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Rinascimento, Età Elisabettiana, Scritture femminili, Macbeth e Dottor Faust - Letteratura Inglese I

Appunti presi durante il corso di Letteratura Inglese I riguardanti i seguenti argomenti:
- Tipi di letteratura;
- Rinascimento;
- Età Elisabettiana;
- The Great Chain of Being;
- Scritture Femminili;
- Paradise Lost;
- Macbeth;
- Dottor Faust

Esame di Letteratura inglese I docente Prof. P. Partenza

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molto di più dell’opera stesso ( tentazione contestuale storica, può essere una critica al

momento al contesto storico, l’idea di peccato è vista anche come arroganza del sovrano

non solo in senso religioso e questo anche può essere un sotto testo).

“Things invisible to mortal sight”: Milton’s God

Il dio di Milton è invisibile, è un’entità che non può essere definita; anche la bibbia e i

vangeli dicono che Dio è ineffabile, è qualcosa non definibile a parole, è qualcosa che è

sempre presente. É un entità che è al di fuori della possibilità di caratterizzazione; è una

impresa ambiziosa perché Milton non fa le rilettura del vecchio testamento, del nuovo

testamento ma cerca di fare una trasposizione quindi la sua ambizione consiste

nell’inserire all’interno della sua opera dei personaggi che difficilmente possono essere

definiti. Satana è il personaggio che maggiormente da la possibilità a Milton la sua

destrezza capacità, la sua abilità di scrittura perché lo descrive molto bene perchè il

personaggio è molto umano, ha le debolezze umane ed è un peccatore. Quindi per un

uomo descrivere un personaggio che somigli all’essere umano è molto più facile che non

dover descrivere un personaggio come Dio del quale è impossibile dare una definizione in

termini umani. Cerca di inserire nell’opera dei personaggi che in parte solamente possono

essere ben definiti. Lui trae ispirazione da una musa celeste che aveva conoscenza di ciò

che era non conosciuto agli uomini caduti; una musa celeste quindi che gli ha rivelato

qualcosa che non è accessibile a tutti. Milton si considera una sorta di privilegiato

esattamente come lo era stato Omero per la sua civiltà, la sua cultura. Milton unisce

elementi della tradizione classica(muse), elementi della religione (trasposizione della

bibbia) con quella che è la cultura del suo tempo, il Rinascimento. Un tentativo di

distaccarsi dalla tradizione convenzionale, rinascere attraverso una trasposizione dei

classici perché essi come background e come tradizione costituiscono la parte più

importante della cultura del tempo cioè diventano una sorta di mediatore tra la cultura del

proprio tempo e la classicità che rappresenta la tradizione elevata dell’occidente.

Milton ha questo tipo di dilemma (Come descrivere Dio al lettore?): Per poter mostrare ai

lettori questo Dio del vecchio testamento lo descrive in termini umani (unico modo che si

ha per carpirne l’essenza) ma così si accinge a descrivere qualcosa più grande dell’umano

e nemmeno la teologia riesce ad esprimere l’essenza di Dio. Nemmeno sant’Agostino o

altri sono riusciti ad esprimere l’essenza di Dio. Quindi l’ambizione di Milton è ancora

maggiore perché distante da quello che può essere un apparato religioso (non è teologo o

padre della chiesa), cerca di rendere fruibile al proprio lettore qualcosa che è

assolutamente inaccessibile. L’ambizione poi si scontra con la realtà e allora la soluzione è

dare fiducia a questo Dio che disegna. Si tratta di un opera che inizialmente ha una

pretesa di mostrare al lettore in termini realistici una fisionomia che in realtà è molto

difficile da descrivere. Tutto ciò che rimanda all’idea di Dio nell’opera deve essere vista

come una metafora; tutto viene utilizzato usando l’espediente retorico, l’espediente poetico

(metafore, simboli, similitudine). Tutto l’apparato strutturale linguistico della poesia viene

utilizzato per ovviare quelli che sono problemi oggettivi di interpretazione e di

comunicazione. Usando questi mezzi l’autore ha la possibilità di esprimere tutto ciò che

pertiene il divino in termini umani e quindi comprensibili.

Milton scrive per i posteri quindi quando si fa il paragone con il mondo classico poiché dice

di volere essere come Omero, come Virgilio le cui opere non erano destinate ai loro

contemporanei ma ai dotti e le storie erano narrate oralmente. Lui vuole essere come

Omero che tutto ciò che narra lo narra oralmente per la contemporaneità ma

sostanzialmente le gesta di Ulisse vengono narrate come elemento simbolico della cultura

greca. Prende spunto da Omero, Dante ecc che non hanno parlato solo per la propria

contemporaneità ma sono diventati degli elementi di fondamentale importanza per la

posterità. Lui auspica che in futuro possa essere caratterizzato da una vasta gamma di

lettori che lo ricorderà come uno dei calzanti della cultura inglese. Voleva diventare un

autore tradizionale, un autore che entra nel canone, che diventa un capi saldo della cultura

inglese; quello che potrà influenzare le generazioni future. C’è nell’opera il sacro e il

profano mischiato perché Milton fa un’operazione molto interessante perché si rende

conto che parlare esclusivamente in termini religiosi sarebbe svilire lo stesso argomento;

parlare esclusivamente in termini religiosi provocherebbe nel lettore noia. Un po’ quello

che nel 700 accadrà con le scritture femminili con Mary W specialmente, infatti tramite

l’escomotage del romanzo i personaggi diventano esemplari (come se fossero esempi),

non tutti erano inoltre in grado di comprendere dei trattati filosofici. Milton fa la stessa cosa

solo che nel periodo di Mary W era molto più leggero il linguaggio e iniziava a stabilire un

contatto con essa e con la cultura del tempo. Invece nell’epoca di Milton le opere venivano

ancora scritte in latino tanto è vero che uno dei dilemmi è il contenuto, come definire alcuni

personaggi e quale lingua scegliere. In quell’epoca le maggiori opere erano scritte in latino

quindi significava limitare ancora di più la diffusione e così decide di scrivere in inglese per

dare più impulso all’acquisizione della lingua che già era diventata la lingua ufficiale della

letteratura con i Canterbury Tales di Chaucer (attestato come padre della lingua inglese).

Scegliere l’inglese piuttosto che il latino ha permesso a Milton di essere ricordato come

uno degli autori fondamentali della cultura del tempo.

Milton cerca di migliorare quel Dio del vecchio testamento rendendolo meno malvagio;

infatti è un Dio che appare come un tiranno, viene riscattata la figura di Dio solo nel nuovo

testamento. Empson dice che cerca di dare a questo Dio una dimensione più umana e

renderlo meno malvagio di quello tradizionale cristiano.

Viene implicato ad un certo punto il concetto di Predestination of God secondo la quale

teoria Dio sa tutto. Dio sa anche l’anticipo della caduta per cui alcuni esegesi che hanno

fatto una lettura esegetica hanno detto che in fondo Dio era a conoscenza dell’uomo che

peccava. Era come se questa caduta fosse prevista quindi non c’è free will secondo alcuni

perché Dio sapeva già in anticipo cosa sarebbe accaduto. Il Dio di Milton tenta di

giusticarsi, sta sulla difensiva per cui è molto più umano; non ha nulla a che fare con il

destino. Dio sapeva tutto prima della caduta (la caduta di Adamo ed Eva che hanno avuto

la possibilità di due alternative scegliere di mangiare o no la mela e questa scelta ha

determinato la caduta), ma dice di non aver decretato la caduta di Adamo ed Eva ma è

dipeso in qualche modo dalla libera volontà. Però c’è una parte della critica che dice che

se Dio ha dato la possibilità ad Adamo ed Eva dell’alternativa ovvero di scegliere e la

scelta è andata in direzione della mela, gli ha dato anche la possibilità di conoscere il

peccato. Dio conosceva in anticipo che Adamo ed Eva avrebbero peccato quindi non si

tratto del caso, del fato ma è una loro libera scelta. Però se si da la possibilità di scegliere

si da la possibilità di conoscere e quindi di conoscere il peccato. Dare la possibilità di

conoscere significa dare la possibilità di peccare e Dio ha dato quindi la possibilità di

conoscere il peccato (CRITICA). Vista questa problematica Milton nell’opera mette Dio

sulla difensiva e dice di non esserne responsabile anche se conosceva tutto ma loro

avevano il libero arbitrio, potevano scegliere l’altra alternativa. Dio viene umanizzato, è un

personaggio che rientra perfettamente nella discussione del tempo cioè la caduta

dell’uomo da chi è dipesa? Questo Dio del vecchio testamento è malvagio diverso dal

figlio Cristo che viene sulla terra per salvare l’uomo dal peccato. E qui si apre la questione

chi è l’eroe?

Fish dice che satana viene rappresentato in maniera contorta, si produrrà l’effetto contrario

il lettore non viene sedotto da Satana ma da Dio.

Personaggi in “Paradise Lost” (II edition 1667)

L’opera ruota attorno ai vari personaggi nei vari libri, ogni libro con una tematica diversa ed

essi sono collegati al fine di costruire una trama.

SATAN, SIN, DEATH, ADAM, EVE, THE SON OF GOD, GOD THE FATHER, RAPHAEL,

MICHAEL;

SATAN: “Better to reign in hell than serve in Heaven”; viene introdotto all’inferno perché si

ribella contro Dio e per questo viene cacciato dal paradiso. La ribellione contro Dio

avviene perché non vuole essere soggiogato da lui. É una creatura che si autogenera e

non viene creata per volontà di Dio; entità separata da Dio. “Io non riconosco l’autorità di

Dio poiché mi autogenero”. Satana non riconosce un autorità maggiore della sua.

Milton ci mostra il suo punto di vista; vuole fare una sorta di letture e revisione nel quale

mette in dubbio la creazione. Si cerca inoltre di giustificare l’esistenza del male infatti per

riconoscere il bene si deve necessariamente conoscere anche il male. In questo periodo di

censura Milton attribuisce al testo due letture: una che Dio ama gli uomini e l’altra che per

poter accedere a tale realtà bisogna vedere il negativo a partire da Lucifero per giustificare

il dio positivo.

SIN: Nasce da Satana quando ancora era nel paradiso. É mezzo serpente e mezza

donna; il femminile viene visto sempre in negativo nell’immaginario collettivo poiché si fa

sempre riferimento all’origine. Milton è a conoscenza di questa visione per questo

l’inserisce nell’opera.

Milton da la la colpa ad Eva della caduta dell’uomo e ciò è avvenuto a causa

dell’infatuazione di Adamo per la stessa (Adamo ha peccato a causa dell’infatuazione per

Eva). Milton dice che il male deve essere giustificato attraverso l’amore. In tutto ciò c’è una

sorta di visione patriarcale poiché Adamo non avrebbe mai perso la gloria se non si fosse

infatuato di Eva. Le figure femminili sono in un certo senso negative, così si dimostra

l’atteggiamento di Milton che è quindi tradizionalista

[Se conosci il male apprezzi il bene]

DEATH: allegoricamente la morte è conseguenza della figlia di Satana, Sin; la morte a sua

volte stupra sua madre generando una massa di bestie. Death, Sin e Satana

rappresentano la santa trinità.

ADAM: Adamo è il primo uomo creato da Dio

EVE: Eva è il secondo umano creato da Dio; è lontana dalla figura tradizionale poiché non

si sottomette ad Adamo ed è inoltre infastidita dalla sua presenza. Per la prima volta viene

descritta una donna come intelligente e curiosa. É lontana dal modello della buona moglie,

distante dal modello tradizionale. Adamo resta quasi manipolato da questa figura; in

qualche modo si tende a sottolineare la fragilità della figura maschile.

SON OF GOD: è lo spirito che diventa Gesù Cristo; Milton prende come riferimento la

bibbia quindi lo spirito che poi materializzerà il Cristo (nuovo testamento). Quello spirito

comunque era già presente non è un fatto successivo, ma è puro spirito all’inizio e poi si

trasforma in carne ed ossa. Entra nei connotati dell’eroe poiché aiuterà a sconfiggere

Satana. Incarna l’eroe positivo ma si collega all’aspetto mistico che guida il lettore (Adamo

ed Eva rappresentano una sorta di guida per gli uomini).

Chi è l’eroe? Il vero eroe è lui perché le sue caratteristiche rientrano perfettamente in quelli

che sono i canoni dell’eroe tradizionale, poiché deve essere positivo (sconfigge Satana e

lo manda all’inferno). Inoltre dirà ad Adamo ed Eva il giudizio di Dio riguardo il loro

peccato. Incarna l’eroe positivo ma si collega anche all’aspetta più mistico che serve

anche da guida per il lettore perché Adamo ed Eva sono rappresentati di quella che poi

sarà l’umanità. Sta richiamando questa parte a quello che può essere il giudizio su Adamo

ed Eva dopo il peccato e quindi sull’uomo dopo il peccato. Il figlio di Dio si è fatto uomo

volontariamente per redimere l’uomo dal peccato. The son of God viene teorizzato da

Milton, viene definito nella sua astrazione ma poi il riferimento al nuovo testamento di ciò

che egli sarà e rappresenterà l’umanità viene inserito. Milton quindi inserisce sia il nuovo

che il vecchio testamento creando quasi quello che è il viaggio dell’uomo, dall’origine alla

sua morte.

GOD OF FATHER: Milton cerca di giustificare le azioni di Dio nei confronti degli uomini (il

Dio della bibbia è tiranno). Il Dio secondo Milton non è tiranno, ma la tirannia è la

conseguenza derivante dal peccato stesso dell’uomo, dalla sua libera scelta. Lo scopo è

giustificare gli atteggiamenti che Dio adopera nei confronti dell’uomo, al punto tale che Dio

conversa con suo figlio. Milton tenta di trovare una giustificazione a quel Dio tiranno e alle

sue azioni. Milton cerca in maniera romanzata, poetica d’inserire all’interno dell’opera

questa giustificazione, le ragioni riguardo le sue azioni. Ricrea secondo la bibbia il suo

punto di vista (visione del 600= ha creato tutto, quindi attesta la credenza in un Dio

creatore ma come parte di qualcosa e non dal nulla). Riconosce comunque l’autorità di Dio

come creatore.

Satana invece dichiara di essere auto generato e questa auto generazione sottolinea una

sorta di auto deliberazione, un’autonomia in contrasto a quella di Dio. Con la sua ribellione

nega l’aspetto di Dio. Siccome Dio è creatore di tutto ha creato anche me ammette

Satana. C’è una contraddizione perché ammette prima una self creation ma poi ammette

che Dio non merita nessun ritorno a lui perché in fondo lui è stato creato da Dio

esattamente com’è. Dio è il creatore anche del male. Contraddizione nell’opera : si discute

non solo la creazione a tutte le cose così come viene detto dalla bibbia ma anche la

creazione del bene e del male. Riconoscere l’autorità significa pentimento.

Dio elargisce l’esatta ricompensa. Milton giustifica il comportamento tramite la forma

poetica.

Milton ricrea il proprio punto di vista facendo riferimento alla bibbia come parte di qualcosa

, non dal nulla. Dio è il creatore di tutte le cose e anche del male. Dio incarna il bene.

