Macroeconomia
La produzione aggregata (PIL)
Gli economisti del diciannovesimo secolo non potevano contare su nessuna misura della produzione aggregata nazionale per i loro studi. Con produzione aggregata intendiamo la produzione totale di un'economia nazionale. Solo dopo il secondo dopoguerra le principali nazioni occidentali hanno cominciato a tenere una contabilità nazionale. Negli USA le prime misure della produzione aggregata sono disponibili a partire dal 1946. Lo stesso accadde in Italia. I meriti per la costruzione dell’odierno sistema di contabilità nazionale vanno agli economisti, insigniti del premio Nobel, Simon Kuznets e Richard Stone. Nella contabilità nazionale la produzione aggregata è definita Prodotto Interno Lordo (PIL).
Vi sono tre modi differenti per definire e calcolare il PIL di un’economia.
- Il PIL può essere definito come la somma del valore dei beni e dei servizi finali prodotti in un’economia in un dato periodo temporale. In questo calcolo vengono esclusi i beni intermedi, ossia quei beni che verranno utilizzati nella stessa economia per produrre altri beni. Es: l’acciaio è un bene intermedio, l’automobile (costruita con l’acciaio) è un bene finale.
- Il PIL può essere definito anche come la somma del valore aggiunto in un’economia in un dato periodo temporale. Con questo metodo si somma la produzione di tutti i beni, anche la produzione delle aziende che producono beni intermedi. Ma il risultato sarà lo stesso visto che la somma delle produzioni sarà al netto della ricchezza utilizzata dalle aziende per l’acquisto dei beni intermedi. Con questo metodo la ricchezza prodotta dai beni intermedi non viene eliminata ab origine ma successivamente.
- La terza definizione e metodo per il calcolo della produzione aggregata pensa al PIL non dal lato della produzione, ma dal lato del reddito. Infatti, secondo questa terza definizione, il PIL è costituito dalla somma dei redditi di un’economia in un dato periodo temporale.
Vi è una sostanziale differenza tra PIL Nominale e PIL Reale. Il PIL Nominale è costituito dalla somma dei beni finali al loro prezzo corrente. Ecco perché vi è una sostanziale differenza tra il PIL Nominale italiano del 1981 e quello del 2007 (un aumento di quasi 6 volte il valore del 1981). Infatti, la crescita del PIL Nominale dipende da due fattori: non solo la crescita della produzione nel tempo, ma anche l’aumento dei prezzi nel tempo. Diversamente, per il calcolo del PIL Reale si terranno conto dei prezzi relativi, per l’Italia, all’anno 2000, anno in cui il PIL Nominale eguagliava il PIL Reale. In questo modo vedremo che in Italia la crescita del PIL (reale in questo caso) dal 1981 al 2007 è di circa 1,6 volte il suo valore del 1981, ben poca cosa rispetto alle 6 volte registrate con il calcolo del PIL Nominale.
PIL Nominale e PIL Reale hanno molti sinonimi:
- Il PIL Nominale è anche definito PIL a valori o a prezzi correnti.
- Il PIL Reale è chiamato anche PIL a prezzi costanti, PIL in termini di beni, PIL aggiustato per l’inflazione, PIL ai prezzi del 2000 (per l’Italia, visto che è l’anno in cui PIL Nominale e PIL Reale si eguagliano).
Matematicamente il PIL Reale si scrive Yt e indicherà il PIL reale relativo all’anno t, mentre il PIL Nominale si scrive Yt, ossia il PIL Nominale nell’anno t. Il PIL Reale è un dato molto importante, perché ci permette di calcolare la dimensione economica di un paese. Un paese con un PIL doppio rispetto ad un altro è economicamente più forte di due volte rispetto al secondo. Ma un altro dato, altrettanto importante, è il PIL pro capite, ossia il PIL Reale diviso per la popolazione del paese. Questo dato ci aiuta a capire il grado di benessere della popolazione di un paese. Inoltre, valutando l’andamento nel tempo del PIL pro capite, gli economisti valutano il tasso di crescita dell’economia del paese. Periodi di crescita positiva dell’economia sono definiti espansioni, mentre periodi negativi (almeno due trimestri consecutivi) vengono chiamati recessioni.
La formula per calcolare il tasso di crescita percentuale del PIL è:
Ad esempio: (312 - 288) / 288 = 8% circa.
