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In situazioni di trappola della liquidità (secondo caso particolare di LM per cui i tassi sono talmente bassi

che chiunque avesse disponibilità monetaria e fosse disponibile ad effettuare investimenti li “tesorizza” e

non li utilizza) le banche accettano i prestiti della BCE ma poi, essendo i tassi troppo bassi, non li riescono a

piazzare presso la clientela e li ri-depositano presso la Banca Centrale:

- re aumenta (in quanto aumentano le riserve libere);

- H aumenta;

- mm diminuisce (essendo re al denominatore).

L’offerta di moneta potrebbe rimanere invariata o aumentare molto di meno rispetto al volere dalla BCE

(l’effetto sulla M è nullo o è maggiore l’effetto di mm su H). Su M quindi influisce tanto la BC che determina

la base monetaria quanto le banche ordinarie che erogano prestiti.

Ci sono, inoltre, casi in cui neppure H è liberamente scelta secondo il volere della Banca Centrale. Essa è

infatti soggetta a scelte autonome della BCE ed a influenze esterne da parte di:

 Stato del Paese (della moneta) controparte sul fronte della voce Titoli pubblici: le Banche centrali di

uno Stato singolo sono soggette a leggi statati e ciò possono portare vincoli anche di finanziamento

verso lo Stato. Tale subordinazione in Italia verso la Banca d’Italia è risultata molto condizionante

ed è durata fino al 1981 fino a quando la Banca d’Italia doveva comprare i titoli pubblici che non

venivano collocati dal Tesoro sul mercato dei titoli e utili per coprire il disavanzo;

 Banche ordinarie controparte sul fronte della voce Crediti ed influenza di mm: possono accettare o

meno di prendere prestiti dalla BCE sull’attivo e depositare più riserve di quelle richieste sul lato del

passivo aumentando H e riducendo mm (nella scala gerarchica la BC è superiore e quindi influenza

le banche ordinarie ma può essere influenzata da queste in questi due canali);

 Settore estero/Resto del Mondo controparte sul fronte delle Riserve in Valute estere: ogni valuta

ha un suo mercato e un Paese avrà n mercati valutari a fronte di n valute estere con le quali egli

deve scambiare. Analizziamo graficamente il meccanismo:

il mercato valutario più importante è quello del dollaro $. Poniamo sull’asse delle ascisse le quantità di

dollari $ di cui gli attori del Sistema Economico hanno bisogno per effettuare i loro pagamenti e sull’asse

delle ordinate il prezzo del dollaro ovvero il suo tasso di cambio nominale “e”.

Il tasso di cambio può essere espresso da un duplice punto di vista: dollari che servono per un euro ed euro

che servono per un dollaro. Il prezzo di una moneta si esprime nell’altra e quindi nel nostro caso sono gli

€ ovvero quanti euro servono per un dollaro.

euro per ogni dollaro (chiesto o dato in cambio): e = $

Domanda della valuta e offerta della valuta si intersecano al tasso di cambio.

La domanda di dollari può aumentare nel tempo se aumenta l’import pagato in dollari o non bastano i

dollari con cui il resto del mondo paga le nostre esportazioni per pagare gli import.

Aumentando la domanda di valuta e se i cambi sono liberamente fluttuanti (scelti dal mercato giorno dopo

giorno), il prezzo di equilibrio del dollaro aumenterà (ci vorranno ora 1,1 euro per comprare un dollaro nel

nostro esempio). Se al contrario gli americani vogliono investire in Europa, aumenterà (si sposta verso

destra) l’offerta di moneta e il prezzo di equilibrio tenderà a scendere.

e

Se il tasso di cambio fosse fisso (come nel caso del periodo del secondo dopoguerra fino al 1971 in cui

erano stati stabiliti tassi fissi tra le valute europee e il dollaro e tra il dollaro e l’oro con i trattati di Bretton

Woods con lo scopo di regolare la politica monetaria internazionale per non ritornare alla situazione che

diede vita al secondo conflitto mondiale provocato secondo alcuni da politiche protezionistiche e

svalutazione di tassi di cambio per ragioni competitive e di scarsa collaborazione tra Paesi in materia

monetaria) al livello del tasso si verificherebbero eccessi di domanda o di offerta della valuta. Se è presente

un eccesso di domanda di dollari, come nel nostro caso, per effettuare pagamenti che a quel tasso fisso non

sono disponibili. Li metterà a disposizione la Banca Centrale muovendo le riserve di valute estere e facendo

quindi abbassare la base monetaria H (influenza del mercato dei cambi ulteriore se vi è un accordo di

cambio fisso tra Paesi e la Banca Centrale di ogni Paese deve accettare che le sue riserve aumentino o

diminuiscano a seconda degli squilibri sul mercato).

Nella prima parte del corso abbiamo considerato il modello IS-LM, evoluzione del modello reddito spesa,

nel modello Keynesiano di breve periodo caratterizzato da recessione/crisi economica e sottoutilizzo dei

fattori produttivi. In questo caso il livello dei prezzi è considerato stabile (P

) e si ipotizza che il sistema

economico possa accrescere la sua offerta/produzione senza variare il livello dei prezzi a fronte di una

ripresa economica.

I modelli che seguiranno saranno basati su:

 Medio periodo: la crescita economica causa non solo l’aumento del PIL di equilibrio ma anche

l’aumento del livello dei prezzi attraverso meccanismi di trasmissione di costi (modelli a prezzi

variabili).

 Economia Aperta: è caratterizzata non solo dalla libertà di scambio mercantile (Nx già presente

anche nel modello precedente) ma anche dalla libertà di movimenti di capitale MC (mobilità di

capitali perfetta, non ci sono restrizioni). I capitali si spostano per diverse ragioni tra cui la bilancia

commerciale (si effettuano pagamenti per pagare l’import e si ricevono pagamenti a

compensazione dell’export, interscambio commerciale) e per ragioni speculative (sensibili alle

differenze di rendimenti che si possono ottenere in Paesi differenti e quindi attratti da rendimenti

maggiori), di investimento, di allocazione del risparmio, etc. La bilancia di pagamenti BP è

costituita in parte da interscambi commerciali e in parte da flussi di capitali con le relative valute e

tassi di cambio (BP = Nx + MC).

Modello IS-LM, nuove considerazioni

Curva IS: Curva LM:

(AD=) Y = [Ā – bi] (L=) = kY - hi

G

Ā - Y

i = Y

+

i = -

Fino ad adesso, tuttavia, non abbiamo considerato la libertà di movimento di capitale ma solo la libertà di

interscambio mercantile/commerciale.

Con l’inserimento di tale ipotesi, in corrispondenza del punto di intersezione tra le curve IS-LM il mercato

della moneta e il mercato dei beni sono in equilibrio a quel livello di prodotto interno reale e a quel tasso di

F

interesse in Italia. Lungo l’asse delle ordinate è presente, tuttavia, anche il di tasso di interesse estero i ,

tasso prevalente nel resto del mondo (RdM). Questo modello è chiamato modello Mundell-Fleming,

estensione del modello IS-LM ma a differenza di quest’ultimo che descrive l'economia sotto una condizione

di autarchia (sfruttando le risorse proprie di uno stato, tende a renderlo autosufficiente e quindi

economicamente indipendente dai paesi esteri), prova a descriverlo in economia aperta.

F

Supponiamo inizialmente che i = i nell’equilibrio E e quindi nonostante la libertà di movimento di capitale

0

non ci sarà né una fuga di capitale dall’Italia attratto da tassi esteri più alti né un afflusso di capitale dal

Resto del Mondo attratto da tassi italiani più alti.

La posizione e l’inclinazione delle curve IS e LM sono influenzate dalle politiche del Governo (fiscale) e della

Banca Centrale (monetaria). Entrambe possono essere espansive (curva IS verso l’alto e curva LM verso

destra) o restrittive (curva IS verso il basso e curva LM verso sinistra).

Con l’economia chiusa (o meglio chiusa con Nx ma senza MC) il tasso di interesse mondiale è ininfluente

poiché anche nel caso in cui all’estero i rendimenti fossero più alti non si potrebbe comunque trasferire

capitale.

Con l’inserimento nel Sistema della mobilità di capitale MC può succedere che il tasso di interesse italiano

F

(i) si discosti da quello mondiale (i ).

Nel caso in cui, per esempio, la Banca Centrale effettui una politica monetaria espansiva, il tasso di

interesse italiano in equilibrio si ridurrà e sarà minore del tasso prevalente nel Resto del Mondo (invariato,

le decisioni della nostra politica monetaria non alterano gli equilibri del Settore estero).

Molti risparmiatori italiani con disponibilità finanziarie valutano più redditizi i titoli stranieri e ciò

-

determinerà un deflusso di capitale MC (eccedenza del capitale in uscita rispetto a quello in entrata) con

relativo cambio valutario del capitale verso l’area prescelta.

Osserviamo a questo punto cosa succede nel mercato dei cambi (es. deflusso verso l’area del dollaro):

Sul mercato del dollaro è presente una domanda e un’offerta per tale valuta e la loro intersezione

determina l’equilibrio del mercato del cambio e quindi la quantità di dollari scambiati e il prezzo di pagato

per averli. -

Supponiamo che prima del deflusso di capitale MC dall’Italia verso gli Stati Uniti, il mercato del dollaro

fosse in equilibrio a livello di 0,92 euro per dollaro (E ).

0

Dal momento in cui il rendimento delle obbligazioni americane è più alto di quelle italiane e quindi si

verifica un’uscita di capitale italiano verso gli Stati Uniti, la domanda di dollari aumenterà e passerà da D a

0

D (i capitali per uscire avranno bisogno di essere convertiti in dollari).

1

L’equilibrio si verifica in corrispondenza di una nuova intersezione tra domanda e offerta di valuta e passerà

a E . Il tasso di cambio aumenta e il dollaro si rivaluta (servono più euro per comprare un dollaro). Ciò vale

1

se le Banche Centrali non intervengono sul mercato dei cambi e lasciano che il tasso di cambio possa

liberamente fluttuare (regime di cambi fluttuanti, decisi giorno per giorno dal mercato).

 se la domanda di dollari aumenta (e la domanda di euro diminuisce) il dollaro si rivaluta;

 se la domanda di dollari cala (e la domanda di euro sale) il dollaro si svaluta.

Le Banche Centrali possono, tuttavia, operare degli interventi sul mercato del cambio per perseguire i

propri obiettivi (anche non ufficialmente dichiarandoli) come per esempio comprando o vendendo valute

estere. Se per esempio non si vuole che il dollaro non si rivaluti per poter esportare, la FED

venderà/emetterà dollari aumentando il circolante e comprerà euro aumentando l’attivo di riserve

valutarie (soddisfa una domanda di dollari aggiuntiva per non far aumentare il prezzo, espansione

monetaria).

Se le fluttuazione dei cambi si verifica senza l’intervento delle Banche Centrali si dice che c’è piena

fluttuazione dei cambi, se le Banche Centrali non hanno un obiettivo di cambio fisso ma comprano o

vendono quantità di valuta si parla di fluttuazione sporca ovvero una fluttuazione che non viene

determinata solo dalla domanda/offerta degli operatori privati ma anche da scelte autonome delle Banche

Centrali che però non dichiarano.

L’ipotesi opposta è l’ipotesi in cui le Banche Centrali si accordano per un regime di cambi fissi. In questo

caso non è possibile una rivalutazione/svalutazione di una valuta.

Torniamo alla vecchia Europa (negli anni ’80) senza la moneta unica e consideriamo il mercato del marco

tedesco il cui prezzo (tasso di cambio) è espresso in quante lire italiane servono per acquistare una marco.

Lira e Marco stavano in un accordo di tasso fisso per cui le banche centrali si obbligano a mantenere una

certa parità tra le valute. La fascia di oscillazione è un piccolo margine di fluttuazione dei cambi intorno al

tasso d’accordo.

Il sistema monetario europeo, detto anche SME, entrato in vigore il 13 marzo 1979 e sottoscritto dai paesi

membri dell'allora Comunità Europea (ad eccezione della Gran Bretagna, entrata nel 1990), costituì un

accordo per il mantenimento di una parità di cambio prefissata tra coppie di valute che ne facevano parte

(stabilita dagli Accordi di cambio europei), che poteva oscillare entro una fluttuazione del ±2,25% (il cambio

può slittare dalla parità centrale ma deve rimanere dentro la fascia di oscillazione per non far intervenire la

Banca Centrale dei Paesi che si sono accordati, si svaluta/rivaluta ma non più del 2.25).

Supponiamo che in questi anni la Banca Centrale italiana vuole fare una politica monetaria espansiva. Per

farlo può comprare delle attività (valute estere, titoli, oro, etc.) e aumentare il circolante per finanziarsi sul

passivo (aumento base monetaria e quindi probabilmente l’ offerta di moneta). Poiché c’è più moneta in

circolazione il tasso di interesse cala (LM si sposta verso destra). A questo punto però ci troviamo ad un

tasso di interesse italiano più basso di quello tedesco e ciò induce gli operatori italiani con disponibilità

finanziarie a convertire le loro lire in marchi tedeschi per comprare titoli più redditizi emessi dal governo

social-democratico tedesco. La domanda per marchi tedeschi quindi passa da D a D e quindi il tasso di

0 1

cambio tenderebbe a fuoriuscire dal range a cui le Banche Centrali si erano accordate (il marco di rivaluta e

la lira si svaluta).