RAPHAEL: arcangelo, quasi un messaggero perché è mandato da Dio per avvertire

Adamo dell’infiltrazione del demonio nel giardino dell’Eden. Questa è occasione attravero

Raphael da parte di Milton per discutere sul concetto della creazione.

MICHAEL: arcangelo, fa parte dell’esercito di Dio e ha combattuto contro Satana, dotato

della spada procuratagli da Dio che poteva uccidere persino gli angeli (?). E’ un occasione

rinsaldare da parte di Milton quelli che sono i paletti teologici religiosi che devono essere

rinforzati anche perché quest’opera da quella sensazione di indurre l’uomo verso il dubbio

derivante dal fatto che le personificazioni che crea Milton servano in qualche modo a

mostrare al lettore quasi un personaggio in carne ed ossa che parla e agisce; e tutto ciò

che questi personaggi rappresentano e dicono inducono al lettore all’inquietudine e

all’incertezza.

L’opera di Milton ha lo scopo di entrare in una tradizione comunemente riconosciuta nel

suo tempo, non si poteva discostare da quelli che potevano essere gli insegnamenti per

cui alla fine lo scopo è non di far nascere il dubbio nell’uomo ma di accrescere la sua fede.

Lo scopo è di mostrare queste personificazioni, ciò che hanno fatto rielaborando la bibbia

per indurre all’uomo a capire la funzione del bene e non del male.

Milton mostra nell’opera i pro e i contro, i personaggi negativi, mostra l’uomo nella sua

nudità il peccato e le sue manifestazioni per poi concludere con la ricapitolazione

dell’uomo a partire dalla Genesi per poi andare nel nuovo testamento con la figura del

cristo, figura idiomatica dell’amore di Dio. Quel Dio Tiranno quindi che veniva inizialmente

dichiarato come il Dio della bibbia diventa il Dio positivo che ama suo figlio a partire dal

nuovo testamento dove le colpe di Dio sono prese dal Cristo (tutti gli insegnamenti

rappresentano la speranza). Mostra tutte le cose negative al fine di portare alla speranza.

Macbeth

Atto Primo, Scena Terza

Macbeth: “ Ferme parlatrici imperfette...”(pag 19 ed. Feltrinelli)): Macbeth si riferisce alle

streghe con un appellativo significativo. Dice appunto “Stay, you imperfect speakers”;

rimanda a quell’idea del linguaggio che diventa protagonista nella scena insieme agli altri

personaggi. Quindi è un richiamo sì al linguaggio in sé ma all’inganno del linguaggio, al

fatto che il linguaggio non dice sempre la verità. Il linguaggio diventa fondamentale nella

costruzione della tragedia, non sono solo gli eventi ma è questo linguaggio che crea le

situazioni. Una scena in cui tutto ciò che è stato detto, narrato o raccontato ai personaggi

è frutto di una evanescenza della parola. La parola svanisce però che in quella parola è

nascosta una verità. Shakespeare mette in rilievo il fatto che Macbeth faccia un estremo

affidamento alla parola; lui attribuisce alla parola un valore di verità assoluta quindi non ha

questo atteggiamento di scindere le due posizioni. La realtà e l’apparenza si confondono

così. Quindi il concetto che la parola ritorna ad essere il fondamento della costruzione

della tragedia è importante perché la tragedia crea se stessa e quindi i suoi stessi

personaggi sull’uso della parola. Tanto è vero che quando dice “Speak, I charge you (ve lo

ordino” ritorna il concetto della parola. Riassume in sé la caratteristica del condottiero, di

colui che da ordini. Quel “speak” è una richiesta di soddisfazione attraverso la parola del

suo stesso desiderio (vuole sapere di più). Affida alla parola tutte le caratteristiche

fondamentali della sua stessa vita. Se noi riducessimo la tragedia esclusivamente al

concetto di ambizione significherebbe limitare la tragedia stessa perché l’ambizione si

esaurisce nel momento in cui si ottiene quello per cui si è lottato. É la tragedia dell’inganno

della parola. La parola Shakesperiana non è mai un orpello, ha sempre duplice valenza,

significa quello che appare ma anche molto di più. Parlando delle streghe come parlatrice

imperfette comunica allo spettatore che la verità è sempre qualcosa che bisogna ricercare

non nell’apparenza del linguaggio ma essa è sottostante, bisogna andare oltre.

Ciò che è corporeo, ciò che ha una fisicità, ciò che sembrava effettivamente palpabile e

fisico rappresentato dalle streghe è svanito. Con esse sono sparite anche le parole

pronunciate. L’inganno di Macbeth poggia esclusivamente su questo elemento, una fisicità

che svanisce perché le streghe non ce l’hanno e questa fisicità non esiste nelle stesse

parole. Le parole non sono vere, svaniscono come sono svanite le streghe.

Ad un certo punto c’è un momento di dissidio tra Macbeth e Banquo; entrambi hanno

ascoltato la profezia e sanno che qualcosa potrà accadere, sono consapevoli che queste

streghe hanno predetto qualcosa di positivo e poi svaniscono.

Entra Ross

Qualcosa che si riferisce al linguaggio è rappresentato dall’atto, dalle vesti. “Perchè mi

vestite con abiti presi in prestito”: la parola è come un abito che in qualche modo viene

indossato da colui che lo usa (diventa parte di noi, della nostra apparenza). Attraverso

l’abito ci mostriamo al mondo ed è quindi la nostra presentazione. Il linguaggio è

esattamente la stessa cosa secondo Shakespeare, l’abito e il linguaggio sono identici. Il

modo di parlare, di esprimersi e in questo caso ciò che le streghe hanno detto come

l’hanno detto rappresenta quello che a Macbeth ha rappresentato, ha costituito una verità.

Le streghe dietro la corruzione del linguaggio dicono la verità perché Ross saluterà

Macbeth con il titolo di barone di Cawdor. Quindi questo è il momento in cui quella parola

utilizzata dalle streghe può assumere una caratteristica di verità. Comincia a vacillare il

personaggio. Le streghe sono esseri evanescenti, sibillini, hanno il carattere semi

oracolare. Il loro linguaggio si orienta sull’opposizione (bello brutto ecc) che viene

riproposto da Macbeth stesso quando dice “non ho mai conosciuto un giorno così bello e

brutto allo stesso tempo”.

Gli Aside (?) hanno la funzione nella tragedia di rivolgersi al pubblico. Ha una funzione dal

punto di vista reale, è funzionale alla tragedia alla rappresentazione poiché spinge da una

parte il personaggio ed è un personaggio che ha bisogno di comunicare allo spettatore

senza essere ascoltato dagli altri personaggi che sono sulla scena, da Banquo quindi.

Prima il teatro,che era privo di elementi scenici, basava tutto sul linguaggio poiché esso

fungeva da elemento di comunicazione, di dialogo tra i personaggi ma anche creava la

scena. Era la bravura dell’attore che doveva attirare l’attenzione dello spettatore. Il teatro

comincia a dare la possibilità all’attore di comunicare i suoi pensieri allo spettatore e allora

l’Iside è fondamentale anche di più del dialogo diretto perché nel dialogo i due interlocutori

esprimendo la propria opinione che non è sempre verità ma è una verità di comodo a

seconda della situazione. Fra Macbeth e Banquo non si arriva mai alla verità vera e

propria. L’Aside invece è una rivelazione che viene fatta allo spettatore; il personaggio sul

palcoscenico è come se stesse solo e parlasse con lo spettatore che è l’unico che deve

conoscere la verità non gli altri personaggi che gli sono accanto. Macbeth teme Banquo,

ross ecc ma a loro non deve raccontare la sua verità interiore cioè quello che pensa

veramente ma lo spettatore sì perché la funzione della tragedia non è semplicemente

guardare ciò che accade sul palcoscenico ma è uno scopo educativo. Tutto ciò che viene

comunicato deve avere come scopo principale lo spettatore. L’interiorità del personaggio

deve essere comunicata esclusivamente allo spettatore e non al personaggio affianco per

cui ci sono verità di comodo, verità velate e verità assoluta che è quella che intercorre fra il

personaggio e lo spettatore. L’Aside ci da a poco a poco il profilo del personaggio, ci fa

capire come emerge il personaggio tanto è vero che Banquo dirà “Questo, creduto alla

lettera, potrebbe infiammarti...ancora una volta entra in gioco l’inganno poiché lui ancora

una volta dice cose che si contrappongono perché “creduto alla lettera” può richiamare il

desiderio della corona ma bisogna stare attenti. Macbeth torna nell’iside “due verità sono

state dette...” tornano qui le opposizioni linguistiche ma anche una sorta di manicheismo

che emerge all’interno della tragedia, si sta ponendo la questione sempre sotto forma di

monologo, parla a se stesso e cerca in qualche modo di decodificare la realtà che ha di

fronte; da qui inizia ad emergere il profilo di Machbeth poiché inizia a vacillare tra le due

verità però dentro di sé dice di voler essere re ma anche che le paure reali sono meno

tremende di quelle immaginarie perché nella sua mente vorrebbe uccidere Duncan. Ciò lo

terrorizza perché lui vorrebbe diventare re senza commettere tale omicidio. Lui essendo

condottiero e quindi dovendo trovarsi su un campo di battaglia deve sovrastare quella

paura, paura che anche un condottiero può provare (paura reale); tale paura è quindi

meno paurosa di quella immaginaria perché nella sua immaginazione c’è uccidere

Duncan. La paura immaginaria quella di conquista che non gli appartiene e che non gli

potrà appartenere ma che può appartenergli solo in seguito ad un atto peccaminoso lo

terrorizza. Lo terrorizza perché è qualcosa che deriva non da una giusta causa. É un atto

non giustificabile poiché uccidere il re buono (il suo è uccidere poiché è un condottiere ma

uccidere il re lo porterebbe alla dannazione poiché sarebbe ingiustificabile). Così il

personaggio inizia a vacillare a porsi delle domande. Macbeth desidera diventare re però

desidera che sia il caso ad incoronarlo; non vuole mettere in atto la sua volontà che

diventa azione per potersi incoronare (free will). Vuole che sia il caso a renderlo re. Quindi

c’è la possibilità da parte di Macbeth di tornare indietro. Banquo dice: “I nuovi onori caduti

su di lui...” è una metafora (questi onori sono come gli abiti, una volta indossati all’inizio

danno fastidio ma poi si adattano alla forma con l’uso, ci si fa l’abitudine). Ciò è sorta di

previsione perché successivamente avremo un Macbeth che non potrà più fermarsi, il

sangue chiamerà altro sangue, avvierà tutta una serie di eventi drammatici.

C’è un richiamo al tempo e all’ora che fuggono ovvero tutto è accaduto velocemente

mentre poi abbiamo come se Macbeth si trovasse tra il caso e il tempo in una sorta di via

di messo (“interim”) in una situazione di sospensione tanto è vero che lui dice a Banquo:

“Perdonatemi la mia mente...” ma in realtà non è così non la dimenticate. Si trova tra il

richiamo al caso affinché sia il caso a determinare la corona e il tempo che invece fugge.

É una situazione che lo lascia in una fase intermedia, non sa ancora cosa deve decidere.

Atto Primo, Scena Quarta

Entra Duncan

Duncan si rivolge a Macbeth. Abbiamo la testimonianza del tradimento di Cawdor e della

sua uccisione e quindi anche il titolo che passa a Macbeth. Duncan si riferisce al

tradimento di Cawdor che non avrebbe mai immaginato (è impossibile recepire nel volto

quello che la mente pensa), non esiste arte che ci permette di svelare la realtà. C’è

sempre quella discrepanza tra realtà e menzogna, apparenza e realtà; coloro che

tradiscono indossano una maschera che è sempre difficile da eliminare. Quella maschera

è la stessa che indosserà Machbeth. Da parte di Shakespeare c’è di nuovo il tentativo di

sottolineare questa discrepanza tra ciò che è reale e ciò che è reale ma invisibile ovvero la

parte interiore del personaggio. Gli aside rivolti allo spettatore diventano importanti perché

attraverso qui monologhi o soliloqui noi scopriamo la verità, la vera natura del persnaggio

poiché si mostra allo spettatore. Le parole di Duncan inoltre mettono in evidenza anche il

carattere del re; sta attributando a Macbeth degli onori che vanno al di là del titolo

conquistato, sono riconoscimenti morale per la persona. Gli viene attribuito un

riconoscimento morale, riconoscimento della bontà della persona perché Duncan è ignaro

di tutto. Macbeth dice “la lealtà si paga da sola”; non ha bisogno di altri onori, la mia lealtà

di fare ciò che devo perché sono al servizio del re, un servizio che va oltre il servizio del

condottiero che lega il suddito al suo re, come il servo al padrone. Si spiega da solo non

ha bisogno di ulteriori attributi. Qui parla per la prima in termini di lealtà anche se lo

spettatore sa benissimo che è sleale o quanto meno percepisce che quella realtà sta

vacillando perché sta accadendo esattamente ciò che Duncan ha predetto ovvero che non

esiste un arte che permette di comprendere ciò che vi è il sul volto. Il tradimento che è

insito nella natura umana comincia farsi sempre più realistico. Duncan parla sì di Cawdor

ma predice anche quello che accadrà successivamente, quello che che si rivelerà

Macbeth. Macbeth sa di essere sleale e lo è perché sa che dentro di sé è combattuto da

una parte ci sono le immagini suscitate dal vaticinio delle streghe dall’altro c’è Duncan che

lo sta ricompensando, lo sta onorando. L’annuncio di Duncan che il successore al trono

legittimo sarà il figlio maggiore Malcolm cambierà il tono, il registro perché Malcolm

diventerà re secondo quella che è la legge però il tono cambia in Macbeth poiché prima

assume un tono di lealtà nei confronti di Duncan (“il mio dovere è anche oltre il mio

servizio) ma poi quando viene a sapere che sarà Malcolm il successore al trono dice

“Questo è uno scalino...” lo scalino si riferisce ad un’ostacolo tra lui e la corona quindi fra

lui e la realizzazione del vaticinio delle streghe. Quindi da questo scalini si hanno due

possibilità o lo scavalco o ci inciampo e mi faccio male. Così Shakespeare mette in

evidenza la volontà dell’individuo, cioè l’uomo ha due alternative quindi il caso non esiste

più ma entra in gioco la volontà, l’alternativa. Cioè l’uomo ha due possibilità o cadere sullo

scalino o scavalcarlo; bisogna o eliminare gli ostacoli che si sovrappongono tra il soggetto

e la realizzazione per poterlo realizzare o quel progetto lo farà soccombere. Macbeth si

trova in un momento di grande dubbio (superare lo scalino significa arrivare alla corona in

un certo modo e in maniera non dignitosa e caderci significa che ciò può avere

conseguenze disastrose). Cova questa possibilità, c’è l’ostacolo e poi l’invocazione alle

stelle quindi richiama le tenebre prevede un effetto disastroso cioè sa di dover compiere

qualcosa di orribile che non dovrebbe essere compiuto.

