Utilità della macroeconomia
L'utilità della macroeconomia è duplice: da un lato fornisce gli strumenti necessari per un’analisi rigorosa e razionale dei problemi, dall’altro permette di acquisire conoscenze utili nel mondo del lavoro essendo il sistema finanziario ormai pilastro dell’economia; ad esempio, un’impresa è condizionata dai tassi di interesse e di cambio, e dai prezzi delle materie prime (e solo il primo fattore è prevedibile nel breve periodo), il che implica la necessità di proteggersi dai relativi rischi.
Nella macro si fondono quindi tre linguaggi: ordinario, matematico e grafico; tuttavia, non si tratta di una scienza naturale e si basa quindi su assunti precisi che spiegano le scelte economiche (es. razionalità degli agenti) e su precisi assunti micro (es. definizione precisa delle proprietà, chiarezza e onorabilità dei contratti, Stato come tutore delle violazioni) che implicano delle conclusioni politiche non neutrali.
Inoltre, il rapporto tra la micro e la macro era, fino a trent’anni fa, quasi inesistente, nella separazione delle due discipline; oggi, invece, si costruiscono modelli macro con micro fondazioni solide, il che porta a una profonda integrazione.
Distinzione tra breve e lungo periodo
Prima fondamentale distinzione è quella tra breve e lungo periodo, in quanto alcune variabili hanno un andamento diverso a seconda del periodo considerato. Premettendo infatti che nessuna variabile ha andamenti lineari o lineari a tratti, è importante distinguere tra grafici aventi un valor medio crescente, che seguono cioè un trend dal quale possono deviare nel breve periodo; e grafici che presentano oscillazioni tipiche attorno ad un valore costante, descrivendo un movimento detto ciclico. Nel primo caso, le divisioni di breve periodo sono studiate a parte del trend, in quanto dipendono da fattori diversi da quello dello stesso – questi ultimi studiati nella teoria della crescita.
Teorie economiche e la loro evoluzione
Fino agli anni ’30 gli economisti credevano che l’unica possibilità di miglioramento dell’economia fosse l’efficientamento dei mercati, limitato dal problema delle interferenze statali. Tuttavia, dagli anni ’30 si notò come il problema dei cicli si applicasse anche a mercati crescenti e Keynes teorizzò quindi la necessità dell’intervento statale per smorzare l’ampiezza dei vari cicli, al fine di ottenere oscillazioni più modeste. Le teorie keynesiane sono state applicate sin dal secondo dopoguerra, anche se non hanno influenza sul trend.
Variabili macroeconomiche
Le variabili analizzate nell'odierna macro sono di due tipi:
- Stock (es. ricchezza w, wealth; debito pubblico).
- Flussi (es. reddito y; deficit) che vanno a modificare gli stock.
La prima variabile qui presa in analisi studia il prodotto di una intera economia; tuttavia, per farlo si scontra con la diversa natura che ne fanno parte. Un problema risolvibile solo con l’espressione del valore di beni e servizi in termini monetari e quindi omogenei.
PIL e PNL
Il PIL quindi, indica il valore in euro delle quantità di beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese in un dato periodo di tempo. Include quindi anche i prodotti di imprese estere operanti sul territorio di quel paese. Il PNL, invece, indica il valore in euro di quanto prodotto dagli agenti di un dato paese in un dato periodo di tempo, indipendentemente da dove si trovano.
È importante notare che i beni non finali, cioè quelli scambiati tra imprese all’interno del processo produttivo, non sono conteggiati nel PIL. A questa serie di passaggi si deve la definizione di valore aggiunto, cioè incremento di valore economico tra uno stadio e l’altro della lavorazione. Il PIL si può quindi anche definire come la somma di tutti i valori aggiunti creati all’interno di un paese in un dato periodo di tempo.
Interazione tra famiglie e imprese
La macroeconomia analizza un sistema fondato elementarmente su famiglie e imprese. La produzione è concentrata nelle seconde, in quanto quel che viene autoprodotto dalle prime non è quantificabile. Il PIL misura quanto prodotto e scambiato sui mercati (il che genera rapporti di comparazione dei modelli di benessere); tuttavia, famiglie e imprese interagiscono su due tipi di mercati: quello dei beni/servizi e quello dei fattori produttivi – cioè lavoro, capitale e terra, offerte dalle famiglie alle imprese, che procurano alle prime redditi detti, rispettivamente, salari, profitti e rendite. Essendo che le imprese usano per produrre i fattori offerti dalle famiglie, si può esprimere il PIL come somma delle remunerazioni che le famiglie ricevono dalle imprese.