La Banca Centrale italiana per impedire che il marco si rivaluti a causa della domanda aggiuntiva interna per

tale valuta estera vende (offre) lei i marchi che servono per impedire che il tasso di cambio lira-marco esca

dal range (sostiene l’offerta privandosi di riserve di marchi e copre la domanda aggiuntiva per quest’ultimi).

Ma questa operazione è un’operazione di politica monetaria restrittiva poiché dopo il deflusso di capitali

vende marchi e richiama quindi lire (circolante), l’opposto della sua base di partenza ovvero comprare

attività per espandere l’offerta di base monetaria in Italia.

Quindi dopo aver fatto una politica monetaria espansiva che ha portato la curva LM a spostarsi verso

destra, tale curva torna indietro perché la Banca Centrale compie una politica restrittiva a fronte degli

accordi presi con la Germania di cambio fisso. Tale processo finisce quando si ritorna alla LM di partenza.

Se invece è la Banca Centrale Tedesca ad offrire marchi, compra attività sul lato del passivo ed emette

circolante sul lato del passivo (politica monetaria espansiva) per rispettare l’obiettivo di cambio fisso. Per

perseguire questo obiettivo di parità congiuntamente, per accontentare una domanda aggiuntiva di marchi

la Banca Centrale italiana farà una politica monetaria restrittiva e la Banca Centrale tedesca una politica

monetaria espansiva. Quindi in generale se aumenta la domanda per una valuta, il Paese che emette quella

moneta sarà indotto a fare una politica espansiva mentre il Paese dell’altra valuta sarà indotta a fare una

politica restrittiva (offre una valuta che non stampa e quindi offre le sue riserve diminuendo H).

Con un accordo di cambio fisso (che non si vuol far decadere) la politica monetaria è inefficace e non viene

più decisa dalla Banca Centrale nazionale.

Immaginiamo il caso opposto, la politica monetaria è restrittiva (la curva LM si sposta verso sinistra) e il

tasso di interesse italiano sale ad un livello più alto del tasso estero. Si attraggono così capitali dalla

+

Germania (afflusso di capitale MC )e sul mercato del cambio aumenta l’offerta di marchi andando a

deprezzare/svalutare il marchio oltre il range.

La Banca Centrale italiana deve difendere la parità concordata e quindi questi marchi aggiuntivi li deve

comprare lei andando ad aumentare le sue riserve di valute estere dal lato dell’attivo e andando ad

aumentate il circolante emesso per acquistare i marchi dal lato del passivo. Ciò si traduce in una politica

monetaria espansiva (la curva LM si sposta verso destra fino al punto di partenza).

Non è detto però che un accordo di tasso fisso duri a lungo poiché una Banca Centrale che si impegna a

vendere le riserve di una valuta quando la domanda per quella valuta sale, può terminare le proprie riserve

nell’attivo e quindi chiederà un riallineamento del cambio ad un livello più alto (cambia la parità e si

verifica una rivalutazione della valuta) o può chiedere la cessione del regime e passare ad un regime di

cambi fluttuanti. Lo SME, in seguito alle turbolenze che nel 1992 avevano colpito il meccanismo di cambi (e

avevano portato all'uscita di Gran Bretagna e Italia), fu revisionato nel 1993 con l'allargamento

degli Accordi europei di cambio, che portarono ad un innalzamento dei margini di oscillazione della valuta

fino al ±15% (quindi fluttuanti), un maggiore coordinamento delle politiche monetarie, e l'ulteriore

liberalizzazione dei movimenti di capitale.

Consideriamo ora la politica fiscale come soluzione alternativa ad una politica monetaria che non funziona

in un regime di cambio fisso.

Ripartendo dall’equilibrio E , se il Governo effettua una politica fiscale espansiva (si aumenta la spesa

0

pubblica o riducendo le tasse) spostando la curva IS verso l’alto, il tasso di interesse italiano aumenta e sale

+

ad un livello superiore al tasso di interesse straniero. Ciò comporterà un afflusso di capitale di arrivo MC .

Sul mercato dei cambi, molti operatori hanno cambiato i loro marchi tedeschi in lire italiane e la Banca

d’Italia, essendo in un regime di cambio fisso, mette a disposizione le lire che servono aumentando la base

monetaria (converte lei i marchi che arrivano in Italia attratti da rendimenti più alti).

La politica fiscale espansiva genera una politica monetaria espansiva automatica fino a quando i tassi

italiani non saranno uguali ai tassi esteri in un regime di cambio fisso. La politica fiscale in questo regime è

quindi efficace al massimo perché genera in automatico una politica monetaria dello stesso segno in grado

di mantenere il tasso di equilibrio invariato. Si azzera l’effetto di spiazzamento in base alla quale un

aumento del tasso fa ridurre gli investimenti privati e limitano la crescita economica.

Sintetizzando, in un regime di cambio fisso che vuole essere mantenuto nel tempo:

 politica monetaria totalmente inefficace

 politica fiscale totalmente efficace

Riprendiamo in considerazione adesso il modello IS-LM in un Economia Aperta e in un regime di cambi

fluttuanti. Supponiamo dapprima che nell’equilibrio di partenza E i tassi italiani sono a livello di quelli

0

mondiali e il PIL di partenza è Y .

0

Partiamo dalla politica fiscale e supponiamo che sia espansiva (la curva IS si sposta verso l’alto). La spesa

pubblica aumenta, il PIL aumenta e il tasso di interesse italiano aumenta e si pone ad un livello maggiore di

quello internazionale. Poiché i titoli emessi in lire sono più remunerativi rispetto a quelli emessi in marchi,

+

ci sarà un afflusso di capitali esteri MC . Tuttavia prima di essere utilizzati devono essere convertiti nella

valuta con cui si vuole investire.

Sul mercato del marco, per esempio, la domanda di marchi calerà e si sposta verso il basso facendo calare,

a livello del nuovo equilibrio E , il tasso di cambio. Le due Banche centrali non intervengono poiché non c’è

1

nessun accordo di parità e il tasso di cambio sarà interamente (o non del tutto) deciso dal mercato. Se

prima erano necessarie 920 lire per comprare un marchio, adesso grazie all’afflusso di capitali sono

sufficienti 850 lire per comprare un marco (La lira si è rivalutata e il marchio si è svalutato).

-

Se il tasso nominale di cambio scende e ma essendo il prezzo della valuta vuol dire che quella valuta si sta

svalutando/deprezzando e l’altra valuta si sta rivalutando/apprezzando (servono meno lire per acquistare

un marchio).

Consideriamo adesso dopo la mobilità di capitale anche lo scambio mercantile. Se la lira si rivaluta, per gli

stranieri sarà più caro comprare in Italia (le nostre esportazioni peggioreranno) e per gli italiani meno caro

comprare all’estero (le nostre importazioni migliorano), Nx domanda estera netta peggiora.

L’export netto che peggiora riduce l’effetto iniziale nel Sistema della spesa pubblica che era aumentata a

causa della politica fiscale espansiva. La curva IS torna indietro al punto di partenza ovvero ad un livello di

tasso di interesse uguale a quello estero. Cessa di conseguenza l’afflusso di capitali esteri nel territorio

italiano che aveva generato una rivalutazione della lira e si smette di creare vantaggio all’export (si arriva al

punto di inizio E ).

0

La politica fiscale è totalmente inefficace in un regime di cambi fluttuanti senza interventi delle Banche

∆ + ∆ = 0 = 0)

Centrali poiché e quindi genera uno spiazzamento totale (∆ non dovuto alla

diminuzione degli investimenti per un aumento del tasso di interesse ma ad una diminuzione di Nx.

+ + - + + + F + -

  E     

E G , TR , t IS Y i > i MC e valuta estera si deprezza, valuta interna si

0 1 - - - F

     

apprezza export più caro, import meno caro Nx IS Y i=i E

0

Abbiamo imparato che tanto meno è efficace una politica tanto più lo è l’altra, e viceversa. Consideriamo,

quindi, ora una politica monetaria espansiva in un regime di cambi fluttuanti. Ripartiamo dall’equilibrio sia

sul mercato dei beni sia sul mercato della moneta di partenza E in cui i tassi italiani sono a livello di quelli

0

mondiali e il PIL è Y .

0

Aumentando l’offerta di moneta (espansiva) si sposta la curva LM verso destra. Il tasso di interesse italiano

tuttavia a livello del nuovo equilibrio sarà più basso di quello internazionale e ciò causerà un deflusso di

-

capitale MC .

Sul mercato dei cambi la domanda per i marchi aumenta poiché si cercano investimenti più redditizi nella

valuta con più alto tasso di interesse. Le Banche Centrali non intervengono a causa del regime a cambi

+

fluttuanti e quindi a livello del nuovo equilibrio il tasso di cambio aumenta e (il tasso di cambio marco lira

si è rivalutato); non bastano più 920 lire per comprare un marchio, ne serviranno 1000. La valuta interna si

è svalutata e la valuta estera si è rivalutata. Ciò causerà che i prezzi al quale esportiamo sono più

convenienti per i Paesi che comprano da noi (con un marco ottengono mille lire e prima con un marco

potevano averne sono 920, ragionando in termini di valore dei beni risulta più conveniente acquistare in

questo momento) ma l’import peggiora per lo stesso motivo. Il saldo commerciale quindi migliora.

Un aumento di domanda estera netta ha l’effetto di far spostare la curva IS verso l’alto sul fronte del

mercato dei beni (componente di domanda aggregata). L’effetto termina quando il tasso di interesse di

equilibrio sarà ritornato al livello di partenza e in corrispondenza del livello del tasso di interesse

internazionale (E ) per cui si interrompe il deflusso di capitale dall’Italia e la lira smette di svalutarsi.

2

Riepilogando, la politica monetaria espansiva sposta l’equilibrio da E a E ma essa provoca una

0 1

svalutazione della moneta interna che attrae domanda estera Nx e la maggior domanda estera aumenta la

domanda aggregata, sposta la curva IS verso l’alto, fa aumentare il tasso di interesse fin quando è uguale a

quello internazionale (si interrompe il deflusso di capitale dall’Italia e la lira smette di svalutarsi) e fa

aumentare quindi il PIL di equilibrio (non c’è spiazzamento). L’effetto è quindi doppio in quanto la politica

monetaria genera una politica fiscale automatica dello stesso segno non decisa dal Governo; la politica

monetaria raggiunge la sua massima efficacia e ha l’occasione di generare un incremento di produzione

nazionale rivolta verso l’estero.

+ + + + + F - +

       

E H , M LM E Y i < i MC e valuta estera si rivaluta, valuta interna si svaluta

0 1 + + + F

     

export meno caro, import più caro Nx IS Y i=i E

2

Sintetizzando, in un regime di cambi fluttuanti/flessibili senza intervento delle Banche Centrali:

 politica monetaria totalmente efficace

 politica fiscale totalmente inefficace

Sintesi del modello Mundell-Fleming: CAMBI

Fissi Fluttuanti

Politica Fiscale Max 0

Politica Monetaria 0 Max

Inteso come effetto sul prodotto interno lordo

Il modello Mundell-Fleming è un modello simmetrico (ogni caso ha il simmetrico nella politica opposta).

Con quest’ultimo modello finisce l’analisi del breve periodo nel quale il livello dei prezzi era stabile.

Ripasso:

Per produrre Y abbiamo bisogno dei fattori produttivi L e K lavoro e capitale; più aumentano i fattori

produttivi più aumenta il prodotto interno lordo. La funzione di prodotto interno lordo è Y = f(L,K).

1) La curva di offerta aggregata del Sistema Economico è orizzontale. È il breve periodo keynesiano

recessivo e quindi con sottoutilizzo dei fattori (la teoria keynesiana nasce negli anni ‘30 in un

periodo di recessione mondiale partita con la crisi di Wall Street): se la domanda aumenta i

produttori riescono a soddisfarla senza aumentare i prezzi. È possibile produrre di più a prezzi

costanti (possono produrre di più allo stesso prezzo perché usano capacità produttiva che c’era

già);

2) La curva di offerta aggregata è crescente. È il medio periodo: i fattori produttivi incominciano a

scarseggiare e i sindacati chiedono aumenti salariali. È possibile produrre di più a prezzi crescenti;

3) La curva di offerta aggregata è verticale. È il lungo periodo: si raggiunge la massima capacità

produttiva. Non è possibile produrre di più e ogni aumento di domanda avrà effetti solo sui prezzi.

Analizziamo ora il modello AD-AS, modello della domanda aggregata e dell’offerta aggregata, modello di

medio periodo a prezzi variabili. Le politiche economiche oltre ad avere effetto sul PIL avranno anche un

effetto sul livello dei prezzi.

