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Laboratorio di analisi di dati linguistici - reduplicazione in giapponese e nelle lingue del mondo Appunti scolastici Premium

Appunti di Laboratorio di analisi di dati linguistici contenente una tesina sull'analisi del fenomeno della reduplicazione o raddoppiamento in Giapponese moderno. Strumenti utilizzati: Wals, Comparazione tipologica con altre lingue che usano la reduplicazione.

Esame di Laboratorio di analisi di dati linguistici docente Prof. C. Mauri

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della reduplicazione, per esempio le lingue salishane, pomoane, uto-azteche, algonchiane, yuman,

sahaptiane, e così via. L’Europa occidentale, al contrario, è un’area in cui la reduplicazione non

trova particolare realizzazione, se non in casi, comunque marginali, in cui acquisisce un valore

contrastivo o enfatizzante: “Ma quella del McDonald’s è insalata insalata o cartone?” oppure

“Questo succo è buono buono.” In ogni caso, non può essere considerato un processo produttivo o

grammaticalizzato, anche se alcune lingue indo-europee dell’est, che si trovano a stretto contatto

con altre famiglie linguistiche, sembrano aver acquisito alcuni morfemi reduplicativi. Per avere

un’idea della distribuzione del fenomeno della reduplicazione riporterò di seguito due mappe: la

prima mostrerà i luoghi in cui è attestata la presenza di reduplicazione produttiva sia totale che

parziale, mentre la seconda riporterà solo i luoghi in cui non è presente alcun tipo di reduplicazione

produttiva.

1.2.1 Reduplicazione produttiva totale e parziale: 312 lingue

1.2.2 Reduplicazione produttiva non attestata: 56 lingue 6

2. La reduplicazione in giapponese

Nella lingua giapponese sembra che vengano utilizzati entrambi i tipi di reduplicazione, parziale e

totale, applicati a cinque categorie diverse: verbi, nomi, aggettivi, avverbi e parole mimetiche o

fonosimbolismi (Yamada 1936; Shibatani 1990). La reduplicazione può essere indicata

graficamente dalla marca iterativa “々”, come in “人々” (hitobito, “persone”). Passiamo ora ad

analizzare il fenomeno in modo più dettagliato considerando separatamente ognuna delle cinque

categorie elencate precedentemente.

2. 1 Reduplicazione verbale

Quella verbale è il tipo di reduplicazione tendenzialmente più usata nella lingua giapponese. E’

possibile individuare almeno sedici tipi di reduplicazione verbale, classificabili in due categorie

principali: avverbiali e adnominali.

*ADV= adverbial function; aux= auxiliary; IR= irrealis ; LF= linking form ; LK= clause-linking function; pt= particle;

SF= sentence-final form; V= verb.

Se guardiamo esclusivamente alla struttura morfosintattica, è possible ricondurre tutti i tipi di

reduplicazione verbale a quattro tipologie principali: formazione tramite ripetizione di un verbo con

sentence-final form, cioè V(SF)+V(SF), come nel caso di siru-siru (“sapendo”); formazione tramite

ripetizione di un verbo con linking form, V(LF)+V(LF), ciò che accade nel caso di nozoki-nozoki

(“sbirciare ripetutamente”); formazione del tipo V(LF)+V(SF), in cui la prima parte è una linking

form e la seconda è una sentence-final form (tati-tatu “andare qua e là”); ed infine, formazione

tramite linking form ed irrealis form, V(LF)+V(IR). Tutte le altre formazioni sono ripetizioni di

questi pattern associati a particelle con funzioni ed ausiliari diversi.

Per comprendere le possibili funzioni che un’espressione risultante dalla reduplicazione verbale

può assumere, è forse utile distinguere tra le nozioni di linking form, linking function e adverbial

function del verbo. La prima può essere usata per combinare frasi tra loro o per completare una

frase aggiungendo l’ausiliare al verbo principale. Quando una linking form viene usata per

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combinare le frasi, allora tende a mostrare una riduzione delle marche di tempo e aspetto; in pratica,

diventa un verbo in forma non finita. Ci riferiremo a quest’ultimo tipo con l’etichetta di linking

function. La funzione avverbiale (adverbial function) indica che la reduplicazione viene usata come

avverbio di modo; di conseguenza, essa non potrà più essere accompagnata dagli argomenti che

avrebbe se rimanesse nella sua funzione di verbo.

Spesso un’espressione risultante dalla reduplicazione tende a differire dal verbo di partenza non

solo nella funzione, ma anche nella semantica, generando significati, seppur correlati, diversi da

quelli originali. Ciò accade specialmente quando si ha uno slittamento verso la funzione avverbiale,

come è possibile riscontrare nel caso di kafesu-gafesu, in cui la base verbale significa “ritornare”,

mentre con la reduplicazione acquista il significato di “ancòra ed ancòra”.