La disoccupazione
Oltre al PIL un'altra importante variabile macroeconomica è la disoccupazione (e l’inflazione che tratteremo in seguito). L’occupazione è costituita dal numero di individui che hanno un lavoro, mentre la disoccupazione da un numero di individui che non hanno un lavoro ma lo stanno cercando. La forza lavoro è la somma degli occupati e dei disoccupati.
Forza lavoro = occupati + disoccupati
L = N + U
Il tasso di disoccupazione è definito come il rapporto tra il numero dei disoccupati e la forza lavoro.
u = U / L
Costruire il tasso di disoccupazione è meno semplice di quanto si crede. Infatti, come abbiamo accennato sopra, i disoccupati sono gli individui che non hanno un lavoro e lo stanno cercando. Sebbene sia semplice individuare chi non ha un lavoro, non è altrettanto semplice stabilire chi invece è alla ricerca di lavoro. Decenni fa si faceva riferimento alle liste dei disoccupati, ossia di individui che si iscrivevano per avere anche dei benefici assistenziali. Ne conseguiva che le liste erano più numerose nei paesi che offrivano un’assistenza più generosa. È facile comprendere che tali liste non erano affidabili. Per questo motivo negli ultimi decenni nei paesi sviluppati il calcolo della disoccupazione si basa su delle interviste alle famiglie. Tale indagine in Europa è chiamata “Labour Force Survey” e si basa su delle interviste sottoposte ad un campione di individui. Lo stesso accade in USA.
Ma sorge un ulteriore problema. Abbiamo sottolineato come il disoccupato, oltre a non avere un lavoro, non lo sta cercando. Ne consegue che attraverso questo metodo siano esclusi dalle liste dei disoccupati i cosiddetti lavoratori scoraggiati, ossia quei lavoratori che, non trovando un lavoro, hanno smesso di cercarlo. Questo dato farebbe del tasso di disoccupazione, come lo intendiamo oggi, un dato poco affidabile. Infatti spesso con un aumento della disoccupazione abbiamo anche un aumento del cosiddetto tasso di partecipazione, ossia del numero di persone che cerca attivamente un lavoro, mentre un aumento dell’occupazione contribuirebbe a far aumentare il tasso di partecipazione.
Perché gli economisti si occupano della disoccupazione? Innanzitutto perché calcolare il tasso di disoccupazione di un paese potrebbe dare delle utili informazioni sugli effetti diretti ed indiretti della disoccupazione stessa: la disoccupazione è spesso associata a forti disagi finanziari e psicologici, quindi al benessere delle persone di un determinato paese. Ma questo non è del tutto corretto, visto che bisogna fare un’ulteriore distinzione tra disoccupazione di lunga durata e disoccupazione di breve durata (persone che restano disoccupate per poco tempo e poi riescono a trovare un lavoro). Gli economisti si preoccupano di monitorare la disoccupazione per stabilire se un’economia utilizza al massimo e in maniera ottimale le proprie risorse, come appunto la forza lavoro.
Il tasso di inflazione
L’inflazione è un aumento sostenuto del livello generale dei prezzi, mentre il tasso di inflazione è la percentuale a cui il livello dei prezzi aumenta nel tempo. Contrariamente, con il termine deflazione ci riferiamo ad una diminuzione sostenuta del livello generale dei prezzi. Dunque si pone il problema pratico di come calcolare questo eventuale aumento generale dei prezzi. Gli economisti in genere utilizzano due indicatori del livello generale dei prezzi:
- Il deflatore del PIL.
- L’indice dei prezzi al consumo (IPC).
Il deflatore del PIL. Abbiamo visto in precedenza come un aumento del PIL nominale sia dato non solo dall’aumento del PIL reale, ma anche dall’aumento generale dei prezzi. Ne consegue che possiamo calcolare l’inflazione osservando il comportamento di PIL nominale e PIL reale. Un aumento più veloce del PIL nominale rispetto a quello reale significa un aumento generale dei prezzi. Possiamo dunque definire il deflatore del PIL come il rapporto tra PIL nominale nell’anno t e PIL reale nell’anno t:
Il deflatore del PIL è un numero indice e non ha alcuna interpretazione economica. In genere nell’anno base (per il calcolo del tasso di inflazione) il deflatore del PIL viene posto uguale a 1, oppure uguale a 100. Infatti, il tasso di inflazione rappresenta invece un dato rilevante. Esso è dato dal rapporto tra il deflatore del PIL nell’anno di riferimento meno il deflatore del PIL nell’anno di partenza, diviso per il deflatore del PIL nell’anno di partenza.