Il fattore che fa salire/scendere il livello dei prezzi è il costo di produzione, ovvero i costi dei diversi fattori

produttivi: ( )

( ℎ )

( . )

Ognuno di questi fattori, da cui dipende la produzione, avrà il proprio prezzo/costo:

Inflazione/deflazione dei prezzi al consumo dipendono da:

P =

Una variazione del prezzo dei beni capitali non può generare un’effettiva inflazione/deflazione dei prezzi al

consumo poiché i beni capitali fisici K sono durevoli (aspettativa di durata di n anni) e il loro costo è un

dato certo in quanto si sostiene una volta sola (d’acquisto) e in conto economico per ogni n anno è

presente l’ammortamento pari a PK/n. Inoltre quando l’impianto va fuori utilizzo poiché non rende quanto

si desidererebbe, il progresso tecnologico fa si che l’impianto nuovo che si acquisisce per sostituirlo

probabilmente in funzione delle quantità che può produrre costa meno (a parità di produttività degli

impianti gli impianti nuovi costeranno meno di quelli vecchi, costo dell’impianto in valore assoluto diviso

per la sua capacità produttiva periodica).

I prezzi delle materie prime dipendono dalle condizioni di quei mercato e in particolare dipendono

dall’ipotesi che i produttori di quei mercato riescono a coalizzarsi per imporre politiche di prezzo.

L'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio , meglio conosciuta come OPEC (Organization of the

Petroleum Exporting Countries), fondata nel 1960, comprende dodici Paesi che si sono associati, formando

un cartello economico, per negoziare con le compagnie petrolifere aspetti relativi alla produzione

di petrolio, prezzi e concessioni. Nel 1973 e nel 1979 ha generato due grandi crisi petrolifere facendo

lievitare i prezzi a causa di un restringimento della produzione (i produttori hanno estratto meno). Si parla

quindi di shock internazionale perché l’inflazione dei prezzi non è controllabile da politiche economiche e la

si subisce (si parla di contro-shock nel caso di deflazione non controllabile come nel caso dell’86).

Il costo del lavoro è un fattore interno, determinato nel Paese dal mercato del lavoro. Il salario di lavoro

aumenta quando l’offerta di lavoro (da parte della forza lavoro) è scarsa rispetto alla domanda. Per

misurare l’abbondanza/scarsità dell’offerta di lavoro si utilizza il tasso di disoccupazione: se ci sono molti

disoccupati in un sistema economico c’è abbondanza di offerta di lavoro, se ci sono pochi disoccupati c’è

scarsità di offerta e quindi si chiede agli occupati di fare degli straordinari pagati di più per esempio.

Il prodotto è funzione della quantità di capitale e della quantità di lavoro (trascuriamo le materie prime). Il

capitale tuttavia non è modificabile nel breve periodo (è durevole) e quindi fisso.

Y = f (K , L)

Sulla funzione di produzione indichiamo il prodotto sull’asse delle ordinale (asse atipico in questo caso) e il

fattore lavoro sull’asse delle ascisse. Si tratta d una funzione di forma Output = f (Input) che descrive il

totale di output che l’impresa può produrre a partire da un dato quantitativo di input che nel nostro caso,

essendo K fisso e non considerando Z, è in numero di dipendenti (legame tra Y e L avendo K fisso).

All’aumentare dei lavoratori se non si aumentano anche i capitali la produzione arriva ad un tetto massimo

in quanto la macchina raggiunge la sua massima capacità produttiva ed è alimentata da operai che iniziano

K

ad intralciarsi. Dato il rendimento marginale del lavoro è decrescente (il prodotto aggiuntivo è più piccolo

all’aumentare dei lavoratori).

Possiamo rappresentare questo legame decrescente tra prodotto marginale e forza lavoro. Poniamo

sull’asse delle ordinate Y’ ovvero il prodotto marginale del lavoro e sull’asse delle ascisse la forza lavoro. Il

quantitativo 1 della forza lavoro produce la quantità Y1, il quantitativo 2 della fora lavoro produce la

quantità Y2, il quantitativo 3 della forza lavoro produce la quantità Y3. Tuttavia Y1 associato alla quantità

più bassa di L è maggiore di Y2 associato alla quantità più alta di L che a sua volta è maggiore di Y3 associato

ad un quantità di L ancora più alta. Il prodotto aggiuntivo che ogni lavoratore mette a disposizione si riduce

man mano che aumentano i lavoratori.

Se il fattore lavoro L lo si moltiplica per il costo unitario dei lavoratori w, si ottiene il costo del lavoro CL

(costo di produzione per il fattore produttivo del lavoro).

Rappresentiamo adesso il mercato del lavoro con i suoi parametri della forza lavoro (numero di dipendenti)

D

e il prezzo unitario del lavoro. Il mercato è caratterizzato da una curva di domanda di lavoro L che

rappresenta il numero di lavoratori che l’impresa è disponibile ad assumere in funzione del salario (più il

salario è basso e più l’impresa è disponibile ad assumere, funzione decrescente) e sull’altro versante da una

S

curva di offerta di lavoro L che rappresenta il numero di lavoratori che sono disponibili ad offrire la propria

forza lavoro in funzione del salario (più il salario è alto e più sono disponibili a lavorare, funzione crescente).

La curva di offerta tuttavia ad un certo punto potrebbe cambiare direzione curvandosi all’indietro poiché a

fronte di un salario molto elevato, i lavoratori preferirebbero lavorare un po’ di meno per aver più

disponibilità di tempo libero (non disponibili a fare straordinari). Per effetto di sostituzione quindi più ci

pagano per fare uno straordinario più è costoso in termini di opportunità avere tempo libero, ad un certo

punto tuttavia prevarrà l’effetto reddito quindi ci pagano talmente bene che decidiamo di lavora di meno

(se consideriamo il tempo libero in funzione del salario, se il salario aumenta vorremo meno tempo libero

poiché il salario è il prezzo e se il salario aumenta abbiamo più potere di acquisto per ottenere più tempo

libero; fino ad un certo punto prevale l’effetto sostituzione e dopo un certo livello di salario l’effetto

reddito).

Se il Sistema Economico incombe in un periodo di recessione economica, periodo in cui c’è un calo di

attività economica e quindi produttiva, la curva di domanda si restringe (la nostra disponibilità a lavorare

invece in cambia). Incrociando domanda e offerta l’equilibrio si sposta in E e a livello di tale equilibrio i

1

disoccupati volontari (sarebbero disposti a lavorare ma ad un salario più alto di quello di equilibrio, il

disoccupato involontario invece e colui che al salario corrente è disponibile a lavorare ma non trova

occupazione) aumentano perché è diminuito il salario e non sono disponibili a lavorare e gli occupati

diminuiscono.

Come detto in precedenza, il livello dei prezzi può variare a causa di tensioni che possono riguardare

ciascuno dei fattori produttivi impiegati.

 Nello schema del modello IS-LM, cosa avviene se i prezzi cambiano?

Finora abbiamo usato lo schema grafico del modello IS-LM per analizzare le politiche monetarie (espansive

e restrittive, LM si sposta in basso a destra perché aumenta l’offerta nominale di moneta della Banca

Centrale o si sposta in alto a sinistra per un restringimento dell’offerta) e le politiche fiscali (espansive e

restrittive, IS si sposta in alto verso destra se il Governo aumenta la spesa pubblica e diminuisce il gettito

fiscale o si sposta in basso a sinistra se il Governo diminuisce la spesa pubblica e aumenta il gettito fiscale)

ad un livello di prezzi costante.

Vogliamo ora considerare tale modello in un regime di prezzi variabili.

Supponiamo che i prezzi aumentano da P a P con P > P a causa di una ragione esterna dovuta ad uno

0 1 1 0

shock petrolifero o di una ragione interna per un aumento dei livelli salariali medi collettivi per mezzo dei

+ se il livello dei prezzi aumenta, la frazione

sindacati. Ricordando l’equazione della curva LM: i = -

dell’intercetta verticale si riduce in valore assoluto ma essendo negativa la LM si sposta verso l’alto a

sinistra a parità dell’offerta di moneta M (equivale ad una restrizione monetaria non dovuta a politiche

della Banca Centrale).

Tuttavia è necessario un secondo grafico collegato al primo nel quale si evidenzia il livello dei prezzi P.

Il grafico avrà sull’asse delle ascisse il livello del reddito Y e sull’asse delle ordinate il livello dei prezzi P.

Riportando le coordinate dei livelli di reddito di equilibrio generale del grafico IS-LM su questo nuovo

grafico, possiamo evidenziare la dipendenza dell’equilibrio generale dal livello dei prezzi.

Il livello dei prezzi è aumentato da P a P ; al livello di P il livello del reddito era Y (E ) e dopo l’inflazione

0 1 0 0 0

causata da tensioni dei fattori produttivi al livello dei prezzi P corrisponde il livello del reddito Y (E ). La

1 1 1

curva che unisce questi due punti è una funzione decrescente luogo dei punti di equilibrio in cui IS=LM con

tre coordinate Y, i , P: tale funzione è curva di domanda aggregata AD (sull’asse delle ordinate il livello dei

prezzi e sull’asse delle ascisse la produzione). L’equilibrio IS-LM in presenza di prezzi variabili genera una

curva di domanda aggregata negativamente inclinata.

Supponiamo ora che il livello dei prezzi non cambi (fisso) ma ad esempio si modifichi M: il Banchiere

Centrale fa salire M della stessa misura del cambiamento dei prezzi (per compensare una recessione

economica non voluta) facendo ritornare la curva LM dal punto di partenza (E =E ). Quindi, riepilogando,

0 2

l’inflazione (effetto esterno, non politico) aveva fatto spostare LM verso l’alto ma poi la politica monetaria

espansiva ha fatto scendere tale curva.

Sul secondo grafico, la curva di domanda aggregata AD si sposta verso destra in alto: per contrastare

l’effetto recessivo dell’aumento dei prezzi il banchiere centrale ha fatto una politica monetaria espansiva e

il livello dei prezzi nuovo raggiunto è compatibile con il vecchio livello del prodotto interno lordo.

Ogni politica economica (monetaria e fiscale) rappresenta uno spostamento della domanda aggregata

verso l’alto a destra se espansiva (aumenta il livello dei prezzi), verso il basso a sinistra se è restrittiva

(diminuisce il livello dei prezzi); tutta la politica economica che modifica la posizione di IS o LM è politica

finalizzata all’aumento/diminuzione della domanda aggregata (politica della domanda). Ovviamente se la

politica è fiscale la componente della domanda aggregata che si muove per prima sarà G (o TR) facendo

aumentare il reddito e di conseguenza facendo attivare il circuito dell’economia che lo trasformerà in

consumi C; se la politica è monetaria la componente della domanda aggregata che si muove per prima

I

sono gli investimenti perché i tassi di interesse possono alzarsi o abbassarsi rendendo più o meno

remunerativi i primi.

Tali considerazioni sono la base del modello AD-AS , della domanda e dell’offerta aggregata, e quindi

rappresenta il passaggio dal modello IS-LM al modello AD-AS (così come eravamo arrivati al modello IS-LM

partendo dal modello reddito-spesa permettendo al tasso di interesse di variare, adesso si permette il

variare del livello dei prezzi).

Fattori che influenzano l’espansione/riduzione della domanda aggregata (nel nostro caso da AD a AD ):

0 1

 Fiscali (IS ): Domanda privata

politica fiscale espansiva

( )

Nx aumento della domanda privata estera netta

̅ ̅

= aumento delle componenti autonome private della spesa autonoma (domanda interna)

̅

La curva IS si può spostare per ragioni di domanda privata o per ragioni di politica fiscale espansiva.

 Monetarie (LM ):

H M politica monetaria espansiva

)

P ( es. il prezzo del petrolio è crollato e ciò ha fatto ridurre il livello dei prezzi italiano e

produce gli stessi effetti di una politica monetaria espansiva in quanto aumenta

l’offerta reale di moneta M/P quando i prezzi si riducono (stessa effetto se aumenta

l’offerta nominale a prezzi invariati). Inoltre l’IS si sposta verso l’alto per l’export

italiano che è più attraente)

Ricaviamo la funzione di domanda aggregata analiticamente:

 IS: ∝

Y = [Ā – b i]

G

 LM: Y

+

i = -

La curva di domanda aggregata è l’insieme dei possibili punti di equilibrio intersezione IS-LM quando i

prezzi sono variabili (possono stare fermi o variare). Si mettono quindi a sistema (si eguagliano IS-LM) per

trovare l’equazione analitica della funzione di domanda aggregata AD:

Y]

∝ ∝ +

Y = Ā - b [-

G G

∝ ∝

Y = Ā + - Y

G

∝ ∝

Y(1+ ) = Ā +

G ∝

∝ Ā +

Y = ∝

∝ Moltiplicatore della politica

Moltiplicatore della politica

φ φ

fiscale (“phi ”) monetaria

 AD: φ φ

Y = Ā +

Relazioni tra moltiplicatore della politica fiscale e moltiplicatore della spesa autonoma:

 b = 0 (modello reddito-spesa, IS verticale)

φ ∝

= G

Il livello degli investimenti è insensibile al tasso di interesse e la politica fiscale ha massima efficacia (non è

presente spiazzamento ogni aumento della spesa pubblica determina un effetto massimo sul PIL dopo n

periodi perché non c’è un effetto negativo sugli investimenti).

 b > 0

φ ∝

< G φ ∝

Poiché il denominatore di è formato da fattori tutti positivi e che si aggiungono all’unità (> 1 e > ) e

G

quindi la frazione è minore di 1. Il moltiplicatore della politica fiscale è più piccolo del moltiplicatore della

spesa autonoma se gli investimenti sono sensibili al tasso di interesse. Questo perché, come già visto in

precedenza, è presente il fenomeno dello spiazzamento (la spesa pubblica aumenta ma almeno in parte gli

investimenti si riducono e attenuerà l’effetto della politica fiscale che riduce il tasso di interesse) e la

politica fiscale non raggiunge gli effetti massimi possibili.