Atto Primo, Scena Quinta

A Inverness Lady Macbeth riceve una lettera

Il linguaggio inizia ad assumere una caratteristica fisica attraverso la lettera perché fin ad

allora ci è stato il dialogo, tutta riflessione. C’è una sorta di riassunto di tutto ciò che è

accaduto, la lettera da consistenza alla parola. Adesso la scrittura non è più verba volant

ma resta li fissa e racconta alla moglie tutto ciò che è accaduto fino a quel momento. Da

parte di Macbeth in questa lettera c’è un tentativo di compartecipazione. Si parla per la

prima volta di amore e abbiamo una figura femminile che ha un ruolo ben specifico, quello

di essere la moglie cioè protettrice del luogo famigliare secondo quelli che sono i canoni

rinascimentali. Una moglie che segue il marito. C’è un tentativo di persuasione da parte di

Macbeth perché lui le dice che questa non è solo una sua gloria ma anche di lei e chiede il

suo aiuto. Sono nella progettualità un’unica cosa. La realizzazione è unica. Se ci sarà

colpa la colpa sarà di entrambi. Questa lettera permette di passare dalla fase astratta,

progettuale a quella concreta perché la lettera essendo parola scritta comincia a

determinare le caratteristiche di concretezza nel progetto. Quella condivisione ideale

avesse questa nuova possibilità e coinvolge la moglie. Comincia a realizzarsi da questo

momento il progetto da parte di Macbeth.

Macbeth lo si è potuto descrivere dopo diversi incontri e diverse riflessioni ma Lady M

grazie ad un solo intervento mostra le sue caratteristiche, quello che è. Lady M ha in sé il

latte dell’umana bontà cioè un uomo buono, un uomo che non è mai stato deviato nel

corso della vita. É stato valoroso, generale, sempre agli ordini del suo re quindi sono state

esaltate sempre le sue qualità sia intrinseche che estrinseche ma nel caso di Lady M si

parla di qualcuno che non ha un valore solo esteriore ma interiore attraverso questa

espressione (uomo con umanità). Lei teme questa umanità però dice “Tu vorresti essere

grande...” sa dell’ambizione di Macbeth e sa anche tra lui e la corona c’è il male, un atto

non positivo. Sanno che per ottenere la corona devono sporcarsi le mani di sangue. In una

battaglia l’inganno è fondamentale (Ulisse), fa parte della natura di un condottiero ma

entra in gioco la paura che è più forte del desiderio che non sia fatto. Macbeth ha bisogno

della moglie perché lei sa di avere una capacità persuasiva perché domare con il

linguaggio indurrà alla possibilità di agire affinchè si realizzi ciò per cui, in cui il fato è un

aiuto metafisico sembrano volergli incoronare. Lei si appella quindi al fato, al potere

metafisico ma in realtà esso non c’entra nulla poiché la possibilità reale affinché si realizzi

la cosa viene da Macbeth, dall’azione dell’uomo. Sembrano volerlo incoronare ma in realtà

dipende tutto da lui.

Entra il Messaggero

Quando arriva Macbeth “occupati di lui...” porta grande notizie per lei.

Ora inizia quell’atmosfera cupa che viene continuamente richiamata serve a creare quel

setting che sta sulla parola e lo spettatore non avendo un cambio di scena deve

immaginare il corvo che gracchia che porta sì Duncan buone notizie per Macbeth e Lady

M ma la morte per il sovrano. Lei è molto distaccata, mostra aridità in tutto questo perché

dice “L’ingresso fatale di Duncan...” fatale che viene da fate cambia completamente

connotazione, non è più fate di destino ma fate destino in senso negativo di fatale,

qualcosa che assolutamente si determina nella tragedia. Il corvo annuncia qualcosa che

ha un esito negativo per Duncan.

C’è da parte dell’autore una descrizione cruda della figura di Lady M. Diversi sono i punti

che delineano il suo carattere e la sua personalità e soprattutto la sua ambizione. Lei

esordisce facendo appello al corvo stesso (i riferimenti agli animali soprattutto gli animali

notturni sono frequenti nella tragedia come se fossero un richiamo continuo ad un setting

che deve accompagnare la tragedia stessa, richiami che sembrano essere necessari a

supportare quella è che la cornice della tragedia). Lady M sta trasmettendo al pubblico

come un presagio di morte quindi questa figura s’inserisce pienamente in una categoria

che alcuni critici ritengono importante cioè quella di essere considerata quasi la quarta

strega. “Toglietemi il sesso...” lei vuole essere una sorta di messo per il raggiungimento del

fine quindi i sentimenti e la compassione non devono intervenire in quella che è stata una

richiesta di personalizzazione. Lei si spersonalizza dal punto di vista interiore ma

toglietemi il sesso significa eliminatemi tutto ciò che può far pensare che il femminile

significa anche sentimento, amore, maternità ecc. Vuole diventare l’espressione di

crudeltà, non vuole che i sentimento e la compassione possano intervenire e che in

qualche modo siano un impedimento alla realizzazione dell’omicidio. “Venite alle mia

mammelle...” non sono più una donna ma il mezzo attraverso il quale è possibile è

possibile raggiungere la corona. Il latte che servirebbe ad allattare un ipotetico figlio

diventa fiele cioè la riduzione totale, non è nutrimento quindi c’è un ribaltamento ancora

una volta della tragedia. Shakespeare gioca continuamente sulle opposizioni da una parte

abbiamo la continua apparenza dall’altra la realtà. Ma qui abbiamo la realtà interiore di

Lady M attraverso queste espressioni: Lady M è cosi, è ciò che vuole apparire allo

spettatore. C’è ad un certo punto un invocazione agli inferi affinché siano la sua forza

quindi l’elemento propulsore che serve a determinare l’azione. L’azione si determina da

sé. Gli uomini e Dio non riescono ne a vedere ne a gridare (“Ferma, Ferma) poiché il

senso di colpa potrebbe intervenire subito dopo. C’è il richiamo al sacrificio di Abramo. Ci

sono elementi biblici cosi come elementi che derivano da quella che è una sorta di

giustizia terrena.

Entra Macbeth

“Le tue lettere mi hanno trasportato...” metafora che rappresenta il passo in avanti ovvero

la possibilità della realizzazione. É una metafora non solo dal punto di vista temporale

perché rappresenta la puntualità (fino a quel momento ero totalmente inconsapevole di

quello che poteva essere il nostro destino). Per l’uomo non esiste ne il futuro ne il passato.

Esiste solo la puntualità del presente, il passato esiste come ricordo non come

temporalità. Qui introduce una sorta di discussione filosofica perché sta dicendo che

l’uomo si compie nell’azione dell’istante e lei vede il futuro nell’istante nella lettera. Il futuro

nell’istante ha una duplice valenza: il futuro nell’istante in cui compirà l’azione e quindi

come se fosse una sorta di visione ma allo stesso tempo è vedere le possibilità che il

futuro mi riserva nell’istante in cui riceve la lettera e sta progettando. C’è senso di

progettazione da parte di Lady M. Lady M quasi si sostituisce a Shakespeare, grazie a lei

riusciamo a comprendere le azioni dei personaggi non semplicemente come azioni in sé

ma un azione che si compie ancor prima a livello di coscienza. Prima c’è la coscienza del

personaggio che realizza l’omicidio e poi c’è la realizzazione concreta. Ciò ce lo

suggerisce proprio Lady M quando dice “nessuna compunta visita dei sentimenti...”sta

dicendo cosi che ci deve essere un incalzare, nessun ripensamento, nessuna tregua tutto

deve accadere, nessun elemento ne di ordine materiale ne di ordine sentimentale deve

intervenire affinché non si possa determinare la realizzazione della sua esecuzione. Lei

sta già meditando l’atto come una possibilità che si determinerà (ha già realizzato il

progetto).

Shakespeare ricalca nuovamente apparenza e realtà però c’è timore da parte di Lady M

perché dice “Il tuo volto mio barone...” non esiste un arte che permette di conoscere il

volto delle persone ciò che il volto cela quindi magari esistesse questo il volto dovrebbe

essere quello che riveli la verità, ma quest’arte non esiste. Ci dice di non fidarci, l’unica

cosa che l’uomo ha nei confronti dell’altro è la fiducia. Ci sono richiami di scene precedenti

e momenti che devono mettere in guardia lo spettatori da una serie di momenti che

devono essere educativi. Dice che Macbeth non sa essere ingannevole attraverso il viso

ma è esattamente come si presente. Macbeth non è sereno. Lady M lo mette in guarda

“per ingannare il mondo assumi il suo aspetto” si deve adeguare all’aspetto del mondo

quindi se il mondo gioisce all’arrivo di Duncan allora anche tu devi gioire, deve essere

accogliente. Lei teme che Macbeth effettivamente si riveli per quello che è con le sue

paure e i suoi dissidi interiori. Nell’apparenza deve essere così ma nella sostanza deve

essere quella serpe pronta ad attaccare, quella serpe che ti porta con l’inganno a

commettere a peccare. Lady M sta facendo una critica, un analisi a quella che è l’umanità:

essa non è positiva ne negativa ha le sue ambiguità però l’inganno è un elemento che

sottende la vita di ciascun individuo. La possibilità di mascherare la vera realtà è un

abitudine, è qualcosa che l’uomo compie naturalmente. Abbiamo un iperbole perché Lady

M nutre completamente una grande speranza ma illusoria e infatti c’è l’inganno della

parola perché lei si sta illudendo da sola, lei pensa che uccidere Duncan sia sufficiente,

basta quello per ottenere il sovrano dominio e invece si sbaglia. Lady M si mostra sì

coraggiosa sì spersonalizzata, diventerà quasi un involucro di sé stessa perché elimina di

sé tutti i sentimenti, diventerà una specie di macchina. La compassione, il sentimento, il

conflitto è vissuto dal marito molto di più. Vuole essere lei l’artefice di tutto, lei diventa una

sorta di Dio che può decidere tutto come in Frankestein.

Ne parleremo ancora, ci rifletteremo ancora, in precedenza si rivolge a Banquo perché

nutriva timore che lui potesse aver compreso qualcosa. “Ne parleremo ancora” significa

che Macbeth è ancora indeciso sul da farsi, è ancora pieno di conflitti. La sua posizione

tende da parte e dall’altra poiché da una parte vorrebbe essere re come dice anche Lady

M ma dall’altra parte vorrebbe esserlo grazie all’intervento di altri elementi. Viene

sottolineata di nuovo quell’apparenza che non deve tradire ciò che sostanzialmente

Macbeth pensa. Deve mostrarsi sereno e tranquillo l’apparenza deve essere adeguata a

ciò che il mondo vuole.

Atto Primo, Scena Sesta

Entra Duncan.

Questo castello negli occhi di Duncan e di Banquo cambia completamente caratteristiche.

Banquo infatti ne decanta la bellezza, la serenità. É un ambiente che emana positività,

accoglie in maniera positiva il suo ospite. Il rondone fa il proprio nido sulle parti più quiete

in modo da non essere disturbato quindi il rondone che nidifica nel castello significa che

quello è un luogo quieto che emana amore. La natura non viene disturbata dagli effetti

negativi dell’uomo quindi si decanta la posizione non solo fisica dell’ambiente ma Banquo

richiama il cielo “respiro del cielo”: luogo così positivo che non c’è la maledizione di Dio, la

stessa natura è in armonia con l’uomo. In questo luogo il rondone trova la sua accoglienza

e vuol dire che gli uomini che abitano questo castello Macbeth, Lady Macbeth ecc sono in

perfetta armonia con la natura. Viene rinforzato da Banquo questa immagine che Duncan

si è fatto, un immagine di assoluta positività. Ma lo spettatore sa che non è così, che è

tutto è legato all’apparenza.

Quell’ “ospite onorata” è la controparte di Macbeth. Macbeth è un uomo onorato perché

nel suo spazio quello dettato alla sua funzione ovvero di condottiero è l’eroe e quindi è più

che onorato. Lady M è uguale al marito nel suo spazio quello del castello, della famiglia,

dello spazio domestico. Ognuno di essi regna nel proprio spazio quello domestico

femminile e quello del campo di battaglia che riguarda il marito. Entrambi sono persone

onorate. “Honoured” non richiama semplicemente il rapporto che il personaggio ha con il

proprio ambiente ma è anche una valutazione di ordine morale poiché si mettono in gioco i

valori non l’aspetto esteriore. Ospite onorata si riferisce non solo a questo suo rapporto di

armonia con l’ambiente ma un’armonia interiore della persona che Duncan percepisce e

che vuole in qualche modo riconoscere. Duncan parla in questi termini perché l’immagine

del re che viene difeso da Macbeth è un immagine di un re che deve avere fiducia dei suoi

sudditi. Subito dopo dice “A volte l’amore che ci segue è un fastidio...” Duncan è il re è

apprezzato da tutti e tutto questo è come un peso ma tutte le manifestazioni d’amore ne

siamo grati in quanto amore anche se sono fastidiate... benedizione, vi insegno a pregare

Dio nel senso che io dall’alto della mia posizione ho ruolo anche spirituale. La figura del re

è intoccabile perché è dio che ha reso tale il re quindi io vi insegno a pregare dio e a

ricompensarvi per tutto ciò che voi fate.

Con le parole di Lady M Shakespeare fa emergere la lusinga, l’inganno della parola è

basato sulla lusinga continua che Lady M ha nei confronti del re. Lei dice che l’uomo è

ingannato dalla continua annullazione. C’è differenza tra la Lady M di adesso e quella di

poco fa; abbiamo l’incarnazione della parola che si trasforma e che trasforma, che

trasforma le situazioni ma anche il rapporto con l’altro, l’individuo e le situazioni che si

vengono a creare. L’adulazione porto all’inganno, richiama a quello che aveva detto

Duncan, l’amore che ci segue è un fastidio e tuttavia ne siamo grati in quanto amore

perché l’amore oltre a passare per l’azione passa anche attraverso le parole e la lusinga.

Duncan è innocente davanti a tutto ciò perché si lascia coinvolgere dalla parola stessa e

quindi l’adulazione testimonia un senso di amore nei confronti del re ma in realtà è solo

adulazione. Duncan la prende però per verità. Lady M ha dato un consiglio al marito,

quello di essere la serpe e dimostrare al mondo ciò che il mondo vuole vedere e lei fa

esattamente così mostra a Duncan ciò che Duncan vuole vedere.

Duncan continua a parlare del suddito che gli è devoto, della gratitudine, di tutti quegli

elementi che intravede in Macbeth e Lady M. Sta parlando di valori fondamentali, quelli

che possono essere riassunti in una parola (fedeltà, lealtà). Lady M sta al gioco, fa

esattamente quello che Duncan si aspetta che lei faccia come sua ospite. “Nostra ospite”

c’è senso di appartenenza cioè Macbeth e Lady M il castello, si sono concessi ma il re è

lui, il regno è del re come i sudditi quindi Lady M, Machbeth ecc sono di proprietà del re.

Atto Primo, Scena Settima

Scena si sta preparando con i suoni di tromba ecc poiché si sta preparando ad accogliere

il re. É una scena in festa, positiva.

Entra Macbeth

Macbeth è solo e riflette si ciò che lo affligge maggiormente cioè se se compiere o meno

l’azione. Ciò che chiarisce il personaggio è l’incipit. C’è un continuo ipotizzare tramite l’ “if”,

c’è conflittualità, c’è questo modo di essere tra due posizioni. Questo conflitto lo sta

tormentando, vorrebbe che si facesse l’atto senza mettere in mezzo ulteriori ripensamenti.

