Laboratorio di analisi dei dati linguistici (c.p.) Galiano Liviana
matricola n. 413498
A.A. 2012/2013
La reduplicazione in giapponese e nelle lingue del mondo
Contenuti
Introduzione…………………………………………………………………………………………2
1. Reduplicazione……………………………………………………………………………………..
1.1 Funzioni della reduplicazione……………………………………………………………4
1.2 Distribuzione del fenomeno……………………………………………………………...5
2. La reduplicazione in giapponese………………………………………………………………….7
2.1 Reduplicazione verbale…………………………………………………………………...
2.1.1 Frequenze diacroniche della reduplicazione verbale…………………………..8
2.1.2 Reduplicazione renyookei……………………………………………………..9
2.2 Reduplicazione nominale………………………………………………………………...
2.2.1 Scala di approssimazione alla norma (closeness to the norm)………………..10
2.3 Reduplicazione di aggettivi, avverbi e parole mimetiche………………………………11
2.3.1 Reduplicazione di aggettivi ed avverbi……………………………………….12
2.3.2 Reduplicazione di parole mimetiche (fonosimbolismi)…………………………
Conclusioni…………………………………………………………………………………………13
Bibliografia e sitografia……………………………………………………………………………….
1
Introduzione
In questa tesina riporterò i risultati di alcune ricerche condotte utilizzando metodi e strumenti che ci
sono stati mostrati durante il corso, in particolare WALS, per gli aspetti generali e quantitativi del
fenomeno che andrò a descrivere, ed ODIN da cui ho attinto per avere una quantità considerevole di
esempi glossati in lingua giapponese, che mi hanno permesso di fare alcune delle generalizzazioni
riportate in questo testo. In particolare, descriverò il fenomeno della reduplicazione, presentando nel
primo paragrafo alcuni nozioni teoriche utili per comprendere il fenomeno e le mappe di
distribuzione di quest’ultimo. In seguito, analizzerò come il fenomeno trova realizzazione nella
lingua giapponese, per giungere ad un quadro complessivo dei tipi di reduplicazione presenti in
quest’ultima e delle funzioni che essi assumono. Nonostante la reduplicazione in giapponese venga
associata in genere a quella nominale che marca il plurale, tale associazione viene fatta
ingenuamente, probabilmente dovuta al fatto di essere il tipo di reduplicazione con cui un parlante
viene tipicamente a contatto, essendo applicato ad una sottocategoria di nomi comuni. Grazie alle
ricerche condotte, invece, è possibile affermare che la reduplicazione nominale per marcare il
plurale è meno produttiva di reduplicazioni di altro tipo (verbale, avverbiale, fonosimbolico) o che
fanno capo ad altre funzioni. Mi preme particolarmente precisare che alcuni termini tecnici sono
stati volutamente lasciati in inglese, per evitare, traducendoli in italiano, di conferire ad essi un
senso erroneo o comunque differente da quello che possedevano in origine.
1. Reduplicazione
La reduplicazione, da definizione, è la ripetizione di materiale fonologico già presente all’interno di
una data parola per scopi di natura grammaticale o semantica ed è una strategia largamente
riscontrabile in diverse lingue nel mondo.
La distinzione principale che viene fatta all’interno di tale fenomeno è tra reduplicazione totale
(full reduplication) e reduplicazione parziale (partial reduplication). La prima implica la
ripetizione di radici di parole, parti di parola accompagnate da uno o più affissi, o parole per intero.
Per esempio, troviamo la reduplicazione lessicale dell’intera parola in nez perce, una lingua
sahaptiana del nord-ovest degli Stati Uniti (Aoki 1963:43):
té:mul “grandine” > temulté:mul “nevischio”
Mentre in taglog, lingua delle Filippine, troviamo la reduplicazione della radice, come mostrato
nell’esempio seguente, in cui il prefisso verbalizzante mag- modifica il reduplicante isip copiato
dalla forma base isip (“pensare”):
mag-isip “pensare” > mag-isip-isip “pensare seriamente a qualcosa”
Il secondo tipo di reduplicazione, cioè quella parziale, può mostrarsi in una varietà di forme diverse,
dalla semplice geminazione consonantica o allungamento vocalico, fino alla copia quasi, ma mai
completamente, esatta della forma base di partenza. Per esempio, in pangasinano, lingua
austronesiana delle Filippine, per formare il plurale dei nomi vengono impiegate forme diverse di
reduplicazione parziale (Rubino 2001b: 540): reduplicazione della radice, di un segmento
all’interno della parola o di un suono che subisce una leggera modifica (perdita del suono “l” nella
sillaba “pla” che diventa “pa”). 2
toó “uomo” totóo “persone”
amigo “amico” amimígo “amici”
báley “città” balbáley “città pl.”
plato “piatto” papláto “piatti”
manók “pollo” manómanók “polli”
Il materiale reduplicato molto spesso si trova all’inizio della base che viene copiata, ma può anche
occorrere in posizione mediana e finale. Si parla, infatti, di prefissi, suffissi ed infissi reduplicativi
e, conseguentemente, di reduplicazione iniziale, mediale e finale, come mostrato in figura:
E’ stato osservato che le lingue che impiegano la reduplicazione parziale, tendono ad utilizzare
anche quella totale (Moravicsik 1978: 328), a seconda che si voglia portare a termine un’operazione
grammaticale (es. formazione del plurale) o semantica (specificazione di significato, enfasi, ecc.).
Lo squamish, per esempio, lingua salishana della British Columbia, è una delle lingue che utilizza la
reduplicazione parziale per fenomeni di tipo grammaticale, mentre quella totale per fenomeni
semantici (Kuipers 1967).
La natura fonologica del materiale reduplicante varia di lingua in lingua: i morfemi reduplicativi
possono essere caratterizzati da fonemi presenti nella copia, da un numero di sillabe prestabilito che
deve essere reduplicato, o da meccanismi più complessi. Per esempio, in ngiyambaa ( lingua pama-
nyungana; New South Wales, Australia), il reduplicante è formato da una copia della prima sillaba
della parola ed una copia della versione semplificata della seconda sillaba, che non include
l’allungamento della vocale finale o la consonante coda della sillaba copiata (Donaldson 1980):
dhala-dhalarbi-ya
-shine-
REDUP PRES
“essere abbastanza luminoso”
In alcuni casi, è il numero di volte in cui una data sequenza viene reduplicata a rappresentare il
fattore morfologico. Un esempio è il mokilese, lingua della Micronesia, in cui troviamo sia la
duplicazione, che la triplicazione, permettendo di distinguere tra fo