 ∞

h + (trappola della liquidità)

φ ∝

= G 

∝ b 0

G

Siamo nel caso particolare della trappola di liquidità (la sensibilità della domanda di moneta al tasso di

interesse tende a infinito e la curva LM è piatta in corrispondenza dell’asse delle ascisse) e aumentando

l’offerta di moneta della BCE gli operatori economici non depositano la liquidità ma la detengono. In una

situazione di trappola della liquidità con tassi di interesse prossimi allo zero, l’offerta di liquidità non

produce effetti sull’economia poiché gli operatori economici hanno un’aspettativa negativa del futuro e

piuttosto che investire o spendere tendono a trasformare qualsiasi liquidità monetaria aggiuntiva

dell’offerta di moneta (politica monetaria espansiva) in risparmio e in tesaurizzazione, anziché finanziare

degli investimenti produttivi (cavallo-abbeveratoio). Ogni spostamento della IS ha effetto massimo sul PIL

di equilibrio.

Relazioni tra moltiplicatore della politica monetaria e il moltiplicatore della spesa autonoma:

 h = 0 (caso classico, LM verticale)

φ

La politica monetaria raggiunge il suo livello massimo di efficacia quando il suo moltiplicatore raggiunge il

suo massimo ovvero quando h è uguale a zero. La domanda di moneta è insensibile al tasso di interesse

h = 0 ovvero la moneta speculativa che dipende negativamente dal tasso di interesse non c’è ma c’è solo

moneta per scopi di transazioni. L’equilibrio sul mercato monetario cambia:

= L = kY

M = kPY Y =

La curva LM quindi è una curva verticale in corrispondenza di e tutto lo spostamento della LM si

traduce in aumento di equilibrio. = dove PY è il PIL reale moltiplicato per i

L’equazione di prima può essere scritta anche come

prezzi e quindi il PIL nominale (1600 miliardi in Italia), M è la quantità di moneta (mezzi di pagamenti

liquidi) a disposizione di coloro che spendono, pagano e acquistano (200 miliardi per esempio), 1/k quindi

deve essere uguale a 8 ovvero per comprare 1600 miliardi di PIL di beni e servizi prodotti in un anno sono

sufficienti 200 miliardi di mezzi di pagamento purché la moneta passi di mano 8 volte (velocità di

circolazione della moneta, quante volte mediamente ogni euro di mezzi di pagamento deve passare di

mano in un anno per permettere di comprare tutto il PIL), ogni euro in media in un anno di questi 200

miliardi deve essere usato 8 volte per effettuare pagamenti.

la velocità di circolazione della moneta:

Indichiamo V =

MV = PY Equazione di scambio di Fisher (valido per h = 0)

La moneta per la sua velocità di circolazione è uguale al PIL nominale. K avevamo detto che era la

sensibilità della domanda di moneta al reddito ma adesso possiamo dare un contenuto operativo a tale

parametro: tempo medio di detenzione di un euro di strumenti di pagamento presso un utente prima di

essere speso. Se ce lo scambiamo in un anno per 8 volte vuol dire che ognuno lo tiene in media 1,5 mesi.

Riprendiamo la funzione di produzione:

Funzione che lega le quantità di fattori produttivi utilizzati (N numero di lavoratori impiegati o numero di

ore di lavoro prestare e K capitale fisico fisso nel breve periodo) e la produzione.

Ogni volta che si aumenta il numero di lavoratori, con il capitale fisso, il contributo marginale apportato al

prodotto totale da ognuno (derivata della produzione) decresce (meno proporzionalmente rispetto

all’aumento di N) e potrebbe addirittura far abbassare la produzione totale per un fattore di intralcio. Nel

nostro caso il primo dipendente produce 10 (in unità di misura 1000), il secondo produce 8 e il terzo

produce 6 (curva decrescente del prodotto marginale che decresce all’aumentare dei lavoratori).

Moltiplicando il prodotto per il prezzo di mercato, troviamo il valore di mercato di quel prodotto. Allo

stesso modo si può trovare il valore di quanto prodotto da ognuno dei lavoratori moltiplicando il prodotto

marginale per il prezzo marginale

Trasformiamo quindi la curva che rappresenta la produttività marginale fisica in funzione di produttività

marginale in valore. Il prodotto di ogni operaio aggiuntivo le valorizziamo (moltiplicandole per il prezzo al

quale l’impresa lo venderà). Supponendo che il prezzo di mercato sia di 10 euro, il prodotto marginale in

valore (contributo in valore) del primo dipendente è di 100 mila euro, il prodotto marginale in valore del

secondo dipendente è di 80 mila e il prodotto marginale in valore del terzo dipendente è di 60 mila.

Tale funzione è importante perché specifica quanto valore ogni dipendente apporta alla produzione

(contributo economico apportato alla produzione).

 Qual è il valore massimo del costo di lavoro annuale che i datori di lavoro sono disponibili a

sostenere per questi lavoratori (stipendio + oneri)?

Il livello massimo di salario coincide con il valore di quanto quel lavoratore produce (crinale tra convenienza

e non convenienza) W = pY’. d

Tale curva coincide quindi con la domanda per il lavoro N : curva che separa nel piano quei panieri che si è

disponibili a comperare dalle altre per cui non si ha convenienza di pagare (quanti lavoratori e a quale

prezzo massimo le imprese sono disponibili ad assumere).

Se c’è una recessione, la produttività marginale del lavoro in valore si ridurrà poiché si ridurrà la curva di

domanda per quel bene a parità di prezzo e ciò farà diminuire il prezzo per far in modo che le vendite non si

abbassino troppo. Il prodotto marginale fisico non cambia ma il prezzo diminuisce e quindi la produttività in

valore decresce. Di conseguenza si abbasserà il numero di dipendenti (curva di domanda per il lavoro si

abbassa). S

La curva di offerta di lavoro N rappresenta il numero di lavoratori che sono disponibili ad offrire la propria

forza lavoro in funzione del salario (più il salario è alto e più sono disponibili a lavorare, funzione crescente

con intercetta all’origine). La curva può avere un inviluppo all’indietro per livello di salari molto elevati

(prevale l’effetto reddito).

Il modello classico del mercato del lavoro AD-AS non prevede disoccupati involontari (l’asse x del grafico si

divide in occupati e disoccupati volontari), il livello di occupazione si determina nel mercato del lavoro

dove si incontrano domanda e offerta (simile al mercato dei beni).

Consideriamo il caso opposto al precedente grafico, in cui si ha recessione economica per cui l’impresa è

d d0 d1

portata ad abbassare salario ed occupati. La curva di domanda N si contrae e quindi passa da N a N così

come (in teoria) l’equilibrio sul mercato del lavoro che dovrebbe passare da E a E ; il salario di equilibrio

0 1

scende da w a w così come gli occupati da N a N . Quindi nel modello classico del mercato del lavoro: se

0 1 0 1

la domanda di lavoro aumenta per un boom economico, si alza l’equilibrio, i salari e gli occupati; se la

domanda di lavoro diminuisce a causa di una recessione economica, si abbassa l’equilibrio, i salari e gli

occupati. I disoccupati sono tutti volontari (per loro scelta) poiché ritengono il nuovo salario di equilibrio

troppo basso rispetto alla loro disponibilità a lavorare. I salari sono flessibili (possono aumentare e

diminuire).

Tale modello è poco adatto per il secondo dopoguerra perché i salari sono contrattati coi datori di lavoro

attraverso i sindacati che sottoscrivono un contratto di lavoro collettivo per ogni mansione lavorativa in cui

stabiliscono un pavimento salariale e un tetto del monte ore lavorative.

Supponiamo quindi che il livello salariale mensile minimo sia w fissato dal contratto collettivo di lavoro (se

0

il datore di lavoro lo abbassa compie un illecito). L’equilibrio, quindi, in caso di recessione non può andare

in E ma in E perché non possiamo ridurre i salari sotto tale pavimento: maggior caduta dell’occupazione

1 2

nell’ipotesi di rigidità salariali rispetto all’assenza di rigidità salariale (gli occupati sono scesi in misura

maggiore). Al livello salariale w di mercato è presente una parte di popolazione attiva disponibile a

0

lavorare (si accontenterebbe anche di meno) ma non è assunta nel mercato del lavoro; questa quota di N

sono i disoccupati involontari.

Quanto rappresentato coincide con il modello con rigidità salariali, modello che spiega la disoccupazione

involontaria con contratti collettivi e pavimenti salariali presenti in tali contratti (i salari sono determinati

dall’intersezione delle curve di domanda e offerta del mercato del lavoro e quindi sono flessibili).

L’aggiustamento del mercato avviene tutto a carico degli occupati (lato delle quantità) e non dei prezzi.

Supponiamo ora che la crisi economica è superata e si ritorna in una fase positiva del ciclo economico

(andamento ciclico). L’equilibrio sul mercato del lavoro ritorna al livello precedente E ? No, perché i

0

dipendenti/occupati che erano rimasti sul mercato del lavoro, adesso che la recessione è finita e si

prospetta un boom economico, non saranno contenti se il loro salario resta invariato e aumenta

l’occupazione ma vorranno un aumento salariale, appoggiati dai loro sindacalisti che rappresentano la

popolazione occupata (i disoccupati si iscriveranno al sindacato ex novo quando verranno assunti).

I

La curva di indifferenza di un rappresentate sindacale è tale per cui all’aumentare della condizione

economica del Paese il suo beneficio aumenta se aumenta l’occupazione e aumenta anche il salario (per

condizioni economiche migliori, i sindacati intendono sia occupazione più alta sia salari più alti).

Se siamo finiti in E è poco probabile che si ritorni in E in un modello di rigidità salariale (in un modello

2 0

classico si ritornerebbe in E e dopo ulteriori boom economici aumenterebbero i salari di equilibrio e i

0

disoccupati in più verrebbero assorbiti), perché i sindacalisti non si accontentano di un percorso orizzontale

ma vogliono sin da subito aumenti salariali ed aumenti dell’occupazione. Le curve di indifferenza dei

SSINDACATI

sindacati determinano un’ alternativa curva di offerta sindacale di lavoro N (complementare

rispetto a quella dei lavoratori) e l’equilibrio sul mercato del lavoro sarà determinato dall’intersezione di

tale curva con curva di domanda di lavoro (vecchia perché si è ritornati nel punto di prima): dopo il boom

economico viene assunta parte dei disoccupati involontari ed il salario di tutti aumenta (la disoccupazione

involontaria resta ed è difficile da assorbire poiché i salari sono aumentati ancora).

Consideriamo ora il modello sei salari di efficienza del mercato del lavoro: il datore di lavoro vuole

incentivare il lavoratore assunto a contribuire al meglio all’attività dell’impresa. Tuttavia, il datore di lavoro

non ha piena osservabilità dell’impegno dell’assunto (può impegnarsi di più o di meno e ciò non è

evidenziabile pienamente) perciò deve offrirgli una remunerazione incentivante, un vantaggio per cui il

lavoratore sarà portato a dare il meglio di sé.

Grafichiamo un’ipotetica curva che rappresenta l’impegno della persona assunta. Sull’asse delle ordinate

poniamo la resa Y, risultato dell’impegno e contributo del singolo assunto al successo dell’organizzazione a

cui partecipa, sull’asse delle ascisse la remunerazione w.

Si immagina che la curva di impegno abbia un andamento logistico (ad “S”) e ciò evidenzia quanto il

lavoratore contribuisce all’impresa in funzione di un salario sempre più alto. Se si aumenta lo stipendio, il

lavoratore si impegna di più e, soprattutto inizialmente, in maniera più che proporzionale (aumentando lo

stipendio del 10%, aumenta il risultato più del 10%) ma se si continua ad aumentare il salario, l’incentivo a

migliorare il risultato tende a scendere (rendimenti decrescenti) all’avvicinarsi all’impegno massimo. La

relazione tra impegno e risultato e quindi tra resa e salario, tuttavia, chi assume non la conosce.

 quale sarebbe il salario ottimale che

Se tale relazione fosse eccezionalmente osservabile,

massimizzi la produttività del lavoratore?

Sin tanto che i rendimenti sono crescenti (prodotto marginale crescente), il salario va aumentato.

deve essere massimo;

Il rapporto tra risultato e salario corrispondente ovvero tra rendimento e costo

considerando la semiretta che esce dall’origine, la sua inclinazione coincide con tale rapporto e il massimo

angolo è il punto in cui è tangente alla funzione.

Si massimizza, quindi, il contributo all’impresa di quella persona assunta massimizzando π il rapporto tra il

suo rendimento/risultato e quello che costa all’impresa (salario).