Le conseguenze non solo conseguenze di un atto materiale di cui dovrà essere punito

perché l’ha determinato come atto in sé ma ci saranno conseguenze anche dal punto di

vista morale e religioso. Tali conseguenze ogni uomo ne dovrà rispondere sia di fronte agli

uomini che di fronte a Dio. Quell’atto compiuto sarà poi data allo giustizia divina che lo

punirà. Dice che ci sarà una giustizia umana perché quella giustizia farà accadere sul

maestro esattamente ciò che ha compiuto ma ci sarà anche una giustizia divina perché è

quella che poi determinerà la dannazione o la ricompensa. Macbeth sente che potrebbe

avere una coscienze sporca. Comincia a sentire un senso di colpa la pressione di un

senso di colpa che diventa sempre maggiore se l’atto sarà compiuto. Riflette non sulla

corona su ciò che ottiene, come fa la moglie ma lui ragiona sull’atto sulle sue

conseguenze, ragione sulla giustizia, sulle conseguenze morali, religiose e soprattutto le

conseguenze della giustizia, quella degli uomini che determineranno la sua distruzione. É

un uomo più riflessivo della moglie. C’è simpatia da parte di Shakespeare nei confronti di

Macbeth. In Lady M mostra una forma di aggressività e ci mostra una donna che risponde

all’istinto, all’ambizione. Macbeth è più auto riflessivo.

Saranno più gli elementi esterni ad avere una forma di pietà nei confronti di Duncan che

subirà l’atto orrendo; si chiama in causa un altro elemento, quel senso di pietà scaturisce

come se ci fosse una sorta di ribellione da parte degli elementi. L’atto orrendo viene

ritenuto contro natura ( he great chain of being) perché se il re rappresenta il centro

dell’universo l’atto nei confronti del re è un duplice atto, politico, di distruzione ma anche

contro natura perché è come uccidere il rappresentante di Dio in terra. Giustizia e pietà

sono due elementi fondamentali per l’uomo, il senso di giustizia è tutto ciò a cui l’uomo

deve tendere e a cui non potrà mai sottrarsi perché la giustizia esisterà sempre su ognuno

di noi. Quindi nessuno potrà mai sottrarsi alla giustizia divina sia essa divina o degli uomini

così come ogni uomo dovrebbe essere mosso dal sentimento e anche dal sentimento

della pietà. La pietà che in realtà significa anche condivisione, connessione con l’altro,

partecipazione emotiva nei confronti dell’altro.

“Volteggiante ambizione”: dice un atto così orrendo determinerà la giustizia, porterà alla

pietà,ecc quindi è un atto contro natura e per compiere questo atto quale sarebbe il motivo

di fondo se non la volteggiante ambizione. Ponendo su due piani diversi la figura di

Duncan e quello che rappresenta e le conseguenze che portano in sé e la sua azione

sono due momenti che stanno sul piatto della bilancia. L’ambizione è poca cosa rispetto a

tutte le conseguenze che si avranno in seguito all’assassinio di Duncan. Lui sminuisce

l’ambizione, ragione sull’ambizione che è quella che porta gli uomini alla superbia. Quindi

è uno dei sette peccati capitali. L’uomo è sempre animato nelle azioni peggiori solo da un

ambizione volteggiante, volatile quindi, che non è mai ferma decisa, è quasi insignificante.

Mentre pietà, giustizia le ha definite con dettaglio Shakespeare con lo scopo di far

comprendere allo spettatore che la giustizia non è solo quella immediata ma c’è una

giustizia superiore che coinvolgerà l’uomo ed è una giustizia che lo potrà dannare, quello

di cui Marlowe si renderò conto. Abbiamo un personaggio che comincia a riflettere su

quella che è una realtà imminente. C’è senso sbrigativo dell’azione che indica che, prima

se ci pensa troppo poi c’è il rischio che torni indietro e poi che tale cosa inizia a diventare

un peso, qualcosa di più grande. Inizia a pensare alla giustizia e a tutte le forme intorno a

quest’evento che si potranno scagliare contro di lui. Lui comincia a riflettere sulle

conseguenze ma a muoverlo è l’ambizione nonostante essa sia insignificante rispetto

all’omicidio che si andrebbe a compiere.

Entra Lady M

Comincia ad essere titubante perché lui ultimamente lo ha colmato di onori. Inizia a

titubare perché inizia a riflettere su quello che potrà perdere in seguito a quell’atto.

L’esitazione qui è ingannevole rispetto a quelle precedenti da parte di Macbeth.

La parola “Honoured” ritorna molto spesso. Macbeth è un uomo onorato, oggetto di molti

onori. L’onore viene sempre dato dagli altri, abbiamo i valori principe che ci devono

guidare e in base a quei valori siamo tributati di onore. Quindi il rispetto e l’onore non ce lo

diamo da soli, da soli ci diamo la retta condotta, possiamo darci il comportamento corretto

che poi fa sì che qualcun altro ci riconosca e quindi vengono tributati gli onori. Fin ora lui

siccome è stato oggetto degli onori da parte di Duncan è stata una persona degna e

onesta di quegli onori altrimenti non gli sarebbero stati tributati. L’onore del titolo è stato

tolto a Cawdor. Nel momento in cui l’uomo fallisce quindi perde la sua retta vita si perdono

gli onori e quindi il riconoscimento di ciò che una persona è.

“E io ho acquistato presso...” analogia con l’armatura, quell’armatura che contraddistingue

la natura e la fisionomia di Macbeth. Tutto quel “salve” che le streghe gli tributano sono la

derivazione dell’onore che poi gli sarà dato dal re perché lui da condottiero ha combattuto

sul campo di battaglia quindi indossa un’armatura che adesso è ancora lucida e nuova

cioè non è macchiata del sangue dell’assassinio di Duncan. Porta impresso su di sé quello

che è il tributo che viene dato a Macbeth perché è un uomo d’onore, un uomo che si è

conquistato onorevolmente e con dignità il suo ruolo. Quell’armatura è un’analogia della

sua onestà interiore, è ancora lucida e non ancora macchiata del sangue del re. Cerca di

arginare quell’ambizione affinché quest’armatura che corrisponde alla sua reputazione

non si macchi.

Il registro cambia, lei adopera un tipo di registro linguistico ironico. É la derisione di Lady

M nei confronti del marito, lui si sta tirando indietro per paura e perché l’azione è più

grande di lui, il coraggio è poco cosa. L’atto linguistico è di sfida poiché lui parla di onori e

lei “ma tu chi sei?” Sta mettendo in dubbio il suo coraggio e usa il termine amore. Così

Lady M fa leva su quelle che sono le parole chiave e ritornano indietro a Macbeth. Gli sta

riproponendo esattamente un discorso linguistico avviato da Macbeth stesso facendo leva

su alcuni concetti che lui aveva messo in moto. “Mia amatissima compagna di

grandezza...” significa che quella lettera che aveva avviato il processo di concretizzazione

del progetto aveva determinato anche quella che era una sovrapposizione di destini

perché mia compagna di grandezza non sta a rappresentare l’uno accanto all’altro ma io e

te insieme. Compagna di grandezza vuol dire che insieme procederemo in questa

direzione. Sta richiamando attraverso il concetto dell’amore qualcosa che non ha nulla a

che vedere con l’amore ma che ha a che a vedere con l’ambizione ma di Lady M.

Ricalca lo stesso discorso del soliloquio iniziale “il latte dell’umana bontà”, ora però ne

parla apertamente con Macbeth e gli dice che ha paura di essere nell’azione e nel

coraggio ciò che desideri. Il vorrei che non ha fine e che non riesce ad ottenere

regolarmente. Tutto questo coraggio mostrato e tutte le caratteristiche tipiche del

condottiero vanno automaticamente a sminuirsi di fronte a quella paura che mostra a

quell’esitazione che continua mostrare tornando indietro su i suoi passi. Utilizza l’amore

come una chiave per poter aprire a un linguaggio che porti Macbeth a decidere per la

direzione che lei desidera sia fatta. Sminuisce anche la funzione, il ruolo di Macbeth(un

generale valuta la situazione e prende una decisione), viene plagiato da linguaggio di Lady

M e lo scopo di Shakespeare è proprio questo, mostrare una figura femminile molto

aggressiva. Alcuni critici ritengono che Shakespeare mostri tutto questo per misoginia, è

come se trovasse nelle donne una forma di repulsione. Crea una figura femminile distante

da quella che è la collocazione dell’ideale femminile del tempo perché nel sistema

patriarcale la figura femminile doveva accompagnare la figura del marito. Con la figura di

Lady M si va oltre il concetto del patriarcato poiché vengono quegli schemi tradizionalisti.

Viene però recuperato però un altro archetipo quello della donna del peccato originale, la

Eva tentatrice. Anche Lady M assume tale archetipo di donna che tenta e che si insinua, è

un archetipo antichissimo che serve a dimostrare che tutto il male trae origine da li.

Macbeth dice che osa fare tutto ciò che è degno di un uomo, cerca di recuperare agli occhi

della moglie la sua dignità. Tutta quella progettualità in comune non è degna di un uomo,

un essere umano non potrà farlo infatti dirà “chi osa di più” cioè andare oltre ciò che è

lecito che ogni uomo dovrebbe invece fare non è un uomo.

“Quella bestia fu allora quella...” momento di massima efferatezza, la scelta lessicale

inoltre determina un analogia con quello che è l’aspetto più intimo di Lady M. Fin ora

l’abbiamo vista come una sorta di quarta strega come dice anche la critica. Nelle streghe

però non ci era tanta efferatezza linguistica quanto in realtà ci sia nell’espressione di Lady

M. Le streghe non sono esseri umani come Lady M, sono le weird sisters, sono adattate

alla contemporaneità e non utilizzano un linguaggio efferato ma sono proprio sibilline,

oracolari e confondono le idee. Lady M mostra crudeltà, è quasi una figura demoniaca.

Queste parole combaciano con quello che aveva detto tempo prima “io non voglio essere

più considerata esattamente come quello che è l’archetipo femminile del tempo”. Non è

quella donna che tutti si aspetterebbero si trovare affianco a Macbeth.

Di fronte all’esitazione di Macbeth ricrea di nuovo la distanza, si parla di “tu” e “io” mentre

prima erano una cosa sola. “Quale bestia...” fa un richiamo alla bestialità, c’è una

scissione tra il concetto di umanità e questo richiamo alla bestialità che lei stessa

attribuisce a Macbeth (Quale animale dentro di te, quale bestia ha animato il tuo coraggio).

Cosa anima una bestia? l’uccisione per sopravvivere quindi l’uccisione non è fine a se

stessa ma l’uccisione della preda avviene perché essa è il pasto. Qui abbiamo invece un

uomo che è proteso verso l’assassinio non per soddisfare un bisogno ma la volteggiante

ambizione che non è una necessità umana, di affermazione. Non è qualcosa che spinge

un uomo a compiere un atto perché da questo dipende la sua sopravvivenza. É un atto

che viene compiuto per via della volteggiante ambizione cioè qualche cosa di impalpabile

che serve da appagare un desiderio. Tutto è molto aleatorio, evanescente. La bestia

invece che ha una preda diventa predatore perché ha un istinto di sopravvivenza. Lady M

allora dice “allora quando tu volevi perseguire questo scopo era animato da una bestia

interiore, cioè dentro di te c’era quella forma di violenza, di brutalità tipica delle bestie pur

di ottenere il soddisfacimento dell’ambizione”. Macbeth nell’ immaginario di Lady M è

tornato ad essere quello che era all’inizio, recupera la dimensione che Lady M teme di più,

non teme la sua malvagità, la sua aggressività, la sua forza ma teme “il latte dell’umana

bontà” perché quello che un uomo non riesce a compiere nei confronti di un altro uomo e

quindi a uccidere non è semplicemente il principio che non si uccide, c’è questa tendenza

alla resistenza. Nel mondo naturale è diverso si uccide perché c’è un bisogno. I discorsi

s’intrecciano sono conseguenziali. “Quando osavi realizzarlo...”Quando hai sfiorato la

possibilità di realizzare un progetto del genere che è contro natura allora sì che eri un

uomo, hai preso tutto il coraggio su di te per la realizzazione di questo progetto. Se

mostrassi in te una carica maggiore rispetto a quello che hai mostrato in passato saresti

uomo ancora di più. La parola “uomo” viene utilizzata da entrambi gli interlocutori con

accezioni diverse facendo leva su sentimenti diversi. Dal punto di vista di Macbeth fa leva

sul sentimento del valore (umanità, dignità) mentre

nel linguaggio di Lady M si avverte sfida, derisione; lo sta sminuendo. E la parola uomo

che dovrebbe rappresentare l’umanità, dignità ecc nelle parole di Lady M diventano

derisorie perché significa perdita di virilità (non ha il coraggio tipico dell’uomo che sta in

battaglia e il coraggio di assumere questo tipo di azione). Macbeth è molto riflessivo ma

Lady M è molto più sprezzante del senso di umanità. Ha davanti a sé l’ambizione, il potere

di diventare regina. Lady M fa aderire il concetto di uomo alla perdita di forza, di virilità a

differenza di Macbeth.

Quando Macbeth non aveva le condizioni quando non aveva il caso ovvero non aveva la

possibilità di realizzare il progetto voleva realizzarlo, era propenso; quando invece il caso

gli da la possibilità di realizzarlo allora si tira indietro. Ciò significa che Macbeth è molto più

timoroso, molto più umano di quanto la moglie voglia far credere, mostrare. Macbeth

mostra un profilo interiore maggiore rispetto a quello di Lady M.

Lady M parla in questi termini per fare vedere quanto è decisa nel progetto. Di fronte a una

creatura inerme, abbandonato alla madre (bimbo allattato dalla madre), un essere

completamente indifeso che non ha possibilità di scelta. In quel caso io se avessi giurato

come hai giurato tu cioè di rendermi regina io gli avrei fatto schizzare il cervello. Così

facendo rinnega il ruolo della madre; sta negando il ruolo fondamentale della sua stessa

esistenza, della sua stessa ragione all’interno dell’umanità. Si sta ulteriormente

spersonalizzando. Sta negando la sua funzione di fondo: La procreazione. Lei appare

come una sorta di alienazione della funzione (eliminazione della funzione della donna).

“E se dovessimo fallire”: è convinto, ha scelto e quindi è già un uomo perso, dannato.

Quindi quella giustizia a cui aveva fatto riferimento prima già è parte di sé.

Sono già in atto entrambi nella trama omicidiale: poiché con “ E se dovessimo fallire” lui

mostra già di essere stato convinto dalla moglie. Quelle parole hanno fatto presa su di lui

mostrando continuamente la debolezza dell’uomo e richiamando all’idea di coraggio

mostrando allo stesso tempo la sua debolezza. Abbiamo il noi richiamando il destino di

Lady M che si sovrappone la destino del marito. Abbiamo quindi dopo ciò la pianificazione.