Problemi legati al calcolo del PIL
Essendo però il PIL calcolato in moneta si hanno diversi problemi quando il valore di quest’ultima cambia. Poiché il PIL valuta P*Q e cambiando nel tempo sia P sia Q si ha che:
- PoQo = R1, PdQd = R2; (R2 – R1) / R1 = ΔR, detto tasso di crescita.
Il PIL espresso in termini nominali permette quindi di calcolare il tasso di crescita. Tale tasso però non è “liberato” dal problema del quale sopra, in quanto tiene ancora conto delle variazioni dei prezzi. Per risolverlo è necessario passare a grandezze espresse in termini reali, che non tengono cioè conto delle variazioni dei prezzi e permettono di studiare le sole variazioni di quantità. Per farlo vi sono più metodi:
- Un primo consiste nel calcolare la variazione nominale dei prezzi. Infatti “(variazione PIL nominale %) – (variazione prezzi %) = variazione quantità %”. Questo perché, per proprietà delle derivate, se la variabile di sinistra è prodotto tra due altre variabili il tasso di crescita totale è la somma dei tassi di crescita. Per farlo, è necessario riferire i prezzi a un anno base, indicizzandoli tramite rapporto a 100. Se i prezzi salgono il PIL nominale sovrastima il PIL reale, se i prezzi scendono il PIL nominale sottostima il PIL reale.
- Altro metodo per calcolare la variazione dei prezzi è necessario creare un paniere al consumo o alla produzione, che sia rappresentativo e che venga continuamente aggiornato; fatto questo, si calcola una media ponderata del valore dei beni del paniere in base al loro peso sulla spesa, sia a livello locale sia poi, di nuovo, a livello nazionale; si osserva quindi la variazione dei prezzi dei beni nel tempo la quale è detta, se positiva, inflazione, e, se negativa, deflazione.
Bilancio economico
Si è detto che il PIL y è identicamente uguale all’output prodotto e ai redditi distribuiti all’interno di un paese, quindi:
- Y = C + I (beni di consumo più beni di investimento)
- Y = C + S (consumi più risparmi).
Da cui:
- C + I = C + S
E quindi:
- I = S, laddove gli investimenti indicano la spesa per beni che non verranno consumati ma usati per produrre altri beni – si tratta del capitale K, uno stock di beni fisici (fabbriche, scuole, ecc.) che varia in funzione degli investimenti.
Inserendo nelle formule lo Stato e i rapporti con l’estero si ha:
- Y = C + I + G + EXP – IMP, con G spesa pubblica, EXP beni venduti all’estero, IMP beni e servizi acquistati all’estero.
- Y = C + S + T, con T tasse.
Da cui :
- Y = C + I + G + NX, con NX = EXP – IMP.
E quindi :
- C + I + G + NX = C + S + T
- I + G + NX = S + T.
Quindi se NX = 0 si ha che I – S = T – G, e se G = T = 0 (cioè un bilancio statale in pareggio) NX = S – I. Un avanzo di export sull’import corrisponde quindi a un eccesso di risparmio S. Un paese che ha un export maggiore delle importazioni presta cioè soldi all’estero (es. Cina), mentre un paese che ha un import maggiore dell’export ha bisogno di denaro dall’estero (es. USA).
Scambi internazionali
Quando i paesi scambiano con l’estero ricorrono, in pratica, a un baratto. Un tempo i flussi erano di beni di diversa natura, ad esempio nel Medioevo, quando l’Europa importava spezie dall’Asia e oro dall’Africa, dando in cambio suoi prodotti tipici. Negli ultimi anni si è però scoperto che il commercio descritto sopra costituisce solo una piccola parte del commercio globale, che è dominato da scambi di prodotti simili tra paesi ricchi. Tuttavia non sempre questo baratto è “in pari”: in questi casi, le differenze vengono colmate con transazioni monetarie anche differite nel tempo – ad esempio si può avere la vendita o l’acquisto di titoli di Stato. Un paese che esporta più di quanto importa presta quindi denaro all’estero attraverso titoli o contratti di debito.
Bilancia commerciale e bilancia dei pagamenti
Tuttavia, nel sistema gli scambi non sono bilaterali ma molto più complessi. Si considera quindi, ai fini dell’analisi, il saldo di un paese con il resto del mondo: se l’export è maggiore dell’import, il paese sta prestando denaro all’estero; se l’input è maggiore dell’export, il paese sta ricevendo denaro dall’estero.