L’indice dei prezzi al consumo. Il deflatore del PIL si rivolge all’aumento dei prezzi dei beni prodotti in una determinata economia, ma i consumatori sono soliti acquistare anche beni importati e che quindi sono prodotti in diverse economie rispetto a quella di riferimento, inoltre molti beni prodotti dall’economia di un paese non sono direttamente acquistati dai consumatori, ma da altre aziende per essere utilizzati nel processo produttivo o essere trasformati. Per questo un altro strumento per il calcolo dell’inflazione è il cosiddetto Indice dei Prezzi al Consumo (IPC) ed esso sarà certamente più interessante per i consumatori, esso è certamente più indicato per calcolare il prezzo medio al consumo, o il cosiddetto costo della vita. L’IPC esprime il costo medio di un determinato paniere di beni costruito sulla base di un dettagliato studio statistico sui consumi.
Anche l’IPC, come il deflatore, è un numero indice ed è fissato pari a 100 nel periodo scelto come base. Il tasso di variazione dell’IPC rappresenta il tasso di inflazione. In genere il deflatore e l’indice non differiscono di molti punti percentuali. Quindi, a meno che non bisogna fare un’analisi specifica, in seguito non sarà necessario fare differenza tra i due strumenti.
Perché gli economisti si preoccupano dell’inflazione? Infatti, inflazione non significa in realtà un aumento proporzionale dei prezzi e dei salari (la cosiddetta inflazione pura). Questo perché nella realtà non tutti i prezzi e tutti i salari aumentano proporzionalmente, cosa che influenza certamente la distribuzione della ricchezza in un paese. Pensiamo ad esempio a quei paesi come la Russia degli anni ’90 dove le pensioni non erano indicizzate ed un periodo di inflazione significava aumento dei prezzi ma non un contestuale aumento delle pensioni, cosa che ridusse la capacità di acquisto di milioni di pensionati russi. Inoltre, una variazione dei prezzi negativa genera un clima di incertezza per gli investimenti. Se è appurato che l’inflazione è un male, questo non significa che la deflazione sia un bene. Anzi, l’elevato tasso di deflazione è stata la causa della crisi economica giapponese negli anni ’90. Infatti, anche la deflazione eccessiva causa gli stessi problemi dell’inflazione: disparità economica nella distribuzione della ricchezza, e riduzione degli investimenti. Molti economisti ad ogni modo credono che un tasso di inflazione ottimale sarebbe quello compreso tra lo 0% ed il 3%.
Breve, medio e lungo periodo
Il livello di produzione aggregata è determinato da:
- La domanda di beni nel breve periodo, cioè nell’arco di qualche anno.
- Il livello di tecnologia, lo stock di capitale e la dimensione della forza lavoro nel medio periodo, cioè nell’arco di un decennio.
- Altri fattori come il sistema educativo, il tasso di risparmio e la qualità del governo nel lungo periodo, cioè nell’arco di più decadi.
Il breve periodo
Il mercato dei beni
Per capire che cosa determina la domanda di beni ha senso scomporre la produzione aggregata di un paese. Il PIL di un paese è composto da varie voci. Analizziamole:
- Consumi (C): ossia i beni ed i servizi acquistati dai consumatori: cibo, automobili, biglietti aerei… Il consumo è la componente più considerevole del PIL di un paese. In Italia nel 2007 essa rappresentava circa il 59% del PIL.
- Seconda componente del PIL è l’Investimento (I), chiamato anche investimento fisso, per distinguerlo dall’investimento in scorte. L’investimento è costituito a sua volta dalla somma dell’investimento residenziale, cioè l’acquisto di nuove case o appartamenti da parte degli individui, e dell’investimento non residenziale, composto da impianti e macchinari comprati dalle imprese. Nel 2007 gli investimenti coprivano circa il 21% del PIL italiano.
- Terza componente del PIL è la cosiddetta spesa pubblica in beni e servizi (G), cioè i beni e servizi acquistati dallo Stato e dagli enti pubblici, dall’attrezzatura per l’ufficio alle automobili, dagli aeroplani agli stipendi dei dipendenti pubblici. Si noti che nella voce G non sono incluse le spese sanitarie, le pensioni e gli interessi sul debito pubblico. Infatti, nonostante queste siano spese per lo stato, esse non rappresentano l’acquisto di beni o servizi.
- Le importazioni (IM): ossia l’acquisto di beni o servizi dall’estero da parte di residenti.