Se però non si ha la piena controllabilità di quanto una persona renda effettivamente e questa può variare

su un ampio range, non conviene cercare di risparmiare sul salario disincentivando il lavoratore ma di

incentivare magari stabilendo un pavimento salariale e utilizzando bonus salariali commisurati al risultato

tramite l’indicizzazione di parametri di breve periodo come ad esempio profitti o volume di vendite (se

misurabili). Se si indicizzano i profitti, tuttavia, il rischio è che ci si impegni per massimizzare il profitto di

breve periodo ma senza apportare investimenti che affianchino la crescita aziendale con effetti negativi sul

lungo periodo (lavorare in una logica di massimizzazione di profitti di breve periodo può essere

controproducente perché può produrre danni visibili negli esercizi successivi).

Un metodo alternativo può essere quello offrire azioni gratuite della società ma il passaggio di queste

(libertà quindi di poterle mettere sul mercato, monetizzare) avviene tra tot periodi così che se i

comportamenti di breve periodo hanno danneggiato l’azienda nel lungo periodo, le azioni quando saranno

messe sul mercato non frutteranno molto. Si lega in questo modo la remunerazione ai risultati del medio-

lungo periodo.

Il rischio è tuttavia di avere un effetto di inviluppo all’indietro della curva di impegno per livelli troppo alti di

w (effetto reddito prevalente).

Tale modello logico non ha applicazione generale ma particolare (professioni creative, sportivi, manager).

Introduciamo un tema nuovo, la Curva di Phillips; economista il quale negli anni ’60 ha ricostruito

statisticamente due variabili (per l’economia britannica):

u:

- Tasso di disoccupazione ∗ −

= ∗

N*: popolazione attiva, forza lavoro che ai livelli salariali vigenti sono disposti a

lavorare (occupati e disoccupati involontari).

N: numero degli occupati effettivi.

N* - N: numero di disoccupati involontari (disponibili a lavorare ai salari vigenti

ma non trovano occupazione, modello con rigidità salariale).

u : tasso di disoccupazione, su 100 persone disponibili a lavorare al salario

contrattato dai sindacati u sono disoccupati involontari (100 – u sono occupati).

̇

- Tasso di crescita nel tempo (annuale) dei salari : W: massa salariale del

̇ = Sistema Economico in

istanti temporali diversi

La Curva di Phillips che interpola le coppie di valore registrate statisticamente ogni tot periodi (annuale) è

una curva empirica.

Al di là di un certo livello di disoccupazione, i salari potrebbero diminuire da un anno all’altro; al di qua del

tasso di disoccupazione i salari tenderanno a salire: più il tasso di disoccupazione scende e più i salari

tenderanno ad aumentare nel tempo.

è livello di disoccupazione che non fa variare i livelli salariali.

è un

è zero ma è abbastanza piccolo) tasso di disoccupazione accettabile, compatibile con la

(che non

stabilità economica (non produce tensioni né verso l’alto né verso il basso). E’ chiamato tasso di

disoccupazione naturale o frizionale, poiché una delle spiegazioni della sua esistenza potrebbe essere che i

disoccupati naturali siano quelli che stanno cambiando lavoro (dimessi per cercare qualcosa di meglio

oppure cambiato lavoro e passa del tempo prima che si ufficializzi il trasferimento). È un fenomeno

normale, è impossibile che tutti gli N* stiano lavorando in un preciso istante. È una disoccupazione non

problematica e ciò si manifesta nel fatto che non crea tensioni salariali: tasso di disoccupazione che non fa

crescere i salari o il tasso di disoccupazione al quale i salari sono stabili.

L’equazione di Phillips,quindi, evidenzia una relazione tra il tasso di disoccupazione sul mercato del lavoro

e il tasso di crescita dei salari (due variabili) e può essere scritta come: con ε coefficiente di

̇ − ( − )

= sensibilità positivo

Tale equazione rappresenta il tasso di crescita dei salari medi (massa salariale/occupati) in un sistema

economico mediante il prodotto tra un coefficiente di sensibilità preceduto da segno negativo e la

differenza tra disoccupazione effettiva e disoccupazione che non fa variare il livello salariale.

Se la disoccupazione effettiva tende a essere superiore al livello di disoccupazione che non fa variare il

livello salariale (elevata) allora i salari tendono a scendere; viceversa, se la disoccupazione effettiva tende

a essere inferiore al livello di disoccupazione che non fa variare il livello salariale (bassa) allora i salari

tendono a salire (inflazione salariale):

̇

> < 0

1) ̇

= = 0

2) ̇

< > 0

3)

Ciò è dovuto al ciclo economico per cui se c’è espansione economica la disoccupazione scende e i salari

accelerano, se c’è recessione la disoccupazione aumenta e i salari frenano (trade-off, sali e scendi sulla

curva).

Phillips studiò tale curva rilevando dati di 100 anni dal mercato del lavoro britannico (empirica), gli

economisti statunitensi vollero applicarla al loro Sistema Economico e dopo aver applicato i loro dati al

grafico, osservarono che tale modello andava bene anche nel loro caso.

Negli anni ’60 (decennio di crescita economica) la curva di Phillips si è percorsa in salita e quindi fino al 1969

è presente una crescente occupazione del fattore lavoro negli Stati Uniti che porta al pieno impiego e

̇

quindi a tensioni salariali ( abbastanza elevato).

Alla fine degli anni ’60 e agli inizi degli anni ‘70, tuttavia, tale curva viene smentita nei fatti; non si ha più

una percorribilità di questa curva (sali e scendi) ma cambia la correlazione, aumentano i salari e aumenta la

disoccupazione (mai accaduto prima). Nel ‘73 era, infatti, avvenuto il primo shock petrolifero: improvvisa e

inaspettata restrizione del flusso di approvvigionamento dalle nazioni appartenenti all’Opec verso le nazioni

importatrici di petrolio a seguito della guerra di Kippur fra Egitto, Siria e Israele. Le economie (come l’Italia)

che avevano investito su settori dipendenti dal petrolio, non potendo ridurre le importazioni, avranno un

aumento del costo di produzione a causa dell’aumento del costo della materia prima (i produttori si

accordarono per ridurre ognuno la propria offerta di petrolio che fece salire il prezzo da 3$ a 9$ e in seguito

a 12$ a barile) e ciò portò all’aumento dei prezzi prodotti finiti (livello quadruplicato).

Lo shock petrolifero comporta il passaggio da un mondo nel quale l’inflazione era ininfluente ad un mondo

in cui l’inflazione è sempre meno trascurabile.

Tale fenomeno genera aspettative sull’inflazione diverse da zero per il futuro, se i prezzi sono stabili ci si

aspetta che i prezzi rimangono stabili ma se c’è inflazione si crea l’aspettativa che anche domani ci sia

inflazione.

L’equazione della curva di Phillips funziona tuttavia per livelli di prezzi stabili in quanto il tasso di variazione

di salari nominali (salari monetari, in busta paga). In un sistema in cui il livello dei prezzi può variare, i

sindacati non sono più interessati ai salari nominali, ma al potere di acquisto dei loro associati (salari reali).

A sinistra, al tasso di variazione dei salari nominali va sottratto il tasso di variazione dei prezzi al consumo

(sotto suggerimento dell’economista Friedman). L’ISTAT misura mensilmente il costo della vita misurando i

prezzi che si modificano nel tempo su un paniere formato da beni consumati dalle famiglie. Dentro però ci

sono i prezzi dei beni che stiamo consumando e che abbiamo importato senza rilevare dati sulle

esportazioni.

L’equazione della curva di Phillips, con aspettative di inflazione positive, diventa quindi:

̇ – ̇ − ( − )

=

Le due equazioni sono equivalenti (valgono entrambe) in quanto è sufficiente che l’inflazione non ci sia per

renderle identiche.

Esempio:

- Supponiamo che i prezzi al consumo rimangano invariati, la disoccupazione naturale è al 5% e che

)

quella effettiva sia al 3% (condizione del mercato del lavoro a sinistra di e il coefficiente sia 1.5 .

Due punti di differenza tra i due tassi si disoccupazione moltiplicata per il coefficiente e per il segno

meno si riflette in una richiesta di aumento nominale salariale del 3% da parte dei sindacati.

- Supponiamo ora che siamo in presenza di inflazione nel sistema e quindi i prezzi aumentino del

10%; i sindacati chiederanno un aumento del 3% dei salari reali ovvero 3%+10% (13%)per

salvaguardare il potere di acquisto degli occupati.

13% - 10% = - 1.5(3% – 5%) = , l’obiettivo del

Se il mercato del lavoro non mi permette di chiedere aumenti/diminuzioni

sindacato è fare in modo che il tasso di variazione dei salari nominali cresca come l’inflazione dei

prezzi al consumo.

Il tasso di variazione dei prezzi si riferisce al periodo precedente. Nel richiede l’aumento salariale nell’anno

t in cui sono rimasti spiazzati dall’inflazione, i sindacati vorranno recuperare la perdita di potere di acquisto

nell’anno t-1. I sindacati, inoltre, stipulano contratti pluriennali e nel formularli svolgono delle previsioni in

base ai dati degli anni precedenti più vicini che pesano di più (aspettative di inflazione per gli anni

contrattati, inflazione nel tempo t attesa).

Le aspettative di inflazione generano inflazione, tendono ad auto-verificarsi. Se tutti prevedono inflazione

in futuro, i sindacati chiederanno un aumento preventivo dei salari del 10% e se lo ottengono, le imprese lo

scaricheranno sui prezzi (inflazione).

I sindacati prevedono un’inflazione, la incorporano nei contratti pluriennali, le imprese li accettano e i loro

costi aumenteranno in quella proporzione; per recuperare tali costi, aumenteranno i prezzi al consumo

dello stesso ammontare. È lo stesso meccanismo del mercato delle azioni e le previsioni di borsa, se gli

operatori si aspettano che i corsi azionari calino, vendono azioni e vendendoli li fanno calare a loro volta; se

gli operatori economici si aspettano aumenti dei valori borsistici, comperano azioni e comperandole li

fanno aumentare.

 Come cambia la curva di Phillips che tiene conto di tali aspettative se prima era presente un trade-

off (sali-scendi) tra inflazione salariale su un asse e disoccupazione sull’altro (all’aumentare della

disoccupazione i salari frenano, al diminuire della disoccupazione i salari accelerano)?

Con gli anni ’70, come detto prima, si scoprì che ci poteva essere un aumento dei salari e un peggioramento

della disoccupazione registrati nel medesimo istante (cambiamento della correlazione).

Non ci sarà più una sola curva di Phillips ma tante per ogni salto di livello ciascuna corrispondente a

e

̇

un’aspettativa di aumento di prezzi, al tasso atteso di variazione dei prezzi al consumo (a causa nel

e

̇ – ̇ − ( − )

=

nostro caso di shock petroliferi):

Ad ogni tasso di variazione dei prezzi al consumo corrisponde una curva di Phillips (e viceversa) e quindi ogni

volta che questo cambia ci sarà una curva diversa.

Gli anni 70 sono stati cruciali dal punto di vista in quanto hanno sconvolto la teoria keynesiana (post

recessione causata dalla caduta di Wall Street), che consisteva nell’ interpretazione economica della crisi

economica recessiva e un tentativo di realizzare politiche attraverso le quali la caduta della domanda

privata del Sistema Economico veniva sostituita da un aumento della domanda pubblica G; per la prima

volta nella Storia dell’economia moderna il problema principale non è stata la disoccupazione connessa alla

recessione ciclica ma l’inflazione associata alla disoccupazione. Nel nostro caso lo shock petrolifero ha

ridotto la capacità di offrire da parte dei Paesi occidentali creando disoccupazione e prezzi crescenti. Si

hanno due mali contemporaneamente, l’inflazione (problema nuovo) e la disoccupazione (problema

vecchio).

Le politiche fiscali/monetarie espansive fanno aumentare Y e i prezzi (non siamo più in un ottica di curva di

offerta del sistema economico piatta degli anni ’30 ma in un tratto con offerta crescente) in quanto fanno

aumentare la domanda aggregata del Sistema Economico facendo slittare verso l’alto la curva AD. Le

politiche fiscali/monetarie quindi riducono il male della disoccupazione (aumento di Y dopo aver

richiamato fattore lavoro) ma alimentano l’altro male accentuando l’inflazione se siamo in un periodo di

shock. Le politiche keynesiane quindi entrano in crisi perché muovendo la domanda trasformano la

disoccupazione in maggiore/minore inflazione, non posso risolvere i due mali antitetici ma li posso solo

trasformare l’un l’altro (ridurre uno per aumentare l’altro). Quindi, se si teme di più la disoccupazione

(Italia) il governo/banca centrale effettua politiche keynesiane espansive e se si teme di più l’inflazione

(Germania) effettua politiche keynesiane recessive.

Descriviamo con un grafico tale concetto: ipotizziamo di non essere più nel tratto orizzontale della curva

dell’offerta che caratterizza un periodo di recessione economica con sottoutilizzo dei fattori produttivi, ma

ipotizziamo che tale curva sia crescente. Con lo shock petrolifero e con l’aumento del prezzo del petrolio

che passa da 3$ a 12$ al barile, la curva di offerta AS si sposta verso l’alto (da AS a AS ), ovvero se prima si

0 1

poteva produrre Y ad un livello dei prezzi pari a P , adesso Y si può produrre ad un livello dei prezzi più

0 0 0

alto (P ). Tuttavia, la curva di domanda aggregata è negativamente inclinata e in equilibrio E si produce Y e

2 1 1

quindi si avranno due fenomeni (due mali), la caduta della produzione( recessione e la conseguente caduta

di N numero di occupati) e l’aumento dei prezzi (inflazione) misurato dal tasso di variazione dei prezzi al

̇ .