Lei pensa poi alla colpa di fronte agli uomini (la colpa che tutti vedranno rappresentata

dalle guardie insanguinate che assumeranno su di loro la colpa dell’assassinio). Saranno

le guardie a farne le spese. Sarà facile compiere tutto ciò dibatte Lady M.

Abbiamo di nuovo il concetto di ingannare il mondo ovvero mostrare al mondo ciò che il

mondo vuole vedere (apparenza realtà).

“Forgiare”, “tembra” sono tutti elementi che richiamano alla forza, di strategia, capacità di

pianificare che è tipico dell’uomo cosi com’è noto a quei tempi. Poi si cambia

completamente registro con “ho deciso” e “tendo ogni facoltà corporea”: è pronto quindi a

compiere l’atto e comincia ad allontanare il dubbio. Quello di ingannare il mondo era un

consiglio che gli era stato dato da Lady M e se ne appropria; l’apparenza deve mostrare

un falso aspetto, deve mostrarsi lieta. Accogliente e quindi non deve mostrare la verità.

Questa verità che si potrebbe però percepire dal volto e invece deve ingannare. C’è un

vero e proprio richiamo all’idea dell’inganno, di una mistificazione della realtà. Tutto deve

essere esattamente con il mondo vuole che sia ma noi sappiamo che non è così.

Profilo dei Personaggi

La trama si dispiega attraverso la personalità degli stessi personaggi cioè attraverso le

descrizioni che sono per lo più interiori percepiamo quella la caratterizzazione di questi

personaggi in profondità. I personaggi in metà agiscono e in metà riflettono.

MACBETH: debolezza nei confronti della moglie supportata da un ambizione che però è

più di Lady M, un ambizione che lui possiede dentro di sé ma che però non riesce ad

esprimerla fino in fondo. Debolezza che si riferisce anche a se stesso non che la mostra

proprio nel momento dell’esitazione che potrebbe anche non essere vista come una forma

di debolezza l’esitazione piuttosto di riflessione. Il momento più soggettivo è il momento

della speculazione momento in cui noi abbiamo una percezione del personaggio che non

è totalmente esterna, di relazione con l’altro con la moglie soprattutto ecc ma è un

personaggio che ha bisogno molto di riflettere su se stesso attraverso il soliloquio

(rappresenta la parte intima del personaggio). Un’ altra caratteristica è l’onestà poiché il

fatto di non aver ancora compiuto l’atto lo rende ancora un personaggio positivo non

disonesto; tutto è in fase di gestazione, sta ancora pensando. Apparentemente è un uomo

che nel momento in cui decide perde se stesso. Siamo ancora nella fase in cui le parole

hanno il sopravvento, le parole e i pensieri ci esprimono il carattere dei personaggi e degli

eventi. Macbeth mostra quindi riflessione, tratti di debolezza, esitazione, ambizione.

LADY MACBETH: è l’opposto di Macbeth. Determinata, ambiziosa, cinica, ferma, falsa,

manipolatrice, calcolatrice poiché agisce non per via dell’impulso ma sotto il calcolo. Non

ha mai momenti di ripensamenti, di esitazione a differenza di Macbeth. Non riflette mai nel

momento della situazione sul giusto o sbagliato ma riflette sulla paura che Macbeth possa

non intraprendere la strada stabilita quindi teme il latte dell’umana bontà, teme tutte quelle

che sono le qualità intrinseche del marito. Non si ferma mai a riflettere se è giusto o

sbagliato uccidere Duncan. Lady M la si potrebbe inoltre interpretare come il lato oscuro di

Macbeth stesso poiché ogni essere umano è costituito da una parte luminosa ed una parte

oscura (il contesto culturale del tempo prevedeva quest’opposizione). Lei è altro aspetto di

Macbeth.

Atto Secondo, Scena Prima

Ritroviamo Macbeth ancora in fase di incertezza.

Entrano Banquo e Fleance.

Banquo che era rimasto un po’ in disparte (era testimone oculare di ciò che avevano detto

le streghe) ritorna sulle scene. Il suo ritorno in scena non è un orpello teatrale non è un

momento di sospensione di tragicità degli eventi. Parla a Fleance (figlio) e si mette in moto

la costruzione del setting (oscurità); queste opposizioni buio luce sono importanti perché

poi si configurano come scenografia per l’azione dei personaggi. L’oscurità aiuta la

tragedia a mostrare gli elementi più tragici, più drammatici; aiuta i personaggi ad agire in

un ambito che deve essere non svelato (la luce non deve mostrare).

“Prendi la mia spada” Banquo avverte nel buio Fleance di prendere la spada, quindi siamo

in un clima di paura, c’è un atmosfera di pericolo. Banquo vorrebbe dormire, ha questa

sonnolenza addosso ma non è abbastanza tranquillo. Banquo ha dei presentimenti, sta

avvertendo che qualcosa non è esattamente come sempre. I pensieri cattivi lo

accompagnano per cui non riesce a dormire perché ricorrono.

Entra Macbeth e abbiamo un cambio di registro poiché mentre Banquo ha una percezione

di pericolo, il re è tranquillo, dorme.

Nell’immaginario di questi personaggi, sia del re che di Banquo ecc Lady M è un

personaggio positivo. C’è una discrepanza tra il suo modo di percepire la realtà e

comunicarla al figlio e invece quello lui riferisce comunicandolo a Macbeth.

Macbeth dissimula come per dire che il caso ha voluto che Duncan fosse lì presente nel

castello; tutto ciò serve a Macbeth per giustificarsi e anche eventualmente in seguito

all’azione che accadrà. “Siamo schiavi del difetto” nel senso che tutto ciò che abbiamo

potuto offrire comunque lacunoso perché non eravamo preparati. Sta cercando di

giustificare non il presente ma il futuro (tu sarai testimone ancora di qualcosa e quindi

nessuno potrà mai incolpare me, non me lo aspettavo, è il caso).

C’è una sorta di discrepanza linguistica e di registro anche lessicale tra ciò che prima

aveva detto a Macbeth e adesso riprende il filo del discorso interrotto molto tempo prima.

Quindi quella percezione di Banquo iniziale si collega con queste parole che lui riferisce a

Macbeth quando dice “ho sognato le sorelle fatali”. Loro hanno incontrato le sorelle fatali

all’inizio della tragedia, hanno parlato con loro ma adesso lui le sogna; si tratta di una sorta

di risveglio della propria coscienza perché lui non ricorda le sorelle fatali in quanto tali.

Sono importanti loro ma piuttosto la verità contenuta nelle loro parole. É come se ci fosse

un risvolto interiore da parte del personaggio. Dice “ho sognato” per cui l’aspetto onirico

tradizionalmente è quell’aspetto che diciamo è collegato alla coscienza dell’individuo. Il

sogno è un momento in cui la coscienza dell’individuo si rimette in moto e in qualche modo

richiama l’accaduto.

Quel presentimento che Banquo ha è legato a una qualche verità; lui chiede che si

avverino altre verità e Macbeth “Non ci penso...” tant’è che cambia subito il registro.

É una rivelazione del personaggio perché c’è un non detto e un detto che si confondono:

loro stanno quasi parlando in codice, è come se ci fosse un linguaggio comune a loro due,

un linguaggio che può essere decodificato dai due protagonisti e che anche lo spettatore

riesce a capire ma non viene mai nominato qualcosa o qualcuno. Si procede per allusione.

Questi due interlocutori stanno mantenendo sul filo della discussione del “non detto”

esattamente il detto cioè c’è una commistione. É come parlare in assenza dell’oggetto che

li contengono cioè della corona e di come ottenerla senza nominarla però con due

prospettive, due momenti di analisi completamente diverse perché mentre Macbeth dice

“io non penso alle sorelle fatali” ma in realtà ci pensa, Banquo ha capito perfettamente che

quel legame linguistico messo in atto dalle streghe all’inizio della tragedia è un legame che

sta continuando in questo momento. Sembra un discorso mai interrotto tra loro due,

sembra quasi che dal momento dell’incontro con le streghe in cui tutte e due hanno

ascoltato e ciò che poi si è determinato fosse una pausa di sospensione. C’è una sorta di

ripresa dell’inizio tanto è vero che quando lui dice “non ci penso” attraverso una negazione

lui sta affermando qualcosa di molto importante perché dice “ne parleremo” e poi dirà

anche “se sarai affianco a me avrei onori” ma Banquo dice “quell’onore voglio averlo solo

se non perdo la mia coscienza (seguire valori morali) e la mia lealtà (nei confronti del re).

Esce Banquo con il figlio.

Macbeth ha un inganno della vista, qualcosa che lui riesce a vedere davanti a sé e che poi

dice “lasciati afferrare”. Quel pugnale ha però rivolto il manico verso di lui, pronto per

essere afferrato ed è un pugnale simile a quello che lui sguaina, che lui possiede. Si

rincalza attraverso l’uso dei sensi la sua visione, sta vivendo un momento di assoluta

incertezza perché quello che vede sembra reale ma questa visione non è sostenuta da ciò

che reale lo rende cioè questa visione non è supportata dagli altri sensi che ne danno

consistenza e realtà (tatto). Il cervello non più lucido, sta delirando...è una visione

determinata dal delirio o è una realtà? Ritorna così l’opposizione tra realtà e

immaginazione. Questo pugnale è sorta di indicazione, cosa deve fare, dove deve andare,

come deve intraprendere questo tipo di percorso.

C’è un richiamo alla natura che sembra morta Duncan dorme fa sogni eccellenti, tutto è

buio. Ci da un immagine di quello che è ora la terra cioè tutto buio, notte fonda ma allo

stesso tempo la stregoneria sta facendo i suoi riti. C’è commistione con la superstizione

con la credenza, con la stregoneria. Macbeth non si esime dal credere che quelle streghe

che aveva incontrato continuino ancora a fare i loro riti. Si sta svolgendo tutto secondo

una regolare linea di condotta. Ognuno sta facendo esattamente quello che deve.

“Stupratore Tarquinio” quest’uomo con lunghi passi muove come un fantasma verso il suo

disegno ovvero verso la realizzazione del progetto (si riferisce a se stesso); quindi sta

dando esattamente l’immagine di notte fonda, tutto è calmo, una calma che richiama la

morte. Ci sono i riti. Macbeth passa immediatamente da quella che è una fase iniziale di

auto riflessione di momentanea visione di quella che è una realtà solamente fittizia a una

fase più concreta. Lui è come se dovesse avere quel passo impercettibile che neanche la

terra deve udire. Tutto deve avvenire nell’assoluto silenzio nemmeno la terra deve

accorgersi di dove stia andando. É come se stesse invocando una sorta di arresto totale

come se la natura dovesse ubbidire come se tutto dovesse essere ammantato del più nero

silenzio affinché lui possa compiere l’azione che ha in mente.

“Strappando al tempo...”: se le pietre parlano rivelando dove egli si trova potrebbero

scoprire tutto e quindi potrebbero impedire l’assassinio. Tutto questo discorso è ancora

astratto poiché dice “sono preso da questa voglia di andare, di uccidere Duncan”.”Finchè

io minaccio lui vive” è ancora tutto astratto, tutto nell’ambito della fantasia quindi anche la

minaccia la più orribile rimane comunque parola, è ancora evanescente quindi non si

concretizza. Il passo viene fatto nel momento in cui diventa azione quindi la parola si

trasforma in azione tant’è che dice “Vado ed è fatto...”

La campana ha un valore simbolico perché essa segna il passaggio dalla parola

all’azione. La campana lo invita ad agire. La campana ridesta quella coscienza che si era

fermata a riflettere poiché tutta la parte precedente è rivolta alla riflessione. La campana

richiama il senso dell’udito poiché attraverso il suono ridesta l’attenzione.

Fin ora abbiamo visto che Duncan è un re buono e lui lo ha sempre riconosciuto ma ora

abbiamo a che fare con l’unico momento negativo in cui lui non esclude la possibilità che

nella sua stessa giustezza Duncan non possa andare all’inferno. Quindi nonostante che in

tutta la tragedia ogni volta che si è parlato di Duncan emerge sempre una figura molto

positiva adesso Macbeth dice “Non ascoltarla, Duncan...” quella campana che per Duncan

è morte perché è in procinto di ucciderlo, in realtà lo chiama o su in Paradiso o giù

all’inferno. DIPENDE DALLE AZIONI DEGLI UOMINI IL GIUDIZIO DIVINO.

Macbeth intraprende una via nei confronti di Duncan per soddisfare se stesso e quindi la

sua azione non è legata a ciò che Duncan è o non è nei confronti di Macbeth quindi degli

uomini ma qui viene richiamato il concetto dell’Everyman.

In questi passi noi abbiamo continuamente una visione non solo individuale, non abbiamo

solo un punto di vista Shakesperiano perché leggendo le sue opere possiamo avere

l’impressione che tutta la realtà così come viene descritta proprio perché si riconosce in

Shakespeare la capacità di analizzare gli esseri umani non è descritta solo dal punto di

vista di Shakespeare stesso ma lui all’interno delle opere inserisce tutti quegli elementi

che sono parte della cultura del tempo.

Atto Secondo, Scena Seconda

Entra Lady M.

Da supporto alla sua stessa azione. C’è una sorta di vivacità interiore da parte di Lady M.

La civetta è un simbolo negativo. Tutta la natura è ammantata esclusivamente di silenzio

affinché nulla possa turbare l’azione stabilita. Tutto deve rimanere assolutamente calmo.

Ha drogato le guardie che sono cadute a terra e quindi non stanno svolgendo il loro

mestiere. Le porta sono aperte in modo da consentire l’azione. Morte e natura decidono

se debbano vivere o morire. Il destino delle guardie è affidato al caso o all’intervento di

qualcuno. C’è l’unico momento di vera umanità da parte di Lady M solo perché

nell’entrare, nel vedere Duncan addormentato gli ha ricordato il volto del padre. Questo

ricordo l’ha fermata. La scena dell’uccisione viene smorzata da queste parole umane. C’è

un momento di pietà da parte di Macbeth e c’è unione di religione, è l’unico momento in

cui questi personaggi mostrano di voler affidare la propria salvezza, l’anima in quel

momento così tragico a Dio. “Io non sono riuscito a dire Amen” si è trovato di fronte delle

guardie che hanno avuto in quel momento, ubriache e tutto, sentore di pericolo e si sono

rivolte a dio. E lui di fronte a quelle preghiere non è riuscito a dire “Amen” dopo il “Dio ci

benedica” perché lui è un peccatore assoluto. Sta commettendo un atto efferato, è contro

ogni forma di religione. Sa ormai di essere sprofondato all’inferno. Nonostante l’atto

conserva un momento di umanità, è come se stesse cercando un momento di pentimento.

Non è permesso di dire a Macbeth quelle stesse parole che hanno pronunciato le guardie,

non riesce perché ormai è dannato. Non gli è stata data la possibilità di chiedere perdono

o di pregare come per dire “non sono riuscito a tornare neanche un momento indietro. Ci

rivela quello che Macbeth è cioè un uomo completamente teso tra due continue posizioni

opposte da una parte l’ambizione, il desiderio di avere e dall’altra il terrore, l’esitazione di

andare oltre il lecito consentito da Dio.

