Estratto del documento

INTRODUZIONE ALL’ARCHEOLOGIA MEDIEVALE

Storia e ricerca in Italia

STORIA DELLA RICERCA ARCHEOLOGICA POSTCLASSICA

Un primo interesse per la cultura materiale del medioevo nasce in Italia alla fine dell’Ottocento in piena epoca

positivista grazie alle ricerche di alcuni studiosi, in particolare emiliani, sulle terramare: Luigi Pigorini (Fontanellato,

Parma: la “palafitta barbarica”, individuata grazie alla presenza di frammenti di pietra ollare; articolo del 1883 che

chiarisce l’attribuzione cronologica di questi resti), Paolo Orsi (Vadana, Tirolo: necropoli), Alfonso Rubbiani

(Bagnarola Vecchia di Budrio, Bologna: chiesa), Giuseppe Scarabelli (Monte Castellaccio, Imola: necropoli

(Sant’Ilario

altomedievale), Carlo Boni (Montale), Francesco Coppi (Gorzano: necropoli medievale), Gaetano Chierici

d’Enza, Reggio nell’Emilia: chiesa e tombe altomedievali, con le prime sezioni di un sito pluristratificato con strutture

di epoca postclassica; Bismantova: torre medievale; Canossa: castello), poco più tardi Giacomo Boni (S. Marco,

Venezia stratigrafia delle fondazioni del campanile; Foro, Roma: scavo stratigrafico). Queste esperienze, pur

inserendo per la prima volta il medioevo all’interno del novero delle discipline archeologiche e contenendo in nuce i

presupposti per lo sviluppo della materia (sia metodologici: scavo stratigrafico, che teorici: interesse per le culture

allogene, per la cristianità delle orgini e per le culture bizantine), rimangono tuttavia casuali e caratterizzati da “una

sorta di fissità antiquaria”, per cui i riferimenti ai materiali rimangono spesso incidentali e legati ad un approccio

catalogico, come sembrano testimoniare i contributi pubblicati dal 1876 nella prestigiosa rivista “Notizie Scavi”, che

fosse considerato un’appendice dell’Antichità: la caduta di tono del

sottolineano inoltre quanto il medioevo scavato

dibattito sul metodo e lo scarso spessore epistemologico alla base di queste esperienze portano infine ad un declino di

una ricerca incapace di imporre un metodo solido e troppo lontana dai principali nodi storiografici.

Le origini dell’archeologia longobarda in Italia sono da cercare in un articolo del 1887 di Paolo Orsi che, a seguito dei

rinvenimenti delle necropoli di Civizzano, Trento (Campi, Wieser) e Testona, Torino (Calandra) pone la questione dello

sviluppo di una disciplina (distinta rispetto a storia e storia dell’architettura) che si occupasse della cultura materiale del

medioevo, individuando alcuni dei nodi su cui si fonderà l’archeologia del periodo delle migrazioni. Questo contributo

apre un positivo trentennio di ricerche sui contesti longobardi in Italia:

- catalogazione e raccolta dei reperti: in particolare Carlo Cipolla per il territorio di Verona, poi inquadramento

critico dei materiali e prima sistematica edizione con suddivisione in classi da parte di Aberg e Fuchs;

- scavi di necropoli: Castel Trosino (Ascoli Piceno 1893-96, Mengarelli: sito fortificato del ducato di

Benevento lungo la via Salaria, 238 tombe a fossa e a cassone divisibili in alcuni gruppi, databili tra il 575 e il

660, riferibili sia alla popolazione locale sia a individui allogeni), Nocera Umbra (Terni 1897-98, Pasqui e

Paribeni: sito nei pressi della via Flaminia, 150 tombe a fossa quasi tutte con bare di legno, databili tra 575 e

tra anni Cinquanta e Settanta intorno all’abitato), –

650; altre tombe rinvenute da von Hessen Fiesole (Firenze

1909-10, Galli: tombe in via di Riorbico, presso il teatro romano, allineate con regolarità e in relazione con

l’orientamento dei perimetrali di un edificio templare di epoca precedente, appartenenti ad una comunità di

Longobardi del VII secolo) e Colle Arcisa (Chiusi, Siena 1913-14, Galli: tombe disposte ai lati di un viottolo

alla base della collina, databili fra fine VI e inizio VII secolo).

il primo conflitto mondiale vennero raffinati i modelli teorici dell’archeologia longobarda, e nel secondo

Dopo

dopoguerra le attività di ricostruzione permisero il recupero, seppur casuale, di molti contesti, che solo in alcuni

casi diedero il via a ricerche più approfondite:

- revisione dei materiali rinvenuti in contesti cimiteriali, sia longobardi grazie a von Hessen (Testona, territorio

veronese e toscano) che goti grazie a Brierbauer, entrambi alunni di Werner;

- scavi: Castelseprio, Ibligo-Invillino (Friuli, Università di Monaco castrum ricordato da Paolo Diacono,

tracce di una transitoria occupazione del sito da parte di gruppi longobardi all’interno di una sequenza

insediativa più lunga), Arsago Seprio, Trezzo d’Adda, Santo Stefano in Pertica – Romans d’Isonzo,

Cividale,

Sacca di Goito;

- topografia urbana in epoca longobarda: contributi di Cagiano de Azevedo.