=

consumo

In base al male che si teme di più, si compiono politiche keynesiane. Se non si vuole la disoccupazione e

quindi la recessione si avvia una politica espansiva aumentando magari G per controbilanciare la

recessione petrolifera. Si va quindi in E (estremizzando) eliminando recessione e disoccupati al prezzo di

2

un’inflazione aggiuntiva (si trasforma). Questo è il caso dell’Italia negli anni ’70.

Il caso opposto, in cui si ritiene l’inflazione il male minore. Il quadro di partenza è lo stesso e quindi a

seguito dello shock petrolifero la curva AS slitta verso l’alto (in maniera minore nel caso della Germani

rispetto all’Italia in quanto è meno dipendente dall’import petrolifero poiché può usufruire della ricchezza

energetica delle proprie centrali nucleari).

Nel momento in cui bisogna decidere sulle politiche economiche da effettuare, alla Germania non piace

,

l’inflazione a causa dell’esperienza negativa dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar, e quindi vuole

̇

arrivare in E , livello in cui l’inflazione è riassorbita ( = 0). Per arrivare in quel punto di equilibrio la

2

Germania deve attuare una politica restrittiva contraendo la domanda aggregata da AD a AD (meno

0 1

importazioni petrolifere). In questo modo, tuttavia, si elimina l’inflazione al prezzo di recessione e

disoccupati aggiuntivi.

Nel lungo periodo, più o meno velocemente, il tasso di disoccupazione tenderà a portarsi al livello

normale/naturale.

Vogliamo capire adesso cosa succede se a partire da cambiamenti nel mercato del lavoro (per esempio

shock) che fanno cambiare la variazione dei salari, si innesta un qualche altro fenomeno che rende

permanenti le aspettative di inflazione (stabili).

Rifacciamo lo schema precedente:

Nel ’73 con il fenomeno dello shock petrolifero, dopo aver percorso negli anni 60 una curva di Phillips ben

definita, si è passati in una curva che incorpora delle aspettative di variazione di prezzi che diventano

permanenti; se la disoccupazione tende quindi a salire, stiamo percorrendo una curva differente. Una volta

arrivati al livello del tasso di disoccupazione naturale, i salari non rimarranno stabili ma aumenteranno (del

3% all’anno). Immaginiamo che il mercato torni a migliorare (’76) e la disoccupazione scende sotto il suo

livello naturale, la curva viene percorsa verso l’alto. Con il secondo shock petrolifero ci si sposta su un

ulteriore livello più alto della famiglia delle curve di Phillips. Ogni volta che l’inflazione sale e viene

incorporata nelle aspettative degli operatori economici, si slitta su una curva più alta.

Il sistema economico si abitua a tassi di inflazione positivi ed alti da cui è difficile uscire, per cui la tendenza

su questo grafico è solo a salire poiché le aspettative di inflazione generano un’inflazione pari a tale livello

(le aspettative si auto verificano) e, inoltre, se si manifesta un’ulteriore tensione, tale tensione alza le

aspettative ulteriormente. Ad esempio a causa dello shock petrolifero dell’anno precedente, i sindacati

hanno chiesto aumenti salariali; una volta terminate le tensioni, i sindacati si sono abituati ad un’inflazione

pari al 10% e chiederanno un aumento annuale dei salari del 10% facendo però a sua volta aumentare dello

stesso ammontare i costi di produzione che aumenteranno i prezzi finali dei beni di consumo della misura

equivalente. Se si innesta un secondo shock, dal 10 si salirà ad esempio al 15%.

Riepilogando, a causa di una disoccupazione al di sotto dei livelli naturali i salari sono aumentati e questi

hanno creato aspettative inflattive per i periodi successivi che ci hanno fatto slittare su una differente

curva di Phillips collocata più in alto a destra; se la disoccupazione ritorna a scendere sotto il livello

̇ ̇

naturale, i salari aumenteranno del tasso – . Ogni volta che i salari aumentano per una ragione

2 1

inerente al mercato del lavoro (disoccupazione ridotta), gli aumenti salariali diventano aspettative di

crescita dei prezzi e continueranno a salire almeno di quel valore. Immaginiamo poi che la tempo t si arriva

3

su un ulteriore curva di Phillips più alta.

Per scendere su una curva più bassa, per ricondurre a livelli più accettabili le aspettative di inflazione che

diverranno poi permanenti a loro volta, bisogna effettuare politiche restrittive attraverso la creazione di

livelli più elevati di disoccupazione oltre il livello naturale, per ridurre l’inflazione aumentiamo la

disoccupazione. Se siamo a sinistra del livello naturale i salari tenderanno a scendere, per ridurre il tasso

annuale di variazione dei salari (decelerare) si cerca di creare una disoccupazione più elevata di quella che

gli operatori si aspettano. Si riducono le aspettative perché creiamo delle condizioni di mercato del lavoro

per cui i sindacati avrebbero chiesto il tot percento di aumento di salario per l’anno prima ma siccome c’è

più disoccupazione allora chiederanno di meno.

L’alternativa potrebbe essere quella di creare degli accordi per far in modo che i sindacati moderino le loro

richieste promettendo un’inflazione più bassa.

Di fronte alla stagflazione, i prezzi aumentano insieme alla disoccupazione, quindi, si sceglie di cancellare

l’inflazione, che riduce la competitività con il Resto del Mondo, ad un costo sociale (più disoccupati) tramite

la politica restrittiva poiché a fronte di persone che escono dal mercato del lavoro, i sindacati non sono

giustificati a chiedere aumenti per chi resta (metodo tedesco), o si convocano i sindacati per chiedere

moderazione salariale con la promessa di una riduzione dell’inflazione ad esempio abbassando le tariffe

pubbliche sotto controllo del governo.

Politica dei redditi: accordi per moderazione salariale finalizzata all’attenuazione dell’inflazione tra

Governo - sindacati datori di lavoro - sindacati dipendenti.

L’inflazione provoca diversi costi sociali/collettivi tra cui la perdita di competitività dei beni nazionali sui

mercati globali.

Se i prezzi dei nostri beni finali che esportiamo aumentano del 15 % e in Germania del 5%, le nostre merci

diventeranno molto meno attraenti/competitivi (più costose rispetto alle tedesche del 10%) e ci saranno

meno italiani che comprano internamente e meno tedeschi che importano merci italiane. Prendiamo in

considerazione il mercato delle automobili (FIAT - Volkswagen). Tutto se il tasso di cambio rimane

invariato o, come nel caso attuale, è presente un accordo di moneta unica: se l’industria tedesca (diretta

competitrice) aumenta i suoi costi di produzione meno velocemente dell’aumento di questi in Italia, le

nostre merci diventeranno meno competitive in assenza di possibilità di svalutare il cambio (moneta unica).

IT

Con la presenza del Marco Tedesco (DM) e della Lira Italiana (L ), sono ammessi degli aggiustamenti

aggiuntivi tramite la variazione del tasso di cambio reale R, rapporto tra il livello dei prezzi:

= f

Con e tasso di cambio nominale, nel nostro caso , moltiplicato con il livello dei prezzi nel Paese estero P

(il prodotto esprime il livello dei prezzi in valuta italiana) tutto fratto il livello dei prezzi interni italiani P.

Supponendo che fossero necessarie 1000 lire per comprare un marco (e=1000) e che la VW costasse 10.000

di marchi e la FIAT 10.000.000 di lire, a quel tasso di cambio, i due beni costerebbero uguale.

f

Consideriamo il caso in cui P subisce una variazione del +5% e P subisce una variazione del +10% a causa di

un aumento dei costi di produzione. L’anno dopo quindi il prezzo di listino per una FIAT sarà di 11.000.000

e il prezzo di listino per una Volkswagen sarà di 10.500 marchi. Al tasso di cambio invariato è più

conveniente il bene tedesco rispetto a quello italiano e quindi chi vuole comprare un prodotto di quel

genere sarà più propenso ad acquistare una VK ( aumenta la domanda sul mercato tedesco).

Se abbiamo a disposizione una moneta nazionale, si svaluta il cambio per riequilibrare la frazione

precedente: 5%

5% 10%

Svalutiamo il cambio nominale (più moneta italiana per un marco) di circa il 5%, da 1000 a 1050 Lire per

Marco rendendo la moneta estera più cara così come i beni corrispondenti ripristinando la competitività.

Tuttavia, svalutando la nostra moneta tutto il nostro import sarà più caro del 5% (si svaluta verso tutte le

altre valute come ad esempio verso il dollaro) facendo aumentare nuovamente i prezzi italiani poiché

aumentano i costi a fronte di un aumento dei prezzi (petrolio più costoso per esempio) per le materie prime

che importiamo a causa dell’insufficienza interna. L’inflazione persisterà successivamente nel tempo

portando a compiere ulteriori svalutazioni periodiche a fronte di un’inflazione tedesca minore (e così via).

=

Una svalutazione del cambio per essere efficace, non deve essere solo una svalutazione del tasso di cambio

nominale e ma deve essere una svalutazione del tasso di cambio reale R (bisogna modificare la frazione e

non solo il numeratore che fa variare a sua volta variare il denominatore lasciando invariata la frazione). La

variazione del cambio deve fare in modo, quindi, che il prezzo dell’auto tedesca espressa in lire non resti

inferiore al prezzo dell’auto concorrente prodotta dall’industria nazionale (la variazione del cambio deve far

alzare il prezzo Volkswagen espresso in lire e abbassare il prezzo della FIAT espressa in marchi ovvero

11.000/10.500). ̇

Ripartiamo dalla curva di Phillips ed esprimiamo il tasso di crescita dei salari in un anno nella sua forma

corretta, ovvero, il livello del salario (W) al tempo t meno il livello del salario al tempo precedente fratto il

livello del salario al tempo precedente: − = − ( − )

− = − ( − )

= − ( − )

( )

= ( − − )

Funzione che esprime il livello salariale (non il tasso): il salario medio dei dipendenti italiani sarà uguale al

livello dell’anno prima a meno che la disoccupazione sia più alta di quella naturale per cui ci sarà una

componente riduttiva o viceversa a meno che la disoccupazione effettiva sia meno consistente di quella

naturale e allora il salario dell’anno prossimo sarà un po’ più alto poiché i sindacati trasformano la scarsità

di offerta di manodopera in aumento salariale.

Vogliamo esprimere tale funzione con il livello degli occupati N facendo emergere, quindi, una relazione

prezzo-quantità del mercato del lavoro (massa salariale - massa occupati):

 = è il tasso di disoccupazione nel Sistema Economico con N* numero di occupati in

presenza di sola disoccupazione naturale ed N numero di occupati effettivi.

∗ ∗

 = è il tasso di disoccupazione quando N=N*(piena occupazione), i disoccupati effettivi

quando i disoccupati sono solo quelli naturali quindi è 0.

 − = ∗

∗ −

− = +

= − ∗

Grafichiamo tale relazione su un grafico i cui assi sono intestati W, livello medio salariale, e N, numero degli

occupati effettivi:

Partiamo dal caso in cui gli occupati sono N*, piena occupazione; il salario dell’anno resterà uguale all’anno

precedente:

=

=

Se all’anno t, invece, c’è sovraoccupazione (crescita economica, ciclo favorevole) e quindi il numero di

occupati effettivi sarà maggiore degli occupati in presenza di sola disoccupazione naturale col conseguente

aumento dei salari richiesti dai sindacati.

>

>

L’ipotesi contraria prevede che il livello degli occupati effettivi al tempo t sia minore di quello degli occupati

naturali e quindi c’è sottoccupazione (disoccupazione involontaria) e i salari si attenueranno.

<

′ <

Congiungendo i punti di equilibrio di queste tre ipotesi si ottiene una funzione crescente del livello salariale

in funzione degli occupati che evidenzia una relazione positiva tra crescita dell’occupazione e il livello del

salario : se gli occupati eccedono gli occupati naturali il salario sale, se gli occupati scendono ad un livello

inferiore degli occupati naturali il salario scende. s

N (ricavata dalla curva di Phillips).

Tale funzione rappresenta quindi la curva di offerta di lavoro

Immaginiamo che valga la seconda ipotesi base che ha portato ad un crescente livello salariale W , all’anno

t

t+1 se N ritorna uguale a N* (rientro della fase espansiva del ciclo) il livello salariale dell’anno dopo non

accelerano ma rimangono al livello precedente.

=

→ =

La curva di offerta di lavoro slitta verso l’alto perché i salari salgono in considerazione dell’eccesso di

occupazione, quando questo viene meno i salari non accelerano più ma non tornano neanche in dietro

perché c’è rigidità salariale verso il basso.

s

N

La curva di offerta di lavoro si sposta in alto a sinistra perché essa incorpora la previsione che il livello

salariale non scenda rispetto all’anno prima anche se l’eccesso di occupazione (boom economico) che

l’anno prima ha fatto aumentare i salari termina.