2.1.1 Frequenze diacroniche della reduplicazione verbale

Per avere un’idea dello sviluppo nel tempo di alcune tendenze nella lingua giapponese relative

all’utilizzo dei diversi tipi di reduplicazione verbale visti precedentemente, riporterò una tabella

compilata da Shibasaki (2005). Questa sarà utile anche per comprendere come si è giunti allo stato

attuale del processo di reduplicazione verbale nella lingua.

*I dati sono stati raccolti su un campione di sette testi narrativi che coprono l’intero arco di tempo presentato in tabella.

Per ogni intervallo di tempo, sono stati scelti testi che includono anche espressioni colloquiali. (vd. On the

grammaticalization of verbal reduplication in Japanese, 2005, p. 293)

Come possiamo notare, il periodo più produttivo in termini di reduplicazione sembra essere quello

che va dalla fine dell’ottavo secolo fino al dodicesimo. La differenza tra il numero d’occorrenze

d’uso della reduplicazione con funzione avverbiale di tipo V(SF) + V(SF) ed il resto delle tipologie

è piuttosto lampante: quest’ultima, infatti, compare 54 volte, seguita dalla medesima struttura

accompagnata dalla particella to che compare 11 volte, sempre in funzione avverbiale, ed ancora

una volta dalle 7 occorrenze della stessa, in questo caso con clause-linking function. Se seguiamo

l’evoluzione dell’uso delle reduplicazioni verbali nel tempo, sia in termini quantitativi che

tipologici, possiamo notare che V(SF) + V(SF) è il tipo di reduplicazione che sembra aver resistito

meglio nel tempo ed è anche l’unico tipo che, secondo i dati a nostra disposizione, è sopravvissuto

nel ventesimo secolo, dunque attualmente in uso nella lingua con funzione avverbiale. Infatti in

giapponese moderno troviamo esempi come:

[9] horeru “innamorarsi” > hore-bore “affettuosamente/con affetto”

omou “pensare” > omoi- omoi “in diversi modi”

naku “piangere” > naki-naki “piangente” 8

2.1.2 Reduplicazione renyookei

La reduplicazione renyookei è un sottotipo di reduplicazione verbale caratterizzata dalla necessità di

avere una base verbale che sia almeno bisillabica per poter essere reduplicata. Se dovesse accadere

che la base reduplicante sia monosillabica, si provvederà ad allungare il suono di quest’ultima come

succede in [8], dove la base si composta da una sola sillaba viene allungata tramite l’aggiunta del

suono “i” così da permettere la reduplicazione:

[10] Hanasi-o sii-sii tabe-ta.

Parlare- fare-fare mangiare-

ACC PAST

“Abbiamo contemporaneamente mangiato e parlato.”

Il risultato della reduplicazione renyookei è un’espressione che funge da modificatore del verbo che

segue e che, in genere, aggiunge informazioni sul modo o la maniera in cui l’azione descritta dal

verbo viene portata a termine.

2. 2 Reduplicazione nominale

Nonostante non sia particolarmente produttiva, la reduplicazione nominale viene spesse volte usata

in giapponese per indicare il plurale della base nominale. Bisogna puntualizzare, però, che la lingua

giapponese viene considerata generalmente una lingua che non marca il plurale delle entità; infatti,

la reduplicazione di questo tipo è un fenomeno limitato ad una sottocategoria di nomi comuni e

qualche pronome (per es. wareware “noi”). Negli esempi che seguono, la forma non reduplicata è

ambigua riguardo l’indicazione del numero (singolare o plurale), mentre l’ambiguità si perde

totalmente a reduplicazione avvenuta. Ciò che risulta dal processo non è solo l’indicazione del

plurale dell’entità in questione, quanto l’aggiunta di un certo valore enfatico o collettivo, che indica

una quantità considerevole di ciò che viene reduplicato:

[11] yama “montagna/montagne” > yama-yama “montagne/tante montagne”

[12] hito “persona/persone” > hito-bito “persone/tante persone”

[13] ki “albero/alberi” > ki-gi “alberi/tanti alberi”

[14] hi “giorno/giorni” > hi-bi “giorni/tanti giorni”