Macbeth è un personaggio duplice poiché mostra una sostanziale esitazione ma allo

stesso tempo è anche un personaggio deciso a compiere ciò può soddisfare la sua stessa

ambizione. Nel primo atto quasi tutto si compie dal punto di vista della progettazione. Si

conoscono immediatamente i personaggi, le streghe che rappresentano gli elementi

soprannaturali caratteristici del periodo. Vediamo inoltre ciò che sarà l’esito della tragedia

grazie al vaticinio. Macbeth è insicuro, ambizioso, ambiguo, valoroso. L’ambiguità di

Macbeth è dettata dal desiderio da una parte di voler soddisfare la propria ambizione ma

dall’altra da umanità che non lo abbandona che tra l’altro è l’elemento che teme

maggiormente Lady M perché potrebbe costituire un ostacolo all’azione. Nell’ambizione

che sembra essere inappagata, è un ambizione che si sottomette a quella della moglie.

Vuole realizzare sì l’ambizione di Macbeth ma in sostanza vuole realizzare una propria

ambizione. Quei suoi timori sono i timori di una donna che mostra apparentemente un

desiderio di essere la degna compagna di un signore ma vuole soddisfare un suo stesso

desiderio.

Atto Quarto, Scena Prima

Pag 125

Tutte le ipotesi di Macbeth (anche se) rappresentano l’assurdo (tutto ciò che le streghe

fanno sono assurde).

Apparizione di una testa con elmo: preannuncia la morte.

Seconda apparizione di un bimbo insanguinato: rimanda ad un altro vaticinio, rappresenta

il feto, rappresenta Macduff.

Terza apparizione, bimbo incoronato con un albero in mano: Malcolm.

Abbiamo tutte anticipazioni.

Le streghe mettono in atto l’inganno, dicono cose vere che Macbeth interpreta male.

L’inganno non sta nel fatto che loro dicono delle falsità poiché un feto non nato da donna

significa semplicemente che nasce in anticipo ecc. L’errore sta nel fatto che Macbeth viene

ingannato e infatti commette l’errore di leggere quelle parole e prenderle alla lettera senza

interpretarle. Non si pone la questione dell’interpretazione ma del vero non vero (un bosco

non si può muovere, un uomo non può non nascere da donna). Tu sarai sconfitto se un un

uomo nato da donna combatterà contro di te o quando il bosco si muoverà. C’è una sorta

di equazione, una condizione che prevede l’altra però l’errore di Macbeth è esattamente

questo, questa condizione non può determinare l’altra quindi non sarà sconfitto. L’inganno

delle streghe sta nel fatto che loro per la prima volta diranno la verità ma Macbeth non la

coglierà perché leggerà alla lettera ciò che gli viene comunicato.

Macduff rappresenta un pericolo per Macbeth più dei due fratelli perché Macduff potrebbe

riorganizzarsi con un esercito, sconfiggerlo e far ritornare i fratelli e impossessarsi della

corona. Macbeth deve realizzare quello che è stato il vaticinio delle streghe e quindi tutto

ciò che rappresenta un ostacolo va eliminato, ormai tutti hanno capito che è stato

Macbeth.

MACBETH E DOTTOR FAUST SONO DUE OPERE CHE METTONO IN RILIEVO DUE

ASPETTI FONDAMENTALI MA CONTRASTANTI DELL’ESSERE UMANO SULLO

SFONDO DI UN’ INTEMPERIA CULTURALE, QUELLA ELISABETTIANA CHE METTE IN

EVIDENZIA UN’ATTITUDINE DIVERSA DA QUELLA CHE PUO’ ESSERE IL CONCETTO

DI AMBIZIONE.

Se in Macbeth l’ambizione significa conquista del potere e quindi la corona ma in questa

progettualità il percorso compiuto dai personaggi è un percorso illeggibile ma quanto meno

sa che deve tendere all’illeggibilità con Faustus abbiamo un personaggio che è molto

distante da Macbeth come principio che lo muove, che lo spinge verso il proprio obiettivo.

In entrambe le opere abbiamo dei momenti archetipici che vengono ripresi; abbiamo una

commistione di religione, scienza e superstizione che sono proprio gli elementi

fondamentali di una cultura che non escludeva l’uno o l’altro. Shakespeare cerca di

sintetizzare quella che è la cultura del tempo con la personificazione delle streghe, mostra

ai suoi spettatori che queste streghe hanno delle caratteristiche ben precise, hanno

qualcosa di umano ma sono allo stesso tempo metafisiche e che quindi non appartiene

all’umano. Il Dottor Faust

I personaggi presenti in quest’opera sono molto diversi da quelli che troviamo in Macbeth

benchè abbiano entrambi delle forme di degenerazione. Per degenerazione s’intende una

creazione con qualcosa che in qualche modo è priva l’essere umano delle sue

caratteristiche fondamentali; si tratta di un depotenziamento delle qualità e dei valori che

l’essere umano presenta. Mostruosità significa rivelazione, si mostra qualcosa che è

all’interno del personaggio e che deve essere mostrato all’altro, allo spettatore.

Entrambe le opere sono nate per il teatro e la differenza tra un’opera scritta e un’opera per

il teatro è il linguaggio prima di tutto. Il linguaggio diventa un mezzo, deve essere efficace

per la trasmissione del messaggio. La trasmissione del messaggio nella rappresentazione

teatrale non avviene solamente attraverso il linguaggio ma avviene attraverso la mimica, il

tono, la recitazione ecc. Lo spettatore che si trova di fronte a un crescendo di emozioni

determinato dagli eventi stabiliti da Macbeth e Lady M, inizia a provare una forma di

empatia con quei personaggi, un rapporto sempre più stretto con quei personaggi. C’è

nella rappresentazione teatrale un elemento implicito che si chiama condivisione, una

sorta di rapporto osmotico tra la recitazione dei personaggi che in quel momento per lo

spettatore sono reali. Loro incarnano qualcosa ma per essere assolutamente credibili. Lo

spettatore per poter comprendere e avere quest’empatia deve utilizzare la propria

immaginazione perché non vede i personaggi. La lettura invece è qualcosa è demandato

esclusivamente a colui che legge, e quindi il linguaggio è assolutamente necessario.

C’è discorsività diversa tra le due opere. Con Shakespeare abbiamo un autore che crea

un personaggio che deve avere un impatto immediato con lo spettatore; la stessa cosa

accade con Marlowe però c’è quasi una forma di narrativizzazione che non sembra essere

adatta proprio per il teatro tant’è che poi l’opera verrà ridotta.

Il primo atto di Macbeth si apre con le streghe con il setting dell’oscurità ecc che serve a

gettare in una condizione di suspence lo spettatore. Con Marlowe invece si entra

immediatamente in quella che è la costruzione classica della tragedia ovvero il coro.

Abbiamo un coro che nella più classica costruzione della tragedia inizia la sua

presentazione. Inizia con una serie di negazioni, specifica che non si tratta di un opera

dove si celebrano le gesta di qualcuno, dove si affrontano gli eventi della tragedia greca.

Marlowe introduce attraverso il coro se stesso. É un auto referenzialità molto importante

perché si chiama in causa l’autore a differenza del coro tradizionale dove vengono

presentati i personaggi ecc. Si tratta di un auto celebrazione. Ci dice molto dell’autore:

ambiguo e alcuni critici hanno rilevato una forma di rivalità con Shakespeare poiché

entrambi volevano affermare la loro grandezza.

Dopo di che chiama in causa gli spettatori ma in altri casi si ha il giullare che apre la

scena. Ci dice innanzi tutto cosa non si tratterà nell’opera, c’è un’auto referenzialità da

parte dell’autore perché si autonomia poeta che scrive il verso divino e infine chiama in

causa lo spettatore. Questo coro chiama in causa degli spettatori e dice loro di stare calmi

poiché andranno a parlare delle fortune di Faust buone o cattive.

“Faustus Fortune” richiama al fate, quegli eventi buoni o cattivi che coinvolgono il nostro

personaggio. É un opera antecedente al 1590 e ci sono state ripubblicazioni nel 1604 e

nel 1616; l’opera è quindi del XVI ma abbraccia quella che è l’intemperia culturale molto

ricca dal punto di vista della cultura del tempo perché abbiamo l’uomo rinascimentale che

deve rinnovarsi, un uomo che cerca di fare appello a una tradizione culturale letteraria che

deve rimodificare e adattare poi al suo tempo. Religione, scienza e superstizione

continuano ad essere nominati all’interno delle opere. Faust è diventato un personaggio

modello archetipico, un qualcosa che bisogna sempre tenere presente in determinate

circostanze.

Ci da una precisa connotazione famigliare e di educazione. Nacque in un epoca ricca di

turbolenza religiosa, non è casuale che sia stato educato a Wittenberg. Viene messa

all’interno dell’opera una circostanza fondamentale in quel periodo cioè di turbolenza

religiosa. L’importanza di questa descrizione sta nel fatto che al di la del ceppo scuro, al di

la dei parenti lui è stato educato a Wittemberg in un momento di assoluta turbolenza

religiosa ed è quindi testimone di un intemperia culturale ricca di un momento di assoluta

difficoltà per la religione e quindi per il mondo spirituale che non riguarda solo i dotti ma

tutti.

I due autori mostrano nello stesso spazio storico due esperienza diverse.

La differenza sostanziale tra le due opere è che Marlowe vuole indirizzarsi ad un pubblico

dotto tant’è che all’inizio fa parecchi riferimenti storici che solo un determinato pubblico

consapevole dal punto di vista storico può comprendere mentre Shakespeare con

Macbeth no. L’approccio di Marlowe è quindi molto più raffinato.

Dice che è un dotto, conosceva ogni cosa, era così bravo da entrare in accademia; inoltre

il più bravo di tutti a disputare divinamente i temi celesti della teologia. È quindi un

raffinatissimo uomo colto, un uomo che conosce la cui sapienza è elevatissima.

C’è riferimento alla tradizione, a Icaro, alla leggenda, al mito e alla parabola di Faustus ci

sta annunciando come lui sia stato il più bravo di tutti però poi è andato troppo in alto e

alla fine le sue ali di cera si sono sciolte. Ci disegna in anticipo quella che è la parabola

della vita di Faustus. In questo clima di turbolenza religiosa non è più appagato di ciò che

lui ha ottenuto e questa sua ambizione oltre misura è qualche cosa che lo porta alla

negromanzia e anche ad interpretare con quegli schemi la teologia. Faust è come se fosse

completamente convertito ad un potere sotterraneo, oscuro poiché si abbandona ad un

desiderio di conoscenza che non è certo del mondo divino.

Faust proprio come Icaro a causa della sua eccessiva ambizione è destinato a

soccombere.

Con questa costruzione Marlowriana ci troviamo di fronte a un accezione teatrale vera e

propria più di quanto non abbia fatto Shakespeare perché se nel periodo in cui loro

scrivono la tradizione e soprattutto Seneca in modo particolare per Shakespeare ma è

comunque una tradizione classica; questo momento è stato disatteso da Shakespeare

perché egli ci mette in Medias res anche lui cioè ci pone immediatamente nel vivo della

situazione non c’è un coro che presente. Questa funzione di coro sembra averla le

streghe. Il coro tradizionale posto all’inizio dell’opera da Marlowe nel Macbeth la funzione

sembra quasi averla le streghe. Le streghe in realtà sono personaggi anche se in realtà

annunciano qualcosa ma a differenza del coro di Marlowe che ci fa quasi immaginare

quale possa essere la parabola del personaggio, con le streghe quest’intuito non lo

abbiamo, c’è solo un vaticinio una possibilità, non fanno altro che dire che attendono

qualcosa. Ci pongono davanti ad una serie di opposizioni che costituiranno l’elemento

fondamentale di tutta la tragedia. Con Marlowe abbiamo invece la teatralità ovvero il coro

che annuncia ed è come se fosse la voce della città che annunciava ciò che stava per

accadere.

Atto Primo, Scena Prima

Abbiamo all’inizio della scena Faust solo che fa il suo monologo. Si tratta di un monologo

molto importante poiché lo spettatore si pone immediatamente di fronte al personaggio

principale, il personaggio eponimo, quello che da il titolo all’opera. Mentre per Macbeth il

personaggio eponimo è evocato dalle streghe qui abbiamo immediatamente l’introduzione

da parte del corto e poi la presentazione in carne ed ossa del personaggio stesso.

Si trova nel suo studio.

Si intuisce un elemento di forte drammatizzazione perché Faust è come se avesse davanti

a sé esattamente la sua immagine (come Riccardo III); c’è osservazione di sé attraverso lo

specchio, si rivolge a se stesso più che al pubblico e adotta una sorta di linguaggio

persuasivo attraverso i vari imperativi. Faust è come se avesse davanti a sé un’altra

immagine di se stesso, come se lui fosse l’autore delle sue imprese, delle sue

conoscenze. Quel Faust a cui si rivolge è un Faust molto più inferiore, che deve cercare in

qualche modo di oltrepassare il limite, deve far emergere una capacità di decisione tale da

dimenticare il vecchio Faust. Faust è a conoscenza di ogni momento del sapere umano,

ora deve solamente fingere. Quindi Aristotele che ha sempre rappresentato il massimo

della conoscenza in realtà rende Faust inappagato; deve sondare quali sono le ulteriori

possibilità che gli si offrono, le ulteriori conoscenze e quindi superare il limite umano.

Lui si sta facendo delle domande, sta facendo una considerazione di tutto ciò che ha

imparato e si chiede quindi “é questo il fine ultimo della logica” ecc. Si vuole convincere

che c’è qualcosa di più ma c’è un atteggiamento ironico nei confronti dei suoi stessi studi.

Sostanzialmente c’è una forma di derisione davanti a un sapere che è un massimo sapere

però per lui è insufficiente. Lui produce solo una forma di inadeguatezza; Dice che

Aristotele, la logica, l’analitica producono si un sapere molto alto ma è tutto qui quello che

riescono ad offrirmi? Io sono Faust devo andare oltre. Faust sta facendo una sorta di

riassunto con un atteggiamento che già aveva preannunciato il coro, di arroganza e di

ambizione. Faust è l’espressione dell’uomo che vuole conoscere sempre di più, è

l’espressione e il modello a cui tutta la letteratura successiva farà riferimento. Diventa un

modello dell’uomo ambizioso che non è mai grato di ciò che riesce ad ottenere.

C’è anche sopravvalutazione di sé. Quindi abbiamo ambizione, orgoglio, consapevolezza

di una conoscenza grande ma c’è anche molta supponenza e vuole un tema più grande.

Ciò significa che Faust ha una considerazione di sé che è al di sopra di ogni essere

umano, cioè lui si reputa il dotto dei dotti.

“Il fine dell’arte è la salute del corpo”: lui è un teologo sì ma è un medico anche è uno

scienziato, conosce tutto ha una conoscenza ampia. Quello che viene messo in evidenza

qui è la figura dello scienziato, una figura che racchiude in sé ogni forma di conoscenza.

Ma secondo quest’espressione lui è un medico poiché conosce quell’arte così come

conosce altre arti. Quindi ha raggiunto quel fine, quella conoscenza.