Si distinguono quindi tre prospetti:
- Bilancia commerciale o Trade balance: calcola la differenza tra i valori dei beni e servizi che un paese esporta e i valori dei beni e servizi importati. A fronte di squilibri si originano rapporti di debito o credito.
- Saldo primario delle partite correnti o current account balance: somma alla trade balance (la componente più pesante per molti paesi) tutti i flussi che derivano dagli stock di credito/debito accumulati nel tempo e le rimesse degli emigrati.
- Bilancia dei pagamenti: sempre in pareggio per definizione. Considera, oltre a quanto incluso nel saldo primario delle partite correnti, anche i movimenti di capitale che creano gli stock di debito e credito.
Movimenti di capitale
I movimenti di capitale si dividono in due categorie:
- Gestiti dal sistema privato.
- Gestiti dal sistema pubblico (in particolare dalla banca centrale).
In molti paesi questi movimenti sono liberi: chiunque dall’estero può comprare o vendere titoli, e più in generale investire, in due modi:
- Direct investment su attività produttive quali aziende.
- Investimento di portafogli su titoli azionari o obbligazionari.
Investimenti e debito estero
I due tipi di investimento si differiscono per la loro liquidità: i primi sono infatti poco liquidi e prevedono quindi un’ottica di lungo periodo, accompagnata dai relativi flussi. I secondi, invece, sono molto liquidi e possono quindi cambiare velocemente direzione dando origine a shock anche molto problematici, il che porta molti paesi ad applicare restrizioni ai mercati. Ad esempio la Cina, che non ha un sistema finanziario sviluppato, applica restrizioni alla piazza finanziaria di Shangai.
Bisogna anche notare che il debito all’estero è un grave problema politico, poiché il tipo di detentore incide sulla tollerabilità del debito – ad esempio, il debito argentino è circa un terzo di quello giapponese; tuttavia quest’ultimo è detenuto quasi esclusivamente all’interno del paese, il che elimina il rischio di default.
Bilancio dei pagamenti e riserve
In un mercato di capitali controllato ogni rapporto con l’estero è gestito dalla banca centrale, che detiene le riserve in moneta straniera e le presta alle banche in caso di necessità. In un sistema libero, invece, una fetta consistente dei movimenti di capitale è gestita dai privati. Se tuttavia questo non basta a compensare il saldo primario delle partite correnti è compito della banca centrale pareggiare la bilancia dei pagamenti, il che va a incidere sulle sue riserve – un gioco che non può continuare all’infinito. Ad esempio, la Cina presta all’estero e riempie la sua banca centrale di titoli; al contrario, gli USA si indebitano da 20 anni dopo circa un secolo che prestano al mondo intero. Tuttavia, questi squilibri si stanno ad oggi riducendo.
Relazioni economiche tra paesi
Bisogna anche sottolineare che molti paesi in via di sviluppo seguono la via cinese, prestando cioè molto denaro all’estero; questo perché così facendo è più facile crescere rapidamente. Ritornando alle formule:
- Y = C + S + T
- Y = C + I + G + NX
Laddove:
- C = beni di consumo, cioè quanto consumato dal consumatore finale.
- I = beni usati per produrre altri beni e quindi per accumulare capitale (anche le scorte sono qui considerate).
- G = servizi pubblici esclusi i trasferimenti (negli Stati con un welfare sviluppato questi ultimi assorbono gran parte del bilancio pubblico in pensioni, ammortizzatori sociali, ecc.).
- NX = net export, cioè EXP – IMP.
Quindi :
- C + S + T = C + I + G + NX
Da cui :
- Se il bilancio dello Stato e i rapporti con l’estero sono in pareggio si ha che S = I. quindi, ogni volta che non si spende si contribuisce all’investimento del paese, sia mettendo i soldi in banca (che saranno prestati alle imprese), sia detenendo le banconote, che sono prestiti a tasso zero fatti allo Stato – il che significa che quando un paese povero usa una moneta estera sta facendo prestare soldi dai suoi cittadini a quello stato.
- (S – I) + (T – G) = NX; quindi se ci sono eccessi di risparmio tra pubblico e privato si ha un saldo positivo su NX; viceversa, sono i soldi esteri a coprire investimenti privati o il disavanzo pubblico.
Ad esempio, nell’ultima crisi molte situazioni drammatiche avevano alle spalle un meccanismo di questo tipo:
- In Spagna, gli investimenti erano maggiori del risparmio ed erano destinati a Stato e imprese, ma soprattutto al settore immobiliare, che vide un boom e un notevole incremento dei prezzi. Al momento dell’inversione di tendenza, i prezzi collassarono e scoppiò la crisi.
