con il

microrganismo ancora vivo, ma non in grado di dare un effetto patogeno. Vi sono virus o batteri

vivi ma non nella loro conformazione naturale che può dare patologia: sono stati modificati in modo

che la manifestazione sia molto più lieve rispetto a quella normale. Sono caratterizzati da ridotta

virulenza e patogenicità.

L'attenuazione si ottiene mantenendo i virus in coltura cellulare per molto tempo: man mano che il

virus viene mantenuto in un ambiente favorevole, in cui non si deve adattare a resistenze, perde

alcune caratteristiche di virulenza e diventa più innocuo per l'uomo.

La maggior parte dei microrganismi muta naturalmente, senza aver bisogno di particolari fattori di

virulenza. Diversamente, i microrganismi possono essere modificati geneticamente: per mezzo

delle tecnologie del dna ricombinante è possibile eliminare le porzioni del dna che conferiscono

virulenza, in modo da ottenere dei microrganismi che non danno patologia. Essi vengono quindi

coltivati su cellule umane, dopo di che vengono spostati su cellule di scimmia portandolo a mutare

per alcuni aspetti i suoi fattori di patogenicità; rimesso su cellule umane, il virus risulta mutato e

non più in grado di dare manifestazioni patologiche, perciò è pronto per essere usato come

vaccino. In questo caso (come d'altra parte nel precedente) viene inoculato nel paziente l'intero

virus (o batterio).

Si discute molto su questi due metodi. La formaldeide infatti è un composto “pericoloso” per

l’organismo umano, anche se in questo caso viene utilizzato in quantità ridotte L’altro problema

consiste nell’iniettare microrganismi vivi nei bambini, anche se attenuati. Per questo si sta

cercando di fare vaccini con componenti purificate, ovvero proteine come le tossine.

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- Vaccini con componenti purificate: (es. vaccino HPV -> proteina L1 e vaccino HBV -> proteina

S): vengono fatte produrre tossine ai batteri e vengono modificate in modo da renderle non

tossiche per l’organismo, facendole diventare anatossine. L’esempio più classico è quello del

vaccino contro il tetano. Vengono iniettate solo delle porzioni, delle proteine o molecole provenienti

dal microrganismo e non l'intero microrganismo. L'esempio più classico è appunto quello delle

tossine del clostridium botulinum o del clostridium tetani, che vengono iniettate dopo essere state

trattate chimicamente e quindi non più in grado di svolgere la loro funzione. Tuttavia, a livello di

proteine di struttura, rimangono inalterate e il sistema immunitario può riconoscerle. Le tossine

purificate vengono chiamate tossoidi o anatossine.

Vaccini ricombinanti o sintetici: sono i vaccini più recenti che si avvalgono della tecnologia di

DNA ricombinante; in questi vengono messe delle proteine molto simili a quelle dei microrganismi.

Si producono chimicamente delle sostanze simili alle proteine virali, grazie all'ingegneria genetica

(tecnologia del dna ricombinante): si introduce all'interno di un batterio non patogeno il gene che

codifica per una determinata proteina virale, di solito una proteina del capside. Il batterio produce

grandi quantità di questa proteina, che viene purificata e poi iniettata come vaccino. Questa,

quindi, è una proteina che viene riconosciuta dal sistema immunitario e verso la quale vengono

prodotti degli anticorpi, senza però dare problemi di salute, perché non è stato introdotto alcun tipo

di microrganismo.

Si possono anche produrre microrganismi in maniera completamente sintetica.

Tutti questi tipi di vaccini presentano al sistema immunitario proteine che si trovano sulla superficie

del microrganismo. Queste devono essere nella conformazione naturale per essere riconosciute

dal sistema immunitario, il quale può produrre in questo modo degli anticorpi specifici, che, grazie

alla presenza dei linfociti B (i linfociti memoria), possono permanere nel nostro organismo per

molto tempo. Così, nel momento in cui noi veniamo a contatto con un microrganismo patogeno,

abbiamo già la risposta anticorpale pronta per contrastarlo.

Le vaccinazioni obbligatorie in Italia sono: poliomielite, tetano, difterite e HBV. Vengono invece

consigliate vaccinazioni come morbillo, pertosse, parotite e rosolia. Vi sono vaccini che sono

previsti sono per alcune categorie (ad esempio contro la tubercolosi) per gli operatori sanitari, i

veterinari e i viaggiatori. Vi sono vaccinazioni raccomandate se si va in paesi endemici (come il

vaccino contro la febbre gialla nell’Africa centrale).

Il vaccino contro il vaiolo è stato invece abolito nel 1977.

Alla nascita viene dato alla madre un calendario vaccinale per il neonato: su di esso sono

riportate sia le vaccinazioni obbligatorie sia le vaccinazioni consigliate, cioè quelle contro morbillo,

parotite e rosolia, le quali sono comunque raccomandate dai pediatri. Al terzo mese viene proposto

il vaccino esavalente (6 vaccini insieme); si può chiedere di suddividere in due queste

vaccinazioni. Si prevede quindi la vaccinazione contro difterite, tetano, pertosse, poliomielite,

epatite B e anti-influenzali. Questo vaccino prevede 3 richiami.

Al tredicesimo mese abbiamo il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. Questi vaccini possono

anche essere richiesti singolarmente, anche in età puberale.

Attualmente è stato approvato un nuovo piano nazionale di prevenzione vaccinale. Le novità

sono:

1) introduzione di nuove vaccinazioni per l’età pediatrica (varicella, rotavirus e meningococco).

Il vaccino contro il papillomavirus viene proposto anche ai maschi in modo da evitare condilomi a

livello genitale anche negli uomini.

2) Vi è la proposta di introdurre un obbligo reale di vaccinazione per chi si iscrive alla scuola

elementare

Sara Mazzone


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in infermieristica (ALBA, ALESSANDRIA, BIELLA, NOVARA,TORTONA, VERBANIA)
SSD:

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