Abbiamo un riassunto da parte del personaggio che si vuole elogiare che è consapevole di

sé e di ciò che ha ottenuto però poi conclude “però non sei che Faust”; quindi è uomo e

riconosce di sé i limiti. C’è una discrepanza di ciò che lui stesso è consapevole tra ciò che

lui sa, ciò che ha guadagnato e ciò che potrebbe ottenere. Faust è l’ambizione nel senso

più sfrenato del termine perché rappresenta l’uomo che riesce in qualche modo ad avere

un rapporto con il mondo esterno offrendo tutta la sua conoscenza ma allo stesso tempo

non è mai grato di tutto ciò che ha ottenuto.

Faust rappresenta l’ambizione dell’uomo, dello scienziato. Faust è sempre stato definito

come una sorta di eroe tragico e anche moderno perché incarna la posizione dello

scienziato che ha continuamente dei dubbi e che non riesce mai a trovare fino in fondo

soddisfazione nel raggiungimento di ciò che ottiene. Man mano che ottiene qualcosa il

suo desiderio di conoscere si sposta sempre più avanti. Dire “non sei che Faust” è come

valutare i due momenti: da una parte c’è il Faust che sa tutto che conosce molte discipline

e che comincia ad un certo punto ad esserne insoddisfatto e dall’altro abbiamo l’uomo

ambizioso che sa che esiste nell’universo e nella conoscenza in generale qualcosa di

inafferrabile e che vorrebbe ottenere. Faust propone di sé un uomo che ha ogni forma di

sapere accessibile per il suo tempo e la cui conoscenza è una conoscenza limitata e

quindi non è soddisfatto di ciò che è. “Che Faust” sottolinea il suo essere umano dalle

conoscenze limitate.

C’è una forma di rammarico nei confronti della medicina, per dare la possibilità di

sopravvivere, di allungare la vita. C’è una forma di arroganza da parte del personaggio

che richiamerà moltissimo la figura di Frankestein perché egli cerca di riportare in vita

dalla morte. Faust è una sorta di anticipatore di quella che è la pretesa della scienza del

700 cioè quello di andare oltre i propri limiti.

C’è uno spostamento totale di valore contenutistico dalla una valutazione di sé, dal

desiderio di ottenere qualcosa, la sua insoddisfazione riferita alla medicina alla teologia.

“La morte è il salario del peccato”: l’uomo è mortale perché c’è stato quel peccato

originale, quel peccato ha determinato la mortalità dell’uomo. È come se Faust aspirasse

ad una forma di immortalità che in parte ha ottenuto grazie a Marlowe poiché Faust

diventa modello. Abbiamo una sovrapposizione del desiderio di fama di Marlowe e il suo

personaggio che poi diventa effettivamente un modello archetipico della letteratura. Quella

fama a cui faust ha tanto aspirato è la stessa a cui ha aspirato Marlowe e questo perché

Marlowe era in forte competizione con Shakespeare poiché vissuti nello stesso periodo.

C’è desiderio del poeta di andare alla ricerca della fama e attraverso le parole stesse del

suo personaggio cerca in qualche modo di stanziarsi nella mente dello spettatore e dei

lettori diventando un modello anche se negativo.

Aspira ad ottenere il tutto grazie alla negromanzia; diventare un mago in realtà significa

conoscere quel mondo oscuro che gli permetterà di ottenere ciò che una conoscenza

lineare, luminosa non potrebbe mai offrirgli.

C’è una sovrapposizione anche di immortalità a cui ambisce Marlowe e anche da parte del

suo personaggio. L’immortalità che arriva attraverso l’arte.

Abbiamo una sovrapposizione di piani: da una parte abbiamo il personaggio Faust che è

una costruzione fittizia che all’interno dell’opera mostra tutto il desiderio di ottenere di più

ma dall’altra abbiamo il personaggio reale di Marlowe che attraverso la sua opera ambisce

e aspira alla stessa immortalità.

Entra Wagner.

Abbiamo un cambiamento totale di linguaggio. L’angelo buono e l’angelo cattivo

rappresentano il bene e il male e la coscienza di Faust; Faust è come se venisse messo di

fronte al suo stesso che deve valutare le due possibilità.

L’angelo buono lo invita a gettare i libri che possono corrompere la sua anima , c’è il

richiamo al libro maledetto, c’è il pericolo di avvicinarsi ad un sapere che non è accettato

dalla fede e che lo porterà alla dannazione. L’angelo cattivo invece lo istiga e lo invita ad

essere come Giove in cielo. Abbiamo quindi da un parte questa coscienza del personaggio

tra il positivo e il negativo ma dall’altro abbiamo un linguaggio più pertinente e verso la

teologia. Si parla da una parte di dio, di sacrilegio dall’altra si parla di giove quindi la

classicità ritorna e una forma di paganesimo. Si rimette in discussione quella che è la

laicità e la religiosità del periodo (periodo di superstizione). Il contrasto tra fede e religione

è una forma di laicità che sfora verso quello che è una sorta di rifiuto della religione e

paganesimo. Si vuole sottolineare che l’angelo buono spinge verso quello che c’è di

positivo nell’individuo, quindi verso una religiosità accolta. Ma mettere in dubbio non

significa essere laici ma essere pagani e il paganesimo (si parla di Giove non di Dio) è

come l’ateismo.

[La figura che Marlowe crea è una figura che deve destabilizzare l’opinione pubblica quindi

lo spettatore che si trova di fronte a questo personaggio che indaga su se stesso che non

è mai contento è un modo anche per mettere lo spettatore di fronte a una realtà fatta d un

insieme di ambizione, arroganza, desiderio di potere. Macbeth invece vuole potere

materiale, la corona. Faustus invece rappresenta l’arroganza dell’intellettuale, dell’uomo di

scienza che non è mai contento di ciò che ottiene. Siamo nell’ambito dell’astratto poiché

quando parla di filosofia, di teologia di negromanzia sta parlando di un sapere che non ha

un fondamento obiettivo e oggettivo radicato nella realtà ma è radicato nella coscienza

dell’individuo. La teologia a quel tempo viene considerata una sorta di scienza che non ha

il suo corrispettivo nella prova cosa che invece la medicina e la scienza offrono. É un

sapere astratto metafisico; al di la del fisico (dal greco), un sapere al di la della

conoscenza oggettiva, di un sapere materiale e quindi Faustus ha un unica possibilità

quella di avvicinarsi ad una conoscenza che non è contemplata dalla scienza normale.]

Queste domande che lui si pone mostrano una forma di incertezza anche nei confronti dei

quella negromanzia di quella metafisica di tutto ciò che non è palpabile e riscontrabile

nella fisicità verso la quale continua a riservare i suoi dubbi. Lui dice “mi da ebbrezza l’idea

di avvicinarmi alla negromanzia alla magia” ma dice anche “costringerò le ombre a darmi

tutto ciò che desidero...” quindi Marlowe attraverso Faust ancora una volta potenzia il

linguaggio sottolineando soprattutto il fatto che un uomo come lui che apparentemente

non dovrebbe avere alcun dubbio continua a possedere dei dubbi e incalca la figura

arrogante dello scienziato del tempo. Lo scienziato è spinto soprattutto dal dubbio, il

dubbio è quello che in realtà lo fa spingere sempre oltre,cioè un sapere sempre limitato

che lo porta a farsi altre domande per poter andare avanti. Si chiede “riusciranno queste

ombre a sciogliere i miei dubbi..” Parla prima del metafisico e poi parla di una possibilità

concreta. Faust ricerca una concretezza, una fama, un potere che non è solamente

conoscitivo ma è anche un ottenimento di qualcosa che gli permetta di avere anche degli

oggetti in cambio.

Abbiamo un personaggio che alla fine sembra inappagato da qualunque cosa, vuole

ottenere tantissime cose non solo conoscenza ma molto di più. Un potere che è

fondamentalmente a 360 gradi costruito sia sulle conoscenze metafisiche che sul potere

oggettivo, ottenendo oggetti in cambio.

C’è una forma di rifiuto totale di se stesso, tutto ciò che lui ha imparato ora lo rifiuta e invita

i suoi collaborati a iniziarlo alla magia.

Valdes e Cornelius che sono gli aiutanti di Faust lo devono aiutare a intraprendere questa

nuova carriera, la negromanzia.

Siamo in quel momento in cui tutto ciò che si prospetta, la possibilità di ottenere

conoscenza, ori ecc non è altro che un patrimonio da cui attinge solo se Faust colto Faust

si deciderà di ottenere. Si dirigerà appunto nella direzione giusta. Quindi siamo ancora in

una fase di progettualità e Faust deve ancora decidere. Faust deve essere inoltre

consapevole che la negromanzia è un arte che lo porterà alla distruzione di qualcosa.

Se deciderò, sarà famoso, i suoi saperi saranno più famosi dell’oracolo dei Delfi a cui tutti

si rivolgono per sapere l’esito di una battaglia ecc. Come per dire che Faust avrà

esattamente la stessa fama, la stessa notorietà dell’oracolo di Delfi a cui tutti si

rivolgeranno. Abbiamo un personaggio che diventerà una sorta di mito, i suoi collaboratori

gli stanno quindi proponendo qualcosa che non ha nulla di terreno ma che va oltre le

aspettative stesse di Faust. Loro gli vanno a proporre molto di più. É quasi un gioco a

rilancio delle possibilità.

Gli sono bastate le parole dei suoi collaboratori a convincerlo nell’intraprendere l’arte della

negromanzia.

Atto Primo, Scena Terza

Faust si trova con sé stesso.

Faust sta iniziando l’arte della negromanzia. C’è ironia nelle parole di Faust e del sollievo

che tengono su l’attenzione del pubblico.

Faust becca molto di presunzione perché crede che è stato sufficiente a cogliere l’arte

della negromanzia per sottomettere Mefistofele.

Entra Mefistofele.

Faust ha un tono di supponenza, schernisce Mefistofele, è molto pieno di sé. É l’arroganza

fatta persona perché non solo è irriverente nei confronti della religione ma addirittura

schernisce il diavolo.

Gli antichi filosofi perché non erano cristiani, sono precristiani. Ha l’atteggiamento di colui

che vorrebbe essere annoverato fra gli antichi filosofi; una sorta di abiura nei confronti

della religione.

Faust sembra quasi maneggiare di un potere che gli ha offuscato la mente, sembra quasi

che avendo Mefistofele alle sue dipendenze oramai pensa di essere potente quanto un

altro diavolo, quanto Lucifero.

C’è una forma di rammarico da parte di Mefistofele, c’è più umanità nella rappresentazione

di questo personaggio che non di Faust. Faust disprezza tutto, non solo Dio ma anche la

conoscenza, la fede, la teologia. C’è un atteggiamento di forte arroganza da parte suo e lui

non bada a ciò che Mefistofele gli dice, esattamente i motivi per cui Lucifero e insieme a

lui tutti gli angeli che sono caduti per superbia, ambizione e insolenza. Per questo sono

stati cacciati dal cielo.

Sta dicendo a Faust che i suoi peccati sono simili a quelli degli angeli caduti. Anche lui sta

beccando di superbia, di ambizione e di insolenza.

Atto Secondo, Scena Prima (SCENA V)

Faust appare solo nel suo studio e inizia il suo solito soliloquio.

Il soliloquio permette al lettore di capire esattamente ciò che il personaggio sta provando

in quel momento e anche quali sono le sue future azioni.

Qui Faust ha l’atteggiamento dell’uomo rinascimentale che disdegna la religione per

affacciarsi a qualcosa che lui reputa più grande. Abbiamo a che fare con un personaggio

non ancora totalmente convinto. C’è esitazione, sembra molto fiero si sé, arrogante,

presuntuoso, cerca in qualche modo di allontanare da sé ogni forma di conoscenza umana

per abbracciare qualcosa che va oltre e allo stesso tempo mostra quell’esitazione. In cuor

suo sa che quell’atteggiamento è sbagliato. Nonostante tutto però va avanti con il suo

proposito. Per dare supporto ad una coscienza divisa due entrano i due angeli.

É come se ci fosse un dialogo con sé stesso come precedentemente ma in maniera

diretta. Deve verbalizzare quello che è accaduto e lo deve dire a se stesso. Poi però quel

pensare a dio e al paradiso rappresenta quell’elemento che si insinua nelle mente di Faust

e che in fondo lo portano sia da una parte che dall’altra. Lo fanno essere ancora un uomo

indeciso, che non ha ancora capito fino in fondo l’atto che per compiere. I due angeli che

entrano rappresentano ulteriormente i due lati della sua stessa coscienza, una coscienza

che sta ancora discutendo su ciò che deve avvenire. Alla fin fine tutta questa devozione

nei confronti delle forze del male porteranno onore e ricchezza. Onore: lui aveva l’attenuto

e il coro lo sottolinea. Gli sta promettendo qualcosa che proviene dall’esterno dice l’angelo

cattivo ma l’onore conquistato da Macbeth (onore ricevuto da Duncan) è un onore diverso

di quello a cui si riferisce l’angelo cattivo. Faust è un uomo che ha ottenuto onori perché è

dotto ma l’onore che gli sta promettendo l’angelo cattivo è la gloria, la fama, qualcosa che

deve soddisfare quella necessità che lui sente dentro di sé che è appunto una conoscenza

che gli darà fama. É gloria e ricchezza. L’onore che Faust conquista e che menziona

anche il coro gli deriva dallo studio, dalle conoscenze. Ma l’onore che gli offre Mefistofele

tramite l’angelo cattivo è la gloria, la ricchezza, la materia, qualcosa che non ha a che fare

con la realtà con i buoni principi, con la correttezza dell’individuo.

Lui si riferisce ai demoni ma anche al dio della bibbia che non è un dio benevolo ma è un

dio che punisce, un dio tiranno che ricompensa l’uomo per le sue azioni positive o

negative. Qui c’è anche sì il riferimento ai demoni ma anche al dio, è come se

riconoscesse un pari equilibrio tra le forze del bene e del male che si scontrano (riconosce

che qualunque altro dio ha una forza identica a Mefistofele e viceversa).

L’opera è stata ritenuta da molti critici blasfema ma l’opera non è blasfema affatto anzi

serve a dimostrare al pubblico del 600 come sia molto facile non solo peccare ma essere

intrappolati in quella rete di magia e di tutto ciò che è profano che allontana l’uomo da dio,

dalla religione. É un periodo in cui Marlowe s’inserisce perfettamente, in cui sacro e

profano si uniscono ma servono a mostrare al lettore la linea sottile tra i due ambiti.

Quel “Che faust” serve a ricordare al pubblico che siamo tutti uomini per cui la nostra

conoscenza, il nostro potere è sempre qualcosa di limitato.

Entra Mefistofele.

Stanno contrattando. C’è differenza con Dio che invece dona. Il demonio stabilisce un

patto con l’uomo. Questa è la differenza e Marlowe mette in evidenzia questo mettendo in

guardia il suo pubblico. Marlowe è stato molto abile poiché la censura era sempre in

agguato, è sempre li per tagliare le parti di un discorso a meno che l’estrema conseguenza

di un azione dell’uomo non serviva a dimostrare esattamente il suo opposto. Lo scopo è

far raggiungere il lettore ad un’unica consapevolezza che è lo scopo dell’opera che è

avvicinarlo verso Dio. Lo scopo della tragedia è l’esemplificazione di un comportamento

che poi da solo il lettore o lo spettatore dovrà da solo comprendere (qual è la strada

giusta?). Faust si vuole convincere che quello che sta facendo sia giusto però c’è una

parte di sé che continua a pensare all’errore che sta per compiere. C’è un riappropiarsi di

una sfera, quella religiosa, che necessariamente deve essere d’insegnamento per lo

spettatore.