- In Italia si aveva e si ha un forte squilibrio sul fattore T – G; bisogna anche sottolineare che 1/3 del debito italiano è detenuto all’estero.
- In Grecia il debito estero veniva usato per finanziare direttamente i consumi. Inoltre, le autorità falsificarono le statistiche ufficiali il che portò, al momento dei pagamenti, allo scoppio della crisi.
Sostenibilità del debito
A questo proposito bisogna chiedere quanto sia sostenibile un debito. Per i paesi si valuta il rapporto debito/PIL, ma anche le quantità di riserve della BC e il livello delle tasse incidono sulla questione. Un’ulteriore complicazione è data dalla valutazione del PIL del settore pubblico che in molti suoi servizi (polizia, giustizia, ecc.) non ha mercato. Per risolvere questo problema si usa un sistema basato sul costo, presupponendo che lo Stato spenda per quei servizi il loro effettivo valore. Il che genera un problema: quando lo Stato spreca, ad esempio assumendo “a caso”, il PIL aumenta senza giustificazione e il taglio della spesa pubblica, quindi, causerebbe anche un taglio di PIL – per quanto dal punto di vista dei beni e servizi reali non si stia tagliando nulla.
PIL pro capite e ricchezza dei paesi
Tuttavia il PIL non permette né di misurare la ricchezza dei paesi, né di confrontare i modelli di benessere. Per risolvere il secondo problema si ricorre al PIL pro capite, cioè PIL/popolazione, che consente di valutare il livello di reddito medio degli abitanti. Il primo problema non è stato ancora risolto, poiché i dati sulla ricchezza sono pochi e difficilmente gestibili, soprattutto per il largo stock di capitale fisico da valutare. Studiare l’andamento di una economia nel lungo periodo è l’obiettivo della teoria della crescita odierna, le cui basi furono poste dall’americano Robert Solow negli anni ’50. Egli applicò gli strumenti della microeconomia alla macro, a partire dalla funzione di produzione:
- Y = f(K, L)
Laddove i due fattori, capitale e lavoro, si differenziano perché il primo è accumulabile e il secondo no. Passando ad una funzione di tipo Cobb-Douglas si ha:
- a (1-a)f(K, L) = Y = K *L
che è una funzione di produzione crescente in quanto le derivate prime sono maggiori di zero. Le derivate secondo, invece, sono assunte in micro come negative. La C-D in analisi presenta, quindi, rendimenti marginali decrescenti, essendo che sia α sia α – 1 sono minori di 1. I rendimenti di scala, invece, sono costanti essendo che α + 1 – α = 1. Quindi, se aumenta solo K o solo L l’output aumenta in proporzione minore; se K ed L aumentano nella stessa proporzione, l’output aumenta allo stesso modo. Il problema è anche che la funzione scritta sopra è in tre variabili e deve quindi essere rappresentata in un grafico a tre dimensioni. In realtà, a livello macro, Robert Solow riuscì a semplificarla in una forma a una sola variabile – e le sue assunzioni che applicano all’intera economia quel che si applica all’impresa, sono ad oggi accettate da quasi tutti gli economisti. Nell’ipotesi che la logica descritta sopra sia adattabile per la macro, l’output è dato da due fattori: K (influenzabile) ed L (non influenzabile).
- a (1-a)Y = K *L
Dividendo ambo i termini per L, laddove L indica l’intera popolazione, si passa ai dati pro capite:
- a (1-a)Y/L = K *L /L
Quindi:
- a (-a)Y/L = K *L
- aY/L = (K/L)
Posti:
- Y/L = y
- K/L = k
Si ha che, in termini pro capite:
- ay = k
Tasso di crescita e funzione moltiplicativa
In termini discreti il tasso di crescita gx si esprime come:
- gx = [x(t) – x(t-1)] / x(t-1)
quindi una funzione moltiplicativa lineare nelle singole componenti diventa additiva in termini di tassi di crescita. Ad esempio:
- y = x*z
- Δy/y = Δx/x + Δz/z
- Con Δ = 1 – log(L), con L(xt) = x(t-1), e quindi Δx(t) = x(t) – x(t-1).
Passando a variabili espresse in termini continui bisogna esaminare la differenza logaritmica:
- y(t) = x(t) * z(t).
- Log(y) = log(x) + log(z)
- δlog(y)/ δt = δlog(x)/ δt + δlog(z)/ δt
Quindi, in caso di prodotti di funzioni lineari, il tasso di crescita è la somma dei tassi di crescita delle singole componenti.
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