Osservando le differenze tra la modalità di realizzazione della reduplicazione in [11] e nel resto

degli esempi, potrebbe sembrare che il giapponese utilizzi per la reduplicazione nominale sia la

ripetizione della base per intero [11], che la ripetizione della base con cambiamento di qualche

fonema, per esempio “h” che diventa “b” in [13]. In realtà questo sembra essere un fenomeno

prettamente fonetico, legato, quindi, esclusivamente all’eufonia della parola, piuttosto che ad una

regola specifica che fa capo alla realizzazione di un tipo di reduplicazione diverso da [11]. Questo

processo è chiamato rendaku (altrimenti detto compound voicing, Ito&Mester2003) e regola la

fonazione delle consonanti poste in posizione non iniziale (di solito mediana) di una parola

composta, reduplicata o prefissata. E’ un processo molto comune, ma non del tutto prevedibile, e

può rispondere a ragioni di tipo prettamente fonetiche (come in [12], [14]), o ad esigenze di

disambiguazione di significato come in [13], poiché si può pensare che se ki-gi venisse realizzato

come ki-ki, potrebbe facilmente essere confuso con alcune forme del verbo kikimasu (kiku

“ascoltare”); un altro esempio è shima-shima vs. shima-zima in [19].

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Nel resto dei casi in cui la reduplicazione nominale non viene usata per marcare il plurale dei

nomi, essa genera un’espressione di grado. In particolare, sembra che il processo risulti in un

predicato che possiede un data qualità in modo da poter essere concettualmente posizionabile lungo

una scala che chiameremo “approssimazione alla norma” (closeness to the norm), di cui parleremo

più dettagliatamente in 2.2.1. Facciamo qualche esempio:

[15] Kono-ryoori-wa sugoku sakana-sakana-shi-tei-ru.

questo-piatto- davvero pesce-pesce-fare-

TOP ASP-NONPST

“Questo piatto è molto *pescioso.”

[16] Kono-jugyoo-wa donokurai daigaku-daigaku-su-ru jugyoo-na-no?

This class- quanto univ.-univ.-fare- classe-

TOP NONPST COP-NONPST-Q

“Quanto potrebbe essere universitaria questa classe?”

Una volta che un nome subisce la reduplicazione, non può conservare le sue proprietà sintattiche

nominali, ma si comporta da predicato di grado (degree predicate), per cui non può più essere

argomento di un verbo, come mostrato nell’esempio [17] in cui il reduplicato viene marcato dalla

particella accusativa risultando in una frase agrammaticale.

[17] *Shigeto wa sakana-sakana-o tabe-ta

Shigeto- pesce-pesce- mangiare-

TOP ACC PST

“Shigeto ha mangiato del pesce molto *pescioso.”

In pratica, il predicato di grado risultato dalla reduplicazione si può comportare da argomento

sintattico principale di una costruzione esistenziale presentativa, come in [15], o da modificatore o

predicato di una frase relativa. Tale affermazione viene anche supportata dal fatto che in [15]

sakana-sakana è accompagnato da sugoku (“molto/davvero”), un modificatore di grado, ed in [16]

troviamo il modificatore interrogativo di grado donokurai (“quanto”), ma non solo; possiamo

trovare il predicato risultato da una reduplicazione nominale anche in costruzioni comparative e

superlative:

[18] a. Kono-ryoori-ga ano-ryoori-yori niku-niku-shi-tei-ru.

Questo-piatto- quel-piatto-più.di carne-carne-fare-

NOM ASP-NONPST

“Questo piatto è più *carnoso di quello.”

b. Kono-ryoori-ga ichiban niku-niku-shi-tei-ru.

Questo-piatto- il.più carne-carne-fare-

NOM ASP-NONPST

“Questo piatto è il più *carnoso.”

Nota: carnoso in italiano esiste, ma viene utilizzato con un’accezione semantica differente.

A differenza della reduplicazione nominale usata per marcare il plurale dei nomi, che risulta essere

confinata ad una sottocategoria ristretta di nomi comuni, questo tipo di reduplicazione sembra

essere decisamente più produttiva. Da un punto di vista fonetico e fonologico, inoltre, la prima

innesca molto spesso il rendaku, come abbiamo visto in [12], [13], e [14], mentre il secondo tipo di

norma non lo fa: shima-zima (“isole”) vs. shima-shima (“come un’isola” o “tendente ad essere

classificata come isola”)[19].

2.2.1 Scala di approssimazione alla norma (closeness to the norm)

Una frase con struttura [X è NPNP], come in [18]a, potrebbe essere parafrasata come in [18]c, se si

volesse trattenere tutto il contenuto semantico espresso dalla costruzione. Ciò che può essere

riscontrato con evidenza nella parafrasi, e che non riesce a trasparire nella traduzione presente in

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica teorica, applicata alle lingue moderne
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessia.lento di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Laboratorio di analisi di dati linguistici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Mauri Caterina.

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