Per far abbassare la curva di offerta di lavoro è quindi necessario creare disoccupazione imprevista poiché

una disoccupazione effettiva superiore ad una disoccupazione naturale fa abbassare i salari ma una volta

che i ritorna ad un livello naturale i salari non subiscono nessuna variazione.

P.S.: N non riguarda solo il numero di occupati ma anche le ore lavorative

Riepilogando:

s ∗

N

 = +

: ∗

Misura degli effetti che le condizioni del mercato

del lavoro generano sul livello salariale

AS:

 Curva di offerta dei beni (?)

( )

=

- il livello produttivo aumenterà all’aumentare delle persone occupate (legame tra N e Y);

=

- rapporto tra produzione ed impiegati a produrlo ovvero in media quanto ogni dipendente

produce in un anno, indicatore della produttività del lavoro ;

=

= con

∗ =

Occupati di piena occupazione (con disoccupazione frizionale)

produrranno il PIL di pieno impiego (o PIL potenziale, prodotto

che si ha quando nell’Economia c’è solo disoccupazione

frizionale) s

Sostituiamo tali considerazioni nella funzione di offerta di lavoro N :

= 1+ ∗ ∗

= + ∗

Relazione che ci dice che se siamo in una fase di ciclo positivo e il PIL sale al di sopra del pieno impiego, i

salari tendono a crescere.

Non stiamo, tuttavia, considerando ancora il livello dei prezzi P. Occorre studiare il legame tra livello

salariale e livello dei prezzi finali per ricavare la curva di offerta di beni AS (grafico intestato con P e Y).

La condizione di equilibrio di un’impresa economica, in una visione microeconomica, è tale per cui i ricavi

totali siano maggiori dei costi totali ovvero: =

≥ con = + = + (+ )

= +

Dividiamo tutto per la quantità q

= +

= + =

produttività del lavoro di una

= + singola unità produttiva

nazionale

CV CF

p è il prezzo che non cambia perché già pagato e ammortizzabile. Nel momento

k in cui le imprese decidono il prezzo a cui vendere la propria produzione, si

baseranno sul livello salariale in rapporto alla produttività del lavoro; se non

aggiungono nulla copriranno solo i costi variabili. Devono incrementare il prezzo

di vendita, quindi, con una costante che gli permetterà dopo la vendita di

recuperare i costi sostenuti per il funzionamento aziendale.

= ( + )

Con “teta” coefficiente di maggiorazione > 0 che sommato all’unità corrisponde

al moltiplicatore del costo del lavoro incorporato in ciò che si sta vendendo.

Coincide con il markup, moltiplicatore che coincide con il rapporto tra il prezzo di

un bene o servizio e il suo costo variabile unitario più importante che permette di

recuperare i costi fissi (e di chiudere un’attività almeno in pareggio).

Si può passare facilmente ad un’analisi macroeconomica considerando il livello dei prezzi italiano al

consumo al posto del prezzo di un singolo bene, la massa salariale italiana e la produttività dei lavoratori in

Italia al posto di quelle relative alle singole unità produttive. Il legame tra livello dei prezzi e salari sarà:

( + )

=

 ( + )

Markup : coefficiente di maggiorazione che permette di

recuperare i costi fissi partendo dai costi variabili per riequilibrare il

conto economico.

 : livello salariale (costo del lavoro) diviso la produttività del

CLUP

lavoro rappresenta il costo del lavoro per unità di prodotto.

Il livello dei prezzi è il CLUP per il markup.

Esprimiamo tutto in funzione del livello dei prezzi evidenziando il livello salariale al tempo t e al tempo t-1 :

= (1 + )

= (1 + )

:

La relazione tra prezzi e salari sarà quindi ∗

= [ 1+ ]

(1 + ) (1 + )

Se la produttività del lavoro e il markup non cambiano nel tempo, le due componenti si possono

semplificare.

La funzione di offerta aggregata dei beni AS ha quindi tale forma: ∗

− ]

= [ + ∗

Il livello dei prezzi al tempo t è uguale al livello dei prezzi al tempo t-1 a meno che non ci siano state delle

tensioni sul mercato del lavoro che hanno generato inflazione salariale e quindi aumento dei prezzi. Con Y*

=

corrisponde alla produzione in una condizione di pieno impiego (N*= N, i soli disoccupati involontari

sono frizionali).

Grafichiamo la curva crescente della curva di offerta aggregata AS:

Immaginiamo di essere in una situazione di piena occupazione, ci sono solo disoccupati frizionali, ad un

livello di produzione pari a Y* e ad un livello di prezzi P .

t-1

=

=

Al tempo t se Y è maggiore di Y*, c’è ciclo economico espansivo con sovraoccupazione e sovrapproduzione,

il livello dei prezzi saliranno nell’anno t.

>

>

Nel caso contrario, se siamo in presenza di sottoccupazione e sottoproduzione, il livello dei prezzi sarebbe

stato inferiore rispetto all’anno t-1.

<

′ <

Congiungendo i punti di equilibrio di queste tre ipotesi si ottiene una funzione crescente della produzione

rispetto al prezzo, ovvero, la curva crescente di offerta aggregata AS.

Se all’anno t+1 Y ritorna al livello di Y*, fine del ciclo positivo del sistema, la componente addizionale che

faceva aumentare il livello dei prezzi è nulla e quindi questo rimarrà invariato al livello del tempo t.

=

→ =

La curva di domanda aggregata quindi slitta verso l’alto a sinistra in quanto torniamo al livello di piena

occupazione e quindi non c’è più la sovraoccupazione che non fa aumentare i prezzi. Tutto perché i salari

non sono flessibili verso il basso (salgono ma non scendono), presenza di rigidità salariale.

  (1 + )

W P AS AS (shock salariale) con e costanti

0 1

W = P = la curva AS non si sposta e non ritorna quella di prima

AS AS (ad esempio se aumentano i costi petroliferi, shock petrolifero, e devo aumentare il

0 1

markup per recuperare i maggiori costi produttivi e la curva AS si sposta in alto a sinistra)

AS AS (se la produttività del lavoro sale rende le nostre merci meno costose e più competitive,

1 0

segreto del successo dell’export tedesco, riduce la frazione del costo variabile)

Politica dei redditi e contro shock petrolifero sono altri due esempi che fanno spostare la curva di offerta

aggregata verso il basso rendendo le merci italiane più competitive.

P.S.: non sono le uniche cause

Il modello AD-AS è il modello più idoneo per interpretare fenomeni economici reali. Il modello basico

reddito spesa aveva come ipotesi un livello di prezzi fissi (irrealistico).

L’intersezione AD-AS evidenzia l’equilibrio dell’Economia interna ed indica, quindi, il livello dei prezzi di

equilibrio e il livello del PIL di equilibrio. Non è detto, però , che se l’Economia interna è in equilibrio essa lo

sia anche in rapporto alle altre Economie del Resto del mondo.

Graficamente:

Y* è il PIL che si ha quando gli unici disoccupati sono solo quelli frizionali/naturali e quindi N=N* e = .

Se la curva di domanda AD, luogo dei punti di equilibrio IS-LM, incrocia la curva di offerta AS sull’asse di Y*.

Se l’intersezione avviene al livello di Y* si può dire questo sia un equilibrio sia di breve che di lungo periodo

poiché nel lungo periodo tende a riportarsi a quel livello.

Tuttavia, questo può non rappresentare l’equilibrio di breve periodo che può non essere a livello di Y*.

Possiamo immaginare un equilibrio in cui l’intersezione AD-AS è a sinistra del livello di massimo impiego,

ovvero siamo in presenza di una fase recessiva del ciclo economico con sottoccupazione.

Se siamo in si può ottenere un equilibrio che sia su Y* facendo politica espansiva (monetaria o fiscale)

che sostenga la domanda aggregata che fa spostare la curva di domanda da AD ad AD (politiche

0 1

keynesiana). Facendo politiche espansive, tuttavia, si incrementa il livello dei prezzi. Ma questo è

compatibile con l’assetto economico internazionale (economia aperta)? Se siamo in un’economia chiusa

l’aumento del livello dei prezzi non crea nessun problema particolare ma se siamo in un’economia aperta

agli scambi un aumento del livello dei prezzi può riverberarsi in minor export e maggior import.

In Economia Aperta, il regime di cambio può essere fisso (concordato dalle Banche Centrali) o flessibile;

nel primo caso un aumento del livello dei prezzi possono creare dei problemi se le altre economia non

subiscono alcuna variazione.

 Si possono fare politiche non della domanda, che non aumentino i livelli dei prezzi?

Ovviamente se al posto di spostare la curva di domanda si fosse spostata la curva di offerta da AS ad AS , il

1 0

avremmo ottenuto lo stesso effetto sul PIL ma il livello dei prezzi sarebbe sceso.

Il problema di competitività delle nostre merci rispetto a quelle straniere non si sarebbe posto o meglio

l’Italia sarebbe più competitiva.

Politiche della domanda:

C

G I̅

TR

T Nx AD

H P

M Comportamenti spontanei degli

operatori primati

Politiche Keynesiane

Politiche dell’offerta:

W costo del lavoro per l’impresa, livello salariale + costi sociali (la differenza

è il cuneo fiscale e ridurlo può essere un ulteriore strumento)

(sgradevole socialmente e difficile perché i salari sono rigidi verso il basso) AS

produttività del lavoro (valore prodotto dall’operaio) P

Clup costo del lavoro diviso produttività del lavoro

coefficiente costante del markup esogeno

(si riduce perché sono diminuiti i costi diversi dal lavoro, es. controshock)

Riprendiamo la funzione di produzione Y = f(N, K) che esprime il livello del prodotto in funzione del livello

dei fattori produttivi impiegati.

= ( )

= è prodotto medio del dipendente (produttività del lavoro) ed è funzione di K (si divide

tutto per N). La produttività del lavoro è funzione del rapporto K/N, dotazione di capitale di cui

mediamente ognuno degli N lavoratori può disporre.

La produttività della Germania è dovuta agli elevati investimenti anche a fronte di un aumento dei

dipendenti in quanto la dotazione di capitale è aumentata più che proporzionalmente.

La produttività non potrà mai salire se non si fanno investimenti che aumentano la dotazione di capitale

migliore qualitativamente. La componente della domanda aggregata di investimenti è a livello lordo ovvero

quanti nuovi macchinari stanno domandando nell’Economia italiana ma tale investimento lordo va a

sostituire nella maggior parte dei casi il capitale vecchio e quindi la componente fondamentale è

l’investimento netto – gli ammortamenti. I

K è lo stock di capitale in un’Economia in funzionamento, è il tasso di crescita al lordo ogni anno a cui va

sottratto l’ammortamento del K esistente.

In Italia gli investimenti sono scesi del 25% rispetto al periodo tra la fine 2007 e primo trimestre 2008 in cui

si sono registrati i massimi livelli di PIL italiano.

Casi applicativi: viene descritta una situazione di partenza e poi si ipotizzano delle modifiche a seguito di

fenomeni particolari.

 Autunno caldo sindacale: periodo segnato da lotte sindacali che si sviluppa in Italia a partire

dall’autunno del 1969 (W +)

 Shock prezzi materie prime (P +)

Z

 Contro - shock prezzi materie prime (P -)

Z

 Boom export, aumento della domanda estera netta (Nx +)

 Crisi dell’export e aumento della domanda interna verso l’estero (Nx -)

Partiamo dal caso dell’aumento della domanda estera netta di made in Italy (Nx +) :

La curva che si muove per prima è la curva della domanda aggregata AD essendo Nx una sua componente;

si passa da AD a AD e da E a E .

0 1 0 1

Siamo, tuttavia, in una fase espansiva del ciclo economico caratterizzata da sovraoccupazione e

sovrapproduzione essendo a destra del livello di pieno impiego Y*: gli imprenditori fanno fare straordinari

per produrre merci che il Resto del mondo vuole comprare.

Mentre E poteva essere un livello di produzione di equilibrio di lungo periodo, E è un equilibrio di breve

0 1

periodo perché siamo in una fase espansiva (periodo transitorio del ciclo).

Siccome siamo in sovraoccupazione Y-Y* è un margine positivo e comporterà un aumento del livello

salariale W che causerà un aumento del livello dei prezzi e lo spostamento della curva AS verso l’alto a

sinistra in senso riduttivo. Se fossimo stati in sottoccupazione e sottoproduzione, tale fenomeno si sarebbe

tradotto in un aiuto economico esterno senza gli svantaggi di una politica esplicita.

Una volta arrivati in E , tuttavia, siamo Y è ancora a destra di Y* e i salari continuano a salire fino a che non

2

si ritorna sulla verticale di Y* ovvero quando cessa sovraoccupazione e sovrapproduzione (controbilancio

completo di AS su AD). Tuttavia la curva della domanda aggregata potrebbe scendere con l’aumento del

livello dei prezzi a causa di una perdita della competitività a livello estero e quindi una diminuzione del

saldo Nx (non necessariamente il percorso è E E E E ma sicuramente devo tornare sull’asse Y* che

0 1 2 3

interromperà l’aumento dei salari e dei prezzi).

Alla fine del percorso siamo tornati al livello di PIL di pieno impiego ma con un livello dei prezzi più alto.

Ripartiamo dall’equilibrio di breve periodo e compatibile con l’equilibrio di lungo periodo E e

0

consideriamo il caso del crollo del prezzo del petrolio (Pz +).