Peccare, straziare il nome di Dio fa crescere il male. La consolazione di coloro che sono

dannati, che sono disgraziati è aver avuto dei compagni di sventura. Alla fine si è

all’interno di un grande gruppo di persone che sono tutti uguali. Faust vuole sottolineare

che in fondo la consolazione che tutte le persone che si dannano alla fine è entrare

all’interno di una cerchia di dannati ugualmente tutti disperati.

Il sangue che scorre significa vita e sacrificio e il sangue che si raggruma è il momento in

cui Faust è ancora in tempo per pentirsi cioè non avere la possibilità di scrivere il patto con

il sangue e quindi non avere la possibilità di dannarsi di entrare in questa sfera di disgrazia

completa ma è ancora in tempo. L’uomo può ancora tornare indietro, una possibilità che

viene offerta a ogni persona.

“Home fuge” ormai è dannato, ha consegnato la sua anima e quindi non c’è più possibilità

di tornare indietro.

Quest’inganno dei sensi (richiama Macbeth) non è solamente funzionale alla tragedia ma

serve a sottolineare la fragilità dell’individuo. Quel pugnale in Macbeth è una proiezione di

una volontà che non è ancora perfettamente conclusa. Queste visioni sono come delle

indicazioni della strada che stanno per intraprendere.

Qui lui ormai con il patto ha dichiarato la sua completa distruzione, ha venduto l’anima e

non esiste più l’uomo che un istante prima poteva ancora pentirsi e quindi rientrare nella

regola.

“Gli porterò qualcosa per distrarlo” dichiara l’inganno del demonio perché nel momento in

cui Faust legge “homo fuge” e quindi s’interroga su stesso Mefistofele si accorge che è un

momento di debolezza allora dice così.

Faust stabilisce questo patto stabilendo lui le condizioni quindi non è Mefistofele che

stabilisce le condizioni anche perché precedentemente ha detto “farei ogni cosa per avere

la tua anima” quindi apparentemente accetta tutte le condizioni di Faust.

Ritorna il personaggio che conoscevamo cioè Faust sta chiedendo dove sia l’inferno e lui

gli da delle spiegazioni assolutamente realistiche secondo quella che è una concezione

del tempo cioè l’inferno è tutto un luogo di distruzione, non è un luogo preciso.

Recupera nei confronti di Mefistofele la sicurezza ma sembra derisorio, una sfida nei

confronti di Mefistofele. Faust così riafferma la sua arroganza e la sua razionalità; alla fin

fine non esiste nulla di tutto questo sono solo fantasie, credi che sia così stupido, io sono il

dottore di Wittemberg, le mie certezze sono basate sugli studi ecc. Applica arroganza in

ciò perché è come se in qualche modo manifestasse quasi ateismo poiché non sembra

credere alla vita dopo la morte.

Anche qui durante le richieste a Mefistofele abbiamo un momento di sollievo da parte

dell’autore perché gli chiede una donna. Ciò serve per creare sollievo nello spettatore

perché a quei tempi il terrore del peccato, il demonio stesso era qualcosa di realistico,

esisteva Dio e quindi esisteva anche il male. Lo spettatore viene continuamente sollecitato

ad una riflessione sul peccato di ciò che può derivare dal peccato. In questo modo sta

cercando di creare quel momento di humor all’interno della tragedia come momento di

sollievo, cosa che anche in Shakespeare si verificherà.

Anche in Macbeth è presente un momento di sollievo nell’ atto secondo, scena terza

quando ci si trova all’interno del castello ed entra un portiere:

quello che il portiere dice apparentemente non ha senso però sono tutta una serie di

imprecazioni e il fatto determinante è che il portiere che sta dormendo (intanto Duncan è

stato ucciso) non nulla ma è come se anticipasse allo spettatore tutta l’azione che si è

appena compiuta e lo stato d’animo di tutto ciò che sta per avvenire e dice che quello è il

castello dell’inferno perché è abitato da coloro che hanno commesso l’omicidio. Questo è

un momento di sollievo perché si gioca molto su quello che nel periodo era una

convezione linguistica cioè i giochi di parole con il quale si cercava di celare e non celare e

quindi se il primo atto è stato molto chiaro ed evidente per lo spettatore adesso il portiere

cerca di sollevare un po’ la tensione perché si ha la sensazione di avere a che fare con

una specie di matto che parla da solo ubriaco che in preda all’alcol dice cose senza senso.

Ma non dice cose senso perché vengono riprese questioni tipiche del tempo perché dice

che lui è il portiere dell’inferno e quindi lo spettatore che in quel momento prova ilarità e

riso sentendo il portiere si allenta la tensione però gli viene ricordato che quello non è un

castello qualunque ma il castello dell’inferno.

Subito dopo l’entrata del portiere e quindi la scoperta del cadavere di Duncan, Malcolm e

Macduff hanno uno strano presentimento perché Duncan che è stato accolto nel castello

di Macbeth doveva essere protetto dal suo generale migliore e invece l’assassinio

rappresenterà l’elemento che creerà una forte destabilizzazione non solo in quel

particolare momento ma anche a quelli che possono essere gli eredi di Duncan quindi i

figli che ad un certo punto sentono anch’essi di essere in pericolo. Parlano di quel pugnale

che temono possa colpire ancora e quindi decidono di fuggire uno in Inghilterra l’altro in

Irlanda poiché l’orrore che ha colpito il padre potrebbe colpire anche loro. Lo fanno in

modo di poter agire nei confronti di Macbeth perché questo sospetto è radicato in loro. La

loro fuga però alimenta il sospetto nei loro confronti.

Entra Lady M.

In Macbeth (pag 69) si ha una riflessione e un “nascondimento” allo stesso tempo; riflette

sull’accaduto e sembra che lui stia parlando a sé stesso (però non c’è alcuna indicazione

di aside) e soprattutto si sente un momento di rimorso da parte sua perché si rende conto

dell’accaduto. Però ci può essere un’altra interpretazione: è così addolorato Macbeth, ciò

che è accaduto nella sua casa è talmente grave che se fosse morto lui stesso un’ora

prima la sua vita sarebbe stata più felice perché fino a quel momento era una vita felice.

Lo spettatore qui che fino a quel momento conosce i fatti, sa dei sotterfugi di Macbeth si

rende conto che questo personaggio in qualche modo sta cercando di ingannare e di

nascondere l’evidenza. Lo sta ingannando con le parole mostrando un dolore che in realtà

non prova e mostrando addirittura delle parole che dovrebbero essere su se stesso e

invece sappiamo che Macbeth non è affatto pentito. Se la vita è un Teatro e tutti gli uomini

sono degli attori qui lo richiama quando dice “da questo istante non c’è nulla di serio nella

vita mortale...”

“Tutto è un gioco, la fama e la grazia sono morte”: è morto il re che incarnava fama, grazia

ecc però è anche vero che Macbeth è stato riconosciuto con gloria e fama. Quindi in

queste righe si procede a un duplice binario interpretativo che può essere visto sia dal

punto di vista di Macbeth che riflette su stesso e sull’accaduto come se fosse pentito ma

anche come qualcosa che riguarda l’esterno ovvero Duncan.

La parte buona,il vino della vita è stato spillato e ciò che resta di questo vino non è altro

che la feccia cioè la parte limacciosa. C’è qui un analogia con l’essere umano perché

cerca di interpretare quello che è accaduto come qualcosa di positivo ma in realtà non è

altro che la parte peggiore. Shakespeare lascia allo spettatore la possibilità di interpretare

il linguaggio utilizzato dal personaggio.

C’è di nuovo ambiguità sia nel personaggio che linguistica perché Macbeth vuole

mostrare che dietro il proprio impeto ha agito d’istinto e quell’istinto per il troppo amore nei

confronti del re ha fatto sì che impugnasse il pugnale e uccidesse i due colpevoli. Non è

più un personaggio limpido quindi ci rimanda a ciò detto in precedenza “è tutto un gioco”:

anche credere nel vaticinio delle streghe all’inizio era anch’esso un gioco (lui è sempre

stato in dubbio su quello che le streghe dicevano tant’è che lui in tutto il percorso è stato

ambiguo finché tutto comincia a mettersi in moto, si realizza e alla fine si mostra come un

personaggio che apparentemente vuole dimostrare di voler tornare indietro ma in realtà

non ha alcun interesse). In questo gioco delle parti in cui gli onori di Duncan, di Macbeth si

è perso dietro quello che è un valore per Macbeth molto più importante per lui l’ambizione.

Tutto ciò che si è messo in moto nella tragedia aveva come unico scopo soddisfare un

ambizione.

L’ambiguità continua anche nei sentimenti e dice che il violento affetto (eccesso di affetto)

ha sopravanzato l’imprudente ragione cioè quella ragione che dovrebbe indurre ogni

essere umano a compiere la scelta migliore. C’è da parte del personaggio un ambiguità

tale da trasferire all’interlocutore a giustificazione della sua stessa azione. Continua ad

esserci ambiguità, c’è la giustificazione del suo atto, nei confronti degli altri di ciò che è

accaduto.

L’omicidio è come se fosse la conseguenza naturale della violenza dell’amore come se la

violenza fosse giustificata da un eccesso di amore (troppo amore=violenza); come se

dicesse io avevo troppo amore per il mio re e in questo amore tanto coraggio da

commettere l’azione preso dall’impeto. Lo scopo di Macbeth è quello di risultare innocente

e soprattutto convincere. Vuole dire ai suoi interlocutori che quello che era dal principio è

tutt’ora, la situazione tuttavia cambia perché quell’amore che aveva determinato in lui

tanto coraggio al punto da diventare signore di Cawdor le motivazioni adesso sono

diverse. C’è scollamento tra la figura iniziale e questa però lui vuol far credere ai suoi

interlocutori ai lettori che lui è esattamente quello di prima. Macbeth s’inserisce all’interno

di una situazione nella quale lui sta parlando con i suoi interlocutori all’interno della

tragedia ma essi dovranno comunque testare la verità della parole. Se all’inizio tutto ciò

che ha fatto gli è valso onore da parte del re adesso ci sarà l’effetto contrario perché le

prove del suo non valore sarà dimostrato poiché coloro che sono attorno a lui non

crederanno fino in fondo che Macbeth sia innocente.

Malcolm dice a se stesso di dover cercare di dimostrare l’amore per suo padre che invece

a parole mostra Macbeth ma Donalbain dimostra timore poiché anche loro essendo eredi

sono in pericolo. Inoltre il loro grande dolore e il fatto di dover reprimere impedisce loro di

agire.

Devono fare il punto della situazione.

Banquo avverte che quel disegno iniziale sembra quasi essersi realizzato anche se lui non

ha ancora la prova oggettiva che sia stato Macbeth ma ha quella sensazione e percezione

che Macbeth sia coinvolto. E Macbeth che deve ancora reggere il gioco di ambiguità dice:

“Indossiamo i nostri abiti di battaglia...” come se lui volesse ricostituire in sé

quell’immagine originaria del guerriero pronto a sfidare tutti per difendere il re. Deve

mantenere quell’immagine che tutti hanno di lui. Mostrare un dolore non sentito è un atto

che l’uomo falso compie facilmente: non vuole unirsi agli altri Malcolm perché sa che li c’è

il traditore per cui l’uomo falso che mostra un amore non sentito è presente li. Quindi dice

perché sentire qualcosa che non corrisponde al vero? Anche Donalbain rincalza questa

consapevolezza.

Malcolm sa che questo atto micidiale potrà continuare. La fuga dei due viene considerata

come una giustificazione, un riparo da quello che è il riparo stesso della corona. Mettono a

riparo non solo le proprie vite ma anche il destino della corona.

Pag 113 Macbeth: “uccidere il sonno” serve ad indicare il senso di inquietudine che da un

certo momento in poi s’impossesserà di lui. E Lady M che si accorge dello stato del marito

dirà “ti manca riposare” quel riposo che in fondo è un momento di ristoro e sollievo della

mente umana ma questo sonno che ritorna perché Macbeth non riuscirà più a dormire.

Ecate la maestra di tutti i riti si arrabbia perché hanno osato commerciare,trafficare,

stabilire una sorta di patto con Macbeth enigmi e questioni di morte mentre lei non è mai

stata chiamata a fare la sua parte. Lei si può dire sia simile a Mefistofele. Mentre Faust ha

fatto un vero e proprio patto con il diavolo e ha venduto la sua anima e quindi ha stabilito

ciò una sorta di legame con Mefistofele Macbeth invece non ha dato nulla in cambio, ciò

che ha fatto lo ha fatto solo per soddisfare i propri fini e non perché ama la negromanzia,

crede nelle streghe o vuole essere un loro adepto. Ci sono tutta una serie di metafore che

si preannunciano come futuro. “L’eccesso di fiducia è il peggior nemico dei mortali” perché

Macbeth ha ottenuto tutto quello che voleva, ha seguito per filo tutto ciò indicatogli dalle

streghe ma se esse hanno detto “fino a un certo punto” lui ha forzato la verità, ha forzato

la realtà, i fatti non ha atteso che quella realtà si concretizzasse. Ha determinato una

realtà messa li a caso quindi in un certo senso in questo eccesso di sicurezza lui

commette un grosso crimine nei confronti di se stesso. Quando si è troppo sicuri di se

stessi , si è raggiunto il massimo delle certezze è in quel momento che l’uomo cade.

Rincalca queste due opere il mito classico il quale sta proprio ad indicare il fatto che

l’uomo quando si spinge troppo oltre alle proprie possibilità allora si cade. Anche Faust va

oltre il lecito affidandosi alla negromanzia.

La funzione del portiere della tragedia è simile a quella del full. La tragedia Shakesperiana

ha un elemento molto importante il full. Il full è un personaggio che serve ad allentare la

tensione della tragedia, serve a distrarre lo spettatore da quella crescente tensione che si

verifica per gli eventi incalzanti. Quindi viene introdotto il full, il pazzo. Esso in parte suscita

ilarità e dice la verità, essendo pazzo può permettersi di dire la verità. Il full è colui che

travestito da folle è in grado di dire la verità. In Macbeth però non abbiamo il folle vero ma

abbiamo il portiere.

Marlowe invece non introduce nell’opera una figura da full perché i personaggi sono pochi

(Faust, Mefistofele, i due angeli) e allora fa in modo che sia lo stesso linguaggio adoperato

da Faust a sollevare la tensione del lettore.

Coloro che scrivono la tragedia nel periodo elisabettiano seguono quelli che sono le linee

generali della tragedia facendo riferimento alla tragedia classica. In Macbeth non abbiamo

il coro ma inizia in medias res ma in Marlowe invece c’è come nelle tradizionali forme

tragiche.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature straniere
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher floriaaa93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Partenza Paola.

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