Nello sviluppo della ceramologia (disciplina a sé stante? Il rischio è quello di accentuare lo spartiacque tra archeologi e

studiosi della ceramica postclassica) si possono distinguere tre periodi:

1) Origini: dopo i primi studi di Passeri nel Settecento, è nella seconda metà del secolo successivo che nasce un

primo interesse per le produzioni locali di ceramiche postclassiche, con gli studi di Vanzolini, Malagola e

Federico Argnani, che si concentrano sulla maiolica con approccio attribuionistico e indagando le origini di

questa tipologia di materiali (disputa Faenza-Cafaggiolo);

2) Faenza: il secondo momento è caratterizzato in particolare dalla figura di Gaetano Ballardini (nel 1912 fonda

il Museo internazionale delle ceramiche e, negli anni successivi, la rivista omonima e l’Istituto statale d’Arte;

grazie a cui si fece un vero e proprio salto di qualità nell’ambito degli studi sulla

poi sostituito da Liverani),

ceramica postclassica; Faenza riacquistò enorme prestigio, forse a discapito di un’effettiva oggettività, e venne

(faentinocentrica), sia sotto l’aspetto tecnologico che decorativo che

formulata una teoria evoluzionistica

riconosceva l’origine della maiolica al tardo Duecento (boccale dell’Albornoz), in quattro volumi che

proponevano inoltre una classificazione tipologica di tutte le ceramiche postclassiche, anche non smaltate, che,

sebbene superata, ha fatto scuola per lungo tempo;

(1967: ceramica laziale, in particolare la “Forum affrontando

3) Maturità: con gli articoli di Whitehouse Ware”,

tra i più spinosi problemi della ceramica medievale delle origini) e di Tiziano Mannoni (1968: ceramica

medievale ligure, classificazione sugli aspetti tecnici oltre che funzionali ed estetici, analizzando la continuità

e indagando l’uso delle forme nell’ambito dell’economia domestica medievale) si

con la produzione romana

apre una nuova fase, che porta in particolare all’organizzazione di un Colloquio internazionale sulla ceramica

medievale nel Mediterraneo dal 1978, costituendosi poi nell’AIECM3 – Associazione internazionale per lo

studio della ceramica medievale e moderna nel Mediterraneo (Aix-en-Provence) dal 1992 e al volume di

Graziella Berti e Liana Tongiorgi sui “bacini” delle chiese di Pisa.

Fino al secondo dopoguerra, l’archeologia italiana si era confrontata solo marginalmente con veri e propri interventi di

scavo, nonostante il periodo delle grandi ricostruzioni postbelliche avrebbe potuto costituire un’ottima occasione in

questa direzione: in questo panorama si fa notare tuttavia la figura di Nino Lamboglia (tra i primi ad applicare il metodo

stratigrafico wheeleriano in Liguria: Ventimiglia, Albenga e San Paragorio di Noli) e di Gian Pietro Bognetti, lo

“storico dei Longobardi”, promotore di due importanti scavi:

Torcello:

a) gli scavi promossi da Bognetti nel 1961 e affidati ad una equipe polacca guidata da Hensel,

mostrano l’impiego di metodi d’indagine ancora quasi mai utilizzati come la fotografia aerea e lo scavo

stratigrafico. Torcello fu sede episcopale dal 7 secolo, residenza di un magister militum ed emporion mega nel

Sul piano del metodo, si segnala l’analisi della stratificazione archeologica affiancata da

9-10 secolo. come l’analisi fisico-chimica

contribuiti di carattere naturalistico degli oggetti connessi con la produzione del

vetro e la metallografia dei reperti. Lo scavo conferma la centralità del sito nell’ambito dell’altomedioevo

italiano, ma evidenzia anche inaspettati rapporti con la terraferma già in età romana, come una bonifica

avvenuta nel 1 secolo in un’area poi stabilmente occupata fino ad età tardoantica, quando una serie di calamità

naturali coinvolsero la zona. Una ripresa occupazionale avviene nel 6-7 secolo, con alcune opere di

terrazzamento e il trasferimento della sede vescovile, con la costruzione dei primi edifici di culto e di una

attività artigianale collegata alla lavorazione del vetro. L’abbandono di queste strutture poi fu attribuito ad un

cambiamento di economia, che da rurale e artigianale diventò di scambio. Inoltre, le innovazioni che

caratterizzarono gli edifici di culto giustificherebbero una nuova connotazione di centro religioso al complesso

da allora in avanti.