- Le esportazioni (X): cioè l’acquisto di beni e servizi nazionali da parte di stranieri.
- La differenza tra esportazioni ed importazioni è definita esportazione netta o saldo commerciale. Se le esportazioni superano le importazioni abbiamo un avanzo commerciale, diversamente se le importazioni superano le esportazioni abbiamo un disavanzo commerciale.
- Ma ogni anno la produzione di beni e servizi e la loro vendita non è mai uguale, spesso abbiamo un disavanzo di beni e servizi prodotti che viene definito investimento in scorte, che può essere sia positivo che negativo (quando la spesa supera la produzione).
La domanda di beni
Indichiamo la domanda totale di beni con Z. Usando le nostre conoscenze pregresse, possiamo scrivere che:
Z ≡ C + I + G + X – IM
Questa equazione è un’identità, e definisce Z (domanda dei beni) come la somma di consumo (C), investimento (I), spesa pubblica (G) e esportazioni al netto delle importazioni (X - IM). Per giungere alla determinazione di Z creiamo un modello economico semplificato ed assumiamo che:
- Tutte le imprese producano lo stesso bene che può essere usato indifferentemente come bene di consumo o bene di investimento, nonché dal governo come spesa pubblica. Così dovremmo analizzare un solo mercato.
- Assumiamo che le imprese siano disposte a fornire qualsiasi quantità del bene ad un dato prezzo P.
- Supponiamo che l’economia sia chiusa, e cioè che non commerci con il resto del mondo (ipotesi assurda per i nostri giorni), cosicché: Z ≡ C + I + G poiché X = IM = 0.
Il consumo
Il consumo può dipendere da molti fattori, ma la determinante principale del consumo è certamente il reddito dei consumatori: più alto è il reddito dei consumatori, più alta sarà la loro spesa in beni e servizi. Più che al reddito dovremmo riferirci al cosiddetto reddito disponibile, ossia il reddito al netto di imposte e comprensivo dei trasferimenti ricevuti dallo Stato. Se poniamo C come il Consumo e Y come il reddito disponibile, ne ricaviamo la funzione:
che in forma esplicita sarà…
Questa viene definita come funzione del consumo. Il segno positivo sotto la Y sta a significare che un aumento del reddito corrisponde ad un aumento anche del consumo. Questa funzione è definita dagli economisti una funzione di comportamento, perché fa parte del novero di alcune funzioni che descrivono alcuni aspetti del comportamento degli agenti economici (in questo caso i consumatori).
Analizziamo la funzione: essa è una funzione lineare con due parametri c0 e c1. Il parametro c1 è chiamato propensione al consumo ed esprime l’effetto sul consumo dell’aggiunta di un euro in più al reddito disponibile. La propensione al consumo è sempre positiva e sempre minore di uno, visto che nessuno spenderà in beni di consumo tutto il reddito in più accumulato, ma una parte verrà risparmiata. Inoltre, esso è sempre positivo perché è naturale che un aumento del reddito comporti un aumento, seppur minimo, dei consumi. Il parametro c0 invece rappresenta il consumo desiderato in corrispondenza di un reddito nullo. Tale parametro sarà sempre positivo, visto che anche se il reddito è uguale a 0 il consumatore dovrà pur mangiare, e quindi spenderà pur sempre qualcosa attingendo dai propri risparmi o con un prestito.
Prima di rendere graficamente la funzione del consumo definiamo il reddito disponibile. Il reddito disponibile è composto dal reddito al netto delle imposte, con la somma di eventuali trasferimenti da parte dello Stato (es: pensioni e spesa sanitaria):
Y = Y - T
Dove Y è il reddito e T rappresenta le imposte al netto dei trasferimenti. Sostituendo Y nella funzione di consumo avremo:
C = c0 + c1(Y - T)
L'investimento
Nei modelli economici possiamo trovare due tipi di variabili:
- Le variabili endogene. Sono variabili che dipendono da altre variabili del modello economico e sono spiegate all’interno del modello stesso. Un esempio può essere il consumo.
- Le variabili esogene. Sono variabili che non vengono spiegate all’interno del modello e vengono prese come date, come appunto l’Investimento.
Infatti si scrive che l’investimento è uguale all’investimento. L’investimento ha una linea sopra per stare a significare che è appunto una variabile esogena. Considereremo l’investimento una variabile esogena per motivi di semplicità. Infatti è scontato che un’impresa...
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