Se cade il prezzo del petrolio Pz, si riduce il markup e il livello dei prezzi: la AS scende in basso a destra in

AS e a livello di E equilibrio di breve periodo poiché si ha sovrapproduzione e sovraoccupazione.

1 1

Siccome siamo in sovraoccupazione Y-Y* è un margine positivo e comporterà un aumento del livello

salariale W che causerà un aumento del livello dei prezzi e lo spostamento della curva AS verso l’alto a

sinistra in senso riduttivo e quindi al suo livello di partenza.

I benefici del minor prezzo del petrolio li prendono i sindacati con un conseguente aumento del livello

salariale (il fattore lavoro si appropria di tale benefici).

Lo shock petrolifero potrebbe non aver interessato tutte le economie occidentali nella stessa misura

poiché alcune di queste potrebbe essere più o meno dipendenti dalla materia prima. Nel caso dell’Italia

questo fenomeno porta ad un abbassamento del livello dei prezzi maggiore rispetto a Francia o Olanda e

quindi le merci italiane diventano più competitive. Possiamo non tornare direttamente in E ma potrebbe

0

essere aumentata la domanda estera aggregata che fa alzare la curva di domanda aggregata interna

portando l’equilibrio a livello E .

2

Se non fossimo partiti dalla piena occupazione, ma a sinistra di tale livello (sottoccupazione), se l’equilibrio

di arrivo coincide con l’equilibrio di lungo periodo allora ci si ferma in quel punto e tale fenomeno porterà

più occupazione.

Riepilogando, i petrolieri componenti dell’OPEC non riescono ad accordarsi sulla limitazione della

produzione di ognuno (restringere l’offerta) e quindi i prezzi del petrolio calano:

- Se i Paesi importatori del bene non sono nel pieno impiego quando si verifica lo shock, esso

produrrà maggiore occupazione (positivo);

- Se tali Paesi importatori sono in pieno impiego, l’occupazione non può aumentare se non per un

periodo transitorio e i salari aumenteranno (negativo).

Se si verifica un successivo aumento dei prezzi del petrolio, aumenterà il livello dei prezzi interno e quindi

aumenterà il valore del markup. Il boom dei prezzi del petrolio avrà due effetti negativi (mali):

- Fa cadere il PIL al di sotto del pieno utilizzo dei fattori (stagnazione: recessione e disoccupazione);

- Fa aumentare il livello dei prezzi (inflazioni).

Tale combinazione di questi due mali si chiama stagflazione. Prima degli anni ’70, come già visto, in un

mondo Keynesiano c’è inflazione quando la domanda sale o se si effettuano politiche espansive mentre qui

l’inflazione è dovuta ad una contrazione dell’offerta. La politica economica è di fronte ad un dilemma,

avendo un solo strumento a disposizione ma due mali da combattere (visto in precedenza).

Negli anni ’70 si ideò un meccanismo automatico di indicizzazione dei salari ai prezzi, la scala mobile. Ogni

tre mesi il livello salariale aumentava dei ¾ dell’inflazione verificata nel trimestre precedente.

L’incremento dei prezzi per fenomeni esterni fa aumentare i salari tramite l’indicizzazione automatica

(benefici sui salari per la perdita di potere di acquisto quasi in tempo reale) o contrattuale (fin quando non

scade il contratto non si possono avere adeguamenti) dei salari ai prezzi e per recuperare tali costi in più gli

imprenditori ribattono a loro volta sui prezzi, fenomeno della spirale salari-prezzi, l’inflazione si

autoalimenta (descritta con la famiglia di curve di Phillips). Per interrompere tale spirale o si fanno accordi

coi sindacati o si effettuano politiche economiche che trasformano inflazione in recessione (AD verso il

basso).

Caso italiano:

Lo shock petrolifero contrae la curva AS e l’economia va inE dove c’è recessione economica (il PIL è sceso)

1

e inflazione (livello dei prezzi è salito), ovvero stagflazione.

L’Italia è un Paese che teme la recessione e quindi tramite politiche espansive sposta la curva AD in alto fino

al livello E2 dove la recessione è stata azzerata, si ritorna al PIL di pieno impiego ma a costo di un

incremento ulteriore dell’inflazione. Si attiva la spirale salari prezzi: aumentano i prezzi petroliferi e quindi i

salari per recuperare i prezzi al consumo incrementati ma per recuperare il maggior costo del lavoro le

imprese aumentano ulteriormente i prezzi al consumo.

Per frenare i salari, o si cercano accordi coi sindacati (politiche dei redditi) o si effettuano politiche recessive

che creano disoccupazione che porterà i sindacati ad accettare.

Caso tedesco:

La crisi petrolifera, essendo la Germania più autosufficiente a livello energetico, può avere meno effetti

economici ma il grafico di partenza è lo stesso.

Poiché la Germania reputa l’inflazione in male peggiore, piuttosto che accettare l’inflazione preferisce

avere più recessione. Effettuerà politiche fiscali restrittive che fanno spostare la curva di domanda AD verso

il basso per controbilanciare l’offerta aggregata che si restringe verso l’alto. Davanti al fenomeno della

stagflazione, la Germania brucia l’inflazione a prezzo di maggiore recessione e moderando i salari reali.

Nel lungo periodo, dopo che la Germania è arrivata in E , essendo N<N* i salari non crescono e ciò sul

2

grafico si evidenzia con l’abbassamento della curva di offerta per la moderazione salariale imposta ai

sindacati attraverso la disoccupazione. Si tornerà ad un equilibrio di lungo periodo con più occupati ma con

un livello salariale minore.

Torniamo ora al caso base; l’equilibrio E è un equilibrio di breve periodo (AD=AS) che coincide con

0

l’equilibrio di lungo (AD=AS, Y=Y*) periodo interno alla nostra Economia.

L’equilibrio esterno nell’interscambio con gli altri Paesi coincide con Nx = 0, l’import è uguale all’export.

Immaginiamo che E risponda a questi tre requisiti e sia AD=AS, Y=Y* e Nx=0. Immaginiamo, inoltre, che per

0

una qualche ragione il Sistema Economico si sposti in E senza far variare il livello dei prezzi. In

1

corrispondenza di tale livello AD=AS e quindi siamo in presenza di un equilibrio di breve periodo ma Y > Y* e

quindi tale livello non coincide con un equilibrio di lungo periodo. Il saldo commerciali Nx in questa nuova

configurazione sarà minore di zero perché i prezzi italiano non sono cambiati ma il PIL italiano è aumentato

e tale aumento sarà giustificato da un maggior import, la maggior domanda per consumi ed investimenti

derivante da maggior reddito disponibile è soddisfatta dal settore estero.

A parità di prezzi, l’import dipende dal PIL interno mentre l’export dal PIL esterno.

Nel diagramma P-PIL ci sarà una curva di equilibrio esterno di pareggio commerciale (luogo dei punti per

cui Nx=0) decrescente. = ∶ ∗

= , = ∶ E

0

{ =0

{ = , > : E

1

{ <0

 L’export non dipende dal PIL del Paese ma da quello mondiale; se le economia dei Paesi che

importano dall’Italia sono soggette ad una crescita economica allora il made in Italy ha successo e

l’export italiano cresce. Se il PIL mondiale cresce ed il PIL italiano decresce, probabilmente il nostro

export aumenterà. f IT ; )

Export = f(Y ; ; P ; P oppure

IT f f

L’export del Paese è funzione del PIL del resto del mondo (Y ), dalla qualità/gusti delle merci

IT

esportate effettiva o percepita (valore qualitativo ) e dal livello dei prezzi P italiani rispetto al

livello dei prezzi nel resto del mondo (variabile della competitività). L’export crescerà

f

quantitativamente se cresce Y , se cresce , se si abbassa P e se si alza P . Si può considerare,

IT f

inoltre, il rapporto tra il livello dei prezzi italiani e il livello dei prezzi dei competitori stranieri

(prezzo relativo) per cui l’export aumenterà al diminuire di questo rapporto. Allo stesso modo,

considerando anche gli aspetti qualitativi delle merci straniere, l’export italiano migliorerà

.

all’aumentare del rapporto

Riassumendo, il nostro export sarà trainato dalle dinamiche dell’economia mondiale ed in

particolare di quelle dei Paesi acquirenti, dalla nostra capacità di produrre a qualità elevata e dalla

nostra competitività di prezzo (dinamiche di prezzo più convenienti rispetto a quelle dei Paesi del

Resto del mondo).

+ = + + - + oppure - +

 L’import dipende da variabili analoghe dell’export ma contrapposte. L’import dipende dal PIL

dell’Italia, se il PIL aumenta, aumenta anche il reddito disponibile che farà aumentare la richiesta di

consumi sia di prodotti italiani sia di prodotti stranieri. La relazione tra PIL italiano e import è

positiva in questo caso, all’aumentare del PIL italiano e al diminuire del PIL mondiale, Nx peggiorerà.

IT f ; )

Import = f(Y ; ; P ; P oppure

IT f

L’import dipende quindi dal PIL italiano, dagli aspetti qualitativi del resto del mondo, dai prezzi dei

beni italiani e dai prezzi stranieri ma in relazione opposta rispetto all’export: quanto più i prezzi

italiani salgono tanto più compriamo beni stranieri, quanto più i prezzi stranieri scendono (più

convenienti) tanto più compriamo beni stranieri, tanto più percepiamo migliori le merci straniere

tanto più le compriamo. Si può considerare, come prima, il rapporto tra il livello dei prezzi italiani e

(prezzo relativo) per cui l’import aumenterà

il livello dei prezzi dei competitori stranieri

all’aumentare di tale rapporto. Allo stesso modo, considerando anche gli aspetti qualitativi delle

.

merci interne, l’import italiano aumenterà al diminuire di tale rapporto

+ = + + + - oppure + -

Il saldo commerciale Nx è la differenza tra questi due fattori e quindi sarà in funzione delle stesse variabili:

f IT IT f ;

Nx = f(Y ; Y ; ; ; P ; P oppure )

IT f

+ + - + - - + - +

Nel diagramma P-Y tutto questo si sintetizza in una curva di equilibrio estero (Nx = 0) decrescente.

Prendiamo in considerazione un punto della curva in cui c’è saldo commerciale pari a zero E .

0

Consideriamo ora il punto F tracciato sullo stesso livello dei prezzi di E ma ad livello di un PIL italiano

0

(∆ > 0).

maggiore

Nel passaggio da E ad F, se il livello dei prezzi italiano è rimasto invariato l’export non subisce variazioni ma

0

se è aumentato il PIL italiano l’import sarà cresciuto perché gli italiani avendo a disposizione più reddito

compreranno all’estero facendo peggiorare il saldo commerciale Nx.

= =

F è un punto con Nx < 0 (passivo commerciale) perché si trova nell’area che sovrasta la curva del pareggio

commerciale in cui il livello dei prezzi è troppo alto perché ci sia equilibrio.

Si può avere equilibrio solo se i prezzi italiani scendono, magari al livello E1 in cui le importazioni son salite

per un incremento del PIL italiano ma è salito anche l’export per la diminuzione del livello dei prezzi italiani.

=0

E1:

Allo stesso modo sotto tale curva c’è un avanzo commerciale in quanto i prezzi sono troppo bassi e l’export

supera l’import.

La curva di equilibrio esterno di pareggio commerciale è negativamente inclinata perché se il PIL

aumenta, per mantenere il pareggio commerciale il livello dei prezzi deve scendere.

Sul diagramma cartesiano sono presenti solo le variabile del livello dei prezzi P e il prodotto interno lordo Y.

Il saldo commerciale Nx, tuttavia, dipende da sei variabili (viste prima) di cui quattro non sono evidenziate

sul grafico e rendono la curva di pareggio commerciale molto instabile.

 Cosa accade se il livello dei prezzi esteri P cresce?

f

Partendo da E , se i prezzi dei Paesi competitori salgono, a parità di PIL e livello dei prezzi italiani, l’export

0

aumenta e l’import diminuisce (Nx migliora); E non è più un punto di equilibrio ma è un punto di avanzo

0

commerciale, la curva si è spostata verso l’alto ma l’equilibrio interno rimane inalterato.

Hanno tale effetto di spostare la curva di equilibrio esterno verso l’alto (e viceversa, basso) anche:

P Aumento dei prezzi internazionali (si acquisisce competitività maggiore)

f

f

Y Aumento del PIL dei Paesi esteri (i consumatori hanno più reddito da spendere anche in Italia)

IT Le merci italiane sono percepite di maggior qualità

f Le merci straniere sono percepite di minor qualità


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DESCRIZIONE APPUNTO

Il professore non adotta nessun libro di testo! Appunti presi da registrazioni delle lezioni con annessi grafici, formule ed esercizi!
Totale del programma: PIL nominale e reale, reddito, tassi di interesse, inflazione, occupazione, modello reddito spesa, IS-LM, AD-AD, Mundell Fleming, Curve di Phillips, AD-AD-Nx, libertà di flussi di capitali, regimi di cambi valutari, ...
-->Voto: 30&LODE! (30 primo parziale, 30&Lode secondo parziale)


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e amministrazione delle imprese
SSD:
Docente: Arrigo Ugo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cla133_burgio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Arrigo Ugo.

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