Il punto più debole del lavoro resta lo scarso uso di fonti materiali per la conoscenza della storia economica

dell’emporio torcellano: l’analisi dei contenitori commerciali non è molto approfondita, e neanche quella delle

ceramiche con rivestimento vetrificato, tra cui sono da segnalare diversi recipienti di importazione, ma queste

classi di ceramiche allora non erano molto conosciute.

Castelseprio, l’esperienza viene ripetuta nel 1962-63

b) Varese: presso Castelseprio, importante centro

fortificato di epoca tardoantica e altomedievale, già famoso per gli affreschi della chiesa di Santa Maria foris

portas, per i resti di alcune fondazioni religiose e di una cinta muraria. Per la prima volta viene individuata la

sequenza isediativa del sito, nonché l’esplorazione di una serie di edifici con fondazoni in ciottoli e alzato in

legno, la cui tecnica ritenuta estranea alla tradizione locale fu definita dagli archeologi opus gallicum e la sua

introduzione collegata all’arrivo dei Longobardi. La morte di Bognetti nel 1963 non permise di approfondire

l’analisi cominciata assieme alla scuola di Varsavia.

. dall’inizio degli anni Cinquanta c’era la presenza di un gruppo di ricerca dei siti

Come già era successo in Inghilterra (

abbandonati: scavi a Wharram Percy di Beresford e Hurt, che pubblicarono nel 1971 un volume di sintesi; fondazione della Society

for Medieval Archaeology nel 1956 e pubblicazione del primo numero della rivista Medieval Archaeology l’anno successivo ) ed in

ricerche in diversi siti negli anni ’60, nati da una collaborazione franco-polacca:

Francia ( Montaigut, Condorcet, Saint-Jean-le-Froid,

), anche in Italia il

Dracy; nascita di un gruppo di ricerca con approccio più complessivo nei confronti della storia degli insediamenti

costituirà il nodo storiografico grazie a cui l’archeologia

tema dei villaggi abbandonati medievale del nostro paese

incomincerà a consolidarsi come disciplina autonoma: dopo il volume di studi miscellaneo di Klapish-Zuber e Day,

pubblicato nel 1965, si svilupparono progetti di respiro territoriale più ristretto in Liguria e Sicilia (gruppi di ricerca),

Toscana (studi di Elio Conti; scavo ad Ascianello, nel Mugello, di Francovich e Vannini), accompagnati da incontri

interdisciplinari (il primo venne organizzato nel 1971 a Scarperia, Firenze) che ben mettevano in evidenza come gli

per la “cultura materiale” e per temi quali la storia del popolamento rurale e degli insediamenti potessero

interessi

formare un binomio efficace, su cui si fonderà la disciplina, evitando ambiguità con la storia dell’arte medievale (vivace

dibattito anche tra gli archeologi classicisti su finalità, obiettivi e metodi della ricerca: Carandini e Bianchi Bandinelli),

e che si articolerà successivamente in numerosi indirizzi di ricerca (villaggi abbandonati, insediamenti rurali,

incastellamento, città, produzione, alzati, postmedievale): sembra necessario trovare dei criteri omogenei per creare

gerarchie sensate in vista di una ripartizione delle risorse.

A partire dagli anni Settanta, cominciò a svilupparsi il filone dell’archeologia dell’architettura, inizialmente con i

lavori di Tiziano Mannoni in Liguria (Collina di Castello, Genova; sedi abbandonate) che già individuava gli strumenti

(analisi stratigrafica sul complesso della struttura, proposte per la registrazione e l’elaborazione dei dati) e i

diagnostici

modelli conoscitivi (costruzione delle prime sequenze tipologiche delle murature medievali liguri e ipotesi sui processi

produttivi), quindi con le ricerche su alcuni siti toscani da parte di Parenti (Montarrenti, Siena; Rocca San Silvestro,

Livorno), che portarono alla creazione di un nuovo strumento di registrazione dei dati, la scheda USM, poi

implementata da Gian Pietro Brogiolo, con una gerarchia più articolata tra le varie componenti di un edificio, mirata

alla creazione di un metodo più rapido di acquisizione dei dati, la SAV, e che correggesse, tramite i concetti di sequenza

statica e sequenza di degrado, i limiti della matrix di Harris. Questi risultati hanno permesso di approfondire due aspetti:

1) Attività di restauro, concepita come strettamente legata alla fase di intervento archeologico, idea più volte

sottolineata da Francovich, già nel 1978 nell’ambito del Seminario di Rapallo;

sullo sviluppo dell’edilizia storica:

2) Creazione di modelli interpretativi dopo le sequenze tipologiche sub-

regionali realizzate per Liguria (Mannoni), Toscana (Parenti) e Lombardia (Brogiolo), si cercò di realizzare

sequenze cronotipologiche per alcuni elementi strutturali (curva mensiocronologica assoluta per i mattori liguri

– –

Mannoni; sequenza relativa delle aperture della facciata del Palazzo Pubblico di Siena Gabbrielli); inoltre,

si sono utilizzate informazioni provenienti da questi studi per approfondire gli aspetti socio-economici relativi

allo sviluppo del ciclo produttivo delle società medievali, per spiegare ad esempio le differenze tra tecniche

costruttutive della diacronia (Rocca San Silvestro, Livorno - Francovich, Bianchi; Segesta, Trapani Bianchi),

con modelli che possono funzionare per comunità poco complesse ed autosufficienti, ma difficilmente

applicabile a contesti urbani.

Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, grazie alla maturazione di queste spinte, la disciplina dell’archeologia

medievale riuscì infine a nascere e consolidarsi, fatto testimoniato in particolare dall’attivazione, per l’anno scolastico

del primo insegnamento presso l’Università Cattolica di Milano affidato a

1966-67, Michelangelo Cagiano de Azevedo,

“Archeologia e il bando del concorso ministeriale del

la pubblicazione nel 1974 del numero I della rivista Medievale”

per l’assunzione di quattro archeologi medievisti.

1979 Rimangono tuttavia aperti ancora molti problemi, legati

soprattutto all’aspetto della tutela causati dal conflitto di competenze a livello di Soprintendenze e dall’esistenza di una

legislazione arretrata (legge 1089 del 1939: concetto di vincolo vs. tutela preventiva).

ARCHEOLOGIA MEDIEVALE IN ITALIA: UN BILANCIO

I Archeologia medievale e storia delle città

l’intervento di sull’Alto

Nel 1958, con Gian Pietro Bognetti alla VI Settimana di Studio Medioevo di Spoleto,

l’archeologia viene per la prima volta utilizzata come fonte utile per individuare alcuni nodi problematici relativi allo

sviluppo degli abitati nell’alto medioevo, dando avvio a nuove ricerche di topografia urbana nel corso degli anni

Sessanta in vari siti (in Emilia, in Toscana, eccetera), che tuttavia fanno riferimento quasi esclusivamente alle fonti

scritte, che forniscono indicazioni sulla forma degli edifici, sulla nomenclatura delle loro parti, sui materiali e sulle

tecniche costruttive. Ci si concentra particolarmente sul dualismo romani-barbari, come dimostra un articolo del 1971

intitolato Esistono una architettura e una urbanistica longobarde?

L’introduzione dell’archeologia medievale non favorì immediatamente la diffusione dell’archeologia urbana, tranne a

Genova, dove l’attività di recupero sistematico e non selettivo delle informazioni archeologiche in ambito urbano aveva

consentito già alla fine degli anni Settanta un primo bilancio. Se il problema della storia delle città è studiato quasi

esclusivamente nei siti abbandonati, nello stesso tempo la casualità degli scavi nei centri storici producono quella che è

stata correttamente definita “archeologia in città”, dato che sono svolti all’interno dei siti a continuità di vita. Durante

l’incontro di Rapallo del 1978, si cercarono di analizzare i metodi e le procedure per attuare una corretta archeologia dei

centri abitati e superare il momento dell’archeologia “di emergenza”, cercando strumenti di controllo e di

pianificazione, come le carte archeologiche di rischio, strumento essenziale per la tutela urbana, che però richiede un

sistema di programmazione territoriale integrato di carattere nazionale (non presente in Italia).

A partire dagli anni Ottanta, però, vennero effettuati alcuni interventi stratigrafici estensivi in contesti urbani che

permisero di riprendere alcuni temi storiografici di notevole importanza:

1) Città altomedievali in nord Italia: due grandi scavi a Brescia, in via Alberto Mario e a Santa Giulia,

sembravano individuare un precoce fenomeno di destrutturazione dell’abitato

sintetizzati da Brogiolo,

riconosciuto nel collasso delle importazioni e nella crisi edilizia, con crescita di spazi utilizzati come orti o per

la città finì per assumere una configurazione frammentaria “ad isole”. Il

il pascolo e di depositi urbani:

modello proposto per Verona da La Ro

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 14
Introduzione all'Archeologia Medievale - Appunti corso Pag. 1 Introduzione all'Archeologia Medievale - Appunti corso Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 14.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Introduzione all'Archeologia Medievale - Appunti corso Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 14.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Introduzione all'Archeologia Medievale - Appunti corso Pag. 11
1 su 14
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/08 Archeologia cristiana e medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IneAr92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia Medievale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof .
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community